13 giugno 2017

Dal blog di Bruno Vergani - Breve invito al protagonismo

Bruno Vergani su Filosofia per la vita
Sul blog di uno dei nostri più affezionati lettori - oltre che prezioso amico personale - ho letto un suo ‘post’ riguardante uno dei momenti più significativi e seguiti della Quarta edizione del Festival della filosofia d’a-Mare (Castellammare del Golfo, 1–4 giugno 2017). Scriveva Bruno Vergani (su www.brunovergani.it):

“L’altro giorno ho partecipato a un incontro pubblico tra un consulente filosofico e uno psicoterapeuta, il dialogo affrontava gli specifici campi d’intervento, le eventuali sinergie come i possibili antagonismi dei rispettivi approcci. Al termine dell’incontro avevo avvertito una certa insoddisfazione per qualcosa d’irrisolto che non riuscivo a focalizzare.

Nel ripensarci individuo - tra le possibili cause, mie incomprensioni incluse - l’intervento del consulente filosofico che puntuale nel definire quello che non fa - terapeutica in primis - ha sì illustrato quello che fa, ma glissando sul perché può farlo e su cosa poggi di preciso nel farlo. Cosa buona e giusta che non esista - che so? - il consulente filosofico nietzschiano che nell’operare con un suo ospite confuso a seguito di ripetute conformazioni passive agli eventi della vita lo rimetta in sesto ripetendogli schemi di pensiero acquisiti, così da latrargli lo schifo che gli fanno quelli come lui, gentaglia che evita di schiacciare sotto la suola per lo schifo che gli procurerebbe la poltiglia prodotta (Zarathustra), nondimeno è cosa buona e giusta che il consulente filosofico spieghi la disciplina e il correlato statuto epistemologico che autorizza e giustifica il suo operare.

Il punto è che, per quanto ho osservato nell’incontro, tale disciplina e statuto coincidono col soggetto medesimo del consulente filosofico che ti trovi davanti, soggetto formato sicuramente dal pensiero dei filosofi che ha frequentato, ma in ultima analisi tutto poggiato e autorizzato da sé medesimo, sovranità che non contempla radiazioni dall'Albo e non produce eretici e neppure apostati. Non dovrebbe avere timidezze nel proclamarlo in piazza invece di teorizzare una sorta di filosofare corretto perché logico e impersonale - quale logica, quella della filosofia scolastica? Quella della fisica quantistica? - Non rischierebbe nulla nell’ergersi all'altro come protagonista poggiato sul personale pensiero - circolo ermeneutico del relazionarsi tra soggetti attraverso reciproche pre-comprensioni: anche la maieutica opera necessariamente partendo da un punto di vista -, a maggior ragione nel caso di specie visto che governare, educare, curare, sono tre mestieri impossibili (Freud), anche se non di rado gli psicoterapeuti se lo dimenticano più dei filosofi”.

I due protagonisti del confronto, da me introdotto e moderato, erano lo psicoterapeuta siciliano Pippo La Face e la consulente filosofica toscana Marta Mancini. Quest’ultima ha, a sua volta, postato un commento alla nota di Bruno Vergani che vale la pena riprendere:

“E' vero che una delle affermazioni più forti della Consulenza Filosofica sostiene che “la forma concreta della filosofia è il filosofo” ma tale assunto, proprio per la sua lapidarietà, è anche uno dei punti da mettere bene a fuoco per descrivere la disciplina e ciò che si propone di ottenere. E' uno snodo che richiede un capovolgimento di prospettiva, una conversione che - per dirla con Davide Miccione - sciolga l'identità della filosofia nel concreto filosofare, nell'effettivo esercizio che il consulente fa, in presa diretta, con il suo ospite. Nella Consulenza Filosofica la questione non è se vivo ciò che penso, ma se porto il pensiero in ciò che vivo, prendendo coscienza di chi sono e mettendo in discussione la mia vita. Tale presupposto vale anche per il filosofo: egli viene chiamato in causa, al pari del suo ospite, di fronte alla domanda che parte dalla singolarità di un'esperienza concreta per farvi ritorno, ripensando da capo, non avendolo fatto prima o altrove.
Ecco perché il filosofo è funestato dalla domanda del suo interlocutore: non potendo rispondere in modo generalizzato con teorie già pensate e ritenute coerenti, è costretto ad esporsi, a mettersi alla prova rivolgendo anche a se stesso le domande provenienti dalla vita di quel singolo individuo che gli sta di fronte. Certo che anche il filosofo, come il suo ospite, non è una testa vuota ma ciò che per entrambi avviene nella Consulenza Filosofica, in luogo del “relazionarsi tra soggetti attraverso reciproche pre-comprensioni”, è lo sporgere della vita sulla teoria. Anzi delle vite, da co-protagonisti”.

Come si vede, uno scambio di notevole livello: che possa servire anche ad aprire un più ampio dibattito su questo nostro spazio virtuale?


Augusto Cavadi

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