22 giugno 2017

Antropologia filosofica e dintorni


Ricevo da Armando Caccamo, un ex-manager di azienda farmaceutica della mia città, la e-mail che copio e incollo qui di seguito.

Caro Augusto,
ho letto l’articolo apparso su “L’Espresso” di domenica 18 giugno 2017 a firma di Andrea Zhok, filosofo ed esperto di antropologia filosofica (che non so di preciso cosa voglia dire), che mi ha fatto riflettere parecchio. L’autore fa un’analisi del pensiero del Novecento e si pone una domanda: nell’epoca della scienza, che ha frammentato i ‘saperi’ (per cui oggi un fisico non conosce neppure l’intera fisica, un biologo neppure l’intera biologia etc... e, comunque, nel migliore dei casi, il fisico conosce solo la fisica e il biologo solo la biologia), quale può essere il ruolo della filosofia?
Nel secolo scorso, afferma l’autore (cito molto liberamente), la filosofia ha paradossalmente accomunato orientamenti filosofici così diversi come la riflessione epistemologica, la storia della filosofia, la critica culturale e l’indagine analitica con l’esito di ottenere una tendenziale rinuncia a “l’orizzonte della sintesi, al tentativo di produrre visioni del mondo, o loro abbozzi”. Da parte sua, il modello su cui è progredita la scienza ha finito per screditare il fulcro del pensiero filosofico e cioè la ricerca di “sintesi razionale di cui si sente acutamente la mancanza”. L’irrazionalismo imperante, tessuto d’informazioni non relate fra di loro, ha fatto proliferare, attraverso i canali d’informazione, personaggi “tuttologi” e “guru autopromossi” che non fanno che confondere ulteriormente le idee a chi, come molti di noi non-filosofi e non-scienziati, già chiare non le ha. In questo contesto, invece, l’indagine filosofica è, o dovrebbe essere, l’unica forma culturale che abbia il dovere, oltre che la possibilità, di  fornire una lettura del presente atta a indicare una visione e un orientamento razionale del mondo. Questo per consentire all’intelligenza di non rassegnarsi al “pluralismo brado” che oggi ci frastorna come mai in passato. 
Tu che ne pensi? Mi piacerebbe un tuo commento.
Nell’attesa, un saluto con affetto e stima.

Armando

* * *

Caro Armando,
ti ringrazio della segnalazione di un articolo che molto probabilmente mi sarebbe sfuggito (non sono da molto tempo un lettore abituale dell’Espresso. Intanto mi tolgo l’incombenza più facile rispondendo alla tua domanda (implicita) su cosa significhi “antropologia filosofica”. L’antropologia è, secondo l’etimo della parola, lo studio dell’uomo e quando s’incontra questo termine ci si riferisce solitamente all’antropologia “culturale” ossia allo studio scientifico delle caratteristiche dell’essere umano in una o in molte o in tutte le società del pianeta e le epoche della storia. Poiché però l’uomo non è solo oggetto delle scienze umane (psicologia, sociologia, etnologia...), ma anche della riflessione filosofica, più raramente si trova la formula “antropologia filosofica”: in termini semplici, lo studio dell’uomo dal punto di vista della filosofia (dunque il tentativo razionale di decifrare il senso dell’esistere dell’uomo nell’universo).
Più impegnativo commentare, come mi chiedi, l’articolo di Andrea Zhok anche perché (mea culpa!) non ho mai letto una riga delle sue opere (di cui, anzi, non ho neppure avuto notizia: ma l’onniscienza non è di noi mortali). Sulla base dei tuoi cenni mi sento di affermare due mie convinzioni, apparentemente contrapposte. Da una parte ritengo che egli abbia ragione nel chiedere a noi filosofi il coraggio di sbilanciarci offrendo delle prospettive complessive sulla realtà (i tedeschi dicono delle visioni-del-mondo): sino alla prima metà del Novecento ancora c’erano pensatori che osavano tanto, ma sempre più è prevalsa la tendenza a occuparsi di micro-problemi filosofici (e, poiché la filosofia non ammette di essere spezzettata dal momento che in ogni frammento ritrova le domande totali, a diventare storia della filosofia, così da potersi dedicare allo studio di un testo della tradizione filosofica o anche solo di una parola particolarmente significativa). Dall’altra parte, però, devo riconoscere che quando la filosofia prova a dare prospettive globali sulla vita e sulla morte, sull’individuo e sulla società, sulla natura e sul divino... rischia di trasformarsi in ideologia: intendo dire in sistema chiuso la cui validità viene cercata sempre meno dal punto di vista della verità e sempre più dal punto di vista dell’efficacia politica. E’ possibile fare filosofia fra il rischio della mera esegesi libresca dei classici e il rischio della costruzione ideologica coerente, compatta, ma protetta dalle obiezioni altrui e disponibile al committente più facoltoso (un imprenditore transnazionale o un partito o un sindacato o una chiesa...)? Non lo so. So però che vale la pena provarci per una ragione radicale: ognuno di noi si costruisce, lo voglia o no, una propria “concezione generale della realtà”. Se non ne prende mai coscienza e non mette la propria “metafisica” (o “teoria complessiva dell’essere”) a confronto critico con le “metafisiche” altrui, rischia di restare prigioniero delle proprie idee; prendendone consapevolezza, con l’aiuto di un filosofo che non abbia il terrore della “metafisica”, potrà accettarle o rifiutarle o correggerle. E vivere con più responsabilità le proprie opzioni di vita quotidiana.
Alla prossima, con altrettanto affetto.

Augusto Cavadi




In apertura: opere dello scultore Franz Xaver Messerschmidt
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