MANUALE PER VIP
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
«Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa! Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza"...»
Dal post introduttivo ►
CENETTE FILOSOFICHE PER NON... FILOSOFI
(DI PROFESSIONE)
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Cenette Filosofiche
Nel 2003 alcuni partecipanti abituali alle “Vacanze filosofiche” estive¹, e residenti nella stessa città (Palermo), abbiamo esternato il desiderio di incontrarci anche nel corso dell’anno, tra un’estate e l’altra. Da qui l’idea di una cenetta quindicinale presso lo studio legale di uno di noi, Pietro Spalla, che si sarebbe incaricato di far trovare un po’ di prodotti da forno e qualche bevanda. Appuntamento alle ore 20:00 (in martedì alterni) per accogliersi a vicenda e mangiucchiare ciò che si trova sulla tavola: dalle 20:30 alle 22:00, poi, lo svolgimento dell’incontro.

La metodologia che abbiamo adottato è molto semplice: chiunque del gruppo propone un testo che si presti ad essere letto in chiave di filosofia-in-pratica (dunque non solo un classico del pensiero filosofico, ma anche un romanzo o un trattato di psicologia, un saggio di astrofisica o di botanica) e, se la maggioranza lo accetta, diventa nelle settimane successive il testo-base delle conversazioni. In esse non sono graditi gli approfondimenti eruditi (tipici dei seminari universitari) perché si vorrebbe dare spazio alle riflessioni personali, alle risonanze esistenziali e alle incidenze sociopolitiche, suggerite dal testo adottato. Uniche condizioni per la partecipazione: aver letto le pagine del libro che il gruppo si assegna di volta in volta per la riunione successiva (se non si fosse riusciti a farlo in tempo, si è pregati di assistere in silenzio) e intervenire evitando i toni polemici nei confronti dei presenti che abbiano espresso convinzioni, esperienze, ipotesi interpretative differenti dalle proprie².

La pandemia del Covid-19 ha costretto la piccola comunità di ricerca filosofica a sospendere gli incontri in presenza e a sostituirli con sessione in video-conferenza: certamente una riduzione della qualità delle relazioni fra i partecipanti, ma anche l’apertura di possibilità sino a quel momento inesplorate. Così amiche e amici di varie regioni italiane si sono collegati via internet e questa modalità di interazione ha finito col sostituire del tutto le cenette in presenza. Ci si vede direttamente alle 20:30 collegandosi mediante un link che Pietro Spalla trasmette a chiunque faccia richiesta di essere incluso nell’apposita mailing list (spalla.pietro@gmail.com).

La mailing list è diventata, sempre più, un luogo di scambi tra una cenetta e la successiva: scambi di opinioni, di commenti, di suggerimenti bibliografici, di battute umoristiche, di informazioni su eventi culturali... In questa molteplicità di interventi occasionali, non ne mancano alcuni meno estemporanei, di una certa consistenza e di un certo rilievo, che probabilmente meritano di non essere seppelliti nelle ondate di e-mail che si accavallano di giorno in giorno (talora di ora in ora).

Da qui l’idea di aprire in questo blog – www.filosofiaperlavita.it – un’apposita rubrica – “Cenette filosofiche per non... filosofi (di professione)” – che metta a disposizione, per un lasso di tempo più lungo e soprattutto per un pubblico potenzialmente più ampio, i contributi che i sostenitori finanziari della rubrica riterranno opportuno segnalare³.

Augusto Cavadi


¹ Cfr. https://vacanze.filosofiche.it
² Cfr. “Cenette filosofiche” in A. Cavadi, Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2016, pp. 282-284.
³ Attualmente i rimborsi delle spese di gestione di questa rubrica sono sostenuti da Caccamo A., Cavadi A., Chiesa L., Cillari E., D’Angelo G., D’Asaro M., Di Falco R., Enia A., Federici G., Galanti M., Gulì A., Leone R., Oddo G., Palazzotto A., Paterni M., Randazzo N., Reddet C., Salvo C., Spalla P., Spalla V., Santagati G., Ugdulena G., Vergani B., Vindigni E. Chi desiderasse aggiungersi al numero dei sostenitori può contattarmi alla e-mail a.cavadi@libero.it
Visualizzazione post con etichetta Consapevolezza. Mostra tutti i post
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17 aprile 2020

Pandemia e altre calamità: un "peccato" tutto moderno

• Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita - Peccato originale

Dai tempi di Sant'Agostino (IV–V secolo), sino a quando andavo al catechismo per prepararmi alla Prima Comunione, alla domanda sul perché avvenissero cataclismi, terremoti, eruzioni vulcaniche, pestilenze e disastri naturali simili, la Chiesa cattolica rispondeva: "Conseguenze del peccato originale compiuto da Adamo ed Eva". Il padre della Chiesa africano, immigrato a Milano, aveva dato la formula-chiave: "Da quando l'anima si è ribellata a Dio, il corpo si è ribellato all'anima e la natura si è ribellata al corpo". Secondo molti teologi contemporanei questa spiegazione non regge più per almeno due ragioni.
La prima è che, studiando la Bibbia con metodi esegetici rigorosi, si scopre che essa non insegna questa concatenazione di cause ed effetti: trasformare un racconto mitologico (i progenitori nel giardino dell'Eden) in resoconto storico di un evento effettivamente avvenuto (e, per giunta, dalle conseguenze disastrose perenni) è stato un errore madornale.
La seconda ragione è che l'evoluzione delle scienze antropologiche rende incredibile la tesi che una coppia primitiva, appena un po' più evoluta dei primati, abbia potuto rendersi responsabile di scelte catastrofiche per la propria esistenza e per il destino di miliardi di discendenti umani.
La dottrina del peccato "originale", scartata come dispositivo argomentativo per spiegare i fenomeni naturali che provocano enormi danni agli esseri umani (anche se si tratta di fenomeni che hanno una propria logica e svolgono una funzione evolutiva), va dunque gettata nel cestino dei rifiuti? Sinceramente penso di no.
Essa, del tutto inaccettabile se si tratta di spiegare – teologicamente o filosoficamente o scientificamente – i comportamenti della natura, se interpretata metaforicamente, aiuta a capire come mai quei comportamenti fisiologici (in sé innocenti) comportino per noi esseri umani degli effetti tanto dolorosi. La pandemia di questi giorni ne costituisce una chiarissima, anche se amara, conferma.
Infatti che uno dei milioni di virus circolanti sul pianeta – milioni di anni prima della comparsa di noi umani – possa attecchire su organismi animali (dai pipistrelli ai suini, dai felini a noi) è un fenomeno in sé 'normale', come è 'normale' che le piogge provochino l'ingrossamento di fiumi e ruscelli, sino al punto da farli esondare sui terreni adiacenti: questi fenomeni non possono certo essere addebitati a chi sa quali peccati compiuti, milioni di anni fa, da sconosciuti progenitori abitanti in caverne.
Che tali contagi avvengano in condizioni artificiali di mercati igienicamente precari (nei quali dei viventi – capaci, come e talora più di noi, di sofferenze – vengono trattati come cose inanimate e insensibili) o che esondazioni distruggano case e stalle, soprattutto vite umane e di altri animali, non ha invece nulla di 'normale': è scandalosamente patologico.
Ma accadrebbe se generazioni di cittadini rispettassero le leggi statuali e se, più radicalmente, le leggi degli Stati rispettassero le leggi della Natura?
Questa duplice insubordinazione possiamo anche chiamarla con termini meno teologicamente caratterizzati del vocabolo "peccato"; possiamo chiamarla arroganza, tracotanza, colpa, illegalità o a-legalità, delirio di onnipotenza, oblio dei propri limiti ontologici, ubriacatura antropocentrica, disprezzo della logica, ignoranza scientifica, sete smisurata di profitti, complicità nella corruzione tra governanti e governati... possiamo chiamarla come vogliamo ma, nella sostanza, è proprio ciò che indica il vecchio semantema "peccato". ll peccato non solo di altri, ma anche nostro: secondo una felice espressione di Sant'Agostino (più bravo come retore che come teologo), "Adamo è mio padre, Adamo sono io, Adamo è mio figlio".
Già all'alba della Modernità il filosofo inglese Francis Bacon avvertiva che la natura la si comanda solo obbedendole. In tantissimi campi (dall'inquinamento atmosferico all'insozzamento degli oceani con rifiuti plastici) istituzioni e privati – quasi re Mida maledetti – stiamo allegramente pervertendo tutto ciò che arriviamo a toccare.
Possiamo continuare a sorridere ironicamente di "virtù" come la sobrietà, la capacità di autocontrollo, la temperanza, il gusto contemplativo, il rispetto delle leggi naturali e positive..., ma non possiamo pure stupirci se ogni tanto paghiamo il conto di tanta irresponsabilità. Non tutti allo stesso livello, ma tutti in qualche misura, siamo gli assassini di delitti vicini o lontani nello spazio e nel tempo. E' comodo versare, a puntate, lacrime di coccodrillo (soprattutto quando la morte si insinua nelle zone del pianeta ad alto tenore di vita economico: alle tragedie di tutte le altre ci si rassegna facilmente...).
Efficace, però, solo la "conversione" – qui e subito – verso stili di vita individuale e di governo pubblico che la saggezza laicamente alimentata dall'informazione scientifica ci impone ancor prima di eventuali consapevolezze religiose.
Perciò non riesco a condividere l'augurio, circolante in queste settimane, che "tutto torni presto come prima". Sarebbe terribile! Come si è augurato il mio amico Fabio Bentivoglio, dobbiamo sperare che nulla torni come prima e che da subito si faccia, in moltissimi campi e a vari livelli di responsabilità, l'esatto contrario di ciò che abbiamo fatto sinora.


