MANUALE PER VIP
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
«Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa! Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza"...»
Dal post introduttivo ►
CENETTE FILOSOFICHE PER NON... FILOSOFI
(DI PROFESSIONE)
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Cenette Filosofiche
Nel 2003 alcuni partecipanti abituali alle “Vacanze filosofiche” estive¹, e residenti nella stessa città (Palermo), abbiamo esternato il desiderio di incontrarci anche nel corso dell’anno, tra un’estate e l’altra. Da qui l’idea di una cenetta quindicinale presso lo studio legale di uno di noi, Pietro Spalla, che si sarebbe incaricato di far trovare un po’ di prodotti da forno e qualche bevanda. Appuntamento alle ore 20:00 (in martedì alterni) per accogliersi a vicenda e mangiucchiare ciò che si trova sulla tavola: dalle 20:30 alle 22:00, poi, lo svolgimento dell’incontro.

La metodologia che abbiamo adottato è molto semplice: chiunque del gruppo propone un testo che si presti ad essere letto in chiave di filosofia-in-pratica (dunque non solo un classico del pensiero filosofico, ma anche un romanzo o un trattato di psicologia, un saggio di astrofisica o di botanica) e, se la maggioranza lo accetta, diventa nelle settimane successive il testo-base delle conversazioni. In esse non sono graditi gli approfondimenti eruditi (tipici dei seminari universitari) perché si vorrebbe dare spazio alle riflessioni personali, alle risonanze esistenziali e alle incidenze sociopolitiche, suggerite dal testo adottato. Uniche condizioni per la partecipazione: aver letto le pagine del libro che il gruppo si assegna di volta in volta per la riunione successiva (se non si fosse riusciti a farlo in tempo, si è pregati di assistere in silenzio) e intervenire evitando i toni polemici nei confronti dei presenti che abbiano espresso convinzioni, esperienze, ipotesi interpretative differenti dalle proprie².

La pandemia del Covid-19 ha costretto la piccola comunità di ricerca filosofica a sospendere gli incontri in presenza e a sostituirli con sessione in video-conferenza: certamente una riduzione della qualità delle relazioni fra i partecipanti, ma anche l’apertura di possibilità sino a quel momento inesplorate. Così amiche e amici di varie regioni italiane si sono collegati via internet e questa modalità di interazione ha finito col sostituire del tutto le cenette in presenza. Ci si vede direttamente alle 20:30 collegandosi mediante un link che Pietro Spalla trasmette a chiunque faccia richiesta di essere incluso nell’apposita mailing list (spalla.pietro@gmail.com).

La mailing list è diventata, sempre più, un luogo di scambi tra una cenetta e la successiva: scambi di opinioni, di commenti, di suggerimenti bibliografici, di battute umoristiche, di informazioni su eventi culturali... In questa molteplicità di interventi occasionali, non ne mancano alcuni meno estemporanei, di una certa consistenza e di un certo rilievo, che probabilmente meritano di non essere seppelliti nelle ondate di e-mail che si accavallano di giorno in giorno (talora di ora in ora).

Da qui l’idea di aprire in questo blog – www.filosofiaperlavita.it – un’apposita rubrica – “Cenette filosofiche per non... filosofi (di professione)” – che metta a disposizione, per un lasso di tempo più lungo e soprattutto per un pubblico potenzialmente più ampio, i contributi che i sostenitori finanziari della rubrica riterranno opportuno segnalare³.

Augusto Cavadi


¹ Cfr. https://vacanze.filosofiche.it
² Cfr. “Cenette filosofiche” in A. Cavadi, Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2016, pp. 282-284.
³ Attualmente i rimborsi delle spese di gestione di questa rubrica sono sostenuti da Caccamo A., Cavadi A., Chiesa L., Cillari E., D’Angelo G., D’Asaro M., Di Falco R., Enia A., Federici G., Galanti M., Gulì A., Leone R., Oddo G., Palazzotto A., Paterni M., Randazzo N., Reddet C., Salvo C., Spalla P., Spalla V., Santagati G., Ugdulena G., Vergani B., Vindigni E. Chi desiderasse aggiungersi al numero dei sostenitori può contattarmi alla e-mail a.cavadi@libero.it
Visualizzazione post con etichetta Antropologia filosofica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Antropologia filosofica. Mostra tutti i post

21 agosto 2025

Il Giappone, il pensiero orientale e la filosofia

• Anna Colaiacovo •


Filosofia per la vita - Il Giappone - Anna Colaiacovo
Come nasce Tetsugaku
Noi occidentali abbiamo da almeno 2500 anni, nel nostro vocabolario, la parola ‘filosofia’. Ne conosciamo il significato, sappiamo all’incirca quando è nata e in quale territorio: la Grecia. Lo stesso termine, nella forma ideografica giapponese, è nato, invece, in tempi molto vicini al nostro, nel 1874, con la pubblicazione di un’opera di Nishi Amane, uno dei pionieri degli studi occidentali, piuttosto frequenti in quel periodo storico tra gli intellettuali più aperti del Giappone. Nishi utilizzò per la prima volta, per indicare la filosofia, una parola che continua ancora oggi ad essere utilizzata: tetsugaku. È formata da due ideogrammi: tetsu (vivacità intellettuale) e gaku (insegnamento, studio). Gli studiosi giapponesi, non avendo termini propri per indicare le conoscenze filosofiche occidentali, hanno dovuto formare molti neologismi che, per la diversa struttura delle lingue, spesso non rimandano allo stesso significato nella lingua originale.

Lingue alfabetiche: hanno una struttura logico-sintetica. Si tende alla definizione della cosa nominata; il nome è la cosa stessa.

Lingue che utilizzano ideogrammi: hanno una struttura dialogico-analitica. Tendono a determinare una relazione tra chi parla e la cosa, a indicare ciò che il rapporto con la cosa produce nell’essere umano.

I termini filosofici che vengono utilizzati, oggi, nella filosofia giapponese sono stati in linea generale tradotti dal tedesco e dall’inglese. I neologismi che sono stati creati non risultano dalla creazione di un nuovo ideogramma, ma da un accorpamento di due o più ideogrammi già esistenti, aventi un significato proprio nella lingua giapponese. Ad es. i due ideogrammi che traducono il termine ‘filosofia’, ovvero Tetsu e gaku rinviano a presupposti speculativi tipici del Giappone. Per questo motivo è fondamentale, per comprendere la filosofia giapponese, analizzare la specificità del pensiero giapponese prima dell’incontro con l’Occidente (una storia di almeno dieci secoli), perché è dentro quel pensiero che viene accolto il nuovo, il pensiero occidentale.
Condividi:

3 aprile 2024

Visione dell’uomo e pratiche terapeutiche

• Condiviso da Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Pratiche terapeutiche
“Nel 1992 organizzai presso la UCLA un gruppo di ricerca interdipartimentale per studiare le connessioni tra la mente ed il cervello”. Presto però mi accorsi “che non c’era una visione condivisa della mente e nessun vocabolario condiviso per discuterne”: così Daniel Siegel in "Mindsight. La nuova scienza della trasformazione personale" (Raffaello Cortina Editore, Milano 2011).

