MANUALE PER VIP
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
«Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa! Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza"...»
Dal post introduttivo ►
CENETTE FILOSOFICHE PER NON... FILOSOFI
(DI PROFESSIONE)
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Cenette Filosofiche
Nel 2003 alcuni partecipanti abituali alle “Vacanze filosofiche” estive¹, e residenti nella stessa città (Palermo), abbiamo esternato il desiderio di incontrarci anche nel corso dell’anno, tra un’estate e l’altra. Da qui l’idea di una cenetta quindicinale presso lo studio legale di uno di noi, Pietro Spalla, che si sarebbe incaricato di far trovare un po’ di prodotti da forno e qualche bevanda. Appuntamento alle ore 20:00 (in martedì alterni) per accogliersi a vicenda e mangiucchiare ciò che si trova sulla tavola: dalle 20:30 alle 22:00, poi, lo svolgimento dell’incontro.

La metodologia che abbiamo adottato è molto semplice: chiunque del gruppo propone un testo che si presti ad essere letto in chiave di filosofia-in-pratica (dunque non solo un classico del pensiero filosofico, ma anche un romanzo o un trattato di psicologia, un saggio di astrofisica o di botanica) e, se la maggioranza lo accetta, diventa nelle settimane successive il testo-base delle conversazioni. In esse non sono graditi gli approfondimenti eruditi (tipici dei seminari universitari) perché si vorrebbe dare spazio alle riflessioni personali, alle risonanze esistenziali e alle incidenze sociopolitiche, suggerite dal testo adottato. Uniche condizioni per la partecipazione: aver letto le pagine del libro che il gruppo si assegna di volta in volta per la riunione successiva (se non si fosse riusciti a farlo in tempo, si è pregati di assistere in silenzio) e intervenire evitando i toni polemici nei confronti dei presenti che abbiano espresso convinzioni, esperienze, ipotesi interpretative differenti dalle proprie².

La pandemia del Covid-19 ha costretto la piccola comunità di ricerca filosofica a sospendere gli incontri in presenza e a sostituirli con sessione in video-conferenza: certamente una riduzione della qualità delle relazioni fra i partecipanti, ma anche l’apertura di possibilità sino a quel momento inesplorate. Così amiche e amici di varie regioni italiane si sono collegati via internet e questa modalità di interazione ha finito col sostituire del tutto le cenette in presenza. Ci si vede direttamente alle 20:30 collegandosi mediante un link che Pietro Spalla trasmette a chiunque faccia richiesta di essere incluso nell’apposita mailing list (spalla.pietro@gmail.com).

La mailing list è diventata, sempre più, un luogo di scambi tra una cenetta e la successiva: scambi di opinioni, di commenti, di suggerimenti bibliografici, di battute umoristiche, di informazioni su eventi culturali... In questa molteplicità di interventi occasionali, non ne mancano alcuni meno estemporanei, di una certa consistenza e di un certo rilievo, che probabilmente meritano di non essere seppelliti nelle ondate di e-mail che si accavallano di giorno in giorno (talora di ora in ora).

Da qui l’idea di aprire in questo blog – www.filosofiaperlavita.it – un’apposita rubrica – “Cenette filosofiche per non... filosofi (di professione)” – che metta a disposizione, per un lasso di tempo più lungo e soprattutto per un pubblico potenzialmente più ampio, i contributi che i sostenitori finanziari della rubrica riterranno opportuno segnalare³.

Augusto Cavadi


¹ Cfr. https://vacanze.filosofiche.it
² Cfr. “Cenette filosofiche” in A. Cavadi, Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2016, pp. 282-284.
³ Attualmente i rimborsi delle spese di gestione di questa rubrica sono sostenuti da Caccamo A., Cavadi A., Chiesa L., Cillari E., D’Angelo G., D’Asaro M., Di Falco R., Enia A., Federici G., Galanti M., Gulì A., Leone R., Oddo G., Palazzotto A., Paterni M., Randazzo N., Reddet C., Salvo C., Spalla P., Spalla V., Santagati G., Ugdulena G., Vergani B., Vindigni E. Chi desiderasse aggiungersi al numero dei sostenitori può contattarmi alla e-mail a.cavadi@libero.it
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5 settembre 2026

Gravidanza per altri e paradigma culturale post-moderno

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Gravidanza per altri
La GPA (Gravidanza per altri) è un tema-spia nel senso che, pur essendo una lucina circoscritta, segnala problematiche sottostanti molto più vaste. E in questo sottofondo s’intrecciano punti di vista differenti che spaziano dal femminismo all’ecologia, dall’etica alla biologia, dall’antropologia culturale all’economia, dalla psicologia al diritto. Nulla di strano, dunque, che anche le analisi, i giudizi e le proposte operative siano molteplici e che in ogni “schieramento” (ideologico, culturale, religioso o politico) si trovino dialetticamente contrapposti i “favorevoli” e i “contrari”: tra le femministe o tra gli elettori di “sinistra” o tra gli aderenti a una delle confessioni cristiane...
In questa bailamme il filosofo – o almeno il teorico delle idee – può solo tentare una mappa orientativa in cui evidenziare alcuni nessi logici a beneficio di chi sia animato dall’esigenza di avere una visione-del-mondo per quanto possibile coerente. Certo, a molte persone non interessa che le proprie convinzioni si incastrino in un puzzle e, anzi, fanno della contraddizione fra una propria convinzione e un’altra quasi un titolo di vanto: e questa caratteristica del nostro tempo, forse, non è causa trascurabile di certi malesseri soggettivi e di tanti sterili scontri polemici pubblici.
Ciò premesso, proporrei – a mero titolo di ipotesi di lavoro – una griglia interpretativa secondo la quale la GPA sarebbe l’esito logico, consequenziale, del paradigma culturale (post-moderno) oggi dominante. Se questa griglia fosse realistica, chi ne condividesse i tasselli ma poi ne rifiutasse il punto terminale dovrebbe porsi qualche domanda auto-critica, proprio come chiunque rifiutasse uno o alcuni o tutti i tasselli e però condividesse la GPA.

Sette tasselli del puzzle
Provo a indicare, telegraficamente, in sette sequenze cinematografiche – che partono dal panorama e zoomano sul particolare – lo scenario complessivo all’interno del quale mi pare che si possa, o addirittura si debba, condividere la GPA.

1) - Dal punto di vista cosmologico l’universo è una danza caotica di vibrazioni/ particelle sub-atomiche: in esso (vedi Nietzsche, Sartre ed altri) ogni cosa nasce senza un motivo, permane per inerzia, muore per caso.
2) - Dal punto di vista etico non esistono criteri assoluti di giudizio: non solo nessuna Volontà trascendente stabilisce ciò che è bene e ciò che è male, ma neppure la Natura può essere assunta a metro di valutazione. Tutto è storia, divenire, cultura (vedi storicismi idealistici e materialistici): non c’è nessuna lex naturalis cui Antigone possa appellarsi contro la dittatura (di un tiranno o di una maggioranza di votanti). In questo contesto ognuno/a di noi stabilisce, in sovrana autonomia, ciò che è lecito e ciò che è illecito. L’individuo è misura di tutte le cose (vedi il relativismo neo-sofistico).
3 - Dal punto di vista antropologico: questo individuo, questo “io” è ragione, volontà, sentimento, ma soprattutto desiderio. Il desiderio soggettivo è insindacabile: l’unico imperativo davvero categorico.
4 - Dal punto di vista socio-economico: in regime di libero mercato ognuno/a ha il diritto di esaudire il proprio desiderio a patto di non costringere nessun altro con violenza ad assecondarlo: ogni sadico ha diritto di cercarsi il suo masochista (e viceversa), ogni venditore ha diritto di cercarsi il suo cliente (e viceversa), ogni imprenditore ha diritto di cercarsi il suo salariato (e viceversa).
5 - Dal punto di vista giuridico: la proprietà del proprio corpo è la prima forma di proprietà assoluta. Maschio o femmina, possono cedere ad altri (per dono o per compenso monetario) una parte di sé: un rene o una sostanza midollare o un tratto di pelle o un po’ di sperma o un ovulo...
6 - Dal punto di vista biologico: l’ovulo fecondato – prima zigote, poi feto – è una parte del corpo femminile, non un soggetto titolare di diritti (vedi “l’utero è mio”).
7 - Esito logico della concatenazione: la donna, che può disporre in assoluta autonomia (senza l’interferenza dello Stato o della Chiesa di appartenenza o del partner maschile) del feto prima del parto, ne può disporre anche subito dopo.

Verificare la coerenza interna alla propria visione-del-mondo
Accettare i primi 6 step (soprattutto il sesto: il “diritto all’aborto” non solo nei casi di minaccia per la vita della madre o di ingravidamento per stupro o di gravi malformazioni genetiche del nascituro) e arrestarsi alle soglie del settimo sarebbe intellettualmente incoerente. (Più intellettualmente onesto decidere, se si rifiutasse la conclusione logica, di rivedere criticamente la solidità delle premesse). Altrettanto intellettualmente incoerente sarebbe rifiutare in tutto o in parte i primi 6 step (soprattutto il sesto, sostenendo che il concepito, una volta concepito, ha diritto di nascere e di nascere in condizioni di benessere fisico-affettivo) e poi condividere l’esito finale.

Non sovrapporre giudizio etico e opportunità giuridica
Questo ragionamento è intenzionalmente astratto, nel senso (per me non riduttivo) che cerca il nesso logico fra alcune premesse concettuali e alcune conseguenze. Esso ipotizza che la GPA sia sostenibile all’interno del paradigma culturale contemporaneo dominante, ma non esclude che altri possano individuare l’accettabilità della GPA come esito logico di altri paradigmi (forse altrettanto coerenti ma, temo, più auspicabili in futuro che attualmente condivisi).
Questo piano di riflessione (filosofico-etico) non va confuso con il piano delle scelte operative (politico-giuridico). La storia presenta molti casi in cui si può ritenere illecito (o sconveniente o comunque sconsigliabile) un comportamento individuale (uso di alcol, di tabacco, di droghe leggere e pesanti, prostituzione, pornografia, aborto volontario senza gravi motivi...) e, nonostante questo giudizio negativo, optare per una regolamentazione legislativa (tesa a limitare i danni sia sociali che soprattutto personali).
In concreto potrebbe darsi un ragionamento del tipo: giudico immorale (soprattutto perché il desiderio di un figlio non può prevalere sul diritto del neonato a una madre accudente che coincida con la madre gestante) che una donna (per necessità economica, tranne rari casi di complicità affettiva con un’altra donna) conceda “in affitto” il proprio utero per nove mesi; mi impegno politicamente per una società, alternativa all’attuale, in cui nessuna donna sia costretta o indotta da esigenze economiche alla GPA; intanto mi mobilito per una tutela giuridica dei diritti minimali di ogni donna che ritenga di prestarsi a una gravidanza per conto di genitori intenzionali o legali.


