30 gennaio 2017

"Andarsene" di Augusto Cavadi

Andarsene. Brevi riflessioni sulla morte propria e altrui. Di Augusto Cavadi.
"Andarsene", con sottotitolo "Brevi riflessioni sulla morte propria e altrui" è un libro di Augusto Cavadi, minuto per dimensione imponente nel contenuto, che affronta la non semplice tematica del titolo offrendo all’elaborazione del lettore differenti concezioni e strategie di pensiero e azione all’ineludibile evento che incombe su tutti i vivi.

All’accadimento della morte soggettiva c’è chi opta per il silenzio, una sorta di provvisoria rimozione fintantoché l’inevitabile dato gli irromperà tra capo e collo. Viceversa c’è chi «per mestiere e per passione» affronta filosoficamente la questione, approccio, quest’ultimo, che ha prodotto nella storia dell’umano pensiero molteplici e differenti concezioni che l’Autore perlustra e illustra stringato ma preciso, con taglio prevalentemente pratico (filosofia-in-pratica), ovvero con l’intento, alla larga da intellettualismi, d’offrire sollecitazioni utili al lettore, stimoli che possa addentare con piacere e vantaggio nel concreto, quotidiano, vivere.

Il ventaglio di concezioni analizzate inizia da quella che vede la domanda sulla morte come strutturalmente insensata; mera perdita di tempo per un pseudo-problema; di fronte alla morte «non resta più domanda alcuna: e appunto questa è la risposta» (primo Wittgenstein). Silenzi per nulla banali sui quali, però, il "libriccino" non tace simpatetico, ma tende a coglierne il significato nascosto per «esplicitarne le valenze» (Kierkegaard). Lo fa attraverso Pascal che interpreta tali silenzi, seppur sofisticati, rimozioni: «Gli uomini non avendo potuto guarire la morte […] hanno risolto, per vivere felici, non pensarci»,  dove non pensarci significa perlopiù strategie atte a divertirsi - inteso etimologicamente: volgersi altrove -, magari, insiste Pascal, intrattenendosi a caccia di lepri, non tanto per portare a casa il cadavere del minuto mammifero con le orecchie lunghe, che manco vorremmo regalato, «ma per il trambusto [l’atto del cacciare] che ci distoglie da quel pensiero [l’umana caducità] e da quel pensare».

Un po’ semplicistico? Cavadi non lo esclude appurando che anche chi, invece di distrarsi cacciando lepri, s’impegna in presa diretta nello spaccare il capello in quattro riguardo il morire, in fin dei conti non sia riuscito dare risposte conclusive. Persino «il Buddha sembra voler prescindere del tutto da queste questioni ‘fondamentali’» (Panikkar). A questo punto l'Autore chiede: «difficile sottrarsi al fascino di queste suggestioni: ma non è troppo sottile il confine tra il silenzio che trascende la domanda sulla morte e il silenzio che la elude?» Occorre audacia per non volgere lo sguardo da un’altra parte, coraggio che Leopardi ha tragicamente, al di là delle conclusioni (personale anelare alla "cosificazione" per non soffire), testimoniato nel metodo, sia poeticamente che filosoficamente.

A metà del breve saggio si accenna a un’indagine speculativa del morire, dove tra le righe ci è parso cogliere un’evidente differenza tra l’accadimento dello specifico morire di un individuo reale, da quello de La Morte con l’articolo determinativo, intesa come sommo ente annichilente la realtà; La Morte vista da Epicuro come «un fantasma, un non-ente, qualcosa che non esiste». Il punto è che Epicuro interpreta non-ente oltre a La Morte pure il soggetto defunto: «per quanto riguarda i morti, sono essi stessi a non esserci [più]». Fuori le prove, Epicuro! Ma le prove sono deboli, più consistenti gli indizi che indicano altre possibilità, a iniziare da quelle enunciate da Pirandello, che vede albergare nell’uomo un quid che anela al «di più», indizio che l’uomo trascende il suo apparato somatico. Così anche per Sciascia, che risponde alle raccomandazioni dell’amico razionalista: «Vivi più che puoi perché di vita ne abbiamo una sola» con la seria battuta, non meno razionale, «Perché sei così sicuro? [...] Forse ci sei già stato nell’aldilà e sei tornato?». Come anche le ipotesi di Umberto Eco che scorgono una diretta analogia tra l’umana anima immortale e le sequenze di messaggi che nell’universo elettronico migrano, da supporto a supporto, rimanendo esse stesse. Fino ai classici, dove Platone vede addirittura nel cessare della vita corporea una sorta di guarigione e di recupero dello stato originario.

