22 gennaio 2017

Parole di plastica

Filosofia per la vita - Parole di Plastica, di Anna Colaiacovo.

L’impoverimento e l’omologazione della lingua a cui da tempo assistiamo sono sintomi di una malattia già diagnosticata in Italia, negli anni Sessanta, da Pasolini e Calvino. Di quale lingua parliamo? Della lingua della comunicazione quotidiana che rappresenta il codice primario all’interno del quale il flusso della realtà acquista un senso. É, infatti, la condivisione di uno stesso codice che rende possibile la relazione all’interno di una comunità, perché la lingua vivente non è solo un mezzo di scambio utile per trasmettere messaggi, è anche un orizzonte di senso e una creatrice di legami. Normalmente le parole del linguaggio quotidiano, pensiamo ad esempio alla parola ‘amore’, hanno un significato molto ampio che diventa preciso e concreto in relazione a un contesto determinato e alle sfumature che il parlante attribuisce loro; in questo modo il soggetto conserva ampi margini di libertà e ha la possibilità di cogliere la complessità del reale.

Nei regimi totalitari del secolo scorso è  accaduto qualcosa di inedito, è stata creata una neolingua artificiale che, attraverso la ripetizione di singole parole o di intere frasi milioni di volte, ha reso possibile la trasformazione della lingua vivente in una lingua modulare e ha reso estremamente difficile l’articolazione di una diversa visione del mondo. “Il modulo è un elemento costruito in serie, con caratteristiche omogenee, che permette soluzioni di assemblaggio molto varie. (...) Con il parlare modulare la competenza comunicativa diventa una competenza burocratica”. E’ come se si dovessero semplicemente riempire le parti lasciate in bianco nel modulo con le risposte già previste dalla burocrazia. E’ stata così attuata dai regimi totalitari una semplificazione brutale del linguaggio. In questo modo la comunicazione diventa un puro e semplice mezzo di trasmissione e il messaggio diventa un ordine: scompare la possibilità di immaginare un ‘altrimenti’. E’ questo un tema trattato ampiamente nel famoso libro di Orwell ‘1984’. In tempi più recenti, Uwe Pörksen ha ripreso le analisi di Orwell in un libro quanto mai attuale (pur se scritto nel 1988 e pubblicato in italiano nel 2011), dal titolo emblematico: “Parole di plastica: la neolingua di una dittatura internazionale”.

Riferendosi alla lingua che parliamo nell’attuale stadio della storia dell’Occidente - dal punto di vista della pervasività del linguaggio, non esiste una sostanziale differenza tra dittatura e democrazia - Pörksen si sofferma sulla diffusione di quelle che definisce ‘parole di plastica’ cioè parole che, presenti da molto tempo nel linguaggio comune,  sono state fatte proprie dalla scienza, per poi essere reimmesse nel linguaggio colloquiale. Nel momento in cui le parole di uso comune, che hanno una grande plasticità semantica in funzione dell’uso concreto, emigrano nell’ambito scientifico diventano termini tecnici, utilizzati dagli esperti. Quando, attraverso il sistema dei media, tornano nel linguaggio colloquiale, colonizzandolo, il loro significato diventa vuoto e generico, anche se conservano l’aura della scientificità e del prestigio. Come i mattoncini Lego, queste parole possono combinarsi in molti modi e consentono di costruire qualcosa che sembra oggettivo, ma  in realtà tolgono il potere di definizione a colui che parla, sono povere di contenuto, disancorate dalla storia e dietro l’apparente neutralità nascondono comandi,  prescrizioni.
Ecco alcune parole prese in esame da Pörksen: sviluppo, sessualità, comunicazione, identità, progresso, informazione. A queste potremmo aggiungerne, oggi, molte altre: tanti mattoncini che, come crescita, ripetute come un mantra negli ultimi tempi, plasmano la nostra idea di mondo, dal momento che l’aura di scientificità che le caratterizza impedisce una loro problematizzazione. Ma da quali settori provengono le parole di plastica? Veicolate dagli ‘esperti’, che diventano i custodi del ‘senso’ della vita,  partono dai vari settori della scienza, della tecnica e dell’economia e, tramite i mezzi di comunicazione di massa, conquistano la società. Sono parole che hanno la capacità di  ristrutturare la comunicazione tra i parlanti e di costruire un nuovo modello di realtà. Non c’è da stupirsi, quindi, se oggi il linguaggio configura un pensiero unico che spinge ad accettare la realtà come immodificabile, facilita la diffusione del ‘si fa’, ‘si dice’ che caratterizzano, secondo Heidegger, la vita inautentica e spengono la singolarità di ognuno... pur esaltando l’individuo (consumatore!).

