MANUALE PER VIP
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
«Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa! Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza"...»
Dal post introduttivo ►
CENETTE FILOSOFICHE PER NON... FILOSOFI
(DI PROFESSIONE)
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Cenette Filosofiche
Nel 2003 alcuni partecipanti abituali alle “Vacanze filosofiche” estive¹, e residenti nella stessa città (Palermo), abbiamo esternato il desiderio di incontrarci anche nel corso dell’anno, tra un’estate e l’altra. Da qui l’idea di una cenetta quindicinale presso lo studio legale di uno di noi, Pietro Spalla, che si sarebbe incaricato di far trovare un po’ di prodotti da forno e qualche bevanda. Appuntamento alle ore 20:00 (in martedì alterni) per accogliersi a vicenda e mangiucchiare ciò che si trova sulla tavola: dalle 20:30 alle 22:00, poi, lo svolgimento dell’incontro.

La metodologia che abbiamo adottato è molto semplice: chiunque del gruppo propone un testo che si presti ad essere letto in chiave di filosofia-in-pratica (dunque non solo un classico del pensiero filosofico, ma anche un romanzo o un trattato di psicologia, un saggio di astrofisica o di botanica) e, se la maggioranza lo accetta, diventa nelle settimane successive il testo-base delle conversazioni. In esse non sono graditi gli approfondimenti eruditi (tipici dei seminari universitari) perché si vorrebbe dare spazio alle riflessioni personali, alle risonanze esistenziali e alle incidenze sociopolitiche, suggerite dal testo adottato. Uniche condizioni per la partecipazione: aver letto le pagine del libro che il gruppo si assegna di volta in volta per la riunione successiva (se non si fosse riusciti a farlo in tempo, si è pregati di assistere in silenzio) e intervenire evitando i toni polemici nei confronti dei presenti che abbiano espresso convinzioni, esperienze, ipotesi interpretative differenti dalle proprie².

La pandemia del Covid-19 ha costretto la piccola comunità di ricerca filosofica a sospendere gli incontri in presenza e a sostituirli con sessione in video-conferenza: certamente una riduzione della qualità delle relazioni fra i partecipanti, ma anche l’apertura di possibilità sino a quel momento inesplorate. Così amiche e amici di varie regioni italiane si sono collegati via internet e questa modalità di interazione ha finito col sostituire del tutto le cenette in presenza. Ci si vede direttamente alle 20:30 collegandosi mediante un link che Pietro Spalla trasmette a chiunque faccia richiesta di essere incluso nell’apposita mailing list (spalla.pietro@gmail.com).

La mailing list è diventata, sempre più, un luogo di scambi tra una cenetta e la successiva: scambi di opinioni, di commenti, di suggerimenti bibliografici, di battute umoristiche, di informazioni su eventi culturali... In questa molteplicità di interventi occasionali, non ne mancano alcuni meno estemporanei, di una certa consistenza e di un certo rilievo, che probabilmente meritano di non essere seppelliti nelle ondate di e-mail che si accavallano di giorno in giorno (talora di ora in ora).

Da qui l’idea di aprire in questo blog – www.filosofiaperlavita.it – un’apposita rubrica – “Cenette filosofiche per non... filosofi (di professione)” – che metta a disposizione, per un lasso di tempo più lungo e soprattutto per un pubblico potenzialmente più ampio, i contributi che i sostenitori finanziari della rubrica riterranno opportuno segnalare³.

Augusto Cavadi


¹ Cfr. https://vacanze.filosofiche.it
² Cfr. “Cenette filosofiche” in A. Cavadi, Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2016, pp. 282-284.
³ Attualmente i rimborsi delle spese di gestione di questa rubrica sono sostenuti da Caccamo A., Cavadi A., Chiesa L., Cillari E., D’Angelo G., D’Asaro M., Di Falco R., Enia A., Federici G., Galanti M., Gulì A., Leone R., Oddo G., Palazzotto A., Paterni M., Randazzo N., Reddet C., Salvo C., Spalla P., Spalla V., Santagati G., Ugdulena G., Vergani B., Vindigni E. Chi desiderasse aggiungersi al numero dei sostenitori può contattarmi alla e-mail a.cavadi@libero.it
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28 agosto 2026

Teoria del Profondo: Moby-DIck

• Condiviso da Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita - The Face of the Deep - by Catherine Keller
Catherine Keller, teologa cristiana contemporanea e professoressa di teologia costruttiva presso la Graduate Division of Religion della Drew University. Accanto, la copertina del suo "Face of the Deep: A Theology of Becoming", 2003

Il libro "Face of the Deep: A Theology of Becoming di Catherine Keller" è una delle opere più importanti delle teologie femminista e del Processo contemporanee. Pubblicato nel 2003, il testo (ri)propone una radicale reinterpretazione della dottrina della creazione, opponendosi alla tradizione classica della creatio ex nihilo (creazione dal nulla) e sviluppando invece l’idea di una creatio ex profundis, cioè una creazione che emerge dalle profondità caotiche del Tehom, l’abisso acquatico primordiale della Genesi.
Keller parte da un dettaglio del testo biblico di Genesi 1:2: “La terra era informe e vuota... e le tenebre ricoprivano l’abisso”. In ebraico, abisso è tehom. Per Keller, la tradizione teologica occidentale ha sistematicamente rimosso questo elemento caotico originario, preferendo l’idea di un Dio onnipotente che crea il mondo dal nulla assoluto. Questa rimozione del Caos originario non è neutrale: secondo l’autrice, ha avuto conseguenze filosofiche, politiche e sociali enormi.
Infatti la dottrina della creazione dal nulla:
• favorisce una concezione autoritaria del potere, rafforzando modelli patriarcali;
• separa Dio dal mondo, giustificando gerarchie rigide;
• reprime il femminile, il corpo, la materia e l’ambiguità.
Keller vuole invece recuperare il profondo (Deep) come simbolo di generatività, relazionalità, apertura alla differenza.

Il riferimento a Moby-Dick
In The Face of the Deep l’autrice usa spesso il romanzo Moby-Dick come riferimento simbolico e filosofico, non come semplice esempio letterario.
In particolare Keller:
• dedica un capitolo a Leviathanic Revelations: Melville’s Hermeneutical Journey, dove legge la balena di Melville come figura del Deep (l’Abisso, il Caos primordiale, il Tehom biblico);
• interpreta il mare e la balena come simboli di qualcosa di originario, fluido e incontrollabile, contro l’idea classica di un ordine creato in modo rigido “dal nulla”;
• usa Ismaele e la navigazione del romanzo come metafora di una ricerca conoscitiva aperta, non dominatrice: il pensiero deve “entrare nell’Abisso” invece di volerlo controllare.
Per Keller, la Balena/Leviatano non è solo un mostro: è l’emblema dell’alterità profonda del reale, del Caos creativo e dell’oceano di possibilità da cui emerge il mondo. Quindi Moby-Dick nel libro funziona sia come commento filosofico-teologico al tema dell’Abisso, sia come contro-mito rispetto all’idea occidentale di ordine assoluto, sia come immagine della relazione tra umani, natura e mistero.
Non è questa la sede per richiamare, sia pure in estrema sintesi, i contenuti principali del celeberrimo romanzo: presupponiamo siano noti al lettore di queste rapide sottolineature.