Daniel Siegel
Daniel J. Siegel, psichiatra
Alla fine il gruppo interdisciplinare arrivò a condividere una definizione che era “un necessario punto di partenza dal quale iniziare la nostra esplorazione insieme”.
Ritengo che un problema simile siano chiamati ad affrontarlo quanti si propongano di agire per l’uomo e per la vita. Per restare nel mio ambito disciplinare (psichiatrico e psicoterapeutico), ritengo che, se arriva nella nostra stanza chiedendo un aiuto una persona depressa, sia più corretto considerare che abbiamo di fronte un uomo depresso, piuttosto che semplificare la situazione clinica trattando una entità(?) che è stata denominata 'depressione'. Ma se vogliamo veramente incontrare un uomo in concreto, non è forse necessario avere un’idea di chi sia l’uomo in generale?
Disponiamo forse di una definizione condivisa? Una definizione di uomo non la troviamo certo nella letteratura psichiatrica. Attualmente è quasi un obbligo nel lavoro clinico fare riferimento al DSM-5, un manuale che descrive in modo dettagliato i sintomi di ogni disturbo ed altri aspetti ritenuti utili ed oggettivabili, senza porsi altre domande.
Non trovando alcuna definizione di uomo nella letteratura psichiatrica a mia disposizione, ho pensato che potevo cercarla nel vocabolario della lingua italiana Treccani: “Uomo: essere cosciente e responsabile dei propri atti…”. Se essere “coscienti e responsabili” è un requisito necessario per definire l’uomo, quanti soggetti dobbiamo escludere? Tutti gli uomini sono coscienti e responsabili? E chi non ha queste qualità non è un uomo?
Secondo Siegel tuttavia non possiamo rinunciare a questo punto di partenza necessario per potere procedere oltre. E anche se non disponiamo di una definizione, possiamo utilizzare una descrizione delle sue qualità essenziali come punto di partenza. E vedere se le diverse idee sull’uomo ci portano verso modi diversi di vivere e di agire in questo mondo.

Edgar Morin
Edgar Morin, filosofo e sociologo
La concezione antropologica di E. Morin
Possiamo trovare un primo esempio in un pensiero di Edgard Morin: “L’essere umano è un essere ragionevole e irragionevole, capace di misura e dismisura; soggetto di una affettività intensa e instabile, sorride, ride, piange, ma sa anche conoscere oggettivamente; è un essere serio e calcolatore, ma anche ansioso, angosciato, gaudente, ebbro, estatico; è un essere di violenza e di tenerezza, di amore e di odio; è un essere pervaso dall’immaginario e che può riconoscere il reale; è un essere che conosce la morte e non può credervi, che secerne il mito e la magia, ma anche la scienza e la filosofia; è posseduto dagli Dei e dalle idee, ma dubita degli Dei e critica le idee; si nutre di conoscenze verificate, ma anche di illusioni e chimere”.*
Questa è l’antropologia (in senso filosofico) di Edgard Morin.

Carl Rogers
Carl Rogers, psicologo
La concezione antropologica di C. Rogers
Un altro punto di vista sull’essere umano – frutto di osservazione e di ricerca in contesti psicoterapeutici sia duali che gruppali – ci viene proposto da Carl Rogers nel suo celebre "La terapia centrata sul cliente" (Giunti Editore, Firenze 2019): “Contrariamente a quei terapeuti che vedono la depravazione alla radice dell’uomo, che considerano i più profondi istinti dell’uomo come distruttivi, io ho scoperto che, quando è veramente libero di diventare ciò che egli è sul piano profondo, quando è libero di realizzare la propria natura come organismo umano e quindi capace di consapevolezza, allora egli appare chiaramente muoversi verso la totalità e l’integrazione (…), allora è degno della massima fiducia”.

Conseguenze pratiche delle diverse visioni dell’essere umano
Fra le tante descrizioni dell’uomo, è dunque possibile rintracciarne di molto diverse. Ma quali sono le conseguenze di queste differenti visioni? Come agiscono su di noi? Come influiscono sul nostro modo di agire nel mondo?
Per Morin la naturale conseguenza del riconoscimento della complessità è la riforma del pensiero. Prima di ogni altra cosa da fare, prima di agire dobbiamo riconoscere e superare la miopia, la visione settoriale con cui guardiamo alla vita. Se l’uomo e la sua azione nel mondo hanno il carattere della “complessità” (a volte anche della contraddittorietà) solo un pensiero complesso può consentirci di capire la realtà e di agire a favore della vita. Anzi, è proprio questa “riforma del pensiero” la missione più importante dell’intellettuale; più in generale è una méta che nel mondo contemporaneo si è resa necessaria. Dobbiamo riuscire a traghettare da un pensiero “settoriale”, spesso chiuso in se stesso, ad un pensiero “globale”, capace di abbracciare la molteplicità del reale: un pensiero che può consentirci di riconoscere fra tante altre realtà “la comunità del destino”, un’umanità che va guardata come un insieme unitario impegnato nella salvaguardia della vita su questo pianeta, senza negare le differenze e le specificità.
La proposta di Rogers ovviamente è molto differente. Se infatti, come viene da lui affermato, l’essere umano nella sua natura è potenzialmente degno della massima fiducia purché liberato dai condizionamenti acquisiti nel tempo, allora il compito di chi vuole aiutare un uomo nei più vari contesti (quindi non solo all’interno di un incontro psicoterapeutico) è di progettare e realizzare le condizioni che rendano possibile la sua liberazione. Tali condizioni – rivelatesi efficaci nell’esperienza psicoterapeutica – a suo parere necessarie e sufficienti per avviare e completare la liberazione dell’uomo, anche in contesti differenti, sarebbero tre: autenticità del facilitatore, accettazione incondizionata dell’altro, accurata empatia.
Mi sembra che queste due esemplificazioni (Morin e Rogers) ci mostrino come le diverse visioni antropologiche indichino percorsi e compiti differenti nel nostro rapporto col mondo.
Un’ultima riflessione: pur essendo visioni molto diverse, a me sembra che abbiano in comune il desiderio e l’impegno di portare un aiuto a questa umanità, oggi così gravata di incertezze e paure per un futuro che si profila catastrofico per l’intero pianeta e per la stessa specie Homo sapiens.


Mario Mulè



(*) E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Cortina, Milano 2001, pp. 60-61, cit. in A. Cavadi, Tremila anni di saggezza. La spiritualità nella storia della filosofia, Diogene Multimedia, Bologna 2020, p. 86.
Condividi:

17 dicembre 2022

Un semaforo sui crocevia dell'etica: la temperanza

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Virtù cardinali - Temperanza
Se si vuole misurare per intera la svalutazione – ai limiti della ridicolizzazione – delle “virtù” basilari dell'etica classica occidentale, bisogna concentrarsi sulle disavventure della “temperanza”. Di per sé sarebbe una qualità invidiabile: l'arte di ottemperare con misura ai bisogni e ai desideri psico-fisiologici.
Come abbiamo fatto, in Occidente prima e nel mondo intero dopo, a trasformare questo pregio in una caratteristica triste, piccolo-borghese?
A me pare che si sia operato un duplice riduzionismo.

Prima di tutto, nell'elenco delle pulsioni e delle passioni da soddisfare: cancellando, con tratti di penna successivi, la voglia di giocare o di annusare profumi intensi o di danzare o di attrarre l'ammirazione altrui per la propria eleganza nell'abbigliamento.
Soprattutto, ma non esclusivamente, in epoche cristiane si è diffusa la tesi – moralistica – che tutta una serie di esigenze non andavano 'temperate', bensì eliminate. Soppresse. Represse. Con tutti i disastri segnalati da Freud in poi. (Altri lo avevano anticipato concettualmente, ma esprimendosi in maniera infelice, come Pascal nel XVII secolo con il suo “Chi vuol fare l'angelo finirà col fare la bestia”, ignaro che le “bestie” sono spontaneamente 'temperanti', impossibilitate ad errare per eccesso o per difetto).
Vogliamo una conferma? Basta riferirci alla temperanza nella sfera affettivo-sessuale che, in tale ambito, si chiamerebbe “castità”. Di per sé dovrebbe qualificare ogni soggetto che sperimenti con equilibrio i piaceri venerei, che li viva all'interno di relazioni interpersonali significative e reciprocamente gratificanti; ma, appunto, che li “sperimenti”, li “viva”.
Invece nel vocabolario dominante è diventata sic et simpliciter la castità del monaco e della monaca che hanno scelto di esercitare una forma singolare e anomala di castità: l'astensione totale da ogni pratica affettivo-sessuale.
Non passa neppure dall'anticamera del cervello collettivo che un uomo o una donna possano qualificarsi “casti” perché realizzano con accettabile armonia una comunione integrale dei loro due esseri.

