18 gennaio 2017

Corpo a corpo con il dolore

Filosofia per la vita: Augusto Cavadi recensisce 'Fuori dalla festa. Riflessioni antropologiche sull’esperienza del dolore', di Emanuele Chimienti.
Fra le numerose tragedie che incrociano, prima o poi, le vicende esistenziali di ciascuno di noi rientrano certamente le malattie cerebrali. Ed è difficile stabilire, in questi casi, se a soffrirne di più sono i soggetti colpiti o i familiari che ne assumono la cura. Tra questi ultimi, alcuni si chiudono in un dignitoso silenzio e sopportano, in solitudine, il calvario; altri trovano il coraggio ulteriore di riflettere su ciò che vivono, di metabolizzare la tremenda esperienza e di offrire ad altri qualche indicazione di senso. E’ questo il caso dello psicologo e psicoterapeuta pugliese Emanuele Chimienti che nel prezioso Fuori dalla festa. Riflessioni antropologiche sull’esperienza del dolore (Lecce 2016, pp. 80, disponibile presso l’autore telefonando allo 0832.390547) ripercorre, con profondità sapienziale coniugata a delicatezza di tratto, gli ultimi quindici anni trascorsi accanto alla moglie Rosanna, colpita dall’invalidante morbo di Alzheimer.
E’ vero, ammette l’autore senza difficoltà: quando il dolore bussa alla nostra porta, la reazione più immediata è di “protestare o girare la testa”. E’ quanto egli stesso ha sperimentato all’impatto con la malattia della moglie. Ma è possibile – e auspicabile – un altro atteggiamento: “entrare per la sua porta stretta e attraversarlo”. Infatti, “se lo accettiamo, il dolore non ci schiaccia; e se ci lasciamo accogliere, ci offre i suoi doni inattesi”.
Solo a una considerazione superficiale questo genere di pensieri può essere identificato come sintomo di dolorismo (forse traccia delle precedenti convinzioni dell’autore che è stato anche presbitero della Chiesa cattolica). In realtà si tratta di idee maturate da una prospettiva assolutamente laica (se, con l’aggettivo, intendiamo – come sarebbe corretto – indicare un’ottica di ragionevolezza, di ponderazione, di apertura a tutte le ipotesi interpretative dell’enigma insondabile che è la nostra esistenza): una prospettiva che, in altri scritti, Chimienti definisce, con felice neologismo, dell’«Oltrove», in quanto oltre le confessioni religiose tradizionali e i sistemi dottrinali codificati. In questa logica si smette di “identificare la Vita esclusivamente con la gioia” e, conseguentemente, “il dolore come qualcosa di estraneo, opposto e nemico della Vita”; si impara, piuttosto, a scoprire che Essa è “un fiume che scorre tra due sponde, non una: la sponda della gioia e la sponda del dolore”. Quest’ultimo, il dolore, non va considerato come “un nemico della vita: una noxa da eliminare (scienza), una maledizione da redimere (religione)”, quanto “una parte intrinseca della Vita” che “può contenere ed offrire elementi preziosi di vita” (dove la maiuscola indica il riferimento, al di là delle particolari vicende biologiche, al “Soffio vitale che anima l’universo”). Esso ci spoglia di tutto ciò che è superfluo e ci sollecita a concentrarci sull’essenziale per cui può aprirci (la possibilità di chiuderci ancora di più nel nostro egoismo è inseparabilmente imminente) a “un nuovo tipo di gioia: quella che molti saggi, uomini e donne, di luoghi, culture e tempi diversi dichiarano possibile non come qualcosa che si prova, ma come qualcosa che si è; non come qualcosa che si ha, ma come qualcosa che ci ha. Una realtà che non ci annienta assorbendoci, ma che, effondendosi, ci espande”.
Proprio il riferimento dell’autore stesso ad altre culture del pianeta attesta che egli non ha alcuna pretesa di offrire una visione della sofferenza radicalmente originale. Ciò che rende originali, e illuminanti, queste pagine è – a mio avviso – il tono sommesso, confidenziale, di chi scrive ex abundantia cordis: non per insegnare verità astratte ma per testimoniare convinzioni foggiatesi gradualmente al crogiuolo di una lacerante esperienza autobiografica di cui sono frutto e, in qualche impalpabile misura, lenimento.


Augusto Cavadi


"100Nove", 12.1.2017
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