Cominciamo dallo scenario di sfondo: la profondità intrisa di morte del Tehom non irrompe attraverso la superficie dei fenomeni, il muro di balene della molteplicità. Non è qualcosa che giace sotto la superficie delle apparenze, ma un ‘vuoto’ che si conferma e si frammenta in ogni onda del divenire. Due condizioni ce ne tengono nascosta la natura: la sua infinita complessità, che precede e supera sempre la nostra capacità di conoscerlo; e la nostra radicata paura del ‘vuoto’.
Rispetto a tale Tehom uno dei protagonisti principali, il capitano Achab, assume una postura aggressiva, dominatrice, predatoria: in lui Keller vede la volontà maschile occidentale di imporre un significato assoluto al reale: non sopporta l’opacità del mondo: vuole un ordine puro, senza ambiguità. La balena bianca, simbolo dell’alterità radicale del mondo, va abbattuta, livellata, normalizzata.
Diverso l’atteggiamento di un altro protagonista del romanzo, Ismaele, che, al contrario, non sfonda muri ma “si protende a tentoni”... verso un Altro che inizialmente aveva temuto ma che ora, forse, ammira. “Che cosa fosse la balena bianca per Achab, s’è già accennato; che cosa, a volte, fosse per il sottoscritto resta invece da dire”. Chi (cosa) è Ismaele? Uno (qualcosa) che dalla nave – che, distrutta dal Leviatano, è diventata bara e poi zattera – "è scappato per raccontarvelo": accetta il Caos, non se ne fa un nemico, e il Caos non gli è ostile.
Ismaele è l’opposto di Achab. Ascolta. Osserva. Accumula interpretazioni diverse. Accetta di non raggiungere un significato definitivo. Keller lo vede come esempio di un’ermeneutica dell’Abisso: non tentare di conquistare il profondo, ma attraversarlo restando aperti all’incertezza. La balena è troppo piena di significati per essere ridotta a uno solo: Achab vuole cristallizzarla. Ismaele sopravvive perché lascia aperta l’interpretazione.

In conclusione
Complessivamente, dunque, Catherine Keller legge il romanzo come un viaggio dentro il Deep: l’Abisso materiale, spirituale e interpretativo che la cultura occidentale ha cercato di dominare o cancellare. Per la tradizione teologica dominante, il Caos deve essere sconfitto da Dio per creare ordine. Keller invece ci dice che Melville mostra qualcosa di diverso: che il Caos non è semplicemente un male: il mare profondo, noumenico, è anche creativo, generativo, vitale. E che, soprattutto, la realtà resta irriducibile al controllo umano. Così per Keller il racconto di Melville può servire come metafora per proporre l’idea di creatio ex profundis: non creazione da un nulla vuoto, ma emergenza dal profondo caotico delle relazioni. L’Oceano di Moby-Dick mostra interdipendenza e pluralità, ma anche, inevitabilmente, instabilità e rischio. Il divino non appare come sovrano che elimina il Caos, ma come Presenza che lavora dentro il Profondo.


Massimo Paterni

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8 novembre 2025

Analisi di un successo: "In principio era la gioia. Original blessing" di Matthew Fox

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - In principio era la gioia. Original blessing, di Matthew Fox
Ormai In principio era la gioia. Original blessing, di Matthew Fox (edito originariamente nel 1983 e pubblicato in Italia nel 2011 da Fazi, con un’Introduzione di Vito Mancuso e una Prefazione dell’autore proprio per l’edizione italiana) non è più un best seller: è diventato, come si dice nel gergo commerciale, un long seller. Questo successo, dovuto al valore intrinseco di quest’opera corposa (428 pagine), è alimentato anche dalla successiva pubblicazione nella nostra lingua di altri testi “minori” del frate domenicano che, espulso nel 1993 dall’Ordine su richiesta dell’allora Prefetto della “Congregazione per la dottrina della fede” (ex “Ufficio della Santa Inquisizione) Joseph Ratzinger, si definisce semplicemente un prete “post-denominazioni”.
Matthew Fox, In principio era la gioia. Original blessing
"In principio era la gioia. Original blessing" di Matthew Fox. Edizione italiana Fazi 2011

Le ragioni di un successo
Ma se si tratta di un libro di teologia – per quanto progressista e dichiarato eretico – perché occuparsene in una sede “laica”? Perché, anche se le grandi tradizioni religiose dell’umanità vanno perdendo consensi (ma questo è un fenomeno vero per il Nord occidentale della Terra, non per il resto del pianeta) e se la teologia non è più, fortunatamente, la “regina delle scienze”, essa resta uno dei tasselli della cultura di un popolo: una cattiva teologia può fare tanto male quanto bene può farne una buona. Dopo aver elencato una serie di patologie sociali – “la mancanza di stima personale, l’oppressione interiorizzata, la violenza contro se stessi e gli altri, e questo causa attacchi acuti e vere e proprie abbuffate di dipendenza come la bulimia e il consumismo” – l’autore riporta la testimonianza di una psicologa di sua conoscenza che gli ha confidato di essersi “accorta che molti problemi psichici insorgono a causa di messaggi religiosi malsani” (p. XLIII).
Il successo del libro si deve a un felice mix di difetti e pregi della letteratura teologica divulgativa del Nord America. L’autore si trovava, negli anni in cui lo ha scritto (quasi mezzo secolo fa) davanti a una fitta boscaglia: lo scenario ombroso di una religione improntata al senso del peccato. Dovendo aprirsi un sentiero attraverso questa “selva oscura” ha usato l’ascia, tagliando con decisione rami e arbusti senza fare attenzione ai dettagli, alle precisazioni¹. Ma questo difetto ‘scientifico’ (gli intellettuali europei sono di solito molto attenti ai particolari analitici, ma con il rischio di sfumare le tesi più ardite) è il risvolto – forse inevitabile – di un pregio: mettere a fuoco la posta in gioco in tutta la sua gravità. E farlo con una chiarezza palmare che consente anche al lettore meno iniziato di capire, senza diplomatici giri di parole, di quale rivoluzione (potremmo dire “inversione a U”) si tratti.