Filosofia per la vita - Augusto Cavadi - Temperanza
Come se non fosse abbastanza disastrosa questa riduzione, noi occidentali abbiamo deformato anche la nozione di 'misura': trasformandola gradualmente nella nozione di 'minimo indispensabile'.
Così temperante è colui che beve meno vino possibile, che veste quanto più poveramente nei limiti della decenza, che fa sesso solo nelle situazioni inevitabili... Ma intemperante, incapace di equilibrio, è solo chi eccede o anche chi difetta? Da prevenire come disordine è solo la bulimia (letterale e metaforica) o anche l'anoressia (letterale e metaforica)? Da compiangere come soggetto irrisolto è solo chi esagera nella ricerca ossessiva di ogni genere di piacere o, almeno allo stesso titolo, chi si astiene in maniera radicale crogiolandosi nella sua insensibilità o addirittura inorgogliendosi per la sua indifferenza nei riguardi di ogni attrattiva sensoriale, 'estetica'?
Il sessuomane viola certamente i canoni condivisi della castità; ma perché non pensiamo e non diciamo altrettanto di chi stabilisce una stabile relazione di coppia e non fa nulla, per quanto nelle sue possibilità, per coltivarne la valenza erotica?
Solo la riscoperta della ‘temperanza’ nella sua originaria bellezza potrebbe orientare verso una vita serena i passi dei singoli cittadini e le decisioni politiche di rilevanza collettiva.
Il proibizionismo – proiezione legislativa dell’intemperanza per difetto – provoca, e non può non provocare, il moltiplicarsi degli abusi nel consumo di tutto ciò che, in misura scientificamente ragionevole, sarebbe invece gradevole compenso alla pesantezza del vivere. O almeno innocuo fattore di conforto, al labile confine fra esperienza diurna e illusione onirica.
Rinverdire oggi la figura, annebbiata, del temperante per scelta esistenziale comporterebbe rifocalizzare il criterio-principe di un’etica fondata sull’evoluzione complessiva del soggetto: il limite alla soddisfazione delle esigenze scaturenti dalla propria corporeità può essere segnato solo dalla volontà di preservare se stessi da ogni forma di autolesionismo e di rispettare l’analogo diritto alle medesime soddisfazioni da parte di ogni altro essere vivente e senziente.
Le persone che tendono a godere di tutto il godibile, tranne che della sofferenza altrui, sono come torce elettriche che aprono il cammino nella notte della storia.

Augusto Cavadi

Condividi:

14 dicembre 2022

Il coraggio, abile paciere fra viltà e spavalderia

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Fortezza
Tra le qualità-cardine di una vita etica riuscita (almeno nei limiti di noi mortali) la tradizione occidentale elenca la “fortezza”. Anche questo termine risuona obsoleto, se non addirittura equivoco: poiché nel linguaggio contemporaneo designa più una costruzione militare che una dimensione psichica, andrebbe meglio tradotto con ‘forza’, ‘energia’, ‘fermezza di carattere’, ‘coraggio’. Di che si tratta, in buona sostanza?
La saggezza-in-pratica funziona quando ci indica la direzione migliore negli aggrovigliati sentieri della storia, soprattutto nel discernere l’equo dall’iniquo. Ma intravedere un percorso non è ancora percorrerlo: bisogna intraprenderlo effettivamente, nonostante pigrizie e viltà, paure e stanchezze. ‘Forte’, in senso proprio, è la persona che – allenandosi con costanza – acquisisce, e coltiva, la capacità di vincere tali resistenze.
Poiché gli ostacoli non sono solo prodotti dalla fantasia, ma spesso s’impongono con una tenace consistenza oggettiva, il coraggioso autentico ne deve tener conto realisticamente: evitando – per non cedere alla vigliaccheria – di precipitare nella temerarietà.
Nel linguaggio abituale usiamo affermare che qualcuno si è ferito o è morto per “eccesso” di coraggio, ma spesso è un modo inesatto di esprimersi. Il coraggio, come ogni virtù morale, non è mai ‘troppo’: una volta lanciato come un missile dalla rampa di partenza, può elevarsi sino al cielo staccandosi nettamente dai vizi opposti di chi si sottostima e di chi si sopravvaluta.
Si può essere alpinisti più o meno energici, più o meno rapidi, più o meno vicini alla meta, ma se si è nel sentiero che porta in cima si é comunque alpinisti (più o meno valorosi): nulla da spartire con chi resta a valle per astenia né con chi scivola nel precipizio per aver presunto di possedere competenze e attrezzature indispensabili all’impresa.

Filosofia per la vita - Virtù Cardinali - Fortezza
Dovremmo correggere i modi abituali di esprimersi perché finiscono con il corrompere prima le idee e infine le relazioni sociali: imparare a dire che difetta di coraggio chi non affronta prove per le quali sarebbe attrezzato, ma altrettanto chi affronta prove per le quali sa di non essere attrezzato. Che manca di coraggio tanto il disertore della vita quanto il fanfarone che spaccia come prove di forza i fallimenti subiti per spacconaggine.
Un difficile equilibrio, dunque? Senz’altro. Ma non è impossibile avvicinarvisi. Basta osservare ciò che accade dietro le quinte e non solo nei prosceni della cronaca. Infatti nell’immaginario collettivo il coraggio sarebbe la nota distintiva di chi compie imprese straordinarie, al di sopra delle prestazioni medie dell’umanità. Non va negato agli eroi il riconoscimento del coraggio. Ma ad essi non ne va neppure riservato il monopolio esclusivo. C’è un coraggio dell’ordinarietà talora minore, talaltra maggiore, rispetto a chi realizza azioni eccezionali.
Ci vuole più potenza, più energia, più ardimento per gettarsi dentro una casa in fiamme per trarne fuori un disabile grave o piuttosto per vivere al suo fianco, decennio dopo decennio, senza cedere alla tentazione dell’omicidio-suicidio? Domanda vana come tutte le domande alle quali non è possibile rispondere. Serve solo come artificio retorico per decostruire il senso comune che, identificando il coraggio con l’eroismo plateale, finisce con deresponsabilizzarci rispetto alle tante occasioni di praticare il coraggio feriale, quasi sempre celato alle luci delle telecamere, sul quale si regge la storia dell’umanità.
Senza considerare, poi, che difficilmente si diventa protagonisti di gesti clamorosamente coraggiosi se, sino a quel momento, si è vissuti nel grigiore della viltà. Quando ero giovane lessi di un motociclista – rimasto anonimo, almeno per quanto ne abbia mai saputo – che, durante un incendio in una galleria alpina, fece più volte il tragitto avanti e indietro per salvare automobilisti intrappolati. Più volte: sino a quando gli vennero meno le ultime forze e restò egli stesso prigioniero dei fumi e del fuoco. Quando penso a un modello di coraggio, da allora è quel motociclista che mi torna alla mente. E mi viene assai difficile supporre che, sino a quella circostanza imprevista, egli fosse vissuto con un atteggiamento di fondo ego-centrato e cautamente opportunista.

Filosofia per la vita - Bacha Khan - Gandhi
E’ anche per queste ragioni che gli indimenticabili pionieri della nonviolenza, da Gandhi a Bacha Khan (foto sopra), hanno potuto affrontare interi eserciti con la fermezza del diamante solo dopo lunghi anni di preparativi, di esercizi, di fallimenti. Un giorno, nei libri di scuola, icone del coraggio non saranno solo né prevalentemente generali con la spada sguainata (i quali, per altro, molto raramente l’hanno sguainata effettivamente in prima fila, faccia a faccia con le schiere nemiche), ma anche e soprattutto quei leader talmente impregnati di energia da poter avanzare alla testa dei propri seguaci contando soltanto sulla forza inscalfibile della verità.