Nella storia del pensiero che ha indagato, fin dalle origini, il penoso accadimento del personale morire, un dato appare irreprimibile: «ogni ente determinato viene dall’indeterminato e, “secondo necessità”, deve tornare nell’indeterminato.» Da Hölderlin a Teilhard de Chardin, dal naturalismo alla filosofie d’Oriente, si canta tale sommo Funzionamento.

Che tale Funzionamento - sorta di panteismo fagocitante l’individuo - sia Dio? Finanche il Dio della Bibbia? Non possiamo escluderlo a condizione di interpretare l’umano Io mortale (antoprocentrismo, soggettivismo idealistico) coincidente col peccato originale, concezione non esente da rischi di ambiguità che Cavadi coglie nel teologo Drewermann. Messaggio biblico che, agli antipodi, può essere interpretato, nel solco del giovane Hegel, come valorizzazione, in ottica cristiana, di ogni soggetto umano fino alla divinizzazione personale del singolo: «Ogni idea di una differenza di essenza fra Gesù e coloro in cui la fede in lui è divenuta vita e in cui è presente il divino, deve essere rimossa» ma siccome, continua Hegel, «Là dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 10,41), mette in guardia dal delirio di una esaltazione pantocratrice del soggetto che autistico si ergerebbe glorioso sopra tutta la realtà, pertanto precisa: «Gesù si dichiara contro la personalità». Concezioni teoretiche che seppur accattivanti non reggono, ai nostri giorni, il confronto con l’esegesi storico-critica della Bibbia e dei Vangeli, infatti Cavadi ci ricorda che la Bibbia senza mai rilevare o asserire la presenza di una qualche "scintilla divina" infusa nell'uomo «considera ogni singolo individuo umano come "carne" [...] nella sua concretezza storica e nella sua fragilità ontologica», dove «la vita è dunque un’avventura personale che da un Dio "personale" origina». Se le cose stanno così, visto il rapporto tra persone vive, umane o divine che siano, tutto permarrebbe aperto, non sistematizzabile e neppure programmabile.

Prevedibili permangono invece numerosi modelli del post moderno poggiati sul nichilismo esistenzialistico, da Brecht a Celan, da Sartre a Morin autore della giaculatoria: «Siamo perduti», tanto devoti al dio "Nulla" da rasentare la mistica.

Il libro termina con indicazioni di lettura, valorizzando testi di operatori sanitari (Heath, Vitullo), che della morte hanno rendicontato la quotidiana esperienza ravvicinata. L’input è dato, che il lettore elabori.

"Andarsene - Brevi riflessioni sulla morte propria e altrui", Augusto Cavadi, Diogene Multimedia.


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22 gennaio 2017

Parole di plastica

Filosofia per la vita - Parole di Plastica, di Anna Colaiacovo.

L’impoverimento e l’omologazione della lingua a cui da tempo assistiamo sono sintomi di una malattia già diagnosticata in Italia, negli anni Sessanta, da Pasolini e Calvino. Di quale lingua parliamo? Della lingua della comunicazione quotidiana che rappresenta il codice primario all’interno del quale il flusso della realtà acquista un senso. É, infatti, la condivisione di uno stesso codice che rende possibile la relazione all’interno di una comunità, perché la lingua vivente non è solo un mezzo di scambio utile per trasmettere messaggi, è anche un orizzonte di senso e una creatrice di legami. Normalmente le parole del linguaggio quotidiano, pensiamo ad esempio alla parola ‘amore’, hanno un significato molto ampio che diventa preciso e concreto in relazione a un contesto determinato e alle sfumature che il parlante attribuisce loro; in questo modo il soggetto conserva ampi margini di libertà e ha la possibilità di cogliere la complessità del reale.