Anna Colaiacovo
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4 commenti:

  1. Sì, le parole di plastica “tolgono il potere di definizione a colui che parla”, gli emoticons plastificano le emozioni togliendo il potere di sentirle e la burocrazia riduce la vita alla data per compilare un modulo. Però non direi che è un Grande Fratello a toglierci questo potere, a fiaccare il potenziale evolutivo insito nell’effetto osservatore. Come vide bene Etienne de la Boétie, non c’è uno che accentra il potere ma una fitta schiera di ognuno di noi che non se la sente affatto di reggerlo e allora glielo scarica. In effetti non è un carico da poco il carico della libertà. Bisogna sforzare gli occhi per definire l’immagine mentre tutto si muove, essere insieme stabili e flessibili, disposti a cambiare senza sosta per percepire ogni sfumatura di novità mentre subito ne arriva un'altra per cui improvvisare una nuova accoglienza. Allora, come titani stanchi, questo peso lo mettiamo giù, anche perché ci sentiamo di essere soli a reggerlo. Questa sensazione, invece, è una ingannevole parvenza, la conseguenza del mancato uso della parola nel valico di tale sforzo. Deponiamo quindi lo scettro del potere, infiliamo le pantofole del pilota automatico e rimpiazziamo le sue mosse con una montagna di plastica: moduli anagrafici, protocolli, questionari, test della personalità, schede di lavoro, ecc. Tale riproduzione tecnica della percezione ci immette però in un rapporto statistico con i nostri stessi vissuti e ci tramuta in quella certa ragazza cantata da Pino Daniele che aveva un sorriso di plastica mentre faceva la ginnastica. Meno siamo esatti nel sentire, più finiamo per usare la forza, come insegnano le arti marziali. Meno siamo capaci di una direzione precisa, più l’egemonia diventa dominio, come insegna Gramsci. Così quel complesso raffinato di relazioni che è la realtà viene ridotto alla mera contrapposizione da stadio, per cui vincere non significa riuscire a stare in equilibrio insieme (come insieme si tengono le note di una sinfonia) ma significa che c’è uno che rozzamente domina sull’altro che lo subisce. La ginnastica automatizza l’esecuzione di certi comandi, impone di ignorare le sensazioni, prescrive l’ignoranza del dolore come suo stesso rimedio perché i comandi ginnici sono parole di plastica, ordini da eseguire che tramutano l’essere umano nell’ingranaggio di una macchina manovrabile. Se confrontiamo la ginnastica allo yoga, troviamo l’esempio opposto di una pratica che intrattiene un rapporto dinamico e vivente con la teoria, cioè con il dettato dell’esercizio, con la sua parola quale dono sacro. La presenza della parola orienta il sentire, rende intelligenti le percezioni perché le innalza dal piano privato del consumismo sensoriale dei fatti a quel piano comune in cui i fatti possono essere anche esperiti. Solo insieme con gli altri, solo nel passaggio dalla caverna alla civiltà – che è un passaggio attraverso il quale transitiamo ogni giorno – solo nel ritrovare l’altro accanto a noi dentro la parola, scopriamo l’esperienza come possibile uso del tempo. Altrimenti, senza parole, oppure rispondendo all’input di parole di plastica, l’unico uso che facciamo del tempo è il suo consumo. E consumiamo un’intera vita senza mai averne fatto esperienza.

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    1. Non c’è un Grande Fratello, Silvia, ma c’è sicuramente un apparato economico-politico che stimola passività e consumi e lucra sulla paura. Gli esseri umani oscillano tra bisogno di sicurezza e esigenza di libertà. Quando aumenta la paura (dello straniero, del diverso, della perdita del lavoro etc, quella paura ‘liquida’ di cui parla Bauman, che è la più insidiosa), il bisogno di sicurezza si impenna e prende il sopravvento. Ci si chiude, si alzano muri e si comincia a parlare tutti allo stesso modo. Hai ragione tu quando dici che bisogna ‘essere insieme stabili e flessibili, disposti a cambiare senza sosta per percepire ogni sfumatura di novità mentre subito ne arriva un'altra per cui improvvisare una nuova accoglienza’. Occorre ripartire dalle proprie percezioni ed emozioni e riuscire a dare loro parole. Sicuramente in Occidente abbiamo più difficoltà perché siamo eredi di una tradizione che ha privilegiato, rispetto al corpo, prima l’anima e poi la mente, arrivando, con Cartesio, a concepire il corpo come una macchina. Il tuo confronto tra ginnastica e yoga è perfetto perché rappresenta in pieno la nostra attitudine a controllare il corpo e, nel nostro tempo, a modificarlo in funzione di una immagine mentale assorbita, dalla ‘Società dello spettacolo’. Oggi si parla tanto di necessità di una educazione emotiva, soprattutto quando ci si riferisce agli adolescenti, io penso che dovremmo ripartire dall’infanzia e dare ai bambini la possibilità di fare esperienza del proprio corpo, dell’ambiente che li circonda, della relazione con gli altri e dare loro la possibilità di porre domande (per mantenere questa capacità nel tempo) e di ‘oziare’.