Augusto Cavadi

Condividi:

10 dicembre 2022

Alla ricerca della giustizia sperduta

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Giustizia
Alla saggezza-nel-deliberare (come si potrebbe ribattezzare la prudentia della tradizione classica occidentale) spetta distinguere il vero dal falso, l’apparente dal reale, l’opportuno dall’inopportuno. Ma, soprattutto, il giusto dall’ingiusto.
Si tratta di un compito tanto necessario quanto arduo. Sin da Platone – i cui dialoghi ‘socratici’ non per caso sono stati definiti ‘aporetici’ – una questione più è grave, meno è agevole da dirimere. Solo gli animi grezzi avanzano di certezza in certezza, senza esitare. Le menti più fini procedono, con Abelardo, fra un sic e un non o, con un Tommaso d’Aquino, fra un videtur quod e un sed contra.
Alcune delle più clamorose tragedie mondiali degli ultimi anni (delle più clamorose, non necessariamente delle più terribili) hanno provocato la drastica contrapposizione di schieramenti intellettuali sul modo di reagire alla pandemia del Covid-19 o di posizionarsi rispetto al conflitto fra Russia e Ucraina. In alcuni casi il dogmatismo è stato frutto d’ignoranza dei dati o di interessi ideologico-politici inconfessati; ma in altri ha agito, più o meno consapevolmente, l’angoscia davanti all’incertezza oggettiva.
Quando sono in gioco questioni strettamente individuali (ma esistono davvero questioni strettamente individuali?) la precipitazione nell’assumere una determinata prospettiva, senza darsi margini di revisione, è un errore che paga chi lo perpetra. Ma quando sono in gioco questioni sociali – intendo che riguardano due soggetti, o una famiglia, o una città, o una nazione, o l’umanità – si entra nell’ambito della “giustizia”: errori di valutazione ‘prudenziale’ comportano la ferita, o addirittura la distruzione, di inalienabili diritti altrui.

Filosofia per la vita - Virtù Cardinali - Giustizia
Chi non si acceca davanti alla complessità delle problematiche, e ha in misura variabile la responsabilità delle vite altrui oltre che della propria, non può decidere con sicumera, ma neppure può ignorare che in molti bivi della storia il non decidere è una forma di decisione (e raramente la migliore). Perciò deve, da una parte, prospettarsi tutte le ipotesi praticabili – senza escluderne a priori nessuna -, dall’altra adottare la più probabilmente giusta o la meno probabilmente ingiusta. Nei regimi dittatoriali o più o meno autoritari i governanti sono soggetti a minori travagli morali: non devono cercare di individuare, di mettere a fuoco, di scoprire ciò che è giusto perché o – in sistemi teocratici – hanno già dettata dall’Alto la Norma assoluta oppure – in sistemi immanentistici – sono precisamente essi stessi, con le loro decisioni inappellabili, a instaurare la giustizia e a differenziarla dall’ingiustizia.
Neanche in un’ottica di democrazia anarchica c’è spazio per dilemmi morali: si presuppone che ogni individuo decida da sé ciò che è giusto ma, non essendo egoista e anzi essendo convintamente sollecito dell’uguale diritto altrui, la sua decisione non potrà rivelarsi ingiusta da nessun punto di vista.

Filosofia per la vita - Giustizia - Augusto Cavadi
Invece, nei regimi liberal/social/democratici, in cui le decisioni vengono adottate di norma né mediante meccanismi assembleari né all’unanimità, ma attraverso la faticosa mediazione di organi rappresentativi (sia legislativi che amministrativi), la determinazione di ciò che è giusto in sé – o, almeno, di ciò che risulta giusto in relazione alle condizioni date storicamente – si rivela assai più problematica. Occorre infatti arrivare a definire – con il minimo di interferenze utilitaristiche e strumentali – ciò che la maggioranza ritiene giusto; salvaguardare i diritti della minoranza a non adeguarsi alle decisioni della maggioranza; circoscrivere quest’ultimo diritto alla “disobbedienza civile” in maniera che possa fruire del più ampio spazio di agibilità, senza travalicare quei confini il cui oltrepassamento vanificherebbe, di fatto, gli esiti dei meccanismi democratici (instaurando una sorta di dittatura della minoranza). Troppo complicato, no?
E’ per questo che le democrazie liberal/social/democratiche sono fragili, esposte al tiro incrociato di autoritarismi e anarchismi, tanto più insidiosi quanto più animati da sincera volontà di giustizia. La Democrazia é davvero, secondo la nota espressione di Winston Churchill, “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora”.

Augusto Cavadi

Condividi:

7 dicembre 2022

Follia, o piuttosto genuina prudenza?

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Prudenza
Sulla pallida ambiguità dell’espressione “virtù cardinali” ci siamo brevemente soffermati in un intervento precedente (vedi QUI).
Ma quali sarebbero tali “virtù” ritenute “cardini” di una vita etica? L’elenco tradizionale le dispone in ordine di rilevanza decrescente: innanzitutto la “prudenza”, poi – un gradino appena sotto – la “giustizia”; ancora più sotto la “fortezza” e, infine, la “temperanza”. Questa graduatoria rispecchia la scala delle facoltà umane corrispondenti: la prudenza e la giustizia, infatti, sono qualità della nostra intelligenza, la fortezza della nostra volontà, la temperanza della nostra dimensione pulsionale.

Già da questi cenni si intuisce che la “prudenza” dell’etica classica occidentale ha ben poco a che spartire con la “prudenza” esaltata dal ‘buon senso’ borghese moderno e contemporaneo. Non caratterizza per nulla, infatti, i soggetti che osano, ma non troppo; che si slanciano in avanti, ma con misura; che intraprendono una corsa, ma decisi a non premere sino in fondo l’acceleratore. Essa è piuttosto sinonimo di “saggezza”. E il saggio è uno che procede lentamente se c’è da esser cauti, ma che corre a precipizio se c’è da non perdere un minuto di tempo. E’ un esperto della misura e, proprio per questo, sa che in alcune circostanze l’unica misura è giocarsi senza misura. Sa che, talora, la follia apparente è la scelta sostanzialmente più sensata.
Filosofia per la vita - Le virtù cardinali - Bodei - Giorello - Marzano - Veca
Remo Bodei - Giulio Giorello - Michela Marzano - Salvatore Veca.
Le virtù cardinali. Prudenza, Temperanza, Fortezza, Giustizia. Laterza, Bari-Roma 2017

Ciò va declinato anche al negativo: nel linguaggio ordinario diciamo – opportunamente – che superare i 120 kilometri orari in autostrada è segno di imprudenza, ma dovremmo aggiungere che lo è, nelle medesime situazioni, procedere a meno di 80 chilometri orari. Solo se confondiamo la prudenza “con la cautela o con la moderazione” possiamo fraintenderla come una pseudo-virtù “modesta e quasi senile, carica di paure e di incertezze” (Remo Bodei, Prudenza in R. Bodei - G. Giorello - M. Marzano - S. Veca, Le virtù cardinali. Prudenza, Temperanza, Fortezza, Giustizia. Laterza, Bari-Roma 2017, p. 5).

La prudenza – meglio la saggezza – non è dunque la caratteristica delle “anime morte”, degli ignavi, bensì dei lungimiranti: capaci di non sprecare un euro se non vedono nessuna valida ragione, ma di svuotare il conto in banca se ritengono che, in una determinata contingenza, ne va dei loro principi. Se, all’uscita da un pub, rischio la vita gettandomi dal London Bridge per vincere una scommessa tra amici un po’ brilli non mostro d’esser saggio; ma altrettanto “imprudente” sarei se, sapendo nuotare, non mi tuffassi nel Tamigi per salvare un bimbo in difficoltà. Infatti anche questa astensione sarebbe effetto di una valutazione errata.