Augusto Cavadi
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30 agosto 2026

Le Vacanze filosofiche nella “gioiosa” Sestola

• Condiviso da Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Maria D'Asaro - Sestola 2026
SESTOLA (Modena) – Che cosa è la gioia? Un’emozione, un sentimento, uno stato d’animo? È qualcosa di effimero o può perdurare nel tempo? In cosa differisce dal piacere e dalla felicità? Si può essere gioiosi anche in momenti di sofferenza e dolore? Si può provare una ‘gioia malvagia’? Come, ad esempio quella dei ‘cecchini del week-end’, cittadini europei, anche italiani, estranei alla guerra allora in corso nell’ex Jugoslavia, che a Sarajevo, tra il 1992 e il 1995, facevano il tiro a bersaglio su uomini, donne e bambini la cui sola ‘colpa’ era uscire fuori di casa e attraversare uno spazio aperto, per procurarsi del pane o prendere un po’ di aria...
C’è una modulazione specifica della gioia nelle diverse culture e nei vari contesti antropologici? Come hanno spiegato e declinato la gioia pensatori del calibro di Spinoza e Nietzsche? Cosa è la gioia, secondo il punto di vista delle neuroscienze, e quali sono i suoi ‘mediatori chimici’? E ancora: come è considerata la gioia dalla mistica cristiana, dal taoismo e dalla filosofia indiana? Infine: è possibile oggi liberarsi da visioni mitiche negative e paralizzanti per ‘aprire qualche varco alla gioia’?

A Sestola, ridente località emiliana in provincia di Modena, a 1.020 metri di altitudine (secondo Comune per altezza di tutta la regione) il tema ha avuto la capacità di attrarre e far ‘gioiosamente’ convivere – cosa non affatto scontata – una quarantina di partecipanti, provenienti da ogni parte d’Italia: da Varese a Palermo, da Trento a Castellammare del Golfo, da Roma a un piccolo borgo toscano al confine con l’Umbria, da Milano alle Marche...

Sugli interrogativi posti dalla gioia, sui suoi presupposti e le sue declinazioni personali, culturali e antropologiche, si sono cimentati i cinque relatori: il dottore Mario Mulè, i professori Gianfranco Bertagni, Francesco Azzarello, Augusto Cavadi e Salvo Fricano, le cui relazioni sono state caratterizzate da un eccellente spessore culturale, dalla massima chiarezza espositiva e da un tangibile coinvolgimento esistenziale... Ciascuno di loro ha davvero incarnato la sostanza del ‘filosofo di strada’, che si propone di essere capito da tutti e manifesta un atteggiamento di ascolto autentico e dialogante verso gli interlocutori.

Il loro stile espositivo è stato così intrigante e coinvolgente da indurre qualche persona esterna, soggiornante nella stessa struttura alberghiera, a partecipare last minute alle conferenze e a offrire anche il proprio contributo di riflessione. Perché, come è stato sottolineato durante precedenti vacanze filosofiche (ad esempio a Roccaraso, nel 2020, e ad Agnone nel 2025) le due relazioni giornaliere, una mattutina e l’altra nel pomeriggio, sono sempre seguite da interventi dei partecipanti, in un clima di ascolto rispettoso, sereno e ‘plurale’, in cui ciascuno, seppure non specialista e non filosofo, esprime con libertà il proprio punto di vista.

A bilancio della XXIX settimana di Vacanze filosofiche per... non filosofi, ad avviso della scrivente, la ricetta vincente di tale ‘vacanza pensante’ è dovuta principalmente a tre ingredienti: la competenza illuminata dei relatori, priva di posture sterilmente erudite, il buon clima relazionale che si istaura tra i partecipanti, la bellezza suggestiva della località ospitante.

Sestola si è rivelata cittadina ospitale, ricca di suggestive bellezze naturali: tra una sessione e l’altra qualcuno si è avventurato persino nei pressi della cima di monte Cimone, con i suoi 2.165 metri la più alta dell’Appennino settentrionale; altri si sono ‘accontentati’ di arrivare in funivia vicino a monte Cervarola (1.623 metri); altri ancora hanno ammirato le cascate del Doccione, in una frazione del comune di Fanano.


Filosofia per la vita - Maria D'Asaro - Sestola - Lago della Ninfa
Filosofia per la vita - Maria D'Asaro - Castello di Sestola
Quasi d’obbligo per tutti la gita al suggestivo laghetto della Ninfa (sopra), a 1.500 metri, circondato da faggete e boschi di conifere, e la visita del castello di Sestola (a lato), presso le cui sale ha sede il Museo della civiltà montanara e contadina, che raccoglie materiali ed attrezzi riguardanti le tradizioni lavorative e di vita locali, e il Museo degli strumenti musicali meccanici. Quest’ultimo, inaugurato nel 1995, espone esemplari soprattutto dell’Ottocento e contiene circa 120 pezzi della collezione Eduard Thoenes (tra cui organetti, pianole, pianoforti a cilindro, carillon).

Nell’ultima serata comunitaria, il professore Fricano ha proposto, con la magistrale direzione di Herbert von Karajan, l’ascolto del quarto movimento (finale) della sinfonia n.9 di Beethoven, che 20 anni prima della sua composizione, già sordo, aveva pensato al suicidio.
Proposito, per nostra fortuna, accantonato: Beethoven ha continuato a vivere e a comporre e ci ha donato il capolavoro assoluto della Nona Sinfonia con il suo Inno alla gioia, eseguito per la prima volta a Vienna il 7 maggio 1824: prima sinfonia con la presenza della voce umana e del coro, che rappresenta l’intera umanità. Il testo, composto da Friedrich Schiller, esorta “Abbracciatevi, moltitudini”.
Si tramanda che, sebbene completamente sordo, Ludwig van Beethoven fosse presente sul palco; alla fine dell’esecuzione, non sentendo gli applausi, il maestro fu fatto girare dal contralto Caroline Unger perché vedesse il pubblico festante che sventolava i fazzoletti.

Nell’agorà finale, si è sottolineato che avere cura di sé e degli altri sono due modalità complementari che stimolano l’ossitocina, mediatore chimico della gioia sociale... Sono state infine ricordate le parole dello starec Zosima ne I Fratelli Karamazov, personaggio che Dostoevskij considerava portatore della sua visione: “Bisogna amare ogni creatura e tutto l’universo. Ogni granello di sabbia, ogni fogliolina, ogni raggio di sole. Forse amando veramente ogni cosa si può capire il mistero della vita”.

La sinergia tra gioia personale e gioia sociale è forse il segreto della gioia: nessuno basta a sé stesso, nessuno può gioire davvero da solo...


Maria D'Asaro

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28 agosto 2026

Teoria del Profondo: Moby-DIck

• Condiviso da Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita - The Face of the Deep - by Catherine Keller
Catherine Keller, teologa cristiana contemporanea e professoressa di teologia costruttiva presso la Graduate Division of Religion della Drew University. Accanto, la copertina del suo "Face of the Deep: A Theology of Becoming", 2003

Il libro "Face of the Deep: A Theology of Becoming di Catherine Keller" è una delle opere più importanti delle teologie femminista e del Processo contemporanee. Pubblicato nel 2003, il testo (ri)propone una radicale reinterpretazione della dottrina della creazione, opponendosi alla tradizione classica della creatio ex nihilo (creazione dal nulla) e sviluppando invece l’idea di una creatio ex profundis, cioè una creazione che emerge dalle profondità caotiche del Tehom, l’abisso acquatico primordiale della Genesi.
Keller parte da un dettaglio del testo biblico di Genesi 1:2: “La terra era informe e vuota... e le tenebre ricoprivano l’abisso”. In ebraico, abisso è tehom. Per Keller, la tradizione teologica occidentale ha sistematicamente rimosso questo elemento caotico originario, preferendo l’idea di un Dio onnipotente che crea il mondo dal nulla assoluto. Questa rimozione del Caos originario non è neutrale: secondo l’autrice, ha avuto conseguenze filosofiche, politiche e sociali enormi.
Infatti la dottrina della creazione dal nulla:
• favorisce una concezione autoritaria del potere, rafforzando modelli patriarcali;
• separa Dio dal mondo, giustificando gerarchie rigide;
• reprime il femminile, il corpo, la materia e l’ambiguità.
Keller vuole invece recuperare il profondo (Deep) come simbolo di generatività, relazionalità, apertura alla differenza.

Il riferimento a Moby-Dick
In The Face of the Deep l’autrice usa spesso il romanzo Moby-Dick come riferimento simbolico e filosofico, non come semplice esempio letterario.
In particolare Keller:
• dedica un capitolo a Leviathanic Revelations: Melville’s Hermeneutical Journey, dove legge la balena di Melville come figura del Deep (l’Abisso, il Caos primordiale, il Tehom biblico);
• interpreta il mare e la balena come simboli di qualcosa di originario, fluido e incontrollabile, contro l’idea classica di un ordine creato in modo rigido “dal nulla”;
• usa Ismaele e la navigazione del romanzo come metafora di una ricerca conoscitiva aperta, non dominatrice: il pensiero deve “entrare nell’Abisso” invece di volerlo controllare.
Per Keller, la Balena/Leviatano non è solo un mostro: è l’emblema dell’alterità profonda del reale, del Caos creativo e dell’oceano di possibilità da cui emerge il mondo. Quindi Moby-Dick nel libro funziona sia come commento filosofico-teologico al tema dell’Abisso, sia come contro-mito rispetto all’idea occidentale di ordine assoluto, sia come immagine della relazione tra umani, natura e mistero.
Non è questa la sede per richiamare, sia pure in estrema sintesi, i contenuti principali del celeberrimo romanzo: presupponiamo siano noti al lettore di queste rapide sottolineature.

Cominciamo dallo scenario di sfondo: la profondità intrisa di morte del Tehom non irrompe attraverso la superficie dei fenomeni, il muro di balene della molteplicità. Non è qualcosa che giace sotto la superficie delle apparenze, ma un ‘vuoto’ che si conferma e si frammenta in ogni onda del divenire. Due condizioni ce ne tengono nascosta la natura: la sua infinita complessità, che precede e supera sempre la nostra capacità di conoscerlo; e la nostra radicata paura del ‘vuoto’.
Rispetto a tale Tehom uno dei protagonisti principali, il capitano Achab, assume una postura aggressiva, dominatrice, predatoria: in lui Keller vede la volontà maschile occidentale di imporre un significato assoluto al reale: non sopporta l’opacità del mondo: vuole un ordine puro, senza ambiguità. La balena bianca, simbolo dell’alterità radicale del mondo, va abbattuta, livellata, normalizzata.
Diverso l’atteggiamento di un altro protagonista del romanzo, Ismaele, che, al contrario, non sfonda muri ma “si protende a tentoni”... verso un Altro che inizialmente aveva temuto ma che ora, forse, ammira. “Che cosa fosse la balena bianca per Achab, s’è già accennato; che cosa, a volte, fosse per il sottoscritto resta invece da dire”. Chi (cosa) è Ismaele? Uno (qualcosa) che dalla nave – che, distrutta dal Leviatano, è diventata bara e poi zattera – "è scappato per raccontarvelo": accetta il Caos, non se ne fa un nemico, e il Caos non gli è ostile.
Ismaele è l’opposto di Achab. Ascolta. Osserva. Accumula interpretazioni diverse. Accetta di non raggiungere un significato definitivo. Keller lo vede come esempio di un’ermeneutica dell’Abisso: non tentare di conquistare il profondo, ma attraversarlo restando aperti all’incertezza. La balena è troppo piena di significati per essere ridotta a uno solo: Achab vuole cristallizzarla. Ismaele sopravvive perché lascia aperta l’interpretazione.

In conclusione
Complessivamente, dunque, Catherine Keller legge il romanzo come un viaggio dentro il Deep: l’Abisso materiale, spirituale e interpretativo che la cultura occidentale ha cercato di dominare o cancellare. Per la tradizione teologica dominante, il Caos deve essere sconfitto da Dio per creare ordine. Keller invece ci dice che Melville mostra qualcosa di diverso: che il Caos non è semplicemente un male: il mare profondo, noumenico, è anche creativo, generativo, vitale. E che, soprattutto, la realtà resta irriducibile al controllo umano. Così per Keller il racconto di Melville può servire come metafora per proporre l’idea di creatio ex profundis: non creazione da un nulla vuoto, ma emergenza dal profondo caotico delle relazioni. L’Oceano di Moby-Dick mostra interdipendenza e pluralità, ma anche, inevitabilmente, instabilità e rischio. Il divino non appare come sovrano che elimina il Caos, ma come Presenza che lavora dentro il Profondo.


Massimo Paterni

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15 agosto 2026

Vacanze filosofiche XXIX edizione: Sestola (MO), 18/24 Agosto 2026

• Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita: vacanze filosofiche a Sestola (MO) Agosto 2026

Con la desolazione che ci assedia da ogni lato – nel nostro privato e come società – si può ancora provare qualche momento di gioia? E, ammesso che sia possibile, è moralmente lecito o solo gli incoscienti possono permettersi questo lusso?
Su questo proveremo a riflettere, in assetto “orizzontale” e partecipativo, all’Hotel San Marco di Sestola, nell’appennino modenese, dalla sera di Martedì 18 al pranzo di Lunedì 24 Agosto.



Saremo una sessantina di amici di varia estrazione professionale e di vario orientamento culturale-politico, molti dei quali ormai da decenni ci diamo appuntamento, ogni volta in una regione italiana diversa, per la nostra “Vacanza filosofica per non... filosofi” (ovviamente “non... filosofi” di mestiere, non di animo), sulla cui storia si può consultare il sito:


Escludendo la prima sera (di presentazione reciproca) e l’ultima mattina (dedicata a un’assemblea di bilancio esistenziale dell’esperienza), ciascuna delle cinque giornate intermedie prevede due sessioni: una al mattino (9.00 - 10.30) e una alla sera (18.15 - 19.45). In ognuna di esse un relatore propone delle considerazioni e gli altri partecipanti all’incontro, se lo desiderano, espongono il proprio punto di vista.
Tranne modifiche dovute a imprevisti, il calendario prevede che si parta dalle neuroscienze: Mario Mulé (psichiatra e psicoterapeuta) illustrerà alcune teorie contemporanee sulla “gioia”. Gianfranco Bertagni (filosofo) presenterà il punto di vista di alcune sapienze tradizionali (taoismo, filosofia indiana e mistica cristiana). Salvatore Fricano (filosofo) evocherà, sinteticamente, le tesi in proposito di Baruch Spinosa e di Friederich Nietzsche. Francesco Azzarello (scienziato sociale) esemplificherà, dall’ottica dell’antropologia culturale, alcune modalità collettive di espressione della “gioia”. Infine toccherà a me - Augusto Cavadi - fare il punto su alcune indicazioni del pensiero contemporaneo sul nesso fra piacere, gioia e felicità.

L’auspicio è che anche quest’anno, ancora una volta, si vinca insieme la scommessa su un modo di fare filosofia che non si limiti né alla erudizione storiografica né alle dispute polemiche, ma «una specie di magia. Non è una fuga dalle nostre vite, ma piuttosto una nuova finestra – o molte finestre – su di esse. Più che astrazione, è intuizione e visione. I grandi filosofi, dai primissimi Vedanta agli esistenzialisti, hanno offerto abbacinanti e sconcertanti intuizioni e visioni, idee che ci fanno girare la testa e ci fanno perdere per un momento l’orientamento e le preoccupazioni di tutti i giorni. Odio pensare che quel senso di magia e di gioia sia stato perso o abbandonato. I filosofi oggi sono troppo spesso nemici della gioia, troppo pronti a fare obiezioni, troppo ostinati per capire (o anche soltanto ad ascoltare) alternative enunciate imperfettamente, troppo ansiosi di liquidare tanto l’intuizione come l’entusiasmo [...] La filosofia è una lotta ingaggiata con i problemi perenni della vita. Siamo tutti filosofi e dobbiamo democratizzare la filosofia, nonostante le sue lunghe radici elitarie. La filosofia non è una specializzazione, una professione, un club esclusivo con sue regole e parole d’ordine. La filosofia non è altro che pensare a temi quali passione, giustizia, tragedia, morte, identità dell’io e, naturalmente, la filosofia stessa, che non è per nulla il territorio riservato o il privilegio di un piccolo gruppo di professionisti che l’hanno studiata all’università. La filosofia, nel senso più importante e politicamente non corretto del termine, è intrinseca al nostro modo di essere molto umano» (così Robert C. Solomon nel suo La gioia della filosofia. Giocare con le idee, Apogeo, Milano 2008, pp. XIV-XXIII, un libro che non consiglierei ma che possiede passaggi felici come queste righe).


Augusto Cavadi
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14 agosto 2026

Tramonto, o eclissi della politica?

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Fine della politica?
L’anno 2000, come ogni inizio di millennio, è stato fortemente simbolico. Non per caso hanno visto la luce allora dei testi che s’interrogavano su questioni epocali, attraverso e oltre temi particolari di dettaglio. Tra questi libri alcuni, come "Fine della politica?", Il Mulino 2002, di Andrew Gamble, non sembrano aver perduto smalto nonostante il quarto di secolo trascorso. Anzi, ipotizzerei che se i politici italiani dedicassero qualche ora della settimana a riflettere su volumi del genere, il dibattito pubblico si sprovincializzerebbe, acquisterebbe ampiezza d’orizzonti ben al di là dell’asfittico cortile di casa e fornirebbe persino indicazioni pragmatico-operative per evadere da molte impasse.

La tesi centrale è condensata sin dalla Premessa: «Il nostro attuale destino sembrerebbe essere quello di vivere nelle gabbie di ferro create da vaste forze impersonali, derivanti dalla globalizzazione e dalla tecnologia, in una società che è al tempo stesso antipolitica e apolitica, priva di speranza e dei mezzi per immaginare o perseguire un futuro alternativo. È mia intenzione oppormi al fatalismo implicito nella maggior parte di queste posizioni, che ha costantemente accompagnato molti dei principali discorsi sulla modernità, e presentare una difesa della politica e della sfera politica che esponga i motivi per cui non possiamo fare a meno di esse» (p. 7).
«Il quadro ideologico e istituzionale che ha definito l’era moderna sarebbe giunto al tramonto e saremmo ormai entrati in un territorio nuovo e inesplorato». Più precisamente, «la morte della politica si manifesterebbe in diverse forme»: come «fine» (nel senso della fine, non del fine), «rispettivamente, della storia, dello stato-nazione, dell’autorità e della sfera pubblica» (p. 23).

La fine della storia
Vi sono varie interpretazioni del sintagma «fine della storia», secondo una delle quali essa convergerebbe con la «fine dell’ideologia». Ma «il socialismo di Stato» sovietico è solo «una specifica forma storica di socialismo» così come il capitalismo basato sul lassez faire» è solo una delle possibili applicazioni economiche del liberalismo: «Socialismo e liberalismo sono tradizioni ideologiche estremamente complesse, capaci di rinnovarsi e di reinventarsi. Non ci sono veri segnali del fatto che questo processo sia già esaurito» (pp. 41-42).

La fine dello stato-nazione
«La globalizzazione, minando le fondamenta degli stati-nazione, che finora sono stati i principali attori del sistema internazionale degli stati e dell’economia mondiale, avvicinerebbe il sogno ottocentesco di una società cosmopolita globale, che non avrebbe più bisogno della politica e dei governi per essere coordinata e gestita. […] Lo stato-nazione avrebbe fatto il suo tempo, come rifugio di quelle forze che intendono mantenere vive le divisioni ideologiche e interferire con l’allocazione ottimale dei prodotti e degli investimenti, restando ferme a nozioni superate di sovranità. La politica è vista qui come ostacolo, elemento inerte, privo d’iniziative, reazionario, semplice zavorra per le forze vive, creative e flessibili dell’ordine economico cosmopolita che spontaneamente tenderebbe a costituirsi» (pp. 48-49). Ma davvero la globalizzazione è il superamento degli stati nazionali o non piuttosto l’affermazione imperialistica di uno stato-nazione (o di pochi stati nazionali) sul resto del pianeta? E davvero la globalizzazione è il superamento del conflitto fra ideologie alternative o non piuttosto l’affermazione incontrastata di una ideologia, «il progetto neoliberista» (p. 52), su tutte le altre?
Andrew Gamble
Andrew Gamble, studioso di politica britannico

La fine dell’autorità
«Come la fine della storia e la fine dello stato-nazione, un’eventuale fine dell’autorità minerebbe alla radice la possibilità di qualsiasi concezione del politico, di cui è parte integrante una qualche nozione di autorità» (p. 63).
In effetti sono molte «le fonti di autorità» che risultano oggi screditate agli occhi dell’opinione pubblica: «consuetudini», «usanze tramandate», «norme legali», «religione», «scienza», «carisma personale», «dottrine ideologiche»... (p. 64). Nella misura in cui l’indebolimento di queste «forme tradizionali d’autorità» è reale, si riverbera nel sociale: «una popolazione sempre più inquieta, mobile, competitiva e infelice» (p. 76). Questa condizione di incertezza e di insicurezza spiega, «in relazione alla politica», «la crescente importanza assunta dalle personalità: in un mondo in cui le altre fonti di autorità mostrano la corda, ciò che conta sempre più è che le personalità si vendano bene. Si diffonde sempre più il ricorso al carisma, o almeno alla sua moderna versione commerciale, come modo principale per legittimare le politiche degli stati e delle aziende» (ivi).

La fine della sfera pubblica
«La fine della sfera pubblica» «colpisce la politica direttamente al cuore: se cessano di esistere una sfera pubblica, un interesse pubblico, un impegno civile, un’opinione pubblica, un’azione pubblica, viene meno, con loro, una delle principali dimensioni del politico» (p. 81).
Più in dettaglio, la lista è questa.
«Fine del governo» (ivi)? «L’ordinamento del mercato sarebbe ormai in grado di respingere l’indesiderata tutela dello stato. Le funzioni di governo richieste dal mercato saranno fornite dallo stesso mercato» (p. 83). Ma il mercato funziona se c’è un governo (government) nazionale, o una governance sovra-nazionale, che garantiscano alcuni paletti istituzionali.
«Fine dell’impegno civile» (p. 87)? «Il declino della partecipazione agli affari pubblici da parte dei cittadini è una tendenza […] che si ripercuote sule iscrizioni ai partiti, sulle elezioni e sulle manifestazioni pubbliche, ma anche sul più generale fenomeno della partecipazione dei cittadini alle associazioni di volontariato della società civile» (ivi).
Che questa tendenza sia reale non significa che sia irreversibile: «non convince l’idea secondo cui ci troveremmo di fronte ad un’imminente e definitiva scomparsa del politico, dovuta al fatto che i partiti perdono iscritti, l’affluenza degli elettori alle urne è in calo e i leader politici vengono “venduti” nel modo più brillante possibile. […] le società possono avanzare come arretrare. Ma nel valutare le possibilità, dovremmo evitare di credere che quello che si sta verificando oggi sia uno straordinario cataclisma, destinato a segnare uno spartiacque della storia umana» (pp. 91-92).
«Fine dell’interesse pubblico» (p. 92)? È indubbio che si diffondano a macchia d’olio la tesi neo-liberista che «la società esiste per facilitare il perseguimento privato della felicità da parte dei suoi membri», ma questa tesi non elimina «il problema di come tutti i progetti individuali di felicità possano evitare di entrare in conflitto tra loro. A meno di assumere che le necessarie istituzioni e regole sorgano spontaneamente, o che certi individui colgano la necessità di offrire determinati servizi che altri individui acquisteranno, è difficile vedere come possa venir meno la necessità che lo stato o altre istanze pubbliche presidino una visione di lungo termine sugli ordinamenti generali della società» (p. 95).

La fine della politica
L’esame delle crisi sinora abbozzate porta a una domanda finale complessiva: «Davvero la politica è giunta alla fine?». La risposta di Gamble è negativa: «la politica non è mai stata tanto necessaria, poiché i problemi che abbiamo di fronte, la cui soluzione richiede un’azione collettiva, non hanno mai avuto una dimensione spaventosa come oggi. Se non possiamo affrontare tali problemi con la politica, non potremo affrontarli in alcun altro modo» (p. 101).
Anche se Gamble non ricorre neppure una volta a questa etichetta (preferisce la dicitura «sinistra moderata», p. 109) il suo agile ma fitto saggio mi sembra scritto in una prospettiva tendenzialmente social-democratica. Ne vedrei una conferma nelle righe conclusive: «Mentre la politica è tutt’altro che finita, le vere lotte in favore di una democrazia globale che sia realmente aperta e adeguata al mercato globale sono solo agli inizi. L’eguaglianza, lungi dall’essere morta, non è mai stata più rilevante nella valutazione delle politiche. Le scelte politiche stanno diventando sempre più nette: possiamo optare per l’isolazionismo e il fondamentalismo, oppure possiamo continuare a scommettere sulla modernità, riconoscendo l’importanza della democrazia, della scienza e del capitalismo per la creazione del mondo moderno, senza tacerne né i vizi né i benefici, e proseguendo la lenta e faticosa opera di costruzione del tipo di policy transnazionale che può assicurare un futuro a tutti noi. Agire diversamente vorrebbe dire arrendersi a un triste destino» (p. 120). Sappiamo che la prospettiva social-democratica (o, come preferisco, del socialismo liberale) è da sempre esposta al fuoco simmetrico dei liberali (che, con Benedetto Croce, vi vedono un esempio di «cretinismo politico») e dei comunisti (che vi vedono un esempio di tradimento e resa).
In effetti ci sono almeno due modi di interpretare tale prospettiva ideologico-politica. Una sarebbe di stampo riformistico-progressista: alla luce dei princìpi della Rivoluzione francese (libertà e uguaglianza, fragili senza l’esprit della fraternità) impegnarsi in un «movimento» incessante verso l’equità sociale - e scrivo «movimento» per citare una parola-chiave di Eduard Bernstein, fondatore del Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania. Purtroppo anche per questo progetto filosofico-politico è avvenuto ciò che analogamente si registra in altri casi (dal liberalismo al comunismo e alla dottrina sociale cattolica): nella misura in cui si è andato traducendo in successi elettorali si è corrotto. È diventato la giustificazione ideologica – qui l’aggettivo è nell’accezione critica coniata da Marx – dell’assestamento su posizioni di potere istituzionale. Non più un pungiglione per il cambiamento incessante verso una méta da definire man mano che ci si avvicina, ma l’alibi per trasformare ogni tappa provvisoria in un traguardo soddisfacente.
Non ho elementi per stabilire a quali delle due interpretazioni del socialismo liberale (caro ai fratelli Rosselli, Guido Calogero, Aldo Capitini, Norberto Bobbio) sia più vicino Gamble, anche se le sue contestazioni teoriche al neo-liberalismo attraversano tutto il suo libro. Ma in ogni caso la sua rilevazione sociologica della situazione mondiale resta un contributo decisamente apprezzabile, anche perché accessibile non solo agli specialisti della disciplina.


Augusto Cavadi
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15 giugno 2026

Il week-end a Bompietro: filosofia palpabile, tutta da condividere

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Week-end filosofico a Bompietro Giugno 2026
Come avevo anticipato il mese scorso (vedi) si è svolto con gratificazione di tutti/tutte noi partecipanti il week-end di "filosofia-in-pratica" a Bompietro.

Tra le relazioni di Maurizio Pallante (pioniere italiano della "decrescita felice" che ci ha spiegato perché, da un po' di tempo, preferisce la formula meno scandalosa di "conversione economica dell'ecologia") e di Giorgio Gagliano (che ci ha raccontato l'arte della "fuga", da situazioni opprimenti, proposta dall'antropologo Henry Laborit); tra il momento di "pittura libera" propostoci da Annamaria Pensato e di "scrittura condivisa" propostoci da Giovanna Bongiorno; tra una efficace presentazione del profilo bio-bibliografico di Alex Langer da parte di Maria D'Asaro e una commossa proiezione di fotografie e testi poetici a firma di Lorenzo Raspanti, c'è stato spazio anche per uno splendido concerto di violino dello stesso Giorgio Gagliano e per una "passeggiata filosofica" condotta da me (che, per ragioni logistiche, si è svolta nell'assetto di meditazione circolare).

Per chi c'era (e vuole ricordare) e per chi non c'era (e vuole farsene un'idea sia pur sommaria), ripropongo:
QUI il link al reportage fotografico di Maria D'Asaro (sul suo blog);
QUI il testo-stimolo della mia meditazione circolare (da Zero Zero News).


Augusto Cavadi
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1 giugno 2026

Salutiamo Edgar Morin, pensatore mediterraneo

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Edgar Morin, 1921-2026
Venerdì 29 maggio 2026 ci ha lasciato Edgar Morin, uno degli umani più saggi della nostra epoca. Uso l’aggettivo "saggio" perché è stato un grande scienziato (competente in una miriade di settori del sapere, dalla logica alla biologia, dall’astronomia all’etica e così via), ma anche una mente caratterizzata da due ingredienti costitutivi della saggezza: continua ricerca di una visione globale, panoramica, sintetica e continua attenzione ai risvolti pratici, etici, operativi di tale visione.

Chi non abbia letto nel corso della vita neppure uno dei tanti volumi — grandi e piccoli — firmati da Morin si è privato di un arricchimento prezioso per orientarsi nell’epoca sconcertante che ci è toccato di attraversare. Quale consigliare per rimediare, sia pure in extremis?

L’elenco sarebbe lunghissimo per cui mi limiterei a ricordare uno dei suoi testi di cui ho curato alcuni anni fa la versione italiana: Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero. Da luogo di conflitti a incrocio di sapienze (post-fazione di Alberto Cacopardo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019).

Edgar Morin - Pensare il Mediterraneo. Mediterraneizzare il pensiero
Edgar Morin, Pensare il Medi-terraneo, mediterraneizzare il pensiero. Da luogo di conflitti a incrocio di sapienze (post-fazione di Alberto Cacopardo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019)
In questo volumetto, di poche pagine ma di notevole densità, Morin sottolineava "la necessità di «lavorare a pensare bene», secondo l’espressione di Pascal, cioè di pensare in modo complesso. Abbiamo bisogno di una conoscenza capace di concepire le condizioni dell’azione e l’azione stessa, di contestualizzare prima e durante l’azione. Non c’è niente di meglio della buona volontà. Ma essa non è sufficiente e rischia di ingannarsi, Un pensiero scorretto, un pensiero mutilato, anche con le migliori intenzioni, può condurre a conseguenze disastrose".

La questione del Mediterraneo è una drammatica esemplificazione di questa convinzione. A suo avviso il Mediterraneo era "troppo stretto per separare, troppo largo per confondere". A tutt’oggi, possiamo commentare, la situazione non è migliorata: l’Unione europea sembra delegare agli Stati che si affacciano sul Mediterraneo (Grecia, Italia e Spagna soprattutto) la gestione delle migrazioni massicce dall’Africa e dall’Asia Minore, limitandosi a finanziare la Turchia perché faccia il lavoro sporco di sentinella ai confini. Il fatto che i governi italiani di ogni colore negli ultimi decenni adottino provvedimenti sostanzialmente anti-costituzionali, e più ampiamente anti-umanitari, aggrava l’ignavia dell’Europa continentale. In queste condizioni la sinergia fra Paesi europei e non-europei, accomunati dall’affacciarsi sullo stesso mare, diventa sempre più necessaria e sempre meno probabile.

In questo saggio egli, pur di formazione (non del tutto rinnegata) marxista, rimanda continuamente alle radici intellettuali, simboliche, culturali delle difficoltà a fare del Mediterraneo un modello prototipico e pionieristico di ciò che potrebbe/dovrebbe diventare, socialmente e politicamente, il globo terracqueo. In effetti non ci potrà essere cooperazione fra gli Stati del Mediterraneo tra loro, e fra tutti essi e il mondo euro-americano, se non si abbattono alcuni pregiudizi ideologici inveterati, "che si tratti della riconversione di un certo Occidente alla demonizzazione di un nemico, identificato con il terrorismo e, per trasposizione impropria, con l’Islam tramite islamisti radicali seguaci del terrorismo, o della presentazione della modernità occidentale alla stregua di un satanismo da combattere, quale viene proposta da alcuni religiosi ai propri fedeli. Le derive sempre più frequenti, capaci di sfociare in ideologie più classiche ma non per questo meno deleterie, consistono in un nazionalismo identitario di esclusione e in ciò che sembrerebbe il suo contrario ma ne è così spesso il corollario, il funzionamento apolide delle reti del crimine organizzato. Non si può infine ignorare l’affermarsi di un irenismo di comodo del Nord, insensibile alle sofferenze esterne dalle quali esso peraltro si protegge, e parallelamente di un islamismo di disperazione al Sud, sintomi di malessere più che risposte possibili".


Augusto Cavadi


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3 maggio 2026

Festival della Filosofia di strada, 6-7 Giugno 2026 | Bompietro (Palermo)

• Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita: festival filosofico a Bompietro (PA), Giugno 2026

La Biblioteca "Casa di Lucia"
www.lacasadiluciaaps.org
incontra la "Filosofia-di-Strada"

FESTIVAL della FILOSOFIA di STRADA
Bompietro (Palermo)
Sabato 6 e Domenica 7 Giugno 2026



Prima e più che una disciplina per specialisti, la filosofia è un modo di “essere-nel-mondo”: una postura interrogativa, dialogica, riflessiva. Così intesa la filosofia impregna di sé l’arte, la teologia, la politica... insomma, la vita.

Bompietro, accogliente paese delle Madonie, ospita dunque una nuova edizione degli ormai tradizionali Festival della filosofia-in-pratica (che negli anni precedenti si sono svolti ad Amandola, Favignana, Castellammare del Golfo, Lercara Friddi, Polizzi Generosa, Gibilrossa, Segesta).



PROGRAMMA

• SABATO 6 GIUGNO
Ore 11,00 - 13,00: Accoglienza e sistemazione degli ospiti nei B&B.
Ore 13,00 – 15,00: Presso Auditorium Comunale, Via Falcinelli, Pranzo condiviso con ciò che ognuno/a vorrà mettere in tavola.
Ore 16,00 - 17,30: Presso Auditorium Comunale, Via Falcinelli, L’arte della fuga (conversazione con Giorgio Gagliano).
Ore 18,00 – 19,30: Presso Auditorium Comunale, Via Falcinelli, Per una spiritualità “laica” (conversazione con Maurizio Pallante).
Ore 20,00 – 21,30: Presso A’ Kiazza, piazza principale di Locati, Cena sociale.
Ore 22,00 – 23,00: Presso Auditorium Comunale, Via Falcinelli, Concerto musicale: Giorgio Gagliano (violino), Federica Mantero (voce).

• DOMENICA 7 GIUGNO
Ore 09,00 - 10,00: Presso Parco Comunale, Piazza Gangi 1, Passeggiata filosofica - Conduce Augusto Cavadi.
Ore 10,30 - 11,30: Presso Auditorium Comunale, Via Falcinelli, Alex Langer tra scelte di pace e conversione ecologica - Conversazione con Maria D'Asaro.
Ore 12,00 - 13,30: Presso Auditorium Comunale, Via Falcinelli, Laboratorio di pittura creativa - Conduce Annamaria Pensato.
Ore 13,45 - 15.00: Presso Ristorante "Al Tulipano Rosso" (SS290, 32), Pranzo sociale.
Ore 15,30 - 16,30: Presso Auditorium Comunale, Via Falcinelli, Racconto per immagini - Conduce Lorenzo Raspanti.
Ore 16,30 - 18,00: Presso Auditorium Comunale, Via Falcinelli, Laboratorio di scrittura creativa - Conduce Giovanna Bongiorno.
Ore 18,30 - 19,30: Presso "Antico Torronificio delle Madonie", Blufi, Contrada tre Aree, Risonanze dell’esperienza nel corso di un the, con degustazione di dolci locali e saluti finali.



NOTE TECNICHE

Adesioni Per partecipare basta acquistare un pass di euro 5,00 (valido per tutti gli eventi, ma necessario anche se si decide di partecipare ad uno soltanto): i cittadini con residenza attuale a Bompietro possono esonerarsi dall’acquisto del pass e limitarsi a esibire la carta d’identità.

Posizione (Google Maps) ▼


Per pernottare "A' Kiazza" (Locati) farà dei prezzi dedicati citando l’evento. Prenotare al Cell. 327 9430281. Nel caso si trovi tutto esaurito, su internet ampia offerta di B&B in alternativa.

Per la cena di Sabato 6 Giugno Si prevede un menu standard (onnivoro o vegetariano) comprendente tagliere di cibi locali + una bevanda (costo euro 10,00). Obbligatoria la prenotazione presso A' Kiazza (Locati) al Cell. 327 9430281.

Per il pranzo di Domenica 7 Giugno Il menu prevede un primo (adatto anche a vegetariani) e una bevanda al costo di euro 15,00. Prenotazione obbligatoria al Tulipano rosso al Cell. 377 5982679. Possibilità di integrare il pasto-standard con richieste alla carta.

PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI Nuccio Pepe | Cell./WhatsApp: 330 851492 | Email: nucciopepe@gmail.com

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8 aprile 2026

"Filosofia Live", nuova rivista per tutti! Palermo, 13 Aprile 2026

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Filosofia Live - Mario Trombino
"Filosofia Live"
Lunedì 13 Aprile 2026 ore 18:30
"Casa dell'Equità e della Bellezza"
Via Niccolò Garzilli, 43/a - PALERMO

Mario Trombino
editore di Diogene Multimedia
presenterà la nuova rivista

"Filosofia Live"

Augusto Cavadi
introduce e coordina



Dal sito web ufficiale (https://diogenemultimedia.com/prodotto/filosofia-live). La dizione “Filosofia live” è stata scelta collegialmente dalla redazione di questa nuova rivista per dire sinteticamente due cose: la rivista si occupa di filosofia, senza altri aggettivi; i temi di cui tratta sono strettamente legati all’attualità. Non è certo una novità: che la filosofia possa porsi l’obiettivo di apprendere il proprio tempo col pensiero, è cosa ben nota, e l’attenzione dei filosofi verso il proprio tempo, in ogni epoca, è sempre stata altissima (senza peraltro dimenticare ciò che non ha tempo, se esiste). La novità è che il nostro tempo è al centro di trasformazioni epocali, in settori decisivi per la vita privata e pubblica, per il lavoro e così via, quasi senza eccezioni. Ma l’attenzione per il proprio tempo – che la parola inglese 'live' sottolinea, anche con l’uso di una lingua diversa dall’italiano nella testata di una rivista italiana – richiede l’uso di tutti gli strumenti che la tradizione filosofica ci mette a disposizione. Non volgiamo le spalle alla storia, dimenticandola: ce ne ricordiamo ad ogni passo perché ciò che è stato pensato ci aiuti a pensare ciò che ancora non è stato pensato, o ciò che alcuni stanno pensando progettando il futuro (e per noi filosofi si tratta di capire cosa stanno pensando, mettendo a punto in modo corretto domande filosofiche perché abbiano risposta – possibilmente senza farci troppi nemici, come accadde a Socrate, a Spinoza e a non pochi altri). La rivista è rivolta a tutti, come lo erano alcune delle filosofie dell’età classica. Ma parlare a tutti non è da tempo un obiettivo condiviso della filosofia. Noi lo riproponiamo come possibile: che questo obiettivo sia di fatto raggiunto, non possiamo sapere ancora (la rivista è al suo n. 1), ma certo facciamo e faremo di tutto per perseguirlo. Da qui l’uso delle immagini come strumento della filosofia al pari delle parole. La redazione è composta da Augusto Cavadi, Antonio Cosentino, Cintia Faraco, Armando Girotti, Antonio Melchionna, Luigi Neri, Maurizio Pancaldi, Neri Pollastri, Letterio Scopelliti, Chiara Simonato, Nicola Simonetti, Giulio Veroi, Maurizio Villani. La rivista “Filosofia live” è edita dalla casa editrice Diogene Multimedia, diretta da Mario Trombino, ed è erede di una precedente rivista, “Diogene Magazine”, fondata nei primi anni del nuovo secolo da Ubaldo Nicola. Ma con una redazione nuova e un nuovo direttore, Giuseppe Pulina.

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28 marzo 2026

"Il vuoto e la crisi nella ricerca di senso" - 30 Aprile / 3 Maggio 2026 - San Marino

• Condiviso da Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Convegno San Marino 30 Aprile 3 Maggio 2026
IL VUOTO E LA CRISI NELLA RICERCA DI SENSO
tra Cosmologia, Fisica Quantistica e Antropologia

Convegno di Primavera
Da Giovedì 30 Aprile a Domenica 3 Maggio 2026
Repubblica di San Marino

A cura di:
Associazione "Liberare l'uomo" di Treviso
www.liberareluomo.it
Tel. 338 1104831 - info@liberareluomo.it - @liberareluomo



Saranno con noi quali relatrici e relatori:

GUIDO TONELLI
fisico al Cern di Ginevra, prof. Univ. Pisa, scienziato

CHIARA ZAGONEL
fisica e matematica, docente, scrittrice

MIRANDA OTTOBRE
psicologa e psicoterapeuta

ORLANDO FRANCESCHELLI
filosofo naturalista e scrittore

AUGUSTO CAVADI
filosofo e saggista, fondatore della Scuola di Formazione etico-politica
“G. Falcone” (Palermo)

GILBERTO SQUIZZATO
giornalista, regista, scrittore

ALESSANDRO BARBAN
teologo, già priore generale dei Camaldolesi

DEBORA RIENZI
teologa, poetessa, scrittrice

ELIZABETH GREEN
teologa eco-femminista, pastora battista

PIERO RACCA / SILVANA MOLINA
associazione “Il Campo” di Alba (CN)



PRESENTAZIONE

Nel corso del 2026 il tema del “VUOTO” sarà al centro della nostra ricerca in quanto gli dedicheremo ben due convegni, questo di primavera e quello d'autunno. Questo primo Convegno metterà a fuoco il Vuoto dal punto di vista scientifico e la Crisi, ovvero il “Vuoto esistenziale”, mentre il secondo - nel prossimo mese di ottobre - tratterà della relazione tra Vuoto e Spirito.
Il tema del Vuoto - che pure per alcuni può apparire insolito - è oggi, per contro, di grande attualità. Infatti, se da una parte il Vuoto è ormai un'evidenza scientifica di grande importanza - sia per le Scienze Cosmologiche che indagano l'Universo (o gli Universi), sia nell'ambito della Fisica Quantistica - dall'altro, forse mai come nel nostro tempo, siamo esposti all’esperienza del Vuoto esistenziale e alla profonda Crisi di senso che ne consegue.
Il Vuoto è stato considerato per secoli - sia dal pensiero scientifico che da quello filosofico occidentale - come assenza totale di materia, ovvero di qualsiasi entità, una sorta di “nulla”, di “non essere”, quindi come qualcosa di fondamentalmente negativo, di segno contrario alla realtà positiva dell’”essere”, dotata, questa, di un proprio stato ontologico.
A partire dal pensiero aristotelico, per cui “la natura aborrisce il vuoto”, quest'ultimo, di fatto, per tanti secoli ha suscitato sentimenti di brivido (“horror vacui” = l'orrore del vuoto), di paura (cadere nel vuoto), di grave crisi esistenziale, o comunque di disagio.
Nelle tradizioni orientali - al contrario - il “Vuoto” è stato diversamente considerato, e ha assunto un significato pregnante e interiore, da perseguire e ricercare nel corso dell’esistenza umana.
In occidente il Vuoto ha acquisito progressivamente un'accezione positiva solo nell'ultimo secolo, a partire dalle intuizioni e scoperte della Fisica Quantistica, con la conseguente e progressiva accelerazione dei nuovi traguardi scientifici raggiunti, insieme al susseguirsi sempre più rapido degli eventi, sia in ambito tecnico che sociale.
Obiettivo della nostra ricerca, pertanto, è l'esplorazione e la conoscenza della “natura del Vuoto” e dei suoi significati positivi ed evolutivi, sia nell'ambito scientifico, sia in quello che fa riferimento al ‘Vuoto esistenziale’, che caratterizza la dimensione antropologica della nostra epoca.
Se Vuoto e Crisi in qualche modo sono termini che si richiamano, ne appare evidente la grande attualità in un quadro mondiale dove rapidamente stanno crollando uno a uno - ma anche tutti contemporaneamente - i riferimenti, i modelli, i paradigmi e le sicurezze posti a fondamento della nostra vita e delle nostre società ritenuti validi sino a pochi decenni fa.
Abbiamo di fronte, infatti, il ritorno diffuso e aggressivo della Guerra, l'evidente e pur trascurata Crisi Climatica del pianeta Terra e le Pandemie, la Crisi delle Chiese cristiane e dei loro valori, insieme a quella delle Religioni strutturate (in particolare quelle monoteiste), la Crisi della Politica, della Democrazia e del Lavoro, la Crisi del Diritto internazionale in cui riconoscere delle regole comuni per l’umanità, la continua crescita delle Disuguaglianze economiche e sociali, l’uso sfacciato di un Linguaggio crudo e violento che costruisce “i nemici” e produce Discriminazioni anche di carattere razziale e sessista, le molteplici forme di Violenza verso le donne con i ricorrenti femminicidi, sintomi ancora di un forte Maschilismo Patriarcale mai risolto; l'emergere nel mondo di molte forme di Populismo, Autocrazia e Totalitarismo, determinati da ambizioni egoiche senza misura e senza freni, dove la sete di Denaro e di Potere, supportata dall’uso e dalla manipolazione di Tecnologie pericolose e disumanizzanti, arriva a giustificare come lecita e positiva ogni forma di violenza pur di raggiungere gli scopi che si è prefissata.
Sulla scena mondiale, quindi, vi è un generale regresso e una grande confusione identitaria dell’Umano, l’evidente progressiva incapacità di rispondere alle più profonde domande di senso sulla Vita, sul senso dell’Esistenza e della Relazione con gli altri, con l’Altro e con il Mondo, facendo riferimento ai tradizionali parametri che hanno tenuto insieme il pensiero e il mondo occidentale per diversi millenni: un paradigma e un’immagine per autocomprendersi ormai inadeguati, un modello - quello dell’Occidente - che sta progressivamente, rapidamente e drammaticamente implodendo!
E a questo sfondo desolante si aggiungono, per ciascuno di noi, le più o meno gravi Crisi legate alla nostra storia personale. Dunque Vuoto e Crisi, Crisi e Vuoto, due termini tra loro quasi circolari che producono un profondo disorientamento e generano - il più delle volte - forme di pessimismo sempre più accentuate! Eppure - senza la pretesa di indicare facili ricette e/o soluzioni - è importante osservare che il Vuoto, qualsiasi Vuoto (scientifico o esistenziale) è pieno! Possiamo intuire che nel cuore della Crisi la novità sta emergendo e - grazie alle scienze, alla filosofia, alla nuova ‘teologia’ e ad altri molteplici contributi - nascono le premesse per lo sviluppo di nuovi paradigmi, di nuovi punti di vista e modalità per svelare una nuova e inedita, seppur complessa, immagine dell’essere Umano, in cui riconoscersi e dare un senso profondo alla Vita, alle cose, alla nostra comune Umanità e alle Relazioni, che costituiscono la ragione intima del nostro esistere.
Occorre guardare e cercare in profondità oltre la Crisi, senza semplificazioni riduttive, evolvendo dal semplice principio di causa/effetto, di azione/reazione e da ogni dualismo conflittuale, trovando una nuova risposta alla domanda “Chi sono io?”. Si rende necessaria una diversa e più autentica autocomprensione di noi stessi e della Realtà che ci ha generati, a partire da chiavi di lettura ‘altre’ sul Cosmo e sulla sua e nostra Esistenza...
L‘esperienza del Vuoto generativo - valida sia in campo scientifico che in quello esistenziale - ci chiede di lasciarci alle spalle le paure, le tradizionali sicurezze, il determinismo e la prevedibilità, le certezze del sapere, il voler avere tutto sotto controllo, per intraprendere - con fiducia e libertà - il viaggio inebriante nel mondo dell’indeterminazione, della ritrovata meraviglia verso la Vita e verso tutte le cose, delle infinite possibilità dell’esistenza e degli eventi, di una radicale e armonica interdipendenza e unità nell’infinita varietà delle forme e dei ruoli.
Gli Incontri proposti - cinque sulla Crisi e il Vuoto esistenziale, cinque sulla natura scientifica e filosofica del Vuoto, due di prospettiva filosofico/teologica - aprono nuovi spazi di ricerca verso questi inediti orizzonti, carichi di feconde opportunità.
A tutti voi auguriamo un buono, intenso e fantastico Convegno!

L'Associazione Liberare l'Uomo



PROGRAMMA

Il Convegno si compone di 12 Incontri: 11 Relazioni e una Tavola Rotonda. I tempi previsti per i singoli interventi sono generalmente di un'ora e mezza. Altri due importanti Incontri, propedeutici ai temi e alle relazioni del Convegno, si terranno via Zoom (con partecipazione libera) nelle date di giovedì 9 e 23 aprile 2026.
A discrezione di ciascuna Relatrice/Relatore tali tempi possono includere anche uno spazio finale per domande e risposte.
Le Relazioni saranno registrate in audio e in video. I file audio verranno resi disponibili agli iscritti quasi in tempo reale, mentre le video-registrazioni, come consuetudine, verranno pubblicate su YouTube in area riservata agli iscritti in un secondo momento.

IL PROGRAMMA COMPLETO, LE MODALITÀ DI ISCRIZIONE E LE NOTE TECNICHE INERENTI AL CONVEGNO SONO CONSULTABILI CLICCANDO
► QUI ◄

Per ulteriori informazioni, anche relativamente al soggiorno, scrivere solo al seguente indirizzo mail: org.liberare@gmail.com oppure chiamare il numero 338-1104831.



STRUTTURA OSPITANTE


CASA DI SPIRITUALITÀ “SAN GIUSEPPE”
Via delle Felci, 3 - 47893 Repubblica di San Marino (RSM)
www.casaspiritualitasangiuseppe.com
info@casaspiritualitasangiuseppe.com

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5 dicembre 2025

I quattro livelli della violenza e la prima, comune, sorgente: l’antropocentrismo

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Violenza e antropocentrismo
In questi ultimi anni la violenza nel mondo, probabilmente, non è aumentata rispetto ai suoi livelli abituali, ma certamente se ne è accresciuta la percezione da parte di noi occidentali. Suppongo di non essere il solo a sentirmi schiacciato come da una lastra di marmo sul petto e ad essere tentato dallo sconforto se non proprio dalla disperazione.
Ognuno di noi tenta di sopravvivere ricorrendo a ciò che gli resta delle proprie risorse spirituali. A cosa può fare appello chi di noi viva una spiritualità laica, sostanzialmente coincidente con la declinazione pratica della filosofia, intesa dunque come riflessione agente e azione riflessiva?
Ad una duplice mossa: cercare di capire come stanno le cose e, man mano, desiderare di adeguare la propria postura nel mondo a ciò che va conoscendo.
Ciò che mi pare di aver capito è che la violenza somigli ad un grande albero di cui vediamo agitarsi rami, foglie, frutti, ma che resiste ai venti per la solidità del suo tronco e ancor più per la profondità delle sue radici.
Gli scontri bellici, i bombardamenti sulle città, le stragi delle popolazioni inermi sono la corona agitata dell’albero o, se si preferisce un’altra immagine, la punta dell’iceberg. A questo primo livello possiamo reagire limitatamente, soprattutto facendo pressione (anche con manifestazioni pubbliche) sui nostri governi che – con qualsiasi etichetta partitica – hanno più volte disatteso l’articolo 11 sul ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti: tradimento più volte ripetuto dalla proclamazione della Costituzione italiana a oggi. Qui il pericolo è assuefarsi alla cronaca sempre più spietata e inchiodarsi all’idea (per altro insegnataci dalla prima elementare in poi) che lo scontro armato sia l’unico, inevitabile, modo di gestire i conflitti politici. Che tra uccidere ed essere uccisi non ci siano alternative praticabili. Come mai, allo scoppio di una guerra, gli obiettori di coscienza sono sparute minoranze non solo là dove non viene riconosciuto il diritto alla renitenza, ma anche nei Paesi come l’Italia in cui una legislazione avanzatissima lo prevede?
Qui ci spostiamo a un secondo livello dove incontriamo la tesi di quanti vedono nell’attitudine alla militanza armata un aspetto, e in qualche misura un riflesso e un effetto, della cultura patriarcale. Con questa espressione (imperfetta come molte definizioni) non si intende ribadire la vecchia e infondata teoria secondo cui i maschi sarebbero geneticamente portati alla lotta fisica, bensì che in quasi tutte le società attuali la mentalità maschilista (condivisa, e trasmessa alle nuove generazioni, da molti uomini e da molte donne) informa e plasma istituzioni, rapporti economici, costume quotidiano, relazioni di coppia e in famiglia. Con una metafora si potrebbe dire che la violenza sistemica, strutturale, abituale ai danni delle donne (per cui si è potuto affermare che esiste una sola persona più misera del più misero degli sfruttati: sua moglie) costituisca una sorta di palestra in cui (senza volerlo e senza saperlo) ci alleniamo ad anestetizzare la nostra sensibilità per la dignità altrui.
La violenza maschile contro l’altra metà del cielo è dunque la madre di tutte le violenze? Per alcuni anni l’ho ritenuto, ma – soprattutto grazie a mia moglie Adriana – ho intuito che occorra scavare più a fondo, in direzione delle radici, attingendo un terzo livello: l’atteggiamento di violenza spontanea, data per scontata, nei confronti dei cuccioli d’uomo. La “pedagogia nera” – intessuta di divieti, minacce, punizioni fisiche, ricatti affettivi – non può che creare due tipi di soggetti: o passivi, remissivi, perfetti esecutori della “banalità del male” oppure ribelli, prepotenti, sadici, talora in grado di ipnotizzare le folle e dominarle dittatorialmente.
Mentre il rapporto dei genitori verso i figli è segnato da ambiguità – per cui alterniamo violenza e cura, sfruttamento e difesa -, c’è un quarto livello, ancora più vicino alle radici, in cui la nostra postura di padroni onnipotenti si dispiega senza remore né culturali né psicologiche: il livello del nostro rapporto con gli altri animali. Ormai perfino la caccia, in cui permaneva un briciolo di relazione da vivente a vivente, si va estinguendo per lasciare il posto all’anonimato invisibile di immensi prigioni in cui miliardi di esseri senzienti vengono concepiti, partoriti, allevati in condizioni di tortura, macellati senza troppe cautele. Non è un caso che i lager nazisti siano stati progettati e costruiti avendo a modello i mattatoi degli Stati Uniti d’America. Si è tragicamente accettato l’invito orribile di papa Pio XII che, accogliendo in visita i macellai di carni animali in Vaticano, li esortò a considerare le urla di bovini e ovini “non dissimili dai clangori di macchine metalliche”.
La violenza bellica dunque zampilla da una tradizione patriarcale-maschilista che, a sua volta, presuppone una propensione all’abuso (non necessariamente né esclusivamente sessuale) dei minori che attinge la linfa dal terreno invisibile dello sfruttamento impietoso degli altri viventi senzienti. Tutte queste versioni della violenza hanno – ciascuna – un molteplice varietà di cause e di concause, ma (secondo il titolo di un ormai vecchio libro di Mario Capanna) “il fiume della prepotenza” ha una sorgente comune: la follia dell’antropocentrismo. Bibbia, Corano, Modernità tecno-capitalistica, Marxismo, Nazi-fascismo... tutte le principali ideologie in cui noi occidentali ci siamo pensati e rispecchiati hanno in comune la convinzione che l’essere umano (come individuo o come società o come Stato o come specie umana) sia il “centro”, il “padrone” e il “fine” dell’universo*. Detronizzato, con molte ragioni, un Dio rappresentato come il Sovrano dei sovrani terreni, ci siamo gradualmente sostituiti a Lui: l’antropocentrismo è diventato (secondo una formula di Jacques Maritain) antropoteismo. Si tratta di una convinzione così radicata da resistere alle ormai inoppugnabili evidenze scientifiche: per miliardi di anni il cosmo ha fatto a meno dell’homo sapiens demens (come si esprime Edgar Morin) ed è assolutamente certo che lo stesso cosmo sopravviverà a lungo anche dopo la scomparsa dell’umanità dalla faccia del piccolo pianetino confuso fra miliardi di corpi celesti.
Qualora questo errore originario venisse individuato e corretto, potremmo scoprire che – in quanto “figli” e “ospiti” dell’universo – ci tocca (se vogliamo vivere una saggia e serena convivialità) disarmare la nostra postura dominatrice nei confronti degli animali, dei minori, delle donne e più in generale degli altri esseri umani.
Che cosa questo cambiamento di mente, di cuore e di gesti possa comportare, qui ed ora, ciascuno/a di noi potrebbe suggerirlo a sé e agli altri.

Augusto Cavadi


(*) Qui mi riferisco non tanto all’antropocentrismo di “posizione” quanto all’antropocentrismo di “rango” o di “specie”: per la distinzione, e i necessari chiarimenti, cfr. F. Azzarello – A. Cavadi, “Dialogo sull’antropocentrismo”, Dialoghi mediterranei, Istituto Euro-arabo, Mazara del Vallo, 2026, 1.
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8 novembre 2025

Analisi di un successo: "In principio era la gioia. Original blessing" di Matthew Fox

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - In principio era la gioia. Original blessing, di Matthew Fox
Ormai In principio era la gioia. Original blessing, di Matthew Fox (edito originariamente nel 1983 e pubblicato in Italia nel 2011 da Fazi, con un’Introduzione di Vito Mancuso e una Prefazione dell’autore proprio per l’edizione italiana) non è più un best seller: è diventato, come si dice nel gergo commerciale, un long seller. Questo successo, dovuto al valore intrinseco di quest’opera corposa (428 pagine), è alimentato anche dalla successiva pubblicazione nella nostra lingua di altri testi “minori” del frate domenicano che, espulso nel 1993 dall’Ordine su richiesta dell’allora Prefetto della “Congregazione per la dottrina della fede” (ex “Ufficio della Santa Inquisizione) Joseph Ratzinger, si definisce semplicemente un prete “post-denominazioni”.
Matthew Fox, In principio era la gioia. Original blessing
"In principio era la gioia. Original blessing" di Matthew Fox. Edizione italiana Fazi 2011

Le ragioni di un successo
Ma se si tratta di un libro di teologia – per quanto progressista e dichiarato eretico – perché occuparsene in una sede “laica”? Perché, anche se le grandi tradizioni religiose dell’umanità vanno perdendo consensi (ma questo è un fenomeno vero per il Nord occidentale della Terra, non per il resto del pianeta) e se la teologia non è più, fortunatamente, la “regina delle scienze”, essa resta uno dei tasselli della cultura di un popolo: una cattiva teologia può fare tanto male quanto bene può farne una buona. Dopo aver elencato una serie di patologie sociali – “la mancanza di stima personale, l’oppressione interiorizzata, la violenza contro se stessi e gli altri, e questo causa attacchi acuti e vere e proprie abbuffate di dipendenza come la bulimia e il consumismo” – l’autore riporta la testimonianza di una psicologa di sua conoscenza che gli ha confidato di essersi “accorta che molti problemi psichici insorgono a causa di messaggi religiosi malsani” (p. XLIII).
Il successo del libro si deve a un felice mix di difetti e pregi della letteratura teologica divulgativa del Nord America. L’autore si trovava, negli anni in cui lo ha scritto (quasi mezzo secolo fa) davanti a una fitta boscaglia: lo scenario ombroso di una religione improntata al senso del peccato. Dovendo aprirsi un sentiero attraverso questa “selva oscura” ha usato l’ascia, tagliando con decisione rami e arbusti senza fare attenzione ai dettagli, alle precisazioni¹. Ma questo difetto ‘scientifico’ (gli intellettuali europei sono di solito molto attenti ai particolari analitici, ma con il rischio di sfumare le tesi più ardite) è il risvolto – forse inevitabile – di un pregio: mettere a fuoco la posta in gioco in tutta la sua gravità. E farlo con una chiarezza palmare che consente anche al lettore meno iniziato di capire, senza diplomatici giri di parole, di quale rivoluzione (potremmo dire “inversione a U”) si tratti.

Il fiume della tristezza
Non so se chi è nato ed è stato introdotto alla vita ecclesiale dopo il Concilio ecumenico Vaticano II (1965) può soppesare a pieno la rilevanza di libri come questo di Fox. Io che sono nato esattamente 15 anni prima del Concilio ho fatto in tempo a respirare quell’aria luttuosa, fobica, che veniva considerata la più consona agli ambienti cattolici devoti. Per la verità, educato in una famiglia poco credente e ancor meno praticante, ho avuto la fortuna di conoscere il vangelo nel mondo dello scoutismo: dunque in una delle versioni meno bigotte allora in circolazione. Tuttavia, sino ai trent’anni circa (quando – grazie agli studi teologici presso il Laterano – sono andato oltre i confini del cattolicesimo, anzi dello stesso cristianesimo, per aprirmi agli orizzonti spirituali planetari cui guarda anche Fox), ho fatto in tempo a collezionare episodi rimastimi impressi in memoria: come il parroco che in confessione mi consigliava di non andare a ballare il sabato pomeriggio a casa di qualche compagno di liceo perché mi sarebbe stato difficile resistere a lungo alle “tentazioni di certe canzoni e di certi profumi” o, anni dopo, il collega di religione che si stupiva della mia familiarità con le alunne durante l’intervallo scolastico (anche se, ormai, non erano più i tempi della sua formazione in seminario in cui – raccontava – lo avvertivano che “il diavolo ci penetra nell’anima attraverso gli occhi delle donne”).
È in quel clima che maturavano barzellette del genere: “Quanti cattolici ci vogliono per avvitare una lampadina? Tre. Uno per avvitarla, uno per chiedersi se è peccato e un altro per iniziare a recitare – nel dubbio – l’atto di dolore”. Nulla di sorprendente, dunque, se, mezzo secolo prima del Vaticano II, Nietzsche si stupiva della faccia triste dei cristiani di sua conoscenza: “Ben altri canzoni dovrebbero cantare se fossero convinti di essere stati davvero liberati da un Redentore!”.
Quando il cristianesimo ha iniziato ad assumere questo volto malinconico, funereo? Ovviamente non c’è una data precisa. C’è un lungo, inesorabile processo: il fiume della tristezza lo potremmo denominare. Se lo ripercorriamo a ritroso, dalla foce (oggi) verso l’origine, possiamo segnalare alcune tappe.
• Metà del XIV secolo: la “peste nera” distrugge almeno un terzo degli abitanti europei. I sopravvissuti reagiscono in maniera opposta: il “carpe diem” alla Boccaccio o l’esasperazione del senso del peccato².
• Due secoli prima: viene eletto papa, a soli 37 anni, Lotario dei conti di Segni (autonominatosi Innocenzo III), autore di un saggio teologico dal titolo eloquente (De miseria humanae conditionis che, tanto per evitare equivoci, è conosciuto anche come De contemptu mundi) e dal contenuto terrificante: “Duplice è la colpa che il concepimento comporta […]; la prima viene commessa [dai genitori] e la seconda viene contratta [dalla prole]. Chi, infatti, non sa che il coito, anche se coniugale, non può mai verificarsi senza il prurito della carne, senza l'ardore della libidine e senza il fetore della lussuria? Per questo i semi concepiti insozzano, si macchiano, si corrompono, onde l'anima in questi infusa, contrae la tabe del peccato, la macchia delle colpe, la sozzura dell'iniquità”³.
• Ma questa deriva non avrebbe avuto inizio, probabilmente, se ottocento anni prima non ci fosse stato sant’Agostino che può essere considerato l’inventore del “peccato originale”. Il buon “Padre della Chiesa” non conosceva per nulla l’ebraico e solo malamente il greco, ma con ardimento degno di miglior causa si è sbilanciato in interpretazioni esegetiche che hanno condizionato le sorti del cristianesimo (cattolico, ortodosso e riformato). Per ciò che ci riguarda egli ha letto il brano paolino di Romani 5, 12 – 15 (“Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte, e in questo modo la morte si è estesa su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato […] molto più la grazia di Dio e il dono per la grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, hanno abbondato verso i molti”) in parallelo con la Prima Corinzi 15, 21-22 (“Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati”). Ne ha tratto la tesi che, per una sorta di ereditarietà biologica (attraverso l’atto sessuale procreativo), nasciamo tutti “massa dannata” e solo l’imperscrutabile predestinazione divina sceglie alcuni o molti (non certo tutti!) per redimerli.
Ma questa tesi (che si è trascinata dietro, come una valanga, un vortice di conseguenze, a cominciare dalla necessità del pedo-battesimo, cioè di battezzare i bambini appena nati) è insostenibile secondo Fox per almeno tre ordini di considerazioni:
a) scientifiche: “Mentre l’universo ha venti miliardi di anni, il peccato può essere iniziato solo con la comparsa dell’uomo, cioè al massimo da quattro milioni di anni. Questo significa che la teologia della caduta e della redenzione ignora 19.996.000.000 di anni di storia divina e terrena!” (p. 17) - (gli anni vanno corretti: l’universo ha circa 14 miliardi di anni, i primi uomini risalgono a circa 2 milioni e mezzo di anni fa, ma il filo del ragionamento è chiaro: se la storia dell’universo fosse un volume di enciclopedia, la nostra storia occuperebbe l’ultima riga dell’ultima pagina);
b) filosofiche: che logica ci sarebbe nell’imputare a miliardi di figli e nipoti le conseguenze dell’errore, della colpa, del “peccato” di un solo progenitore? Luigi Lombardi Vallauri direbbe che, se davvero Dio ragionasse in questi termini, dimostrerebbe di essere molto più indietro rispetto all’acquisizione delle civiltà moderne che in tutto il pianeta affermano che la responsabilità penale è personale e nessun congiunto può essere punito per i reati di un altro;
c) teologiche: “Gesù, essendo un ebreo, non ne aveva mai sentito parlare. Ma una religione fondata su una teoria che il suo ‘fondatore’ non ha mai nemmeno immaginato è una stranezza” (p. XLIV).
Matthew Fox
Matthew Fox - Madison, Wisconsin, Stati Uniti, 21 dicembre 1940 - teologo e saggista statunitense

Un’alternativa in positivo
Uno dei meriti di Fox è di non fermarsi alla denunzia e di proporre un’alternativa costruttiva, in positivo. Che dobbiamo lasciarci alle spalle il teismo lo abbiamo capito: ma adesso dobbiamo aiutarci a costruire un post-teismo (o meglio un trans-teismo) che ci coinvolga almeno quanto ci ha stregato il “vecchio” teismo. A tale scopo riesuma un vecchio schema della teologia spirituale e lo riscrive a modo suo. Il vecchio schema prevedeva che l’itinerario del fedele attraversasse tre stadi: la via “purgativa”, la via “illuminativa” e la via dell’“unione”.
Si cominciava dalla “purgativa” perché in principio era il “peccato”. In gioventù ho avuto la fortuna di conoscere don Giannino Piana, uno dei più apprezzati teologi morali italiani. In un suo testo rievoca gli anni dei suoi primi studi in quella disciplina (gli anni Sessanta del secolo scorso): la teologia morale di allora era dominata dai manuali di “casistica probabilistica”, da una casistica negativa - era più “una patologia della vita morale” che altro – “il cui obiettivo dominante era l’identificazione del peccato allo scopo di fornire ai confessori una tabella per valutare la situazione di coscienza dei penitenti”. Poi si passava allo stadio della “illuminazione” (che però doveva coincidere con l’ortodossia magisteriale, altrimenti non era illuminazione ma allucinazione) e infine – solo pochi privilegiati – arrivavano all’unione mistica. Evidente in questo itinerario l’influenza gnostica: il nostro vero “io” è l’anima immateriale solo provvisoriamente caduta nel carcere che è il corpo dal quale è destinata a fuggire, liberandosi, con la morte.
Fox sostituisce questo “triplice sentiero spirituale” (che “non è biblico e non è ebraico”) con un “quadruplice sentiero” che, essendo “ebraico e biblico”, “si può considerare la via di Gesù” (p. XXXII). Vediamo, rapidamente, queste quattro tappe che coincidono, sostanzialmente, con le quattro parti del volume.
a) Via positiva: imparare che “tutte le cose sono divine”, p. 14). Molti toni suonerebbero panteistici, ma l’autore ci tiene a distinguere il suo “pan-en-teismo” (p. 388) dal panteismo tradizionale. Per lui, in sintonia con Giordano Bruno, Dio è anche immanente e non solo trascendente: c’è un Dio in omnibus che conosciamo e un Dio super omnia di cui non sappiamo nulla.
Comunque direi che Fox è più interessato alla nostra postura pratica nei confronti del mondo che alla giustificazione teoretica di tale postura: “Non si tratta soltanto di temi a livello concettuale, ma di percorsi che vanno sentiti, esperiti e condivisi profondamente. Sono percorsi di vita, non di morte; di consapevolezza, non di ottundimento; di eros, non di controllo. E per questo motivo sono percorsi di salvezza, cioè di forza che guarisce. La Via Positiva rappresenta una nuova forza che è stata dimenticata: la forza del piacere e della sapienza” (p. 30).
b) Via negativa: accettare il lato oscuro della realtà, della storia, della vita: “siamo esseri cosmici non solo perché proviamo gioia ed estasi, ma anche perché proviamo pena e dolore” (p. 153). Ovviamente non si tratta di cercare la sofferenza quando non la si prova, ma di accettarla quando – inevitabilmente – arriva. Mi pare che Fox, lontano da ogni dolorismo, esorti a non attaccarsi ossessivamente ai beni della vita, a saper mollare la presa: è la postura che la madre di Gesù raccomanda in Let it be dei Beatles.
c) Via creativa: è la sintesi, il frutto, delle prime due vie: “lasciando accadere sia la gioia sia il dolore, sia la luce sia l’oscurità, sia l’universo sia il vuoto, noi lasciamo anche che nasca una terza cosa, ovvero il potere stesso della generazione” (p. 211). Non crea né chi è solo sopraffatto dall’infelicità né chi è del tutto soddisfatto di ciò che è e di ciò che ha...
d) Via transformativa: “la creatività stessa ha bisogno di critica e di orientamento” (p. 305). Questo libro non difetta, certo, di afflato mistico. Ma è la mistica che prediligo e, direi, l’unica mistica autentica (almeno nell’alveo della tradizione ebraico-cristiana): una mistica che tracima in azione politica. “In ogni situazione la nostra creatività dovrebbe essere al servizio della compassione” (p. 305). Già l’Autore l’aveva anticipato a conclusione della Prefazione all’edizione italiana: “la gioia che proverete nella vostra scoperta vi possa riempire di coraggio per portare avanti la lotta per la giustizia sociale, economica, ecologica, ecumenica e sessuale (sia tra uomini e donne, sia anti-omofobica), a cui lo Spirito Santo chiama tutte le persone di buona volontà in questo momento critico della storia delle specie umana e del pianeta” (p. XXXIX).

Augusto Cavadi


¹ Che l’antropologia di Tommaso d’Aquino non sia neppure “macchiata dai pregiudizi dualistici di Platone” e Agostino - mi sembra ad esempio un’affermazione troppo approssimativa.
Elio Rindone, nel suo volume L’uomo e il suo destino. Liberi per costruire un mondo più vivibile, Roma 2014, riprendendo il suo “L’antropologia tomista è unitaria o dualistica?” (Aquinas, 1998, pp. 477-500), scrive che san Tommaso ha sostenuto “un dualismo mitigato rispetto a quello dell’Etica aristotelica. Mitigato, perché non è l’anima che si serve del corpo come di uno strumento ma è lo stesso uomo che compie attività spirituali, con la sola anima e attività sensibili, con l’anima unita al corpo. Ma dualismo, perché ci sono ancora nell’uomo due soggetti di operazione ben distinti: l’anima da sola e il composto di materia e forma” (pp. 228-229). Più in generale si deve riconoscere, con alcuni critici severi perché legati proprio a quel sistema dottrinario che Fox intende destrutturare, che egli dà di Tommaso e di altri autori cattolici un’interpretazione forzata in modo da dare “alle proprie idee un punto di appoggio autorevole” (M. Conetti, “Ma san Tommaso non dice così”, Studi Cattolici, luglio 2011, p. 535).
² Cfr. A. Plé, Per dovere o per piacere? Da una morale colpevolizzante a una morale liberatrice, Gribaudi, Torino 1984. Cfr. anche A. Cavadi, “Sessualità oggi: per una riflessione critica”, Sapienza, XXXVIII (1985), 2, pp. 207-217 ripubblicato come capitolo del volume dello stesso autore, Con occhi nuovi. Risposte possibili a questioni inevitabili, Augustinus, Palermo 1989, pp. 85-105.
³ De contemptu mundi 1, III.
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