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  2. Nel 1980 Marie-Louise Von Franz scriveva nel suo libro "Alchimia" (p.17) alcune considerazioni. Le riporto qui di seguito per sottolineare l'analogia tra una parola di plastica, che restituisce della realtà un'idea generale e statistica, effettivamente funzionale a rassicurare dalla paura, e una parola viva che, proprio come un "oggetto materiale esterno", confluisce nel rituale della percezione e sorregge la curiosità, cioè quel lato per cui, etimologicamente, cura non sta per paura ma per sollecitudine:

    ...Oggi si tende a porre sempre di più l'accento sull'approccio "scientifico"; anche analizzando i pazienti, si nota che il loro modo di vedere la realtà è pesantemente influenzato dai concetti di base delle scienze naturali, e che i materiali compensatori o connettivi provenienti dall'inconscio sono dello stesso genere.
    Il predominio della scienza nella concezione odierna del mondo è il risultato finale di un lungo e specifico processo di sviluppo. Com'è noto si ritiene, se si assume un punto di vista europeo, che la scienza avesse origine nel sesto secolo avanti Cristo, pressappoco al tempo della filosofia presocratica. Quella scienza era però soprattutto speculazione filosofica sulla natura: i primi scienziati ricorrevano assai poco all'indagine sperimentale. Sarebbe più corretto affermare che nacque allora non la scienza ma una teoria della natura, un'idea generale della realtà. Invece la scienza sperimentale - intesa nel senso che l'uomo ha sempre fatto esperimenti con gli animali, le pietre, il fuoco, l'acqua, la materia in generale - è un campo assai più vasto e, con qualche eccezione, rientrava anticamente nelle pratiche magico-religiose che riguardavano le operazioni sulle cose materiali. Se è vero che nella sua concezione delle realtà ultime della vita l'uomo è ampiamente dominato da idee, concetti, immagini e simboli di provenienza interiore, egli deve anche trattare con oggetti materiali esterni. Si spiega così perché nella maggior parte dei riti ci sia una cosa concreta che sta a rappresentare un significato simbolico...

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    1. Grazie, Silvia. Le riflessioni di Marie-Luise Von Franz ci aiutano a capire meglio la connessione tra approccio 'scientifico' e psiche che si manifesta nel linguaggio contemporaneo. Altro è linguaggio frutto della concretezza dell'esperienza che ha accompagnato la storia umana fin dai primordi. Ne parla Gian Battista Vico che cito nel mio libro "Cibo, dare forma al disordine" ed. Diogene Multimedia:
      "Prima di Nietzsche un grande filosofo italiano, Gian Battista Vico, in chiave esplicitamente anticartesiana, aveva individuato nel corporeo la radice della conoscenza, sostenendo che le menti dei primi uomini “di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla erano spirituallezzate, perch’erano tutte immerse ne’ sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne’ corpi”. Inoltre aveva considerato il linguaggio il risultato di una costruzione umana che inizia da lingue mutole, ossia da cenni, atti e corpi in luogo di parole, e che si sviluppa trasferendo il corpo nelle cose (come dimostrano tutte le espressioni che si riferiscono ad aspetti naturali o a cose inanimate e che derivano, per somiglianza, da parti o manifestazioni del corpo umano) e traendo fuori dalla selva (l’ambiente dei primitivi) le forme attraverso cui dare senso all’insensato e all’informe (Quello è degno di osservazione: che ‘n tutte le lingue la maggior parte dell’espressioni d’intorno a cose inanimate sono fatte con trasporti del corpo umano e delle sue parti e degli umani sensi e delle umane passioni. Come “capo”, per cima e principio; “fronte”, “spalle”, “avanti e dietro”; “occhi” delle viti e quelli che si dicono “lumi”, ingredienti delle case; “bocca” ogni apertura; “labro”, orlo di vaso o d’altro; “dente” d’aratro, di rastello, di serra, di pettine; “barbe”, le radici; “lingua” di mare; “fauce” o “foce” di fiumi o monti; “collo” di terra; “braccio” di fiume; “mano” per picciol numero; “seno” di mare, il golfo).

      L’etimologia ci rimanda a un’affinità tra sapere e sapore che si è totalmente perduta nella tradizione filosofica occidentale; è rimasta essenzialmente nelle metafore.
      Metafora significa “saper scorgere il simile” (Aristotele); è un sapere che appartiene alla mente, ma, alle origini dell’umanità, secondo G. B. Vico, sorge da un ingegno (ingenium) che ha le sue radici nel corpo, prende vigore dal corpo. Metafora non come ornamento del discorso, come sarà considerata nella storia successiva dell’umanità, ma modalità fondamentale, primaria, della significazione. I primitivi si identificavano con le cose perché le immaginavano fatte della loro stessa natura e in questo modo proiettavano il loro corpo e il loro sentire all’esterno; nel momento in cui chiamavano il tuono “ira” di Zeus credevano realmente alla realtà che raffiguravano, ossia attribuivano tratti umani, sensi e passioni, a enti inanimati. Nella selva dei primitivi tutto era informe, le associazioni create dalla metafora permettevano agli umani, attraverso il segno linguistico, di ambientarsi nel mondo, di dare forma e senso all’insensato e costituivano lo scarto tra natura e cultura. Tipiche del mondo primitivo, le metafore sono sopravvissute nelle epoche successive, anche se abbiamo perso la memoria della loro origine."


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