Molti magistrati, nella recente storia italiana, sono stati uccisi: per imprudenza? Ed è stata, invece, per alcuni altri magistrati, indice di prudenza, saggezza, lungimiranza evitare certi incarichi, non proseguire certe indagini, seppellire sotto montagne di fascicoli certi documenti? Purtroppo è questo il modo più comune di esprimersi. Ma si deve alla loro memoria rettificare almeno le parole: chi rischia senza validi motivi è stolto, imprudente. Altrettanto, però, chi – pur in presenza di valide ragioni – decide di non rischiare. E prudente – davvero prudente, previdente, provvidente – è chi, evitando i rischi evitabili, affronta lucidamente gli inevitabili. La prudenza – ha sostenuto qualcuno – è la ‘provvidenza’ di cui siamo capaci noi mortali. Con tutte le incertezze del caso: saggezza implica discernimento di ciò che è meglio scegliere in una situazione determinata: solo a posteriori, e a distanza i tempo, si potrà stabilire con ragionevole certezza chi è stato imprudente per eccesso e chi (non meno colpevolmente!) per difetto.

Filosofia per la vita - Prudenza - Augusto Cavadi
In ogni esempio emerso in queste righe la saggezza è stata sempre legata a un’azione: guidare un’automobile, spendere soldi, donare beni materiali, tuffarsi da un ponte, esercitare una professione... Infatti la prudenza/saggezza non è una qualità della mente contemplativa, bensì della ragion pratica: i sapienti cercano di stabilire cosa sia bene e male in astratto, nell’universalità dei casi; ai saggi spetta deliberarlo, per sé, nel qui e ora. E’ difficile essere saggi senz’essere, almeno un po’, sapienti; ma non altrettanto difficile esser sapienti senza mostrare d’esser saggi.

Senza saggezza non si possono esercitare neppure le altre “virtù” essenziali come la giustizia, la fortezza e la temperanza. La cronaca quotidiana ce lo attesta in maniera tanto eloquente quanto dolorosa. Per questo risulta convincente la convinzione che “la prudenza, specie da parte dei cittadini degli Stati democratici (di quanti cioè hanno la possibilità di esercitarla anche nella sfera pubblica), ridiventa una virtù necessaria, una forma di compensazione per una delle promesse non mantenute della democrazia stessa: l’educazione del cittadino, non passivo o semplicemente indignato, ma capace di prendere decisioni fondate sull’esperienza, criticamente esaminata, e su progetti lungimiranti e argomentati su ciò che è meglio per sé e per gli altri” (ivi, p. 23).

Augusto Cavadi


Condividi:

23 novembre 2022

Virtù cardinali: ritorno alle origini per rimetterle... in forma

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Virtù cardinali
Il linguaggio del nostro catechismo infantile è davvero obsoleto e anche molti dei contenuti – veicolati con quel linguaggio arcaico – sono francamente inaccettabili. Al punto che Luigi Lombardi Vallauri, noto filosofo del diritto, ha scritto e ribadito in varie occasioni che il catechismo della Chiesa cattolica dovrebbe essere vietato ai minori di 18 anni e riservato agli adulti che, una volta maturi, volessero apprenderlo.
Tutto da buttare, dunque? La maggior parte dei genitori ormai ne è convinta, ma senza riflettere abbastanza, a mio parere, su una verità elementare: non basta decostruire e liberare spazi, bisogna offrire alle nuove generazioni equivalenti funzionali. Altrimenti le si lascia in un vuoto desolato che le scoraggia, le disorienta, non le attrezza per l’impegno attivo a favore del “bene comune”.

Filosofia per la vita - Educazione
Scegliamo un esempio fra molti: chi parla oggi delle quattro “virtù cardinali” della tradizione classica occidentale (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza)?
Già il sostantivo “virtù” evoca alla mente qualcosa di untuoso, inautentico, tendente all’ipocrisia. Quando non designa posture apparenti, per salvaguardare il “buon nome” in società, sembra comunque riferirsi ad atteggiamenti faticosamente conquistati mediante atti di volontà, per domare impulsi istintuali animaleschi. Eppure il termine latino virtus aveva ben altro significato: il valore, la potenza intrinseca, di qualcuno o di qualcosa. Virtuoso era quell’essere che aveva esplicitato, attuato, le sue caratteristiche essenziali: per esempio il condottiero vittorioso o il sonnifero efficace (in quanto dotato di virtus... dormitiva!). Probabilmente ormai nell’uso comune il termine “virtù” è irrimediabilmente compromesso e, anziché tentare di rispolverarlo nella sua freschezza originaria, potrebbe risultare più agevole sostituirlo con parole meno equivoche: qualità etica, fioritura personale, frutto maturo... o non so che altro (i poeti “virtuosi” potrebbero venirci in soccorso). L’essenziale sarebbe arrivare alla consapevolezza diffusa che uomini e donne sono virtuosi/e quando esprimono all’esterno ciò che vivono realmente al proprio interno: una dose accettabile – certo mai perfetta – di equilibrio, saggezza, ricchezza di sentimenti, vitalità progettuale, attitudine relazionale...
Quando sono persone risolte (o, comunque, a una discreta tappa del cammino per diventarlo): che hanno ‘sciolto’ più nodi di quanti gliene restano e – pur senza rimuovere dubbi, domande, problemi – si pongono in maniera affermativa, propositiva, costruttiva.
Se il sostantivo “virtù” è inflazionato e frainteso, ancora di più lo è l’aggettivo cardinali. Più di un interlocutore istruito mi ha dichiarato, senza ombra di ironia, di ritenere che l’aggettivo derivasse dalla supposizione (sin troppo benevola!) che tali virtù caratterizzino i più alti prelati della Chiesa cattolica. Ovviamente non è così.
Prudenza, giustizia, fortezza e temperanza sono state considerate, invece, i “cardini” di una vita moralmente solida. Sono davvero queste quattro qualità etiche i perni sui quali si regge un’esistenza ‘riuscita’? Si tratta di una tesi opinabile. Ma ciò che, innanzitutto, importa è – anche in questo caso – restituire alle parole il significato originario e autentico. Dunque sostituire il termine “cardinale” con qualche equivalente più espressivo quale fondamentale, basilare, essenziale...
Insomma trovare il modo per sgombrare la scena da fantasmi fuorvianti in modo da confrontarsi schiettamente con la tesi (vera o erronea) della tradizione greco-latina: che ci sono atteggiamenti etici (“virtù”) elementari e irrinunciabili (“cardinali”) senza i quali si costruisce la propria esistenza su basi fragili.
Ma questi “atteggiamenti etici” sono innati, ereditati geneticamente? La risposta della saggezza occidentale è che si tratta, essenzialmente, di habitus acquisiti.

Filosofia per la vita - Habitus
"Habitus": ecco un’altra parola-trappola! Si potrebbe translitterare con “abitudine”, ma sarebbe appunto solo una translitterazione, non una traduzione. Perché le “virtù” non sono mai l’esito di comportamenti meccanici, abitudinari, adottati passivamente, bensì “attitudini” (“habitus”) permanenti, costanti, acquisite consapevolmente e liberamente. Come? Mettendo in atto azioni “virtuose”, positive. Aristotele cita un proverbio già noto ai suoi tempi: una rondine non fa primavera. Un gesto di generosità non ci rende generosi; un’azione coraggiosa non ci rende coraggiosi...
Ma gesto dopo gesto, azione dopo azione, la nostra psiche si struttura in una certa maniera per cui la generosità o il coraggio diventano sempre più tipici del nostro modo di essere nel mondo: diventano una “seconda natura” o, forse meglio, plasmano la nostra “natura” secondo un certo modello e con una certa direzione. Al punto che decidere, davanti ai bivi della vita, per gesti generosi o per azioni coraggiose diventa più spontaneo, più agevole, che optare per scelte egoistiche o di viltà.
La persona “virtuosa” lo è tanto più quanto meno si accorge di esserlo o quanto meno le costa esserlo. Compiere atti “viziosi” le riuscirebbe più faticoso, più artificiale, se non quando – replicando giorno dopo giorno atti di egoismo o di vigliaccheria – non acquistasse un altro “habitus” e, dunque, non le diventasse finalmente più facile comportarsi da egoista o da vigliacco. “Virtù” e “vizi” pesano solo sui soggetti mediocri: ai virtuosi e ai viziosi riesce meravigliosamente facile vivere da tali.