Il fiume della tristezza
Non so se chi è nato ed è stato introdotto alla vita ecclesiale dopo il Concilio ecumenico Vaticano II (1965) può soppesare a pieno la rilevanza di libri come questo di Fox. Io che sono nato esattamente 15 anni prima del Concilio ho fatto in tempo a respirare quell’aria luttuosa, fobica, che veniva considerata la più consona agli ambienti cattolici devoti. Per la verità, educato in una famiglia poco credente e ancor meno praticante, ho avuto la fortuna di conoscere il vangelo nel mondo dello scoutismo: dunque in una delle versioni meno bigotte allora in circolazione. Tuttavia, sino ai trent’anni circa (quando – grazie agli studi teologici presso il Laterano – sono andato oltre i confini del cattolicesimo, anzi dello stesso cristianesimo, per aprirmi agli orizzonti spirituali planetari cui guarda anche Fox), ho fatto in tempo a collezionare episodi rimastimi impressi in memoria: come il parroco che in confessione mi consigliava di non andare a ballare il sabato pomeriggio a casa di qualche compagno di liceo perché mi sarebbe stato difficile resistere a lungo alle “tentazioni di certe canzoni e di certi profumi” o, anni dopo, il collega di religione che si stupiva della mia familiarità con le alunne durante l’intervallo scolastico (anche se, ormai, non erano più i tempi della sua formazione in seminario in cui – raccontava – lo avvertivano che “il diavolo ci penetra nell’anima attraverso gli occhi delle donne”).
È in quel clima che maturavano barzellette del genere: “Quanti cattolici ci vogliono per avvitare una lampadina? Tre. Uno per avvitarla, uno per chiedersi se è peccato e un altro per iniziare a recitare – nel dubbio – l’atto di dolore”. Nulla di sorprendente, dunque, se, mezzo secolo prima del Vaticano II, Nietzsche si stupiva della faccia triste dei cristiani di sua conoscenza: “Ben altri canzoni dovrebbero cantare se fossero convinti di essere stati davvero liberati da un Redentore!”.
Quando il cristianesimo ha iniziato ad assumere questo volto malinconico, funereo? Ovviamente non c’è una data precisa. C’è un lungo, inesorabile processo: il fiume della tristezza lo potremmo denominare. Se lo ripercorriamo a ritroso, dalla foce (oggi) verso l’origine, possiamo segnalare alcune tappe.
• Metà del XIV secolo: la “peste nera” distrugge almeno un terzo degli abitanti europei. I sopravvissuti reagiscono in maniera opposta: il “carpe diem” alla Boccaccio o l’esasperazione del senso del peccato².
• Due secoli prima: viene eletto papa, a soli 37 anni, Lotario dei conti di Segni (autonominatosi Innocenzo III), autore di un saggio teologico dal titolo eloquente (De miseria humanae conditionis che, tanto per evitare equivoci, è conosciuto anche come De contemptu mundi) e dal contenuto terrificante: “Duplice è la colpa che il concepimento comporta […]; la prima viene commessa [dai genitori] e la seconda viene contratta [dalla prole]. Chi, infatti, non sa che il coito, anche se coniugale, non può mai verificarsi senza il prurito della carne, senza l'ardore della libidine e senza il fetore della lussuria? Per questo i semi concepiti insozzano, si macchiano, si corrompono, onde l'anima in questi infusa, contrae la tabe del peccato, la macchia delle colpe, la sozzura dell'iniquità”³.
• Ma questa deriva non avrebbe avuto inizio, probabilmente, se ottocento anni prima non ci fosse stato sant’Agostino che può essere considerato l’inventore del “peccato originale”. Il buon “Padre della Chiesa” non conosceva per nulla l’ebraico e solo malamente il greco, ma con ardimento degno di miglior causa si è sbilanciato in interpretazioni esegetiche che hanno condizionato le sorti del cristianesimo (cattolico, ortodosso e riformato). Per ciò che ci riguarda egli ha letto il brano paolino di Romani 5, 12 – 15 (“Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte, e in questo modo la morte si è estesa su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato […] molto più la grazia di Dio e il dono per la grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, hanno abbondato verso i molti”) in parallelo con la Prima Corinzi 15, 21-22 (“Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati”). Ne ha tratto la tesi che, per una sorta di ereditarietà biologica (attraverso l’atto sessuale procreativo), nasciamo tutti “massa dannata” e solo l’imperscrutabile predestinazione divina sceglie alcuni o molti (non certo tutti!) per redimerli.
Ma questa tesi (che si è trascinata dietro, come una valanga, un vortice di conseguenze, a cominciare dalla necessità del pedo-battesimo, cioè di battezzare i bambini appena nati) è insostenibile secondo Fox per almeno tre ordini di considerazioni:
a) scientifiche: “Mentre l’universo ha venti miliardi di anni, il peccato può essere iniziato solo con la comparsa dell’uomo, cioè al massimo da quattro milioni di anni. Questo significa che la teologia della caduta e della redenzione ignora 19.996.000.000 di anni di storia divina e terrena!” (p. 17) - (gli anni vanno corretti: l’universo ha circa 14 miliardi di anni, i primi uomini risalgono a circa 2 milioni e mezzo di anni fa, ma il filo del ragionamento è chiaro: se la storia dell’universo fosse un volume di enciclopedia, la nostra storia occuperebbe l’ultima riga dell’ultima pagina);
b) filosofiche: che logica ci sarebbe nell’imputare a miliardi di figli e nipoti le conseguenze dell’errore, della colpa, del “peccato” di un solo progenitore? Luigi Lombardi Vallauri direbbe che, se davvero Dio ragionasse in questi termini, dimostrerebbe di essere molto più indietro rispetto all’acquisizione delle civiltà moderne che in tutto il pianeta affermano che la responsabilità penale è personale e nessun congiunto può essere punito per i reati di un altro;
c) teologiche: “Gesù, essendo un ebreo, non ne aveva mai sentito parlare. Ma una religione fondata su una teoria che il suo ‘fondatore’ non ha mai nemmeno immaginato è una stranezza” (p. XLIV).
Matthew Fox
Matthew Fox - Madison, Wisconsin, Stati Uniti, 21 dicembre 1940 - teologo e saggista statunitense

Un’alternativa in positivo
Uno dei meriti di Fox è di non fermarsi alla denunzia e di proporre un’alternativa costruttiva, in positivo. Che dobbiamo lasciarci alle spalle il teismo lo abbiamo capito: ma adesso dobbiamo aiutarci a costruire un post-teismo (o meglio un trans-teismo) che ci coinvolga almeno quanto ci ha stregato il “vecchio” teismo. A tale scopo riesuma un vecchio schema della teologia spirituale e lo riscrive a modo suo. Il vecchio schema prevedeva che l’itinerario del fedele attraversasse tre stadi: la via “purgativa”, la via “illuminativa” e la via dell’“unione”.
Si cominciava dalla “purgativa” perché in principio era il “peccato”. In gioventù ho avuto la fortuna di conoscere don Giannino Piana, uno dei più apprezzati teologi morali italiani. In un suo testo rievoca gli anni dei suoi primi studi in quella disciplina (gli anni Sessanta del secolo scorso): la teologia morale di allora era dominata dai manuali di “casistica probabilistica”, da una casistica negativa - era più “una patologia della vita morale” che altro – “il cui obiettivo dominante era l’identificazione del peccato allo scopo di fornire ai confessori una tabella per valutare la situazione di coscienza dei penitenti”. Poi si passava allo stadio della “illuminazione” (che però doveva coincidere con l’ortodossia magisteriale, altrimenti non era illuminazione ma allucinazione) e infine – solo pochi privilegiati – arrivavano all’unione mistica. Evidente in questo itinerario l’influenza gnostica: il nostro vero “io” è l’anima immateriale solo provvisoriamente caduta nel carcere che è il corpo dal quale è destinata a fuggire, liberandosi, con la morte.
Fox sostituisce questo “triplice sentiero spirituale” (che “non è biblico e non è ebraico”) con un “quadruplice sentiero” che, essendo “ebraico e biblico”, “si può considerare la via di Gesù” (p. XXXII). Vediamo, rapidamente, queste quattro tappe che coincidono, sostanzialmente, con le quattro parti del volume.
a) Via positiva: imparare che “tutte le cose sono divine”, p. 14). Molti toni suonerebbero panteistici, ma l’autore ci tiene a distinguere il suo “pan-en-teismo” (p. 388) dal panteismo tradizionale. Per lui, in sintonia con Giordano Bruno, Dio è anche immanente e non solo trascendente: c’è un Dio in omnibus che conosciamo e un Dio super omnia di cui non sappiamo nulla.
Comunque direi che Fox è più interessato alla nostra postura pratica nei confronti del mondo che alla giustificazione teoretica di tale postura: “Non si tratta soltanto di temi a livello concettuale, ma di percorsi che vanno sentiti, esperiti e condivisi profondamente. Sono percorsi di vita, non di morte; di consapevolezza, non di ottundimento; di eros, non di controllo. E per questo motivo sono percorsi di salvezza, cioè di forza che guarisce. La Via Positiva rappresenta una nuova forza che è stata dimenticata: la forza del piacere e della sapienza” (p. 30).
b) Via negativa: accettare il lato oscuro della realtà, della storia, della vita: “siamo esseri cosmici non solo perché proviamo gioia ed estasi, ma anche perché proviamo pena e dolore” (p. 153). Ovviamente non si tratta di cercare la sofferenza quando non la si prova, ma di accettarla quando – inevitabilmente – arriva. Mi pare che Fox, lontano da ogni dolorismo, esorti a non attaccarsi ossessivamente ai beni della vita, a saper mollare la presa: è la postura che la madre di Gesù raccomanda in Let it be dei Beatles.
c) Via creativa: è la sintesi, il frutto, delle prime due vie: “lasciando accadere sia la gioia sia il dolore, sia la luce sia l’oscurità, sia l’universo sia il vuoto, noi lasciamo anche che nasca una terza cosa, ovvero il potere stesso della generazione” (p. 211). Non crea né chi è solo sopraffatto dall’infelicità né chi è del tutto soddisfatto di ciò che è e di ciò che ha...
d) Via transformativa: “la creatività stessa ha bisogno di critica e di orientamento” (p. 305). Questo libro non difetta, certo, di afflato mistico. Ma è la mistica che prediligo e, direi, l’unica mistica autentica (almeno nell’alveo della tradizione ebraico-cristiana): una mistica che tracima in azione politica. “In ogni situazione la nostra creatività dovrebbe essere al servizio della compassione” (p. 305). Già l’Autore l’aveva anticipato a conclusione della Prefazione all’edizione italiana: “la gioia che proverete nella vostra scoperta vi possa riempire di coraggio per portare avanti la lotta per la giustizia sociale, economica, ecologica, ecumenica e sessuale (sia tra uomini e donne, sia anti-omofobica), a cui lo Spirito Santo chiama tutte le persone di buona volontà in questo momento critico della storia delle specie umana e del pianeta” (p. XXXIX).