Nei regimi totalitari del secolo scorso è  accaduto qualcosa di inedito, è stata creata una neolingua artificiale che, attraverso la ripetizione di singole parole o di intere frasi milioni di volte, ha reso possibile la trasformazione della lingua vivente in una lingua modulare e ha reso estremamente difficile l’articolazione di una diversa visione del mondo. “Il modulo è un elemento costruito in serie, con caratteristiche omogenee, che permette soluzioni di assemblaggio molto varie. (...) Con il parlare modulare la competenza comunicativa diventa una competenza burocratica”. E’ come se si dovessero semplicemente riempire le parti lasciate in bianco nel modulo con le risposte già previste dalla burocrazia. E’ stata così attuata dai regimi totalitari una semplificazione brutale del linguaggio. In questo modo la comunicazione diventa un puro e semplice mezzo di trasmissione e il messaggio diventa un ordine: scompare la possibilità di immaginare un ‘altrimenti’. E’ questo un tema trattato ampiamente nel famoso libro di Orwell ‘1984’. In tempi più recenti, Uwe Pörksen ha ripreso le analisi di Orwell in un libro quanto mai attuale (pur se scritto nel 1988 e pubblicato in italiano nel 2011), dal titolo emblematico: “Parole di plastica: la neolingua di una dittatura internazionale”.

Riferendosi alla lingua che parliamo nell’attuale stadio della storia dell’Occidente - dal punto di vista della pervasività del linguaggio, non esiste una sostanziale differenza tra dittatura e democrazia - Pörksen si sofferma sulla diffusione di quelle che definisce ‘parole di plastica’ cioè parole che, presenti da molto tempo nel linguaggio comune,  sono state fatte proprie dalla scienza, per poi essere reimmesse nel linguaggio colloquiale. Nel momento in cui le parole di uso comune, che hanno una grande plasticità semantica in funzione dell’uso concreto, emigrano nell’ambito scientifico diventano termini tecnici, utilizzati dagli esperti. Quando, attraverso il sistema dei media, tornano nel linguaggio colloquiale, colonizzandolo, il loro significato diventa vuoto e generico, anche se conservano l’aura della scientificità e del prestigio. Come i mattoncini Lego, queste parole possono combinarsi in molti modi e consentono di costruire qualcosa che sembra oggettivo, ma  in realtà tolgono il potere di definizione a colui che parla, sono povere di contenuto, disancorate dalla storia e dietro l’apparente neutralità nascondono comandi,  prescrizioni.
Ecco alcune parole prese in esame da Pörksen: sviluppo, sessualità, comunicazione, identità, progresso, informazione. A queste potremmo aggiungerne, oggi, molte altre: tanti mattoncini che, come crescita, ripetute come un mantra negli ultimi tempi, plasmano la nostra idea di mondo, dal momento che l’aura di scientificità che le caratterizza impedisce una loro problematizzazione. Ma da quali settori provengono le parole di plastica? Veicolate dagli ‘esperti’, che diventano i custodi del ‘senso’ della vita,  partono dai vari settori della scienza, della tecnica e dell’economia e, tramite i mezzi di comunicazione di massa, conquistano la società. Sono parole che hanno la capacità di  ristrutturare la comunicazione tra i parlanti e di costruire un nuovo modello di realtà. Non c’è da stupirsi, quindi, se oggi il linguaggio configura un pensiero unico che spinge ad accettare la realtà come immodificabile, facilita la diffusione del ‘si fa’, ‘si dice’ che caratterizzano, secondo Heidegger, la vita inautentica e spengono la singolarità di ognuno... pur esaltando l’individuo (consumatore!).

Anna Colaiacovo
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18 gennaio 2017

Corpo a corpo con il dolore

Filosofia per la vita: Augusto Cavadi recensisce 'Fuori dalla festa. Riflessioni antropologiche sull’esperienza del dolore', di Emanuele Chimienti.
Fra le numerose tragedie che incrociano, prima o poi, le vicende esistenziali di ciascuno di noi rientrano certamente le malattie cerebrali. Ed è difficile stabilire, in questi casi, se a soffrirne di più sono i soggetti colpiti o i familiari che ne assumono la cura. Tra questi ultimi, alcuni si chiudono in un dignitoso silenzio e sopportano, in solitudine, il calvario; altri trovano il coraggio ulteriore di riflettere su ciò che vivono, di metabolizzare la tremenda esperienza e di offrire ad altri qualche indicazione di senso. E’ questo il caso dello psicologo e psicoterapeuta pugliese Emanuele Chimienti che nel prezioso Fuori dalla festa. Riflessioni antropologiche sull’esperienza del dolore (Lecce 2016, pp. 80, disponibile presso l’autore telefonando allo 0832.390547) ripercorre, con profondità sapienziale coniugata a delicatezza di tratto, gli ultimi quindici anni trascorsi accanto alla moglie Rosanna, colpita dall’invalidante morbo di Alzheimer.
E’ vero, ammette l’autore senza difficoltà: quando il dolore bussa alla nostra porta, la reazione più immediata è di “protestare o girare la testa”. E’ quanto egli stesso ha sperimentato all’impatto con la malattia della moglie. Ma è possibile – e auspicabile – un altro atteggiamento: “entrare per la sua porta stretta e attraversarlo”. Infatti, “se lo accettiamo, il dolore non ci schiaccia; e se ci lasciamo accogliere, ci offre i suoi doni inattesi”.
Solo a una considerazione superficiale questo genere di pensieri può essere identificato come sintomo di dolorismo (forse traccia delle precedenti convinzioni dell’autore che è stato anche presbitero della Chiesa cattolica). In realtà si tratta di idee maturate da una prospettiva assolutamente laica (se, con l’aggettivo, intendiamo – come sarebbe corretto – indicare un’ottica di ragionevolezza, di ponderazione, di apertura a tutte le ipotesi interpretative dell’enigma insondabile che è la nostra esistenza): una prospettiva che, in altri scritti, Chimienti definisce, con felice neologismo, dell’«Oltrove», in quanto oltre le confessioni religiose tradizionali e i sistemi dottrinali codificati. In questa logica si smette di “identificare la Vita esclusivamente con la gioia” e, conseguentemente, “il dolore come qualcosa di estraneo, opposto e nemico della Vita”; si impara, piuttosto, a scoprire che Essa è “un fiume che scorre tra due sponde, non una: la sponda della gioia e la sponda del dolore”. Quest’ultimo, il dolore, non va considerato come “un nemico della vita: una noxa da eliminare (scienza), una maledizione da redimere (religione)”, quanto “una parte intrinseca della Vita” che “può contenere ed offrire elementi preziosi di vita” (dove la maiuscola indica il riferimento, al di là delle particolari vicende biologiche, al “Soffio vitale che anima l’universo”). Esso ci spoglia di tutto ciò che è superfluo e ci sollecita a concentrarci sull’essenziale per cui può aprirci (la possibilità di chiuderci ancora di più nel nostro egoismo è inseparabilmente imminente) a “un nuovo tipo di gioia: quella che molti saggi, uomini e donne, di luoghi, culture e tempi diversi dichiarano possibile non come qualcosa che si prova, ma come qualcosa che si è; non come qualcosa che si ha, ma come qualcosa che ci ha. Una realtà che non ci annienta assorbendoci, ma che, effondendosi, ci espande”.
Proprio il riferimento dell’autore stesso ad altre culture del pianeta attesta che egli non ha alcuna pretesa di offrire una visione della sofferenza radicalmente originale. Ciò che rende originali, e illuminanti, queste pagine è – a mio avviso – il tono sommesso, confidenziale, di chi scrive ex abundantia cordis: non per insegnare verità astratte ma per testimoniare convinzioni foggiatesi gradualmente al crogiuolo di una lacerante esperienza autobiografica di cui sono frutto e, in qualche impalpabile misura, lenimento.


Augusto Cavadi


"100Nove", 12.1.2017
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12 gennaio 2017

Non sprechiamo tempo, la partita è aperta

Pereunt et imputantur

In questi giorni è tutto un intreccio di auguri. Le formule variano, i mezzi tecnici pure, ma la sostanza resta: che il 2017 sia migliore dell’anno che si chiude. Dopo l’imbarazzo del natale (non si sa mai come possa reagire l’interlocutore islamico o induista o ateo), si allentano le precauzioni: sembra il momento dell’augurio più laico, più universale, più condiviso.
Se consideriamo questi scambi come segni di buona educazione non c’è questione. Un po’ come quando chiediamo al vicino di casa: “Come va?” E’ un gesto di cortesia che verrebbe rovinato da una risposta sincera e dettagliata, con l’elenco completo delle disgrazie personali, che andasse al di là di un “Tutto bene, grazie”.
Ma se, per raptus filosofico, ci soffermassimo a pesare le parole, per rintracciarne il significato profondo, si aprirebbero interrogativi spaesanti. Già: a ben rifletterci, che senso ha l’augurio di un anno migliore?
Se avessero ragione quanti vedono nella storia un’ineluttabile degradazione entropica, un processo necessario e inarrestabile verso il freddo e il silenzio del nulla, l’augurio di capodanno suonerebbe beffardo o patetico. Per la cultura nichilista – che non è la cultura del nostro tempo, ma che certo ne rappresenta una fetta rilevante – “niente di nuovo sotto il sole”. Com’è scritto in una pagina della Bibbia che sgomenta (non è un caso se nelle chiese si tende a non evocarla dal pulpito), “il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana: gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna. (...) C’è forse qualcosa di cui si possa dire: ‘Guarda, questo è una novità?’. Proprio questa è già stata nei secoli che ci hanno preceduto” (Qoèlet, 1,10). Nietzsche ne ha ripreso il messaggio al tramonto del XIX secolo: “Tutto va, tutto ritorna; la ruota dell’esistenza gira eternamente. Tutto muore, tutto rifiorisce...”. In questa prospettiva, radicata nella mentalità anche di molti che non hanno mai aperto né Antico Testamento né Nietzsche, la partita è stata decisa già in anticipo, a tavolino: possiamo recitare soltanto un copione scritto prima – e senza – di noi. L’unica libertà possibile, direbbero gli Stoici greci o il moderno Spinoza, è acconsentire saggiamente alla necessità del fato, aderire alla legge ineluttabile del destino, accettare con animo rassegnato ciò che non ci è dato di evitare.
Né l’augurio di capodanno ha molto più senso in una prospettiva – in un certo senso opposta, ma non meno diffusa della precedente – lineare, ‘progressista’, ottimistica, secondo la quale il nuovo è, per definizione, migliore dell’antico e il domani non può che essere, per principio, più gratificante dell’oggi. Se veramente fosse così, se veramente la storia si sviluppasse come evoluzione necessaria, continua, inarrestabile, non sarebbe ogni espressione augurale superflua? Non è molto logico ‘auspicare’ che, per un nostro interlocutore, l’estate subentri alla primavera o l’alba alla notte stellata. Le rivoluzioni, come le eclissi di sole, non si sperano: si prevedono. Le tre grandi culture a cui si sono formati i maestri della mia generazione (idealistica, positivistica e marxista) hanno alimentato questa immensa illusione, preparando – di delusione in delusione – la strada alla disperazione attuale.
Forse, allora, scambiarsi l’auspicio di un anno migliore implica una diversa interpretazione della storia: rappresentata non più come il serpente che si morde la coda né come una locomotiva che sfrecci di trionfo in trionfo, ma – se mai – come una linea spezzata, con alti e bassi, slanci e cadute, anticipi e regressioni. Una storia in cui niente è impossibile a priori, né di positivo né di negativo, perché momento per momento tutto dipende dall’intersezione di miliardi di libertà finite. Una storia che può sorprendere, in meglio o in peggio, perché nessuna legge intrinseca e aprioristica la determina unidirezionalmente. La stessa Trascendenza, se c’è, non può – o non vuole –  forzare la volontà delle creature. Davvero, per dirla con De Gregori, “la storia siamo noi”. Perché, pur influenzati da molteplici fattori, non ne restiamo del tutto annichiliti, ridotti a rotelle di un meccanismo anonimo e implacabile.
Questa prospettiva è affascinante, ma anche scomoda. L’anno, che si apre senza il nostro ‘permesso’, non si chiuderà senza il nostro concorso. La nostra vita personale, come la situazione in Europa o nel mondo, dipenderà anche da quel poco che ciascuno di noi avrà saputo costruire. Per quanto condizionata, la nostra libertà permane: e siamo responsabili di ciò che facciamo come di ciò che tralasciamo (o rinviamo a data da destinarsi). Solo perché la partita è aperta, ha senso scambiarci gli auguri: non dunque invito al fatalismo, ma appello alle risorse – inesplorate – che giacciono, inutilizzate,  nella società e, in ultima analisi, nel cuore di ciascuno di noi. Non riesco a immaginare, per me e per gli altri, augurio più vero: che nessuno sprechi il tempo, prezioso ma non inesauribile, che gli è concesso. Nella mia città, Palermo, sulla facciata del Municipio (foto in alto), proprio sotto l’orologio che segna il lento scorrere delle ore, è incisa la più trascurata delle avvertenze: Pereunt et imputantur. Sì, passano: e di ciascuna dovremo rendere conto. Che ci si aiuti a raccogliere gli appelli della storia affinché, insieme, si possa “lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato” (Baden Powell). Il futuro ci è dato come dono, ma anche come compito: che nessuno abbia a pagare l’ingratitudine nei confronti della Vita col fallimento della propria esistenza.


Augusto Cavadi


"Diogene Magazine", nn. 40-41 / dicembre 2016 - gennaio 2017-01-11
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Legami liquidi

Zigmunt Bauman

Con la morte di Zigmunt Bauman, perdiamo un grande intellettuale che nei suoi testi ha analizzato e denunciato, con uno sguardo non solo sociologico, ma anche antropologico e filosofico, i caratteri della fase storica che stiamo attraversando. L’ha definita modernità liquida, il termine è entrato talmente nell’uso comune che francamente oggi se ne abusa.
Perché liquida? Perché i liquidi non conservano a lungo la propria forma, non fissano lo spazio, hanno bisogno di contenitori, di forme esterne per mantenere una coesione interna.
La prima fase della modernità, quella solida, era fondata su istituzioni durevoli e stabili, su un controllo razionale dello spazio e del territorio, sulla negoziazione dei diritti. Dal punto di vista dell’individuo, era basata sulla fiducia: nelle proprie capacità (posso imparare a fare qualcosa), negli altri (ciò che ho appreso mi viene riconosciuto) e nelle istituzioni, nella loro stabilità (garantiranno che ciò che ho costruito nella mia vita varrà anche domani).
La società della modernità liquida, la nostra, è caratterizzata, invece, da una erosione della politica a scapito dell’economia: da leggi di mercato spietate e da istituzioni che non sono in grado di regolarne gli effetti (il mercato non persegue alcuna certezza, anzi prospera sull’incertezza). Oggi dominano la precarietà e la sfiducia che Bauman ben rappresenta attraverso una metafora:

“L’insicurezza odierna assomiglia alla sensazione che potrebbero provare i passeggeri di un aereo nello scoprire che la cabina di pilotaggio è vuota”.

E quei passeggeri come potrebbero comportarsi?
Se la precarietà è dappertutto e rende incerto il futuro, il problema non è più quello di avere forze sufficienti per raggiungere un obiettivo domani, come avveniva nella modernità solida, ma nell’essere continuamente vigili sulle strade percorribili (opportunità?), oggi. Privo di riferimenti certi, l’individuo deve agire in tempi rapidi, sempre pronto al cambiamento, in un continuo calcolo di costi e benefici. Da un lato, rispetto al passato, ha certamente margini di libertà e flessibilità più ampi, ma, dall’altro, è esposto al rischio continuo di cadere nell’ansia da prestazione, perché, sul piano concreto, le libertà sono limitate e gli altri vengono percepiti come ostacoli per la sua affermazione.
In un mondo di esperienze frammentate, gli individui hanno in comune la tendenza ai rapporti discontinui, ai legami deboli, facilmente gestibili e di breve durata, ma l’unico gestore dei legami - pensiamo alla rete di internet con i relativi nodi - rimane il creatore stesso che ne ha il controllo e che può cancellare l’altro in un istante. Naturalmente, però, tutti gli individui hanno le stesse possibilità e da qui nasce una grande insicurezza.
Le relazioni, quando si creano, devono potersi sciogliere facilmente perché sono viste come un impedimento verso altre opportunità; più che di legami, possiamo parlare di connessioni. Connettere e disconnettere è facile, e la facilità viene scambiata per libertà, massimo valore di un individuo che tende a investire le proprie energie emotive nel culto di sé e della propria immagine.

L’analisi di Bauman è catastrofica o rappresenta bene il mondo in cui viviamo? Inoltre, rispecchia la situazione italiana o i legami familiari da noi resistono, nonostante tutto? Certo, c’è un segnale incontrovertibile della precarietà e della sfiducia nel futuro nel nostro paese, anche se le cause del fenomeno possono essere tante: il crollo delle nascite.


Anna Colaiacovo
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8 gennaio 2017

Le pratiche filosofiche

Caffè filosofico

Le pratiche filosofiche si stanno diffondendo moltissimo nel nostro tempo. Quale funzione hanno? Nell’ultimo numero della rivista Diogene Magazine (n. 40-41) provo a rispondere a questa domanda. Riporto qui una parte dell’articolo.

L’essere umano ha bisogno di nutrirsi, ha bisogno di sicurezza, ma ha anche bisogno di trovare un senso alla propria esistenza e al centro dell’interesse filosofico c’è la vita, ci sono le grandi domande dell’uomo sul senso del vivere. Eppure, quando si pensa alla filosofia, si pensa a qualcosa di astratto che ha poco a che fare con la nostra quotidianità e il filosofo è considerato un professionista teorico che lavora nelle Università, spesso poco comprensibile. Ma se torniamo alle origini, alla Grecia del V sec. a.C., e pensiamo a Socrate, a colui che viene considerato il fondatore del pensiero filosofico, i conti non tornano. La filosofia era una pratica di vita e Socrate era uno che se ne andava in giro per Atene a ‘tormentare’ i suoi concittadini con le sue continue domande: che cosa è il bello; che cosa è il vero, che cosa è il giusto etc. In questo modo instaurava un dialogo che puntava alla messa in discussione di ciò che all’interlocutore appariva ovvio, scontato. La maieutica socratica era un modo per risvegliare la coscienza assopita nella routine... Le pratiche filosofiche che si sono diffuse negli ultimi anni, dai Caffè filosofici alla Philosophy for children e alla Consulenza filosofica, rappresentano un ritorno alla filosofia delle origini. In particolare i caffè filosofici hanno la funzione di mettere in discussione idee consolidate, di risvegliare lo spirito critico, di riportare la filosofia nei luoghi pubblici.
I nostri pensieri, le nostre idee danno un senso alla nostra esistenza, determinano il nostro modo di essere al mondo, sono  responsabili del nostro modo di agire, di gioire e di soffrire. Li abbiamo acquisiti durante il corso della nostra vita, attraverso l’educazione e l’ambiente sociale di riferimento, e spesso e volentieri non li mettiamo in discussione perché sono diventati ovvi. Corriamo così il rischio di lasciarci imprigionare dai nostri stessi pensieri soprattutto oggi, epoca dell’individualismo di massa, dominata dal  ‘pensiero unico’ di stampo neoliberale. In questo modo, considerando che Il pensiero ha bisogno del confronto dialettico per potersi attivare, perdiamo la capacità e il piacere di ‘pensare’. La civiltà odierna è tenuta insieme dalle idee e dalle parole del business: solo queste sono universali, penetrano in ogni nostro discorso e modellano i nostri comportamenti. Il loro potere è stato interiorizzato al punto tale che pervadono ormai ogni aspetto della nostra vita. Come sostiene il premio Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz: «abbiamo permesso ai mercati di modellare la nostra economia e, nel frattempo, di contribuire a modellare le persone e la società. È venuto il momento di chiederci se sia davvero quello che vogliamo».
Le pratiche filosofiche possono  facilitare la risposta a questa domanda perché stimolano il dubbio e la ricerca di soluzioni nuove.

Anna Colaiacovo
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7 gennaio 2017

I Corso di teologia critica - Palermo, Gennaio/Febbraio 2017


I Corso di teologia critica - Palermo, Gennaio/Febbraio 2017

Motivazione di fondo del Corso: La pace fra i popoli presuppone la pace fra le loro differenti religioni. Ma la pace fra le religioni non è possibile senza un minimo di conoscenza reciproca. (Questo, in sintesi, il programma della Fondazione per un’etica mondiale di Hans Küng).

Sede: Casa dell’equità e della bellezza, via Nicolò Garzilli 43/a, Palermo

Date: Mercoledì 11 gennaio 2017 ore 18,15 – 19,45
(le altre tre date, con i relativi orari, saranno concordate al termine della prima riunione sulla base delle preferenze dei presenti)

Relatori: Andrea Cozzo e Augusto Cavadi (http://www.augustocavadi.com)

• Linee essenziali dell’induismo
• Linee essenziali del buddhismo
• Buddhismo e cristianesimo
• Il politeismo greco

Partecipazione: La partecipazione è riservata agli iscritti; per prenotarsi inoltrare richiesta via email a: a.cavadi@libero.it

Quota di iscrizione: Euro 30,00 per i 4 incontri. Ogni singolo incontro euro 10,00. Chiunque abbia difficoltà finanziarie può notificarlo all’organizzazione per le debite facilitazioni. Per i soci sostenitori del “Centro di ricerca esperienziale teologica laica”* l’iscrizione è gratuita.

Testo suggerito: F. Dipalo, Introduzione al pensiero buddhista, Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 145, euro 10,00.

(*) CENTRO DI RICERCA ESPERIENZIALE TEOLOGICA LAICA

Il 1° gennaio 2017 si è costituito a Palermo (presso la “Casa dell’equità e della bellezza” in via Nicolò Garzilli 43/a, all’angolo con via Enrico Parisi) il “Centro di ricerca esperienziale teologica laica”. E’ un luogo aperto a tutte le persone che, a prescindere dall’eventuale appartenenza a una comunità confessionale (ebraica, cristiana, islamica o altro) e dalle convinzioni in campo religioso (eventualmente agnostiche o atee) desiderino contribuire a una ricerca collettiva sul divino, sia a livello teorico di indagine teologica sia a livello  di sperimentazione pratica. In concreto il Centro prevede di offrire:
• Seminari sulle ricerche teologiche contemporanee
• Week-end di spiritualità laica
• Giornate comunitarie (“Le domeniche di chi non ha chiesa”)
• Conferenze di esperti ospiti
• Presentazione di libri
• Cenette teologiche per non…teologi
• Ritiri di meditazione e proposte di nuove forme di preghiera liturgica

Un Consiglio scientifico (estensibile per cooptazione su auto-candidatura di volontari) ha il compito sia di progettare iniziative sia di vagliare le proposte che potranno provenire dai simpatizzanti.

Il Centro si basa sui contributi finanziari dei sostenitori. La quota minima per diventare sostenitore è di euro 10,00 al mese. La lista dei sostenitori in regola con i versamenti sarà resa pubblica ai frequentatori del Centro di ricerca.

Il Centro di ricerca non ha in quanto tale scopo di lucro e i sostenitori avranno ingresso libero a tutte le iniziative. In alcuni casi, per auto-finanziarsi, il Centro di ricerca  potrà prevedere modesti contributi di partecipazione per i non-sostenitori.
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