Augusto Cavadi


Condividi:

31 marzo 2020

Filoso/fare al tempo della pandemia

• Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita - Pandemia

Da qualche giorno Orlando Franceschelli ha lanciato un appello 'filosofico' suggeritogli dalla pandemia in corso (vedi QUI). Dopo aver stigmatizzato i vari "parassiti della sofferenza" che, anche in questa contingenza, non mancano di affacciarsi sulla scena pubblica per guadagnare notorietà o consensi elettorali, il noto filosofo si chiede e ci chiede: «Se proprio siamo in guerra, contro cosa dobbiamo lottare per vincerla effettivamente? Soltanto contro i virus che sulla faccia della terra ci sono da prima di noi esseri umani? O anche contro le concezioni e i comportamenti di noi 'sapientes' che la terra la stiamo trasformando da ambiente-dimora in ambiente-incubo per un numero sempre crescente di esseri viventi? A cominciare ovviamente dagli esseri umani e dagli animali-non-umani più deboli e più poveri».
Affinché ciò avvenga, la tradizione filosofica occidentale può offrire preziose indicazioni operative. "Da questa pandemia usciremo migliorati se – e solo se – sapremo confrontarci criticamente con la scoperta o ri-scoperta" del "dato di fatto che «possiamo scacciare la natura col forcone, essa tuttavia ritornerà sempre / e furtivamente si insinuerà tra gli ostacoli che le si frappongono» (Orazio, Epistole, I, 10, 24-25)". Infatti, ammoniva all'alba della Modernità europea Baruch Spinoza, della natura noi esseri umani siamo «piccola parte», non "proprietari, dominatori, predatori". Ma – continua Franceschelli – appartiene alla nostra specie anche la possibilità di "migliorare concezioni, comportamenti, tentativi di essere felici, per quanto è possibile, e solidali verso ogni forma di sofferenza".
Questo appello, in quanto 'filosofico', può risuonare strano.
Chi volesse continuare può cliccare QUI.


Augusto Cavadi


In apertura illustrazione di Whooli Chen
Condividi:

20 marzo 2020

Coronavirus: il flashmob filosofico di Orlando Franceschelli

• Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita - Flashmob filosofico sull'epidemia di Coronavirus

Tutti si preoccupano di suggerirci cose da 'fare' in tempi di quarantena. Bene. Ma ci sarebbe anche qualcosa da NON 'fare': da non fuggire il vuoto impostoci, le pause forzate. Ci sarebbe da sopportare, affrontare, coltivare gli spazi di silenzio involontario; approfittarne per rivedere criticamente ciò che siamo stati, che siamo nel presente e che vogliamo essere nell'immediato futuro. Qui di seguito il nostro amico Orlando Franceschelli invita chi ama la filosofia autentica (che abita le aule accademiche e scolastiche, ma non sempre né soltanto) alla riflessione e - se lo si desidera - alla condivisione.

Augusto Cavadi
Condividi:

21 settembre 2018

Selfie-mania

Filosofia per la vita - René Magritte, Il falso specchio
René Magritte, "Il falso specchio" (1928), olio su tela

Forse Steve Jobs non pensava, inserendo sui suoi smartphone la fotocamera frontale, di dare avvio a comportamenti così compulsivi e diffusi come quelli che vediamo quotidianamente. Fotografarsi e condividere le foto sui social network è diventata, oggi, una vera e propria mania.
Che cosa spinge persone di tutte le età a farsi un selfie nelle condizioni e nei luoghi più impensati? Che senso ha fotografarsi durante un funerale (è accaduto anche questo!) o in una situazione talmente precaria da mettere a rischio la propria vita? Certo, in questi comportamenti la componente narcisistica è molto forte, ma, accanto al bisogno di rappresentazione di sé, c'è un'esigenza altrettanto forte di condivisione sociale. Convivono il bisogno di specchiarsi e di testimoniare la propria presenza agli altri.
C'è, in definitiva, un problema di identità.
Nel processo di costruzione dell'identità, lo stadio dello specchio (studiato da Lacan) è un passaggio fondamentale. L'essere umano, quando nasce, non è dotato, come gli animali, di istinti che  garantiscono l'adattamento al mondo esterno. La relazione con il mondo, tra l'organismo e l'ambiente, è mediata dall'immaginario. Il bambino, tra i sei e i diciotto mesi, di fronte a uno specchio, all'inizio cerca di afferrare l'immagine che gli appare, come se si trattasse di un oggetto reale. Poi si rende conto che è un'immagine. Infine che è la sua immagine, diversa dalla madre che è con lui. In una fase in cui non ha ancora la padronanza del proprio corpo e lo vive come frammentato, il piccolo acquista una prima consapevolezza di sè come un tutto unitario (la propria immagine unificata) attraverso lo sguardo dell'altro, perché è questo sguardo che conferma che è lui.
Ho bisogno dell'altro per diventare me stesso: è questa la pietra angolare dell'identità. Ed è un processo cognitivo e affettivo insieme.
Ma chi sono io? Per dire IO abbiamo bisogno di raddoppiare noi stessi, abbiamo bisogno di un soggetto e di un oggetto: "Laddove mi vedo, non ci sono, dove ci sono, non mi vedo". (Lacan)
Da un lato c'è un corpo-pulsionale, la grande ragione del corpo (Nietzsche), dall'altro l'io immagine.
Ognuno di noi deve confrontarsi con questo doppio e con un'immagine di sè che è intima e nello stesso tempo estranea.
L'illusione narcisistica consiste nel tentativo (disperato) di far coincidere noi stessi con la nostra immagine e nel non riconoscere all'altro da noi una realtà autonoma. Nel mito, infatti, Narciso, del tutto insensibile all'amore di Eco, muore perché sprofonda nell'acqua cercando di congiungersi con la propria immagine.
Il nostro tempo alimenta l'illusione narcisistica. Il mercato globale ha bisogno di consumatori perennemente insoddisfatti (i bisogni non devono avere mai fine), sempre a rischio di perdersi davanti all'eccesso di stimoli a cui sono esposti e sempre più soli  "perché il consumo è un'attività solitaria (è perfino l'archetipo della solitudine) anche quando avviene in compagnia" (Bauman). Ne risulta una società sempre più privatizzata e priva di riferimenti certi, che stimola gli individui a contare solo sulle proprie forze, a percepire gli altri come ostacoli per la propria affermazione e a perseguire il proprio vantaggio personale. Le relazioni, se si creano, devono potersi sciogliere facilmente perché sono un impedimento verso altre opportunità, una limitazione delle libertà.
Nel tempo del capitalismo avanzato, il potere, come ci ha insegnato Foucault, non si presenta più in forma dispotica, ma entra nella vita e si insinua nei meccanismi e nei procedimenti emotivi quotidiani. Si sviluppa all'interno di un fitto reticolo mobile e concreto di rapporti, si trasforma in un potere seduttivo apparentemente innocuo rispetto al passato e prende la forma di regole comportamentali interiorizzate dai singoli. Il potere agisce sugli individui attraverso le "pratiche", perché ognuno di noi diventa quello che è attraverso quello che fa ogni giorno, attraverso i luoghi che abita, i gesti che compie, le relazioni che intreccia, i dispositivi che utilizza.
I dispositivi (cioè qualsiasi cosa abbia la capacità di determinare e orientare pensieri, gesti, comportamenti) con cui abbiamo a che fare quotidianamente ci inducono ad agire in un determinato modo, influiscono sul funzionamento del nostro cervello e ci trasformano. I dispositivi informatici, ad esempio, stanno cambiando radicalmente il nostro modo di vivere e il nostro modo di vivere il tempo, dal momento che non esiste   più una netta distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero. Il mercato ci richiede di essere sempre connessi e visibili ed è una richiesta che è ormai diventata una nostra esigenza.
Siamo soggettività che si pensano libere e che in realtà rispondono "liberamente" all'applicazione dei poteri.
La pratica del selfie, in particolare, rivela molto del nostro tempo, di una fase storica in cui l'accessibilità e la condivisione sembrano diventate un "obbligo" e il confine tra pubblico e privato sfuma sempre più. 
Ma rivela soprattutto molto di noi, del nostro bisogno ossessivo di esserci - IO CI SONO! GUARDAMI - che alimenta il dubbio di non esserci, nell'attesa spasmodica di un like.