Augusto Cavadi


¹ Che l’antropologia di Tommaso d’Aquino non sia neppure “macchiata dai pregiudizi dualistici di Platone” e Agostino - mi sembra ad esempio un’affermazione troppo approssimativa.
Elio Rindone, nel suo volume L’uomo e il suo destino. Liberi per costruire un mondo più vivibile, Roma 2014, riprendendo il suo “L’antropologia tomista è unitaria o dualistica?” (Aquinas, 1998, pp. 477-500), scrive che san Tommaso ha sostenuto “un dualismo mitigato rispetto a quello dell’Etica aristotelica. Mitigato, perché non è l’anima che si serve del corpo come di uno strumento ma è lo stesso uomo che compie attività spirituali, con la sola anima e attività sensibili, con l’anima unita al corpo. Ma dualismo, perché ci sono ancora nell’uomo due soggetti di operazione ben distinti: l’anima da sola e il composto di materia e forma” (pp. 228-229). Più in generale si deve riconoscere, con alcuni critici severi perché legati proprio a quel sistema dottrinario che Fox intende destrutturare, che egli dà di Tommaso e di altri autori cattolici un’interpretazione forzata in modo da dare “alle proprie idee un punto di appoggio autorevole” (M. Conetti, “Ma san Tommaso non dice così”, Studi Cattolici, luglio 2011, p. 535).
² Cfr. A. Plé, Per dovere o per piacere? Da una morale colpevolizzante a una morale liberatrice, Gribaudi, Torino 1984. Cfr. anche A. Cavadi, “Sessualità oggi: per una riflessione critica”, Sapienza, XXXVIII (1985), 2, pp. 207-217 ripubblicato come capitolo del volume dello stesso autore, Con occhi nuovi. Risposte possibili a questioni inevitabili, Augustinus, Palermo 1989, pp. 85-105.
³ De contemptu mundi 1, III.
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19 maggio 2025

Un dubbio sull'omelia d'insediamento di Papa Leone XIV

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Papa Leone XIV
La mia è una richiesta di aiuto a capire, una richiesta né retorica né ancor meno polemica. Nella bella omelia di domenica 18 maggio, durante la messa di insediamento, papa Leone XIII ha detto (leggendo un testo scritto reperibile in internet): «Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace».
Mi pare che, secondo la logica più elementare, questo passaggio sia contraddittorio: è davvero così o mi sbaglio clamorosamente?
Se si fosse limitato ad invitare l’umanità ad accogliere la “proposta di amore” (gratuito, disinteressato, “agapico”) che promana (anche, non soltanto!) dal Gesù dei vangeli, l’avrei trovato legittimo, anzi incoraggiante. Se l’avesse esortata a diventare un’unica grande famiglia, sarebbe stato un appello inappuntabile.
Ma egli ha specificato: “Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno”. Ora questo invito papa Prevost lo ha rivolto non solo alle persone che si dicono cattoliche o, comunque, appartengono “a Chiese cristiane sorelle”, ma anche a “coloro che percorrono altri cammini religiosi” o coltivano “l’inquietudine della ricerca di Dio” o vivono, senza inquietudine, la strada della “buona volontà”.
Mi chiedo dunque: ha inteso invitare anche chi cristiano non è ad aderire all’unico Cristo e a diventare membro della sua grande famiglia? L’ebreo o il musulmano, l’agnostico o l’ateo, pur se adesso battono sentieri di giustizia e di servizio, sono esortati a convertirsi alla proposta evangelica ed ecclesiale? Mi sembrerebbe davvero improbabile! Ma, se questa interpretazione – la più immediata, la più evidente – non è corretta, quale sarebbe invece la più fedele all’intenzione papale? Qualcuno – lo chiedo senza ironia – può aiutarmi a capire?


Augusto Cavadi
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23 novembre 2022

Virtù cardinali: ritorno alle origini per rimetterle... in forma

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Virtù cardinali
Il linguaggio del nostro catechismo infantile è davvero obsoleto e anche molti dei contenuti – veicolati con quel linguaggio arcaico – sono francamente inaccettabili. Al punto che Luigi Lombardi Vallauri, noto filosofo del diritto, ha scritto e ribadito in varie occasioni che il catechismo della Chiesa cattolica dovrebbe essere vietato ai minori di 18 anni e riservato agli adulti che, una volta maturi, volessero apprenderlo.
Tutto da buttare, dunque? La maggior parte dei genitori ormai ne è convinta, ma senza riflettere abbastanza, a mio parere, su una verità elementare: non basta decostruire e liberare spazi, bisogna offrire alle nuove generazioni equivalenti funzionali. Altrimenti le si lascia in un vuoto desolato che le scoraggia, le disorienta, non le attrezza per l’impegno attivo a favore del “bene comune”.

Filosofia per la vita - Educazione
Scegliamo un esempio fra molti: chi parla oggi delle quattro “virtù cardinali” della tradizione classica occidentale (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza)?
Già il sostantivo “virtù” evoca alla mente qualcosa di untuoso, inautentico, tendente all’ipocrisia. Quando non designa posture apparenti, per salvaguardare il “buon nome” in società, sembra comunque riferirsi ad atteggiamenti faticosamente conquistati mediante atti di volontà, per domare impulsi istintuali animaleschi. Eppure il termine latino virtus aveva ben altro significato: il valore, la potenza intrinseca, di qualcuno o di qualcosa. Virtuoso era quell’essere che aveva esplicitato, attuato, le sue caratteristiche essenziali: per esempio il condottiero vittorioso o il sonnifero efficace (in quanto dotato di virtus... dormitiva!). Probabilmente ormai nell’uso comune il termine “virtù” è irrimediabilmente compromesso e, anziché tentare di rispolverarlo nella sua freschezza originaria, potrebbe risultare più agevole sostituirlo con parole meno equivoche: qualità etica, fioritura personale, frutto maturo... o non so che altro (i poeti “virtuosi” potrebbero venirci in soccorso). L’essenziale sarebbe arrivare alla consapevolezza diffusa che uomini e donne sono virtuosi/e quando esprimono all’esterno ciò che vivono realmente al proprio interno: una dose accettabile – certo mai perfetta – di equilibrio, saggezza, ricchezza di sentimenti, vitalità progettuale, attitudine relazionale...
Quando sono persone risolte (o, comunque, a una discreta tappa del cammino per diventarlo): che hanno ‘sciolto’ più nodi di quanti gliene restano e – pur senza rimuovere dubbi, domande, problemi – si pongono in maniera affermativa, propositiva, costruttiva.
Se il sostantivo “virtù” è inflazionato e frainteso, ancora di più lo è l’aggettivo cardinali. Più di un interlocutore istruito mi ha dichiarato, senza ombra di ironia, di ritenere che l’aggettivo derivasse dalla supposizione (sin troppo benevola!) che tali virtù caratterizzino i più alti prelati della Chiesa cattolica. Ovviamente non è così.
Prudenza, giustizia, fortezza e temperanza sono state considerate, invece, i “cardini” di una vita moralmente solida. Sono davvero queste quattro qualità etiche i perni sui quali si regge un’esistenza ‘riuscita’? Si tratta di una tesi opinabile. Ma ciò che, innanzitutto, importa è – anche in questo caso – restituire alle parole il significato originario e autentico. Dunque sostituire il termine “cardinale” con qualche equivalente più espressivo quale fondamentale, basilare, essenziale...
Insomma trovare il modo per sgombrare la scena da fantasmi fuorvianti in modo da confrontarsi schiettamente con la tesi (vera o erronea) della tradizione greco-latina: che ci sono atteggiamenti etici (“virtù”) elementari e irrinunciabili (“cardinali”) senza i quali si costruisce la propria esistenza su basi fragili.
Ma questi “atteggiamenti etici” sono innati, ereditati geneticamente? La risposta della saggezza occidentale è che si tratta, essenzialmente, di habitus acquisiti.

Filosofia per la vita - Habitus
"Habitus": ecco un’altra parola-trappola! Si potrebbe translitterare con “abitudine”, ma sarebbe appunto solo una translitterazione, non una traduzione. Perché le “virtù” non sono mai l’esito di comportamenti meccanici, abitudinari, adottati passivamente, bensì “attitudini” (“habitus”) permanenti, costanti, acquisite consapevolmente e liberamente. Come? Mettendo in atto azioni “virtuose”, positive. Aristotele cita un proverbio già noto ai suoi tempi: una rondine non fa primavera. Un gesto di generosità non ci rende generosi; un’azione coraggiosa non ci rende coraggiosi...
Ma gesto dopo gesto, azione dopo azione, la nostra psiche si struttura in una certa maniera per cui la generosità o il coraggio diventano sempre più tipici del nostro modo di essere nel mondo: diventano una “seconda natura” o, forse meglio, plasmano la nostra “natura” secondo un certo modello e con una certa direzione. Al punto che decidere, davanti ai bivi della vita, per gesti generosi o per azioni coraggiose diventa più spontaneo, più agevole, che optare per scelte egoistiche o di viltà.
La persona “virtuosa” lo è tanto più quanto meno si accorge di esserlo o quanto meno le costa esserlo. Compiere atti “viziosi” le riuscirebbe più faticoso, più artificiale, se non quando – replicando giorno dopo giorno atti di egoismo o di vigliaccheria – non acquistasse un altro “habitus” e, dunque, non le diventasse finalmente più facile comportarsi da egoista o da vigliacco. “Virtù” e “vizi” pesano solo sui soggetti mediocri: ai virtuosi e ai viziosi riesce meravigliosamente facile vivere da tali.

Augusto Cavadi


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27 settembre 2018

Mauro e Augusto alla ricerca di Dio

Manuale per Vip, rubrica a cura di Augusto Cavadi.
Caro Augusto,
vorrei passarti alcuni appunti sulla fase attuale della mia ricerca di Dio.
Mi pare che sulla questione si possano dare due – e solo due – ipotesi: dio c'è o dio non c'è.
Esaminiamole distintamente.
Prima ipotesi: dio non c'è. Non esiste nessuna entità trascendente, nessuna persona, nessun regolatore-legislatore. In questa ipotesi io vedo due casi:
• Il cosmo, l'universo, tutto ciò che vediamo e non vediamo, esiste semplicemente e ogni cosa si regola in base all'interazione casuale tra tutti gli esseri e senza un senso preciso e le leggi naturali non sono che nostre interpretazioni nel tentativo di dare un senso a ciò che semplicemente è, esiste.
• Tutto ciò che esiste interagisce seguendo precise regole e leggi universali, in un unico sistema in qualche modo (pre)ordinato.
Ma senz'altro se ne possono dare altri.
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14 settembre 2018

"Il Dio dei leghisti": incontro con l'autore Augusto Cavadi su "Radio Oltre"

Filosofia per la vita - Radio Oltre

Da "Radio Oltre", la radio web dell'Istituto Francesco Cavazza di Bologna.

«Il ritorno di R.O.C. (Radio Oltre Cultura) ha visto il gradito ritorno in studio di un nostro amico: il filosofo Augusto Cavadi. Augusto, filosofo di strada, come ama definirsi, è su tutto un uomo coraggioso che con il pensiero affronta questioni delicate. Con lui abbiamo parlato del paradosso etico e teologico di chi è sia elettore della Lega e sia un cattolico, partendo dal suo saggio "Il Dio dei leghisti" edito da San Paolo. Qui il podcast».

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6 maggio 2018

Per un dialogo sulla vita tra laici e cattolici

Laici e cattolici in bioetica: storia e teoria di un confronto - Giovanni Fornero, Maurizio Mori.
E' solo dal 1970 che, grazie a un saggio dell'oncologo statunitense Van Rensselaer Potter, il termine “bioetica” è entrato – con l'accezione di branca della riflessione etica sui problemi posti dalle varie tappe della vita biologica umana – nel vocabolario comune. Non che, prima, mancassero i trattati di morale “personale”, soprattutto sessuale, in ambito laico e soprattutto religioso; ma l'esplosione delle tecnologie mediche ha comportato una comprensibile enfatizzazione di questo settore interdisciplinare. E non siamo che all'inizio di un percorso terribile e affascinante! A prima vista sembrerebbe logico ipotizzare che quanti si dedicano a queste problematiche possano collaborare sulla base dei dati scientifici e del buon senso comune; ma, a osservare le cose da vicino, non sono andate così. Quando si tratta della nascita e della morte, della pulsione sessuale e della malattia, scienza e buon senso non sono gli unici fattori a entrare in gioco: per fortuna, o per sfortuna, si attivano memorie ancestrali, mitologie archetipiche, tradizioni teologiche, consuetudini etniche, fantasie letterarie, condizionamenti pedagogici, angosce e speranze ugualmente intense e ugualmente difficili da argomentare. Non è strano, perciò, che in bioetica si registrino posizioni differenti, non di rado opposte, tra le quali al cittadino “medio” non è agevole orientarsi. Eppure si tratta di questioni in cui tutti noi, prima o poi, personalmente o in virtù di relazioni familiari, ci imbattiamo: e non sarebbe sintomo di saggezza occuparsene solo nel vivo delle situazioni, quando l'assedio delle emergenze e lo sconvolgimento delle emozioni non favoriscono la ponderazione delle alternative possibili.
Per queste ragioni, all'appuntamento quindicinale delle “Cenette filosofiche per non...filosofi (di professione)” che da molti anni ormai si svolgono presso lo studio dell'avvocato Pietro Spalla a Palermo, i partecipanti si sono assegnati – come testo base per le loro conversazioni serali – il volume (curato da Giovanni Fornero e Maurizio Mori) "Laici e cattolici in bioetica: storia e teoria di un confronto" (Le Lettere, Firenze 2014).
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19 settembre 2017

Profondità marine e tenerezza celeste: Augusto Cavadi a Bergamo e dintorni, 20 e 21 settembre 2017


Augusto Cavadi: filosofo in pratica, pubblicista su "La Repubblica" di Palermo, svolge attività professionale e attività di volontariato culturale che si realizza, principalmente, tramite la Scuola di formazione etico-politica ‘G. Falcone’ da lui fondata nel 1992 per offrire - ai cittadini interessati ad impegnarsi contro la mafia e per la partecipazione democratica - occasioni di maturazione intellettuale e morale. Numerosi gli scritti, tra i quali un recentissimo volumetto:

"Il mare, com’è profondo il mare..."
(Diogene Multimedia, Bologna 2017)

che presenterà a

Curno (BG), presso la Biblioteca Comunale
Piazza Papa Giovanni XXIII, 20
Mercoledì 20 settembre 2017, ore 20.30


Ingresso libero e gratuito

Info: biblioteca@comune.curno.bg.it - Tel. 035 603009



Augusto Cavadi, filosofo-consulente di Palermo, è anche teologo laico (socio dell'Associazione teologica italiana) e autore di vari saggi, tra cui: In verità ci disse altro; Oltre i fondamentalismi cristiani; Non lasciate che i bambini vadano a loro; Chiesa cattolica e abusi su minori; Mosaici di saggezze - Filosofia come nuova e antichissima spiritualità. Quest'anno ha pubblicato anche:

"Tenerezza - Hanna Wolff e la rivoluzione
(incompresa) di Gesù"
(Diogene Multimedia, Bologna 2017)

che presenterà a

Bergamo, presso la Comunità di San Fermo in Bergamo
Via Santi Maurizio e Fermo, 11
Giovedì 21 settembre 2017, ore 21


Ingresso libero e gratuito

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7 gennaio 2017

I Corso di teologia critica - Palermo, Gennaio/Febbraio 2017


I Corso di teologia critica - Palermo, Gennaio/Febbraio 2017

Motivazione di fondo del Corso: La pace fra i popoli presuppone la pace fra le loro differenti religioni. Ma la pace fra le religioni non è possibile senza un minimo di conoscenza reciproca. (Questo, in sintesi, il programma della Fondazione per un’etica mondiale di Hans Küng).

Sede: Casa dell’equità e della bellezza, via Nicolò Garzilli 43/a, Palermo

Date: Mercoledì 11 gennaio 2017 ore 18,15 – 19,45
(le altre tre date, con i relativi orari, saranno concordate al termine della prima riunione sulla base delle preferenze dei presenti)

Relatori: Andrea Cozzo e Augusto Cavadi (http://www.augustocavadi.com)

• Linee essenziali dell’induismo
• Linee essenziali del buddhismo
• Buddhismo e cristianesimo
• Il politeismo greco

Partecipazione: La partecipazione è riservata agli iscritti; per prenotarsi inoltrare richiesta via email a: a.cavadi@libero.it

Quota di iscrizione: Euro 30,00 per i 4 incontri. Ogni singolo incontro euro 10,00. Chiunque abbia difficoltà finanziarie può notificarlo all’organizzazione per le debite facilitazioni. Per i soci sostenitori del “Centro di ricerca esperienziale teologica laica”* l’iscrizione è gratuita.

Testo suggerito: F. Dipalo, Introduzione al pensiero buddhista, Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 145, euro 10,00.

(*) CENTRO DI RICERCA ESPERIENZIALE TEOLOGICA LAICA

Il 1° gennaio 2017 si è costituito a Palermo (presso la “Casa dell’equità e della bellezza” in via Nicolò Garzilli 43/a, all’angolo con via Enrico Parisi) il “Centro di ricerca esperienziale teologica laica”. E’ un luogo aperto a tutte le persone che, a prescindere dall’eventuale appartenenza a una comunità confessionale (ebraica, cristiana, islamica o altro) e dalle convinzioni in campo religioso (eventualmente agnostiche o atee) desiderino contribuire a una ricerca collettiva sul divino, sia a livello teorico di indagine teologica sia a livello  di sperimentazione pratica. In concreto il Centro prevede di offrire:
• Seminari sulle ricerche teologiche contemporanee
• Week-end di spiritualità laica
• Giornate comunitarie (“Le domeniche di chi non ha chiesa”)
• Conferenze di esperti ospiti
• Presentazione di libri
• Cenette teologiche per non…teologi
• Ritiri di meditazione e proposte di nuove forme di preghiera liturgica

Un Consiglio scientifico (estensibile per cooptazione su auto-candidatura di volontari) ha il compito sia di progettare iniziative sia di vagliare le proposte che potranno provenire dai simpatizzanti.

Il Centro si basa sui contributi finanziari dei sostenitori. La quota minima per diventare sostenitore è di euro 10,00 al mese. La lista dei sostenitori in regola con i versamenti sarà resa pubblica ai frequentatori del Centro di ricerca.

Il Centro di ricerca non ha in quanto tale scopo di lucro e i sostenitori avranno ingresso libero a tutte le iniziative. In alcuni casi, per auto-finanziarsi, il Centro di ricerca  potrà prevedere modesti contributi di partecipazione per i non-sostenitori.
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6 novembre 2016

Augusto Cavadi, "Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità"

Augusto Cavadi, Mosaici di saggezze.
E’ possibile vivere una spiritualità slegata da una fede religiosa? Che ruolo ha la filosofia nella ricerca di una tale spiritualità? Quali contributi ci offrono in proposito i filosofi antichi e moderni? In Mosaici di saggezze (Diogene Multimedia, Bologna, 2015, € 25,00) Augusto Cavadi risponde in modo esauriente a tali interrogativi, affermando che la spiritualità non è prerogativa solo delle religioni e che il pensiero filosofico ha le carte in regola per illuminare i percorsi di saggezza dell'umanità. Per quantità e qualità della materia trattata, il lettore ha in mano un libro assai ricco e complesso: se ne suggerisce perciò una lettura lenta e meditata, la più adatta a gustare e ‘digerire’ appieno le molteplici riflessioni che il testo contiene; riflessioni che l’autore intreccia comunque con brillante maestria, consentendo di fruire appieno della robusta poliedricità dell’opera grazie a una esposizione chiara e scorrevole.

Vinto il timore reverenziale verso un testo impegnativo sì, ma sicuramente alla portata di uomini e donne che, alla ricerca di un senso della vita e del mondo, non si sottraggono alla fatica del pensare, Mosaici di saggezze si rivela un libro necessario, addirittura di "servizio", perché, pur senza pretendere la palma dell'originalità, colma una lacuna nel panorama filosofico: recupera infatti alcuni filoni spirituali della filosofia occidentale e traccia le linee essenziali di una possibile - multiforme e intrinsecamente inesauribile - spiritualità filosofica. Operazione possibile perché l'autore - alla maniera socratica "filosofo di strada" senza steccati e senza frontiere - è capace di spaziare laicamente nell’universo delle riflessioni incarnate nel tempo dai singoli pensatori, costruendo ponti e connessioni tra le diverse 'offerte' spirituali. Perché è proprio l’esercizio del pensiero a rendere possibile una spiritualità, anzi un mosaico di saggezze e di spiritualità, a patto che, sottolinea l'autore "ci riconciliamo con la costellazione dei termini imparentati con il vocabolo 'spirito' (...) e restituiamo al termine ... la sua costitutiva polifonicità (...): ciò che noi siamo nel nucleo più intimo e ciò che possiamo diventare al culmine della nostra fioritura". Così intesa, la spiritualità non può che essere di per sé inclusiva; e la filosofia "non può sottrarsi al compito cui sembra chiamarla l'epoca storica che attraversiamo: vigilare criticamente contro ogni travestimento perverso dello spirituale, (...) ma anche contribuire in positivo alla rinascita e diffusione di un’autentica dimensione spirituale dell’esistenza personale e collettiva".

Non è facile condensare in poche righe la straordinaria ricchezza del testo: Mosaici di saggezze fornisce utili riflessioni sul senso della filosofia oggi, "l’amica ritrovata" che serve a non dare nulla per scontato ed è il miglior antidoto ai diversi fanatismi; evidenzia le connessioni inscindibili tra filosofia, etica e politica, ribadendo il legame tra la riflessione filosofica sulla vita individuale e l’azione sociale e politica e indicando nell’ortoprassi il fine ultimo della ricerca filosofica; ci offre poi un'analisi illuminante sulla svolta pratica della filosofia e un'ampia disamina sulla sua valenza intrinsecamente spirituale e terapeutica; ancora, nei capitoli "Costellazioni della modernità" e "Costellazioni della contemporaneità", il libro propone imperdibili approfondimenti sulla spiritualità di pensatori del calibro di Giordano Bruno, Pascal, Montaigne, Feuerbach, per citarne alcuni, e, tra i contemporanei, Ellul, teorico della decrescita, Hans Jonas, Gadamer ed Edgar Morin: proprio Morin ci esorta, tra l'altro, a "implementare ogni politica con generose doti di etica e ogni etica con forti iniezioni di spiritualità".

Il testo infine, non a caso scritto in prima persona, riesce persino a com-muoverci, perché le sue pagine toccano profondamente la nostra mente e il nostro cuore, attraverso una sorta di costante e feconda risacca filosofico/esistenziale. E allora: la spiritualità filosofica ci salverà? Luc Ferry afferma che compito ultimo della filosofia è comunque il riconoscimento del suo limite: "L’amore della saggezza deve in un certo senso eclissarsi per dare spazio ... alla saggezza stessa. Essere saggio (...) è semplicemente  vivere con saggezza, il più possibile liberi e felici, riuscendo infine a vincere le paure che la finitezza ha suscitato in noi". E Cavadi gli fa eco, suggerendo l’abbraccio felice tra amore e filosofia: "La filosofia può salvare dal non-senso solo se si prende sul serio la sua valenza esistenziale, mistica (...) ma in questo vissuto non può mancare l’esperienza dell’amore. La filo-sofia è completa solo se è anche sofo-filia. (...) Nessun amore della sapienza è veramente tale se non, anche, sapienza dell’amore".


Maria D’Asaro


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23 ottobre 2016

Ma anche gli atei vivono una spiritualità?

Augusto Cavadi

Se chiediamo in giro cosa s’intenda con la parola spiritualità registriamo, molto probabilmente, una miriade di risposte differenti. Proprio perché ognuno di noi dà allo stesso vocabolo un significato particolare ogni conversazione sul tema resta pregiudicata in partenza: così ci sarà chi parlerà di crisi della spiritualità e chi di rinascita, chi si rattristerà del tramonto della spiritualità nella società contemporanea e chi se ne rallegrerà, chi dirà di sentirsi più leggero da quando ha abbandonato ogni preoccupazione spirituale e chi dirà di essere tornato dopo molti anni alla ricerca della spiritualità... Ora, che ci sia una varietà di opinioni è legittimo; ma questa varietà è arricchente, e non sterile e stancante, solo se è davvero diversità di idee e non, invece, semplice gioco di equivoci dovuto a un uso poco attento dei termini.
Se proviamo a raccogliere le diverse accezioni semantiche del vocabolo spiritualità in alcuni ceppi potremmo individuarne almeno tre.
In un primo senso, molto diffuso in Paesi come l’Italia di antiche tradizioni cattoliche, spiritualità è sinonimo di pratica ecclesiale. Di una persona che va spesso in chiesa, che frequenta i sacramenti, che prega abitualmente…si dice che viva una forte spiritualità. Non mi stupirei che la formula si usasse anche in Europa orientale per i fedeli ortodossi o in Europa continentale per i fedeli protestanti; o anche per musulmani praticanti nei Paesi di tradizione islamica o per gli ebrei nelle varie comunità sparse nel mondo.
Questa equazione (spiritualità = pratica ecclesiale) viene sempre più spesso messa in crisi dalla constatazione che, anche fuori dagli ambienti confessionali, esistono uomini e donne che – pur non aderendo a una comunità religiosa ebraica, cristiana o islamica – dimostrano un forte senso di religiosità naturale. Questa constatazione ci induce a individuare un secondo significato della parola spiritualità intendendolo come sinonimo di religiosità (non necessariamente di pratica ecclesiale). E’ l’atteggiamento interiore, ma anche esteriore, di chi ha un vivo senso della sacralità dei monti e delle acque, delle piante e degli animali, delle persone umane specie quando sono sofferenti, emarginate o sfruttate. Come negare che chiunque percepisca l’universo in cui siamo immersi come una totalità divina, se pur anonima, sia titolare di spiritualità?
Ma il quadro non sarebbe completo se ci fermassimo a queste prime due equazioni (spiritualità = pratica ecclesiale, e spiritualità = religiosità naturale). La storia dell’umanità e l’esperienza planetaria attuale ci mettono al cospetto di un altro genere ancora di persone. Sono uomini e donne che, pur non riconoscendosi in una religione istituzionale e pur non avvertendo neppure un vago senso di religiosità cosmica, hanno una vita interiore (intessuta di silenzio, di riflessione, di attenzione, di contemplazione della bellezza…) che traspare nei loro gesti abituali (garbati, rispettosi, sensibili ai bisogni e ai desideri altrui…) e più ancora nelle opzioni di fondo della loro esistenza (concentrata su grandi obiettivi politici come il pacifismo, la nonviolenza, la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata…). Queste persone sono prive di spiritualità solo perché prive di senso religioso naturale e, più ancora, di fede in senso confessionale e istituzionale? Sarebbe davvero scorretto affermarlo. Ecco perché la realtà effettiva ci impone di individuare un terzo significato almeno di spiritualità come sinonimo di vita piena, di “fioritura” della persona (come ama dire Martha Nussbaum). In questa prospettiva, per così dire ‘laica’, c’è abbastanza spazio per tutti: anche per una spiritualità atea.
Capisco che non è agevole usare ogni volta un sostantivo (nel nostro caso “spiritualità”) a patto di coniugarlo immediatamente, di volta in volta, con un aggettivo (nel nostro caso: o “confessionale” o “religiosa” o “laica”). Per questo ormai da anni, in vari scritti (e soprattutto in Mosaici di saggezze. Filosofia come antica nuovissima spiritualità) , suggerisco – con qualche piccolo risultato, ma ancora davvero piccolo – di adottare, per maggiore chiarezza, tre vocaboli differenti:

