30 marzo 2017

Alberto Spatola, Augusto Cavadi e l'arte pittorica

Filosofia per la vita: Alberto Spatola e Augusto Cavadi sull'arte pittorica.
Alberto Spatola - Ciao Augusto, sto scoprendo che l'arte pittorica giova alla filosofia della conoscenza, in quanto il verum della percezione artistica è quanto mai vario e soggetto alle condizioni culturali e temporali, per cui finisce che lo stesso verum sia sostituito dal bello, nella ricerca della verità. Non è vero ciò che è vero, ma ciò che piace ed è bello. Ma può essere mai?
Credo che riguardi in primo piano il pensiero di Nietzsche e, ab origine, il pensare dei sofisti. Ciò che conta è la pulchritudo, niente affatto il verum. Anzi, superata ogni speranza che riguardi la aletheia dei Greci, rimane solo la “giovinezza”, non più incontrata ontologicamente ed analogicamente, ma vissuta in fantasia: fascinosa eppure sempre più lontana da ciò che credevamo essere "la realtà".
Come vedi, mi tengo in allenamento, per un "giovanil pensiero", non necessariamente vero... Ciao, spero a presto.

Augusto Cavadi - Caro Alberto, ti ringrazio del quesito, anche se devo confessare che non sono sicuro di aver capito alcuni passaggi (certo, da un non-filosofo di professione come te ci si aspetterebbe un linguaggio un po’ meno tecnico dal punto di vista teoretico…). Mi piacerebbe capire, innanzitutto, se la tua è solo una constatazione di fatto (“Non è vero ciò che è vero, ma ciò che piace ed è bello”) oppure anche una convinzione filosofica cui sei pervenuto per così dire sul piano di principio.
Personalmente sono d’accordo che, sociologicamente, nella nostra epoca (ma forse in tutte le epoche) noi esseri umani tendiamo a ritenere vero ciò che ci seduce piuttosto che a lasciarci sedurre da ciò che riteniamo vero. Ma sono altrettanto convinto che, per così dire sul piano di diritto (gli antichi dicevano de iure), bisognerebbe distinguere il “bello” dal “piacevole”: ciò che è bello è sempre vero, ma non sempre lo è ciò che è piacevole. Talora la verità è sgradevole, amara, indigeribile: tanto che lo stesso Nietzsche ha sostenuto che spesso la vede non chi è più intelligente, ma chi è più coraggioso. Per fare un esempio fra mille possibili: la morte affrontata per difendere i deboli ha una sua bellezza rivelativa di ciò “vale”, che è degno in sé; ma non ha nulla di piacevole né per chi l’affronta né per chi la considera dall’esterno.
Condividi:

1 commento:

  1. ALBERTO SPATOLA31 marzo 2017 20:43

    Caro Augusto, sicuramente io constato la tendenza a privilegiare il bello e piacevole, al posto di qualunque "verum" che non lo sia(che non sia bello e piacevole). L'incoraggiamento ad accettare le cd."verità del vivere" rinasce in epoca moderna con la psicoanalisi che deve il suo successo soprattutto alla "interpretazione dei sogni" e che sembra incoraggiare l'esplorazione delle zone d'ombra dell'inconscio. Ma ho seri dubbi che Nietzsche sia il prototipo di filosofo moderno e "schietto" che dipinga l'uomo "vero" e "puro" nella sua umanità. Molto più credibile A.Adler che riprende alcuni concetti chiave della psicanalisi puntando sulla presenza di un innato "sentimento sciale" (social interest) capace di mitigare la "volontà di potenza", . Ritengo però che il voler spiazzare il vero per il bello sia una tendenza sempieterna e , per esempio è presente nella retorica dei sofisti e tal volta in un certo esistenzialismo estetizzante (vedi Heidegger in sein und zeit, ed il fare filosofia poetizzando, cosa che mi lascia un pò perplesso sia per la filosofia sia per la poesia)Ciao a presto

    RispondiElimina

-----
Attenzione: prima di pubblicare il tuo commento - se desideri ricevere notifiche via email su risposte e nuovi commenti pubblicati in questo post - ricorda di spuntare la voce "Inviami notifiche" qui in basso a destra. Grazie.