Anna Colaiacovo
Condividi:

10 marzo 2018

Esistere è un'arte


Dall'interessante rivista online (gratuita) "Dialoghi mediterranei" a cura dell'Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo (TP), marzo 2018.


COME NOMINARE L'ARTE DI E-SISTERE?

Oggi siamo propensi ad accettare l'intuizione di Democrito: al posto di "atomi" scriviamo corpuscoli, onde o stringhe, ma riteniamo che la stoffa dell'universo sia omologa per minerali, piante, animali. Tuttavia non è agevole scacciare il sospetto che sia rilevante non solo il 'cosa' ma anche il 'come': per riprendere il bistrattato Aristotele, non solo la 'materia' ma anche la 'forma', la struttura, l'organizzazione interna. Nell'uso quotidiano adoperiamo con leggerezza superficiale il verbo 'essere' dimenticando che si tratta di un termine intrinsecamente analogo: "In questa stanza ci sono un tavolo, due piante, un gatto e due persone". Ci sono: ma l'essere si dice pollakòs (in molti modi). E' la constatazione fenomenologica più s-pregiudicata a mostrarci come l'azione, il comportamento, l'interazione con l'ambiente... di un tavolo non siano esattamente identici all'azione, al comportamento, all'interazione con l'ambiente... di una pianta; né di un gatto; né di una persona. Le modalità d'essere in tutti questi casi hanno molto in comune, ma molto altro ancora di differente.

Come esprimere linguisticamente questa articolazione di piani ontologici? Tra le molte possibilità se ne potrebbe adottare una: tutti gli essenti siamo, ma alcuni stanno, sus-sistono, in-sistono; altri e-sistono. Ex-sistere è emergere, eccedere, rispetto al mero essere-qua o essere-là. So bene che non è facile individuare il principio che rende possibile tale ex-sistenza, ma questa difficoltà teoretica non giustifica la soppressione della questione. Una conferma ce l'ha offerta la vicenda dell'esistenzialismo: pensatori teologicamente connotati (come Kierkegaard e Marcel), e pensatori di diverso orientamento (come Jaspers, Heidegger e soprattutto Sartre) si sono trovati concordi nel sostenere l'irriducibilità della e-sistenza al piano della semplice presenza.

a) E-sistere come "privilegio" e come "condanna"
Visitare questo orizzonte teoretico ci impone, o per lo meno suggerisce, alcuni paradossi. Il primo dei quali è che nascere come e-sistenti è un privilegio e una condanna. Un privilegio perché ci è consentito attivare un processo di consapevolezza di sé e del mondo circostante che è la radice di quel poco di libertà che possiamo sperimentare in vita. E' solo grazie alla distanza (potenziale) fra la mia mente e la mia condizione corporea, familiare, sociale... che posso assumere, rinnegare o adattare tale condizione data. E' solo perché e-sisto che posso fare antropologia culturale: sia perché senza questa auto-trascendenza non ci sarebbe un soggetto in grado di narrare (come dall'alto) l'animale culturale che siamo, sia - più radicalmente - perché senza questa auto-trascendenza mancherebbe l'oggetto: non ci sarebbe, infatti, un animale culturale da narrare.
Ma e-sistere è anche una condanna. La pianta può realizzarsi quietamente come pianta, e probabilmente anche la mia gattina come gattina, se si limita a stare, sus-sistere, in-sistere: ma a un nato-per-esistere è precluso di vivere come una pianta o un altro animale. "Sei un broccolo! Non fare il maiale!": affermazioni efficaci sul piano retorico-performativo, ma scorrette semanticamente. Un e-sistente, per quanti sforzi possa fare, non sarà mai semplicemente, serenamente, un vegetale o un suino: sarà un imitatore dei vegetali o dei suini, ne mimerà il comportamento senza poterlo davvero riprodurre. Ammesso che un e-sistente riesca a vivere, da solo o in branco, come un lupo nella foresta – una possibilità su cui solo storici e antropologi culturali possono informare noi filosofi – sarà, comunque, un lupo per scelta: vivrà la condizione naturale come effetto di una (continua) opzione culturale.

b) E-sistere come “compito”
Privilegio e condanna, insieme, e-sistere è in ogni caso un "compito". In un certo senso, il compito del nato-per-esistere. La maggior parte dei mortali svolge questo compito in maniera inconsapevole affidandosi per lo più a due coordinate principali: la tradizione (passato) e la maggioranza (presente). Ci sono poi altri soggetti che, pur consapevoli della tradizione e della maggioranza dei contemporanei, vogliono evitare di restarne prigionieri; vogliono inventare modi originali di e-sistere; vogliono affacciarsi al futuro. Per tentare tutto questo non possono procedere a caso, ma devono attrezzarsi: imparare una tecnica che, alla latina, sarebbe un'arte.

c) Come chiamare l'arte di e-sistere?
Nella storia delle civiltà sono state proposte categorie numerose: l’educazione (paideia), la saggezza, la religione, la filosofia, l'etica, la morale... Ciascuna di queste proposte presenta vantaggi e svantaggi. Nell'attesa di una proposta più convincente, senza contro-indicazioni o con contro-indicazioni limitate, mi sono convinto che – nel contesto linguistico contemporaneo – il semantema meno inadeguato potrebbe essere "spiritualità". So bene che il vocabolo evoca concezioni incomplete o addirittura fuorvianti, ma proprio l'esame di alcuni frequenti malintesi può aiutarci a evidenziare le accezioni semantiche migliori.
Chi nomina la spiritualità spesso pensa a una dimensione meta-materiale, meta-corporea. Ma lo spirito è tale in quanto influssa una carne, la permea e la vivifica: una spiritualità autentica, lungi dall'adagiarsi sui dualismi ontologici e antropologici, ne sanziona il superamento definitivo.
Una vita spirituale, come non può dunque essere sessuofobica, schizzinosa, così non può essere individualistica, intimistica. Secondo Hegel, addirittura, è solo nel "noi" collettivo, sociale, che si manifesta lo spirito in quanto tale. Senza necessariamente aderire al suo collettivismo, non possiamo comunque limitare la spiritualità alla sfera interiore del soggetto: silenzio, raccoglimento, concentrazione sono indispensabili quanto insufficienti. L'apertura all'altro, la relazionalità, sono altrettanto costitutive: senza di esse la dimensione spirituale non ha modo di esercitarsi né di esternarsi.
Né spiritualismi unilaterali, dunque, né solipsismi autistici: ancor meno parassitismi. La persona davvero spirituale, integralmente spirituale, avverte l'esigenza di lasciare un segno nella storia, di fecondare la natura e la società con la propria azione: si pensi soltanto all'insistenza dell'idealista Platone sulla necessità di "procreare nel bello" o mettendo al mondo figli mortali o, più ancora, opere (tendenzialmente) immortali.
Spiritualità equivale, insomma, alla formula di Martha Nussbaum circa la "fioritura della persona": tanto più esistenza spirituale quanto più si attualizzano le proprie potenzialità umane. Un'esistenza spirituale è un'esistenza consapevole, critica rispetto a sé e al contesto sociale, memore del passato ma attenta al presente e proiettata sul futuro, aperta ai godimenti fisici e psichici ma pronta ad affrontare sofferenze proprie e altrui. Nel mio Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova, antichissima spiritualità (2015) ho cercato di articolare, e dettagliare, i lineamenti essenziali di una spiritualità autentica.
La proposta di denominare "spiritualità" l'arte d'e-sistere origina dal desiderio di chiarire che essa non può non avere caratteri di "laicità" e di "polifonicità".
Di laicità perché designa una costellazione di atteggiamenti condivisibili e praticabili, anzi auspicabili, dalle donne e dagli uomini di ogni area del pianeta e di ogni orientamento culturale: per individuarli e tematizzarli basterebbe esercitare, in un'ottica di confronto comunitario, la ragionevolezza non offuscata da eccessivi egoismi. Designa una sorta di galateo universale, di grammatica elementare: là dove una simile base di vita spirituale difetta, è lecito dubitare di chi avverte sentimenti religiosi o di chi professa, addirittura, una fede in senso confessionale. No, senza una "spiritualità" laica, "religiosità" e "religione" degenerano in superstizione e in fondamentalismo.
Di polifonicità: una vita spirituale, in senso laico, non può autointerpretarsi come definita, conchiusa. Costitutivamente parziale, cerca stimoli e integrazioni per correggersi, purificarsi, ampliarsi, approfondirsi: quasi uno strumento musicale consapevole di quanto possa essere valorizzato se inserito in una logica orchestrale. Nessuna tradizione spirituale del mondo può illudersi di essere "la" spiritualità umana: ognuna è piuttosto un piccolo corso d'acqua che porta in sé molto fango e qualche pietra preziosa. Chi si riconosce all'interno di una di queste tradizioni (l'induismo, il buddhismo, la filosofia greca, l'ebraismo, il cristianesimo, l'islamismo, il liberalismo, il socialismo...) ha il compito, dunque, di attivare un'auto-critica, di rinnegare il fango, di recuperare la propria pietra preziosa e di metterla a disposizione di una sintesi (per quanto provvisoria) planetaria. La spiritualità, come arte dell'e-esistere, non è alle nostre spalle. Né, pronta-da-portare, in qualche angolo del nostro presente. E' piuttosto l'u-topia che dà senso alla nostra ricerca, intellettuale ed esperienziale, individuale e collettiva.