a) fede confessionale (per esempio ebraica, cristiana o islamica): Pascal o Manzoni o Bach o Galileo Galilei potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva
b) religiosità naturale (o cosmica): Spinoza o Foscolo o Beethoven o Albert Einstein potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva
c) spiritualità laica (o basica): Feuerbach o Leopardi o Mozart o Margherita Hack potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva (la Hack, in particolare, era tanto schietta e simpatica nelle sue proclamazioni di ateismo che qualcuno ben informato sostiene che, dopo la sua morte, Dio stesso – ammirato – per non darle dispiaceri abbia fatto finta di non esistere).

Se questo dizionarietto fosse condiviso sarebbe più facile confrontarsi nelle discussioni tra due o più interlocutori, evidenziando ciò che davvero ci divide senza lasciarci confondere da inesattezze linguistiche (che spesso tradiscono imprecisioni concettuali). E in una di queste discussioni la mia, personale, prima tesi sarebbe: che nessuna fede confessionale è autentica, attendibile, se non presuppone una religiosità naturale; ma, a sua volta, nessuna religiosità naturale è autentica, attendibile, se non presuppone una spiritualità laica. Il mondo è pieno di fedeli, convinti ed entusiasti aderenti a chiese e movimenti più o meno ufficiali, che non dimostrano nessun senso del sacro: come non considerarli dei poveri bigotti, dannosi a sé e all’umanità? Non mancano, però, neppure soggetti che hanno una viva religiosità cosmica (dimostrandosi attenti a tanti aspetti della natura) ma che, per un verso o per un altro, si rivelano monchi e zoppicanti, a causa di un’insufficiente coltivazione delle loro potenzialità spirituali: non saranno pericolosi come i bigotti, ma la loro incidenza storica è molto minore di quanto potrebbe (e dovrebbe) essere se non si accontentassero di un sentimento spontaneo del sacro e si preoccupassero di diventare in pienezza ciò che sono in abbozzo.

(Dedico queste note al gruppo di ricerca filosofica di Pinerolo, orientato da Luisa Sesino: le ho infatti preparate in vista dell’incontro del 19 ottobre 2016 e poi riviste dopo gli apporti ricevuti).


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21 ottobre 2016

"Spiritualità laica" - Sabato 22 Ottobre 2016, Torino


Presentazione della giornata di spiritualità a cura del Gruppo Spiritualità Amici della F.A.R.O., che si terrà Sabato 22 Ottobre 2016 (ore 13 - 17) presso "Vol.To", Via Giolitti 21, Torino.

SPIRITUALITA' LAICA

Dopo le diverse occasioni in cui ci siamo chiesti cosa significasse spiritualità al cospetto della morte (e della vita) per i nostri ospiti - e noi stessi - credenti nelle diverse religioni (cattolica, islamica, buddhista, …), ci chiediamo ora cosa significhi (o possa significare) spiritualità per tutti coloro che si professano semplicemente “esseri umani”: laici, atei, agnostici, scettici o indifferenti. Così come per tutti gli esploratori di terreni di confine che prendono sul serio le religioni senza aderire a nessuna di esse; per coloro che si confrontano con il dialogo interreligioso; per coloro che si interrogano e basta; per coloro che hanno smesso di farlo; per coloro che provano a evitare una china sincretistica; per coloro che non smettono di cercare non rinunciando alla propria esperienza e dimensione critica, pur immalinconiti dal sentirsi “esodati dal divino”; per coloro che cercano la strada della spiritualità in una vita meditativa, simbolicamente “autentica”.
Nel corso della giornata ci chiederemo cosa significa spiritualità non religiosa (laica), una spiritualità al di fuori dell’adesione a un credo e al di fuori di una comunità di coloro che hanno fatto una professione di fede; ci faremo sollecitare a pensare a un diverso volto della vita dello spirito e dell’anima, provando a dare un nome alle forme e alle manifestazioni che possono assumere le strade di una ricerca spirituale “oltre l’oltre”, al di fuori dei cammini consolidati dalle diverse chiese. E alle conseguenze di queste posizioni nel momento del distacco dalla vita: quali parole veicoliamo a fronte di domande di spiritualità “altra”? Quali le cerimonie, i riti e le ritualità “irrituali”?

La giornata si propone i seguenti obiettivi:
1) far assumere a noi volontari e agli operatori consapevolezza della relatività sociale/culturale delle nostre opzioni religiose o spirituali (riconoscerle, nell’ottiche di tenerle per sé, sapendo fare “epochè” difronte al morente e ai suoi famigliari, qualora diverse dalle proprie) e dell’esistenza di una spiritualità “altra” (ugualmente ricca e importante per la vita delle persone, e per i modi della loro morte), rispetto a quella espressa da chi si professa membro di comunità religiose monoteistiche confessionali e tradizionali;
2) riflettere sulla nostra competenza nell’avvicinarci ai morenti in termini rispettosi delle loro visioni spirituali qualora diverse dalle nostre;
3) arricchire la nostra vita interiore e cercarne le possibili strade, riflettendo sulla necessità umana di coltivare la spiritualità e la “mente-cuore”, anche a prescindere dalle religioni.

Ci aiuteranno a far ciò:
Augusto Cavadi, filosofo-consulente (“Phronesis”) di Palermo, ideatore delle “Vacanze filosofiche per non…filosofi” e delle “Domeniche di chi non ha chiesa”. E’ autore del volume Mosaici di saggezze. La filosofia come nuova antichisisma spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2015.
Daniele Degiorgis e Flaviana Rizzi, rappresentanti della UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti: www.uaar.it).
Luisa Sesino, filosofa-consulente di Pinerolo (Torino). Ha un’esperienza pluridecennale di lavoro con medici, operatori sanitari, psicologi e malati in varie città d’Italia.

Nel corso della giornata il linguaggio poetico ci aiuterà a dire cosa è “spiritualità” attraverso la lettura di alcuni componimenti, in piccoli intermezzi, a cura di Grazia Colombo e Claudia Piccardo.

Programma
Ore 13,00 - 13,45- Accoglienza
- Introduzione alla giornata
a cura del Gruppo Spiritualità Amici della F.A.R.O.
Ore 13,45 - 14,45- Relazione "Prima delle (o senza le) religioni: una spiritualità per i laici?"
a cura di Augusto Cavadi
Ore 14,45 - 15,45Relazione “Spiritualità atea”
a cura di due rappresentanti dell’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti), Daniele Degiorgis e Flaviana Rizzi
Ore 15,45 - 17,00- Suggestioni dalla mattinata e discussione in gruppo: “Storie ed espressioni di spiritualità laica nell’accompagnamento di morenti e familiari laici”
a cura di Luisa Sesino

Chi volesse partecipare a questo momento di riflessione dovrebbe preannunziare la sua presenza con l'invio di una semplice mail a patrizia.rosso@fondazionefaro.it (specificando che si tratta di amica/amico di Augusto Cavadi).
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