Augusto Cavadi


In apertura illustrazione di David Otto
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27 settembre 2018

Mauro e Augusto alla ricerca di Dio

Manuale per Vip, rubrica a cura di Augusto Cavadi.
Caro Augusto,
vorrei passarti alcuni appunti sulla fase attuale della mia ricerca di Dio.
Mi pare che sulla questione si possano dare due – e solo due – ipotesi: dio c'è o dio non c'è.
Esaminiamole distintamente.
Prima ipotesi: dio non c'è. Non esiste nessuna entità trascendente, nessuna persona, nessun regolatore-legislatore. In questa ipotesi io vedo due casi:
• Il cosmo, l'universo, tutto ciò che vediamo e non vediamo, esiste semplicemente e ogni cosa si regola in base all'interazione casuale tra tutti gli esseri e senza un senso preciso e le leggi naturali non sono che nostre interpretazioni nel tentativo di dare un senso a ciò che semplicemente è, esiste.
• Tutto ciò che esiste interagisce seguendo precise regole e leggi universali, in un unico sistema in qualche modo (pre)ordinato.
Ma senz'altro se ne possono dare altri.
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21 settembre 2018

Selfie-mania

Filosofia per la vita - René Magritte, Il falso specchio
René Magritte, "Il falso specchio" (1928), olio su tela

Forse Steve Jobs non pensava, inserendo sui suoi smartphone la fotocamera frontale, di dare avvio a comportamenti così compulsivi e diffusi come quelli che vediamo quotidianamente. Fotografarsi e condividere le foto sui social network è diventata, oggi, una vera e propria mania.
Che cosa spinge persone di tutte le età a farsi un selfie nelle condizioni e nei luoghi più impensati? Che senso ha fotografarsi durante un funerale (è accaduto anche questo!) o in una situazione talmente precaria da mettere a rischio la propria vita? Certo, in questi comportamenti la componente narcisistica è molto forte, ma, accanto al bisogno di rappresentazione di sé, c'è un'esigenza altrettanto forte di condivisione sociale. Convivono il bisogno di specchiarsi e di testimoniare la propria presenza agli altri.
C'è, in definitiva, un problema di identità.
Nel processo di costruzione dell'identità, lo stadio dello specchio (studiato da Lacan) è un passaggio fondamentale. L'essere umano, quando nasce, non è dotato, come gli animali, di istinti che  garantiscono l'adattamento al mondo esterno. La relazione con il mondo, tra l'organismo e l'ambiente, è mediata dall'immaginario. Il bambino, tra i sei e i diciotto mesi, di fronte a uno specchio, all'inizio cerca di afferrare l'immagine che gli appare, come se si trattasse di un oggetto reale. Poi si rende conto che è un'immagine. Infine che è la sua immagine, diversa dalla madre che è con lui. In una fase in cui non ha ancora la padronanza del proprio corpo e lo vive come frammentato, il piccolo acquista una prima consapevolezza di sè come un tutto unitario (la propria immagine unificata) attraverso lo sguardo dell'altro, perché è questo sguardo che conferma che è lui.
Ho bisogno dell'altro per diventare me stesso: è questa la pietra angolare dell'identità. Ed è un processo cognitivo e affettivo insieme.
Ma chi sono io? Per dire IO abbiamo bisogno di raddoppiare noi stessi, abbiamo bisogno di un soggetto e di un oggetto: "Laddove mi vedo, non ci sono, dove ci sono, non mi vedo". (Lacan)
Da un lato c'è un corpo-pulsionale, la grande ragione del corpo (Nietzsche), dall'altro l'io immagine.
Ognuno di noi deve confrontarsi con questo doppio e con un'immagine di sè che è intima e nello stesso tempo estranea.
L'illusione narcisistica consiste nel tentativo (disperato) di far coincidere noi stessi con la nostra immagine e nel non riconoscere all'altro da noi una realtà autonoma. Nel mito, infatti, Narciso, del tutto insensibile all'amore di Eco, muore perché sprofonda nell'acqua cercando di congiungersi con la propria immagine.
Il nostro tempo alimenta l'illusione narcisistica. Il mercato globale ha bisogno di consumatori perennemente insoddisfatti (i bisogni non devono avere mai fine), sempre a rischio di perdersi davanti all'eccesso di stimoli a cui sono esposti e sempre più soli  "perché il consumo è un'attività solitaria (è perfino l'archetipo della solitudine) anche quando avviene in compagnia" (Bauman). Ne risulta una società sempre più privatizzata e priva di riferimenti certi, che stimola gli individui a contare solo sulle proprie forze, a percepire gli altri come ostacoli per la propria affermazione e a perseguire il proprio vantaggio personale. Le relazioni, se si creano, devono potersi sciogliere facilmente perché sono un impedimento verso altre opportunità, una limitazione delle libertà.
Nel tempo del capitalismo avanzato, il potere, come ci ha insegnato Foucault, non si presenta più in forma dispotica, ma entra nella vita e si insinua nei meccanismi e nei procedimenti emotivi quotidiani. Si sviluppa all'interno di un fitto reticolo mobile e concreto di rapporti, si trasforma in un potere seduttivo apparentemente innocuo rispetto al passato e prende la forma di regole comportamentali interiorizzate dai singoli. Il potere agisce sugli individui attraverso le "pratiche", perché ognuno di noi diventa quello che è attraverso quello che fa ogni giorno, attraverso i luoghi che abita, i gesti che compie, le relazioni che intreccia, i dispositivi che utilizza.
I dispositivi (cioè qualsiasi cosa abbia la capacità di determinare e orientare pensieri, gesti, comportamenti) con cui abbiamo a che fare quotidianamente ci inducono ad agire in un determinato modo, influiscono sul funzionamento del nostro cervello e ci trasformano. I dispositivi informatici, ad esempio, stanno cambiando radicalmente il nostro modo di vivere e il nostro modo di vivere il tempo, dal momento che non esiste   più una netta distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero. Il mercato ci richiede di essere sempre connessi e visibili ed è una richiesta che è ormai diventata una nostra esigenza.
Siamo soggettività che si pensano libere e che in realtà rispondono "liberamente" all'applicazione dei poteri.
La pratica del selfie, in particolare, rivela molto del nostro tempo, di una fase storica in cui l'accessibilità e la condivisione sembrano diventate un "obbligo" e il confine tra pubblico e privato sfuma sempre più. 
Ma rivela soprattutto molto di noi, del nostro bisogno ossessivo di esserci - IO CI SONO! GUARDAMI - che alimenta il dubbio di non esserci, nell'attesa spasmodica di un like.


Anna Colaiacovo
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2 febbraio 2017

Fare o agire?

Aristotele
La nostra è una società del fare; darsi da fare è un invito pressante che viene rivolto agli individui perché da quello dipende il successo o l’insuccesso nella vita; ma, come già Aristotele aveva chiarito, fare e agire sono attività profondamente diverse: nel fare si può essere ‘agiti’; l’azione, invece, richiede scelta, cioè consapevolezza del senso e della direzione da dare all’azione stessa. L’azione, inoltre, crea relazione, perché implica un rapporto con altri soggetti, e viene giudicata non in base alla competenza tecnica che si dimostra, ma in termini di valore. Oggi abbiamo mezzi tecnici spaventosi che ci consentono di ‘fare’ al di là del pensabile, ma non sappiamo bene come agire, cioè quale direzione dare al nostro fare: Il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante, esige un’etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo¹. Ma quale etica può scongiurare il rischio di uno sviluppo incontrollato della tecnica? Non l’etica cristiana che guarda essenzialmente alla buona o cattiva  intenzione sottesa all’azione e non tanto ai suoi effetti; ma, nel caso della tecnica, sono proprio gli effetti a essere pericolosi. Non l’etica laica, fondata sulla razionalità, che ha avuto la sua massima espressione in Kant, che non considera il danno che l’uomo può fare alla natura (e in definitiva a se stesso), perché il suo principio ispiratore ‘L’uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo’ riguarda solo i rapporti tra gli uomini e non il rapporto degli uomini con il mondo. Neppure l’etica della responsabilità, teorizzata da Weber e ripresa da Jonas, sembra, però, in grado di dare orientamenti all’azione, perché, per poter essere responsabili, bisogna essere in grado di prevedere le conseguenze delle  azioni, ma lo sviluppo della tecnica apre scenari imprevedibili. In definitiva, al nostro delirio di potenza corrisponde un forte limite conoscitivo rispetto agli effetti possibili del nostro potere.

Esposti come siamo all’imponderabile su vari fronti, e senza orientamenti certi, invece di ripiegare nel passato o adeguarci alle  mode, possiamo, nella consapevolezza che non esiste una meta sicura da raggiungere, vivere la nostra esperienza di vita nel mondo valorizzando il cammino e cercando,  di volta in volta, buone ragioni per agire, mantenendo quella che Franco Volpi chiama ragionevole prudenza di pensiero, quel paradigma di pensiero obliquo e prudente, che ci rende capaci di navigare a vista tra gli scogli del mare della precarietà, nella traversata del divenire, nella transizione da un a cultura all’altra, nella negoziazione tra un gruppo di interessi e un altro². E’ una riformulazione, adeguata al nostro precario presente, di quella capacità che Aristotele chiama ‘phrónesis’, che si può tradurre con ‘saggezza’: un sapere orientato all’azione che presuppone  conoscenza ed esperienza. Conoscenza di sé e conoscenza del mondo, consapevolezza della relazione esistente tra l’io, l’altro e la natura e capacità di valutare le situazioni e i mezzi a disposizione per poter agire nel modo migliore nelle condizioni date.


Anna Colaiacovo



¹ H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 1990, Prefazione, pag. XXVII
² F. Volpi, Il nichilismo, Laterza, Bari, 2004, pag. 178

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6 novembre 2016

Augusto Cavadi, "Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità"

Augusto Cavadi, Mosaici di saggezze.
E’ possibile vivere una spiritualità slegata da una fede religiosa? Che ruolo ha la filosofia nella ricerca di una tale spiritualità? Quali contributi ci offrono in proposito i filosofi antichi e moderni? In Mosaici di saggezze (Diogene Multimedia, Bologna, 2015, € 25,00) Augusto Cavadi risponde in modo esauriente a tali interrogativi, affermando che la spiritualità non è prerogativa solo delle religioni e che il pensiero filosofico ha le carte in regola per illuminare i percorsi di saggezza dell'umanità. Per quantità e qualità della materia trattata, il lettore ha in mano un libro assai ricco e complesso: se ne suggerisce perciò una lettura lenta e meditata, la più adatta a gustare e ‘digerire’ appieno le molteplici riflessioni che il testo contiene; riflessioni che l’autore intreccia comunque con brillante maestria, consentendo di fruire appieno della robusta poliedricità dell’opera grazie a una esposizione chiara e scorrevole.

Vinto il timore reverenziale verso un testo impegnativo sì, ma sicuramente alla portata di uomini e donne che, alla ricerca di un senso della vita e del mondo, non si sottraggono alla fatica del pensare, Mosaici di saggezze si rivela un libro necessario, addirittura di "servizio", perché, pur senza pretendere la palma dell'originalità, colma una lacuna nel panorama filosofico: recupera infatti alcuni filoni spirituali della filosofia occidentale e traccia le linee essenziali di una possibile - multiforme e intrinsecamente inesauribile - spiritualità filosofica. Operazione possibile perché l'autore - alla maniera socratica "filosofo di strada" senza steccati e senza frontiere - è capace di spaziare laicamente nell’universo delle riflessioni incarnate nel tempo dai singoli pensatori, costruendo ponti e connessioni tra le diverse 'offerte' spirituali. Perché è proprio l’esercizio del pensiero a rendere possibile una spiritualità, anzi un mosaico di saggezze e di spiritualità, a patto che, sottolinea l'autore "ci riconciliamo con la costellazione dei termini imparentati con il vocabolo 'spirito' (...) e restituiamo al termine ... la sua costitutiva polifonicità (...): ciò che noi siamo nel nucleo più intimo e ciò che possiamo diventare al culmine della nostra fioritura". Così intesa, la spiritualità non può che essere di per sé inclusiva; e la filosofia "non può sottrarsi al compito cui sembra chiamarla l'epoca storica che attraversiamo: vigilare criticamente contro ogni travestimento perverso dello spirituale, (...) ma anche contribuire in positivo alla rinascita e diffusione di un’autentica dimensione spirituale dell’esistenza personale e collettiva".

Non è facile condensare in poche righe la straordinaria ricchezza del testo: Mosaici di saggezze fornisce utili riflessioni sul senso della filosofia oggi, "l’amica ritrovata" che serve a non dare nulla per scontato ed è il miglior antidoto ai diversi fanatismi; evidenzia le connessioni inscindibili tra filosofia, etica e politica, ribadendo il legame tra la riflessione filosofica sulla vita individuale e l’azione sociale e politica e indicando nell’ortoprassi il fine ultimo della ricerca filosofica; ci offre poi un'analisi illuminante sulla svolta pratica della filosofia e un'ampia disamina sulla sua valenza intrinsecamente spirituale e terapeutica; ancora, nei capitoli "Costellazioni della modernità" e "Costellazioni della contemporaneità", il libro propone imperdibili approfondimenti sulla spiritualità di pensatori del calibro di Giordano Bruno, Pascal, Montaigne, Feuerbach, per citarne alcuni, e, tra i contemporanei, Ellul, teorico della decrescita, Hans Jonas, Gadamer ed Edgar Morin: proprio Morin ci esorta, tra l'altro, a "implementare ogni politica con generose doti di etica e ogni etica con forti iniezioni di spiritualità".

Il testo infine, non a caso scritto in prima persona, riesce persino a com-muoverci, perché le sue pagine toccano profondamente la nostra mente e il nostro cuore, attraverso una sorta di costante e feconda risacca filosofico/esistenziale. E allora: la spiritualità filosofica ci salverà? Luc Ferry afferma che compito ultimo della filosofia è comunque il riconoscimento del suo limite: "L’amore della saggezza deve in un certo senso eclissarsi per dare spazio ... alla saggezza stessa. Essere saggio (...) è semplicemente  vivere con saggezza, il più possibile liberi e felici, riuscendo infine a vincere le paure che la finitezza ha suscitato in noi". E Cavadi gli fa eco, suggerendo l’abbraccio felice tra amore e filosofia: "La filosofia può salvare dal non-senso solo se si prende sul serio la sua valenza esistenziale, mistica (...) ma in questo vissuto non può mancare l’esperienza dell’amore. La filo-sofia è completa solo se è anche sofo-filia. (...) Nessun amore della sapienza è veramente tale se non, anche, sapienza dell’amore".


Maria D’Asaro


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1 novembre 2016

Manuale per Vip: tre risposte di Augusto Cavadi

Filosofia per la vita: Augusto Cavadi risponde a Bruno Vergani.
Alle tre domande poste da Bruno Vergani (vedi post precedente in questa stessa rubrica "Manuale per Vip") è seguito sin ora un rapidissimo commento di Paolo Cervari. In attesa che altri vogliano interloquire mi pare cortese proporre qualche altra considerazione.

La prima domanda di Bruno era: «Nel pensiero l’eccessiva composizione può produrre decomposizione?». Forse influenzato dalla fatica di tenere a bada la mia tendenza caratteriale a “comporre” poco i miei pensieri, a procedere più intuitivamente che analiticamente, risponderei: «No di certo!». Quando rileggo i miei scritti molto spesso mi pento di averli poco meditati, poco argomentati, poco documentati. E allora vorrei ritrovarmi nel detto di Heidegger secondo cui ogni grande pensatore in fondo pensa, per tutta la vita, un solo pensiero. Ciò assodato, devo subito aggiungere che conosco molte persone che riflettono tanto su una questione da non arrivare mai a esporre una propria opinione. In questi casi non è in atto un approfondimento fruttuoso quanto uno sterile arrovellamento. Una cosa è la serietà di chi pondera, anche molto a lungo, i pro e i contra di una tesi; tutta un’altra cosa è l’orgoglio smisurato di chi si rode nell’insicurezza per il timore di essere confutato (e dunque finisce nell’evitare di pronunziarsi, sia pur ipoteticamente).

La seconda domanda di Bruno è strettamente legata alla prima: «Quale il rapporto della filosofia - in primis quella ‘pratica’ - con l’erudizione?». E’ una questione alla quale l’associazione “Phronesis” ha provato a rispondere con un intero volume a più mani, curato da Maria Luisa Martini, Filosofie nella consulenza filosofica (Liguori, Napoli 2013). Nel titolo del mio contributo ho sintetizzato ciò che molti di noi riteniamo in proposito: “C’è ma non si vede (specie se è di buona qualità)”. Il soggetto (sottinteso) della frase è l’erudizione o, meglio, la conoscenza dei testi fondamentali della storia della filosofia da Platone ai nostri contemporanei. A mio avviso ogni filosofo, dunque anche i filosofi-in-pratica, devono alimentarsi quotidianamente alla fonte dei grandi maestri: ma di queste conoscenze non devono fare bella mostra, devono tenerle per così dire nel proprio retroterra mentale. Decisiva non è la prontezza nel citare, in greco o in tedesco, la frase letterale, bensì la freschezza delle proprie intuizioni. Su questo aspetto, originariamente platonico, Giorgio Giacometti ha di recente scritto un intero volumone edito da Mimesis: Platone 2.0. La rinascita della filosofia come palestra di vita. Ma mi accorgo che ho già citato due testi in poche righe: troppi! Mi fermo per non cadere anch’io nell’eccesso di erudizione…

Con la terza domanda («Kant vedeva il soggetto, l’Io, come legislatore dei fenomeni. Tutto il potere al soggetto?») Bruno apre una questione talmente radicale da non potersi certo esaurire in poche battute. Suppongo che in questo nostro blog potrà essere ripresa più volte e in maniera più articolata. Dico solo che Kant ci ha ricordato di essere un filtro selettivo di ciò che ci circonda e ci raggiunge: perciò ci ha segnalato, contestualmente e inseparabilmente, il nostro “potere” ma anche il nostro limite. Siamo gli artefici del nostro sapere, ma proprio perché è soltanto il “nostro”: per dirla con Shakespeare, ci sono più cose in cielo e in terra di quanto ne contenga il nostro Io penso.


Augusto Cavadi
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30 ottobre 2016

Il dilemma morale originario

Dilemma

Sei in una una grande sala piena di computer ronzanti. E’ tutto bianco. Davanti a te c’è un omino dalle fattezze anodine, coi baffetti e un atteggiamento vagamente mefistofelico. La sua voce è suadente, lievemente tentatrice. Ti porta davanti a una consolle dove campeggiano, senz’altra apparecchiatura o strumentazione, due grandi pulsanti, uno giallo e uno blu. “Dunque” dice l’omino “se schiacci il pulsante giallo, muori tu. Se schiacci il pulsante blu, muoiono tutti gli altri esseri umani, tranne te. In un caso, se decidi di morire tu, il mondo non cambierà in nulla, tranne che per il fatto che tu non ci sarai più. Se schiacci il pulsante blu, invece, come ti ho detto, moriranno tutti, me compreso, naturalmente e, giusto per non farti vagheggiare comode vie di uscita, verrà distrutto qualsiasi materiale genetico umano immagazzinato ovunque. Insomma non potrai riprodurti o riprodurre esseri umani. Vivrai in completa solitudine e poi alla fine della tua vita, il genere umano sarà per sempre del tutto estinto. Bene… cosa scegli?

Questo post è comparso tempo fa sul mio blog di cui a www.cervari-consulting.com, ma si chiudeva così, in modo un po' criptico. Oggi vorrei invece commentarlo un poco. Devo dire che a me sembra del tutto evidente quanto esprimerò, ma da esperienze fatte mi è parso di capire che non tutti condividono con facilità il mio pensiero. Il punto è questo: se io sono morto... sono morto, e questo non è certo bello; ma se io sono vivo e sono solo, in realtà la mia vita è un inferno; e per di più, nel caso che io scelga la mia vita contro quella di tutto il resto del genere umano, io avrò anche un ulteriore responsabilità: avrò cioè sterminato l'intero genere umano.
Ora io credo che a meditare sulle conseguenze delle due possibilità non si possa che scegliere quella in cui muoio io. Quando ho pensato a fondo per la prima volta a questo dilemma (che, devo dire, credo di avere inventato io stesso) mi sono ritrovato a un certo punto a piangere perché avevo capito in modo profondo e finalmente esperienziale come e perché noi siamo legati gli uni agli altri e non siamo nulla senza gli altri, e come e perché è possibile - e infatti accade - che a volte alcuni si sacrifichino per gli altri, anche a costo della propria vita.
Le neuroscienze oggi ci parlano molto di empatia e pare ci abbiano dimostrato che noi siamo ed esistiamo già originariamente e biologicamente connessi e collegati gli uni agli altri mediante quelli che sono ormai comunemente noti come i "neuroni specchio". Forse questa è la ragione. Ma anche senza questa ragione resta che io sento come intollerabile conservare la vita a costo di quella dell'umanità. Sarei felice di potere morire, in quel caso.
Semmai è stupefacente che vi siano persone che scelgano di restare in vita: io ne ho incontrate nel corso di lavori con gruppi e nelle consulenze con singole persone (a cui a volte propongo il dilemma). E ogni volta ho trovato la posizione scarsamente argomentata se non a partire da una dichiarazione di egoismo che mi sembrava più frutto di insensibilità e scarsa immaginazione che fondata su una vera capacità di predare una specie intera, la propria, per rimandare di qualche anno la propria morte.
Tant'è, non siamo tutti uguali.


Paolo Cervari
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29 ottobre 2016

Bruno Vergani su "Manuale per Vip"

Bruno Vergani su Manuale per Vip
Sono molto contento di ricevere una prima ‘reazione’ all’esordio della nostra rubrica Manuale per Vip. La invia un amico, caro e stimato, che molti di noi conosciamo già per il suo blog www.brunovergani.it: Bruno Vergani (erborista brianzolo trapiantato da decenni a Ostuni). Egli pone a me, ai filosofi consulenti titolari di questo blog e ai lettori tutti tre questioni.

«Constato che più si vuole enunciare, e ancor di più scrivere, un pensiero che risulti vero, razionale e obiettivo, più occorre estesa premeditazione e prolungata costrizione così da dettagliare rigorosamente, convenzionalmente, esaurientemente, ogni particolare dall’inizio. Sarà anche necessario ricominciare ogni tematica ripartendo dall’inizio, fermandosi a lungo in tale cella di rigore per considerare tutte le connessioni e ogni conseguenza prodotte dal personale pensiero, come pure ciascun corollario e di tutto questo riportare meticolosamente gli autori che hanno affrontato o toccato la tematica, nonché attardarsi per anticipare risposte alle innumerevoli potenziali obiezioni degli interlocutori. Ineccepibile, eppure in natura l’andare troppo per le lunghe è condizione ottimale per la produzione di muffe.

Prima domanda: nel pensiero l’eccessiva composizione può produrre decomposizione? Riguardo l’esattezza dei dati Claudio Magris affermava: «Un'onesta e fedele divulgazione è la base di ogni seria cultura, perché nessuno può conoscere di prima mano tutto ciò che sarebbe, anzi è necessario conoscere». Bene la divulgazione e anche l’erudizione, più problematico l’invito di Magris a onorare l’apprendimento, di seconda mano, del “necessario conoscere”: nella Biblioteca del Congresso ci sono 28 milioni di libri - parziale espressione dello scibile umano - quali e perché “è necessario conoscere”? Puntuale l’invito di Magris, eppure, in quel "necessario" permane qualcosa di non risolto, di autoritario, di forzato, di insidioso. La cultura non può essere ridotta a un corredo di cognizioni da apprendere per decreto, a standard di erudizione imposta.

Seconda domanda: quale il rapporto della filosofia - in primis quella “pratica” - con l’erudizione?

Terza domanda: Kant vedeva il soggetto, l’Io, come legislatore dei fenomeni. Tutto il potere al soggetto?»

Mi pare che ci sia abbastanza materiale per riflettere e, dopo, per interloquire con il nostro Bruno.


Augusto Cavadi
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23 ottobre 2016

Ma anche gli atei vivono una spiritualità?

Augusto Cavadi

Se chiediamo in giro cosa s’intenda con la parola spiritualità registriamo, molto probabilmente, una miriade di risposte differenti. Proprio perché ognuno di noi dà allo stesso vocabolo un significato particolare ogni conversazione sul tema resta pregiudicata in partenza: così ci sarà chi parlerà di crisi della spiritualità e chi di rinascita, chi si rattristerà del tramonto della spiritualità nella società contemporanea e chi se ne rallegrerà, chi dirà di sentirsi più leggero da quando ha abbandonato ogni preoccupazione spirituale e chi dirà di essere tornato dopo molti anni alla ricerca della spiritualità... Ora, che ci sia una varietà di opinioni è legittimo; ma questa varietà è arricchente, e non sterile e stancante, solo se è davvero diversità di idee e non, invece, semplice gioco di equivoci dovuto a un uso poco attento dei termini.
Se proviamo a raccogliere le diverse accezioni semantiche del vocabolo spiritualità in alcuni ceppi potremmo individuarne almeno tre.
In un primo senso, molto diffuso in Paesi come l’Italia di antiche tradizioni cattoliche, spiritualità è sinonimo di pratica ecclesiale. Di una persona che va spesso in chiesa, che frequenta i sacramenti, che prega abitualmente…si dice che viva una forte spiritualità. Non mi stupirei che la formula si usasse anche in Europa orientale per i fedeli ortodossi o in Europa continentale per i fedeli protestanti; o anche per musulmani praticanti nei Paesi di tradizione islamica o per gli ebrei nelle varie comunità sparse nel mondo.
Questa equazione (spiritualità = pratica ecclesiale) viene sempre più spesso messa in crisi dalla constatazione che, anche fuori dagli ambienti confessionali, esistono uomini e donne che – pur non aderendo a una comunità religiosa ebraica, cristiana o islamica – dimostrano un forte senso di religiosità naturale. Questa constatazione ci induce a individuare un secondo significato della parola spiritualità intendendolo come sinonimo di religiosità (non necessariamente di pratica ecclesiale). E’ l’atteggiamento interiore, ma anche esteriore, di chi ha un vivo senso della sacralità dei monti e delle acque, delle piante e degli animali, delle persone umane specie quando sono sofferenti, emarginate o sfruttate. Come negare che chiunque percepisca l’universo in cui siamo immersi come una totalità divina, se pur anonima, sia titolare di spiritualità?
Ma il quadro non sarebbe completo se ci fermassimo a queste prime due equazioni (spiritualità = pratica ecclesiale, e spiritualità = religiosità naturale). La storia dell’umanità e l’esperienza planetaria attuale ci mettono al cospetto di un altro genere ancora di persone. Sono uomini e donne che, pur non riconoscendosi in una religione istituzionale e pur non avvertendo neppure un vago senso di religiosità cosmica, hanno una vita interiore (intessuta di silenzio, di riflessione, di attenzione, di contemplazione della bellezza…) che traspare nei loro gesti abituali (garbati, rispettosi, sensibili ai bisogni e ai desideri altrui…) e più ancora nelle opzioni di fondo della loro esistenza (concentrata su grandi obiettivi politici come il pacifismo, la nonviolenza, la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata…). Queste persone sono prive di spiritualità solo perché prive di senso religioso naturale e, più ancora, di fede in senso confessionale e istituzionale? Sarebbe davvero scorretto affermarlo. Ecco perché la realtà effettiva ci impone di individuare un terzo significato almeno di spiritualità come sinonimo di vita piena, di “fioritura” della persona (come ama dire Martha Nussbaum). In questa prospettiva, per così dire ‘laica’, c’è abbastanza spazio per tutti: anche per una spiritualità atea.
Capisco che non è agevole usare ogni volta un sostantivo (nel nostro caso “spiritualità”) a patto di coniugarlo immediatamente, di volta in volta, con un aggettivo (nel nostro caso: o “confessionale” o “religiosa” o “laica”). Per questo ormai da anni, in vari scritti (e soprattutto in Mosaici di saggezze. Filosofia come antica nuovissima spiritualità) , suggerisco – con qualche piccolo risultato, ma ancora davvero piccolo – di adottare, per maggiore chiarezza, tre vocaboli differenti:

a) fede confessionale (per esempio ebraica, cristiana o islamica): Pascal o Manzoni o Bach o Galileo Galilei potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva
b) religiosità naturale (o cosmica): Spinoza o Foscolo o Beethoven o Albert Einstein potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva
c) spiritualità laica (o basica): Feuerbach o Leopardi o Mozart o Margherita Hack potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva (la Hack, in particolare, era tanto schietta e simpatica nelle sue proclamazioni di ateismo che qualcuno ben informato sostiene che, dopo la sua morte, Dio stesso – ammirato – per non darle dispiaceri abbia fatto finta di non esistere).

Se questo dizionarietto fosse condiviso sarebbe più facile confrontarsi nelle discussioni tra due o più interlocutori, evidenziando ciò che davvero ci divide senza lasciarci confondere da inesattezze linguistiche (che spesso tradiscono imprecisioni concettuali). E in una di queste discussioni la mia, personale, prima tesi sarebbe: che nessuna fede confessionale è autentica, attendibile, se non presuppone una religiosità naturale; ma, a sua volta, nessuna religiosità naturale è autentica, attendibile, se non presuppone una spiritualità laica. Il mondo è pieno di fedeli, convinti ed entusiasti aderenti a chiese e movimenti più o meno ufficiali, che non dimostrano nessun senso del sacro: come non considerarli dei poveri bigotti, dannosi a sé e all’umanità? Non mancano, però, neppure soggetti che hanno una viva religiosità cosmica (dimostrandosi attenti a tanti aspetti della natura) ma che, per un verso o per un altro, si rivelano monchi e zoppicanti, a causa di un’insufficiente coltivazione delle loro potenzialità spirituali: non saranno pericolosi come i bigotti, ma la loro incidenza storica è molto minore di quanto potrebbe (e dovrebbe) essere se non si accontentassero di un sentimento spontaneo del sacro e si preoccupassero di diventare in pienezza ciò che sono in abbozzo.

(Dedico queste note al gruppo di ricerca filosofica di Pinerolo, orientato da Luisa Sesino: le ho infatti preparate in vista dell’incontro del 19 ottobre 2016 e poi riviste dopo gli apporti ricevuti).


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