Augusto Cavadi
Condividi:

22 giugno 2017

Antropologia filosofica e dintorni


Ricevo da Armando Caccamo, un ex-manager di azienda farmaceutica della mia città, la e-mail che copio e incollo qui di seguito.

Caro Augusto,
ho letto l’articolo apparso su “L’Espresso” di domenica 18 giugno 2017 a firma di Andrea Zhok, filosofo ed esperto di antropologia filosofica (che non so di preciso cosa voglia dire), che mi ha fatto riflettere parecchio. L’autore fa un’analisi del pensiero del Novecento e si pone una domanda: nell’epoca della scienza, che ha frammentato i ‘saperi’ (per cui oggi un fisico non conosce neppure l’intera fisica, un biologo neppure l’intera biologia etc... e, comunque, nel migliore dei casi, il fisico conosce solo la fisica e il biologo solo la biologia), quale può essere il ruolo della filosofia?
Nel secolo scorso, afferma l’autore (cito molto liberamente), la filosofia ha paradossalmente accomunato orientamenti filosofici così diversi come la riflessione epistemologica, la storia della filosofia, la critica culturale e l’indagine analitica con l’esito di ottenere una tendenziale rinuncia a “l’orizzonte della sintesi, al tentativo di produrre visioni del mondo, o loro abbozzi”. Da parte sua, il modello su cui è progredita la scienza ha finito per screditare il fulcro del pensiero filosofico e cioè la ricerca di “sintesi razionale di cui si sente acutamente la mancanza”. L’irrazionalismo imperante, tessuto d’informazioni non relate fra di loro, ha fatto proliferare, attraverso i canali d’informazione, personaggi “tuttologi” e “guru autopromossi” che non fanno che confondere ulteriormente le idee a chi, come molti di noi non-filosofi e non-scienziati, già chiare non le ha. In questo contesto, invece, l’indagine filosofica è, o dovrebbe essere, l’unica forma culturale che abbia il dovere, oltre che la possibilità, di  fornire una lettura del presente atta a indicare una visione e un orientamento razionale del mondo. Questo per consentire all’intelligenza di non rassegnarsi al “pluralismo brado” che oggi ci frastorna come mai in passato. 
Tu che ne pensi? Mi piacerebbe un tuo commento.
Nell’attesa, un saluto con affetto e stima.

Armando

* * *

Caro Armando,
ti ringrazio della segnalazione di un articolo che molto probabilmente mi sarebbe sfuggito (non sono da molto tempo un lettore abituale dell’Espresso. Intanto mi tolgo l’incombenza più facile rispondendo alla tua domanda (implicita) su cosa significhi “antropologia filosofica”. L’antropologia è, secondo l’etimo della parola, lo studio dell’uomo e quando s’incontra questo termine ci si riferisce solitamente all’antropologia “culturale” ossia allo studio scientifico delle caratteristiche dell’essere umano in una o in molte o in tutte le società del pianeta e le epoche della storia. Poiché però l’uomo non è solo oggetto delle scienze umane (psicologia, sociologia, etnologia...), ma anche della riflessione filosofica, più raramente si trova la formula “antropologia filosofica”: in termini semplici, lo studio dell’uomo dal punto di vista della filosofia (dunque il tentativo razionale di decifrare il senso dell’esistere dell’uomo nell’universo).
Più impegnativo commentare, come mi chiedi, l’articolo di Andrea Zhok anche perché (mea culpa!) non ho mai letto una riga delle sue opere (di cui, anzi, non ho neppure avuto notizia: ma l’onniscienza non è di noi mortali). Sulla base dei tuoi cenni mi sento di affermare due mie convinzioni, apparentemente contrapposte. Da una parte ritengo che egli abbia ragione nel chiedere a noi filosofi il coraggio di sbilanciarci offrendo delle prospettive complessive sulla realtà (i tedeschi dicono delle visioni-del-mondo): sino alla prima metà del Novecento ancora c’erano pensatori che osavano tanto, ma sempre più è prevalsa la tendenza a occuparsi di micro-problemi filosofici (e, poiché la filosofia non ammette di essere spezzettata dal momento che in ogni frammento ritrova le domande totali, a diventare storia della filosofia, così da potersi dedicare allo studio di un testo della tradizione filosofica o anche solo di una parola particolarmente significativa). Dall’altra parte, però, devo riconoscere che quando la filosofia prova a dare prospettive globali sulla vita e sulla morte, sull’individuo e sulla società, sulla natura e sul divino... rischia di trasformarsi in ideologia: intendo dire in sistema chiuso la cui validità viene cercata sempre meno dal punto di vista della verità e sempre più dal punto di vista dell’efficacia politica. E’ possibile fare filosofia fra il rischio della mera esegesi libresca dei classici e il rischio della costruzione ideologica coerente, compatta, ma protetta dalle obiezioni altrui e disponibile al committente più facoltoso (un imprenditore transnazionale o un partito o un sindacato o una chiesa...)? Non lo so. So però che vale la pena provarci per una ragione radicale: ognuno di noi si costruisce, lo voglia o no, una propria “concezione generale della realtà”. Se non ne prende mai coscienza e non mette la propria “metafisica” (o “teoria complessiva dell’essere”) a confronto critico con le “metafisiche” altrui, rischia di restare prigioniero delle proprie idee; prendendone consapevolezza, con l’aiuto di un filosofo che non abbia il terrore della “metafisica”, potrà accettarle o rifiutarle o correggerle. E vivere con più responsabilità le proprie opzioni di vita quotidiana.
Alla prossima, con altrettanto affetto.

Augusto Cavadi




In apertura: opere dello scultore Franz Xaver Messerschmidt
Condividi: