30 novembre 2016

"Mini guida alla consulenza filosofica" di Andrea Modesto. Presentazione del libro - Brescia, 12 Novembre 2016

Mini guida alla consulenza filosofica
"Mini guida alla consulenza filosofica" di Andrea Modesto (Il pellicano, 2016, pp. 64, euro 10).

[…] La filosofia che torna a camminare per le nostre strade e a condividere il nostro lavoro, e le nostre relazioni familiari, che si sporca le mani con i nostri dubbi, con l’oscura materia della giustizia e della responsabilità, con la complessità delle nostre scelte, con la varietà dei nostri progetti. È questa la filosofia che sta dietro e dentro quella pratica che con termine non felicissimo è stata nominata, in Italia, Consulenza Filosofica, o Pratica Filosofica. Certo, una filosofia che sta nella vita può assumere tante forme, non può fare a meno di insinuarsi nella varietà delle forme di vita. Ma fra queste ve n’è una molto particolare che è quella del dialogo filosofico individuale o di gruppo, che è la pratica per la quale Andrea Modesto si propone ora dopo un lungo e impegnativo apprendistato.

dalla prefazione di Stefano Zampieri

Presentazione del libro a cura dell'autore
Bookstop - Libri & Coffee - Brescia - 12 Novembre 2016
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17 novembre 2016

Aiòn. Teoria generale del tempo

Aiòn. Teoria generale del tempo
Per scrivere Aiòn. Teoria generale del tempo (Alberto G. Biuso, Villaggio Maori, Valverde - Ct 2016, pp. 130, euro 14.00) ci voleva coraggio. L’esigenza, anche da parte del lettore ‘comune’ (se l’espressione ha ancora senso: oggi un lettore non è, in quanto tale, eccezionale?), di uno sguardo complessivo, interdisciplinare e transdisciplinare, sul “tempo” è diffusa; ma chi ha – appunto – il coraggio di affacciarsi al di fuori della propria stanzetta disciplinare per raccogliere e confrontare le acquisizioni (o almeno le ipotesi) maturate in aree disciplinari limitrofe? Alberto Giovanni Biuso, filosofo, l’ha dimostrato affrontando il “tempo” dal punto di vista teoretico-metafisico, fisico, epistemologico, antropologico ed estetico.

Sin dalle prime righe si coglie la ragione per cui all’autore l’impresa, per quanto ardua, risulta possibile: “il tempo è la realtà stessa che rende l’universo da noi conosciuto un’indissolubile unità dentro la quale tutto è legato a tutto” (p. 30). Heideggerianamente, per Biuso indagare il Sein equivale indagare lo Zeit. Ma procediamo un po’ analiticamente.

Nel primo capitolo (Teoresi) l’autore esplicita il proprio punto di vista privilegiato e lo fa inspirandosi soprattutto alla fenomenologia di Husserl, “lo sforzo più intenso che la filosofia ha compiuto dopo Agostino di comprendere il tempo, la sua struttura, la sua funzione, l’identità e la differenza che lo costituiscono” (p. 28): “la teoresi filosofica non è ricostruzione storico/storiografica del pensato; non è espressione di visioni del mondo, strutture sociologiche, mentalità diffuse; non è neppure una sintesi unificatrice delle scienze della natura e dell’uomo, né allo scopo di porsi al di sopra di esse né per tentare maldestramente e vanamente di imitarle. La filosofia è qualcosa di primo e di ultimo. Primo perché fondata sulla finitudine costitutiva dell’ente che pensa. Ultimo perché è il luogo delle risposte più radicali ed estreme, le ultime che sia possibile tentare” (p. 15).

Nel secondo capitolo (Filosofia), ancora una volta con Husserl quale guida, Biuso prova a superare vari dualismi, tra i quali l’alternativa “realismo” o “idealismo”: “Ogni ente ed evento è impregnato di teoria e le teorie esistono sul fondamento degli enti e degli eventi. La coscienza e l’atto intenzionali non creano nulla che non sia già dato (sintesi passiva) ma costituiscono la condizione affinché un mondo possa darsi alla coscienza (sintesi attiva)” (p. 33).

Il terzo capitolo (Fisica) ha di mira, principalmente, il dogma (perdurante dal meccanicismo galileiano alla teoria della relatività di Einstein) della reversibilità dei fenomeni fisici: il secondo principio della termodinamica, invece, individuando “nell’entropia una delle dinamiche fondamentali delle quali la materia è composta e attraversata” (p. 45), per ciò stesso afferma la irreversibilità di ciò che accade nell’universo. In altre parole, “ciò che è accaduto non può riavvolgersi per tornare all’inizio del proprio accadere, esattamente perché gli stati di disordine sono molto più probabili degli stati originari di ordine” (p. 48).

Nel quarto capitolo (Antropologia) “il tempo fisico della natura” viene riconosciuto nella sua convergenza con “il tempocorpo delle percezioni e il tempomente dell’esperienza consapevole”: una convergenza che produce in ciascuno di noi “la sensazione di essere dentro il tempo” (p. 73). Tale sensazione non sarebbe possibile senza la facoltà della “memoria” che, insieme a “attenzione, emozione, slancio verso il futuro prossimo e lontano”, costituisce “la vita della mente, la cui dimensione temporale fa sì che il tempo sia una costruzione insieme psichica, biologica e sociale” (pp. 73-74). E’ in questa sezione del saggio che ho trovato gli spunti più originali, per esempio  - ma è solo uno dei tanti possibili -  la sottolineatura del “declino della memoria attraverso gli strumenti che la costituiscono in ogni occasione e circostanza – gli strumenti offerti dalla Rete – ” che “rischia di impoverire l’immaginazione e rendere pallido il futuro” (p. 76).

Un penultimo capitolo è dedicato all’Estetica: vi si ritrovano indicazioni da varie fonti quali la cultura giapponese e la Recerche di Proust, opera che “fa splendere la parola nel tempo e il tempo nella parola” (p. 95).

Il sesto e ultimo capitolo (Metafisica) riprende e suggella molti motivi delle pagine precedenti. Precisato che la metafisica “non è una sovrastruttura ma costituisce l’indagine più radicale e insieme la conformazione più profonda della infrastruttura che chiamiamo mondo” (p. 104), Biuso sostiene: “la metafisica vuol dire  un’indagine sull’essere-tempo. Il tempo è arché proprio perché è causa, principio e limite. E’ ciò da cui gli eventi nascono non nel senso estrinseco di un ‘prima di’ ma nel senso che nel loro esistere e accadere gli eventi sono tempo in atto, nel senso che il tempo è la forma di ogni possibile ente, evento, processo” (p. 103).

Sin qui, ridotto all’osso, il testo di Biuso. Istruttivo e suggestivo certamente; anche convincente? Personalmente risponderei: non al cento per cento. Per formulare, altrettanto e anzi ancor più sinteticamente, le mie perplessità teoretiche mi concentrerei su due punti (per altro cruciali). Il primo: hanno ragione i pensatori come Bergson, Husserl, Heidegger, Vattimo che (con sfumature differenti da un caso all’altro) identificano essere e tempo? O non sarebbe più preciso affermare che il tempo è una dimensione, un aspetto, una valenza dell’essere? Qualcosa esiste perché è temporale o è temporale perché esiste? In più punti Biuso fa valere l’equivalenza di “tempo” e “divenire”. Se l’accettiamo (almeno provvisoriamente, a scopo dialogico) la domanda diventa: hanno ragione i pensatori come Eraclito, Hegel, Marx che (con sfumature differenti da un caso all’altro)  identificano essere e divenire? O non sarebbe più preciso affermare che il divenire è una dimensione, un aspetto, una valenza dell’essere? Qualcosa esiste perché diviene o diviene perché esiste?

Intendiamoci: non si tratta di sfuggire all’impermanenza radicale dell’universo esperibile lasciandosi schiacciare su posizioni parmenidee (o neoparmenidee alla Severino). Il tempo-divenire è indubbiamente un volto costante dell’universo materico: ma il mio volto è la mia essenza, la mia sostanza, il ciò per cui sono e non sarei?

La discussione può sembrare sottile, ma in realtà comporta una posta non proprio secondaria. Se l’essere fosse intrinsecamente temporale sarebbe impensabile la sola ipotesi di una sfera dell’essere a-temporale: il regno dell’immanenza gnoseologica, del fenomenico, del materico sarebbe non solo (come è) l’unico certo, ma anche (come non ritengo si possa affermare) l’unico possibile. Su questo punto Biuso non è disposto a concedere nulla: “la materia è senza un inizio e senza una fine; la materia è l’Intero” (p. 54). Se non li interpreto male, Kant, Bergson (l’ultimo), Wittgenstein (il secondo) sarebbero disposti a darmi qualche ragione: la materia è certamente reale, ma non altrettanto certamente è l’unica valenza della realtà. Senza considerare che, alla luce delle teorie fisiche contemporanee, la nozione stessa di materia esige d’essere rivista: sembrerebbe sempre meno ‘dura’, opaca, passiva e sempre più fluida, energica, zampillante. Dunque sempre più difficilmente distinguibile da ciò che abbiamo imparato a chiamare forma, atto, energia, anima, spirito.

La domanda sul tempo, quindi, ne apre numerose altre: e merito non trascurabile della monografia di Alberto G. Biuso è di non aver temuto di aprirle per gettarvi uno sguardo indagatore.


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14 novembre 2016

"Il tempo che siamo" - Domenica 20 Novembre 2016, Palermo


Domenica 20 novembre 2016 a Palermo, presso la "Casa dell'equità e della bellezza" (via Nicolò Garzilli 43/a , angolo via Parisi), giornata di riflessione sul tema:

IL TEMPO CHE SIAMO

Introduce Alberto G. Biuso (docente di Filosofia teoretica all'Università di Catania) sulla base del suo recente libro Aiòn. Teoria generale del tempo (Villaggio Maori, Valverde - Ct 2016, pp. 130, euro 14.00).

Arrivo alle ore 11,00 in modo da potere iniziare, PUNTUALMENTE, alle 11.30.

Alle 13,15 il pranzo conviviale a cui tutti potremo dare il nostro contributo alimentare.
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8 novembre 2016

Il dialogo filosofico nell’era della comunicazione mediale e della globalizzazione

Comunicazione

All’alba di questo nostro nuovo millennio non possiamo non notare come l’umanità (con in testa il nostro caro Occidente) si stia ponendo di fronte a delle sfide sempre più ardite e pretenziose nella direzione dello sviluppo tecnologico, su cui si investe moltissimo per potenziare quella comunicazione mediale che ha già raggiunto livelli di efficienza e interattività impensabili soltanto qualche decennio fa.

Nello stesso tempo, però, non possiamo non constatare, con altrettanta risolutezza, l’impoverimento globale della comunicazione. Se ci osserviamo attorno, infatti, è estremamente evidente il costante caos a cui siamo quotidianamente esposti. Caos prodotto da un bombardamento di informazioni, messaggi, chiamate, parole, slogan pubblicitari, luoghi comuni, insulti, frasi ad effetto e campagne elettorali che, in realtà, nascondono un grande vuoto di senso che sembra continuare ad ingrandirsi. Siamo sempre più disorientati e naufraghi in un mare di discorsi i quali, ormai, sono dei veri e propri vortici che ci risucchiano in luoghi sempre più inautentici dell’esistenza, trappole che ci attirano e ci strattonano con violenza da una parte o dall’altra, nuvole di fumo che annebbiano la nostra vista e indeboliscono la nostra capacità di comprensione di un mondo sempre più complesso e articolato ma, in effetti, sempre più povero di senso. È incredibile quanto siamo diventati bravi a parlare omettendo costantemente l’essenziale, come se non avessimo più nulla di significativo e autentico da dirci.

In un mondo siffatto, dove ogni cosa tenta di appiccicarsi addosso un senso solo per vendersi meglio, dove tutto pretende un significato che in realtà non possiede, il dialogo filosofico s’impone, allora, come uno strumento fondamentale per fare un po’ di ordine e chiarezza nel tentativo di riappropriarsi del proprio spazio, del proprio tempo e della propria quotidianità, e per trovare quelle coordinate indispensabili al fine di trasformare il naufragio nel quale siamo coinvolti giornalmente nel nostro proprio autentico viaggio.

Ecco che, in tutta questa apparente povertà di spirito nella quale ci troviamo immersi, l’attitudine filosofica può davvero permetterci di abitare il mondo senza subirlo passivamente e può aiutarci a condurre la nostra vita da uomini liberi, che smettono di farsi trascinare forzatamente avanti, come prigionieri ribelli i quali, nel tentativo di spezzare le proprie catene e fuggire verso la libertà, ahimè finiscono in celle sempre più anguste, scomode e soffocanti.

Insomma: proprio (e quasi paradossalmente) nell’era della comunicazione mediale e della globalizzazione, dove tutti possono potenzialmente comunicare con tutti in ogni singolo istante, abbattendo al tempo di un solo click le barriere dello spazio, oltre a quelle del tempo, il dialogo filosofico risulta un’esperienza controtendenza, e in tal senso inattuale, ma per lo stesso motivo profondamente urgente e, dunque, appunto per questo, più attuale che mai.


Andrea Modesto
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6 novembre 2016

Mito e sviluppo personale

Mito e sviluppo personale

“Ammiro molto lo psicologo Abraham Maslow; tuttavia, in uno dei suoi libri, ho trovato una specie di scheda di valori per i quali le persone vivono, definiti sulla base di una serie di esperimenti psicologici. Tali valori sono: sopravvivenza, sicurezza, relazioni personali, prestigio, sviluppo personale. Mi sentivo così strano, a leggerla, senza capirne la ragione… finché non ho capito che questi sono esattamente i valori che la Mitologia trascende.
La sopravvivenza, le relazioni personali, il prestigio, lo sviluppo personale, nella mia esperienza, sono esattamente i valori per cui una persona ispirata dal proprio Mito non vive. Essi hanno a che fare con gli aspetti biologici compresi dalla coscienza. La Mitologia inizia là dove parte la follia. Una persona davvero dedicata ad una chiamata, ad una missione, ad un credo, sacrificherà la propria sicurezza, persino la vita, le relazioni personali, il prestigio, non penserà neanche al proprio sviluppo personale; si abbandonerà completamente al proprio Mito. I cinque valori di Maslow sono i valori per cui vive chi non ha nulla per cui vivere.

Sono parole di Joseph Campbell, il celebre autore di “Le Maschere di Dio” (The Masks of God, 1959-1968) di cui consiglio vivamente la lettura a chiunque sia interessato a capire quali sono le cose che noi esseri umani abbiamo tutti in comune (è tradotto in Italia da Mondadori). Di mio solo una piccola aggiunta: Campbell non rileva, per lo meno qui (non riesco a ritrovare la fonte, credo sia L’eroe dai mille volti) che  ciò che limita il pensiero di Maslow è l’approccio individualista. Il mito ci collega a ciò che non siamo (e dunque siamo), a ciò che lui chiama follia e che per me altro non è che la partecipazione che ci lega gli uni agli altri (il che ha in effetti a che fare con la follia: come diceva Mallarmè “Io è un altro”, che sia detto con ironica umiltà, fu il titolo della mia tesi di laurea). Inoltre, a completamento, invito a chiedersi cosa c’entri con tutto questo questa massima di Martin L. King, che riprende a sua volta una lunga tradizione sapienziale, etica, civile, politica e filosofica: “Se un uomo non scopre ciò per cui può morire, non sa vivere”.


Paolo Cervari


Il post è apparso per la prima volta nel blog di Paolo Cervari sul sito www.cervari-consulting.com
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Augusto Cavadi, "Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità"

Augusto Cavadi, Mosaici di saggezze.
E’ possibile vivere una spiritualità slegata da una fede religiosa? Che ruolo ha la filosofia nella ricerca di una tale spiritualità? Quali contributi ci offrono in proposito i filosofi antichi e moderni? In Mosaici di saggezze (Diogene Multimedia, Bologna, 2015, € 25,00) Augusto Cavadi risponde in modo esauriente a tali interrogativi, affermando che la spiritualità non è prerogativa solo delle religioni e che il pensiero filosofico ha le carte in regola per illuminare i percorsi di saggezza dell'umanità. Per quantità e qualità della materia trattata, il lettore ha in mano un libro assai ricco e complesso: se ne suggerisce perciò una lettura lenta e meditata, la più adatta a gustare e ‘digerire’ appieno le molteplici riflessioni che il testo contiene; riflessioni che l’autore intreccia comunque con brillante maestria, consentendo di fruire appieno della robusta poliedricità dell’opera grazie a una esposizione chiara e scorrevole.

Vinto il timore reverenziale verso un testo impegnativo sì, ma sicuramente alla portata di uomini e donne che, alla ricerca di un senso della vita e del mondo, non si sottraggono alla fatica del pensare, Mosaici di saggezze si rivela un libro necessario, addirittura di "servizio", perché, pur senza pretendere la palma dell'originalità, colma una lacuna nel panorama filosofico: recupera infatti alcuni filoni spirituali della filosofia occidentale e traccia le linee essenziali di una possibile - multiforme e intrinsecamente inesauribile - spiritualità filosofica. Operazione possibile perché l'autore - alla maniera socratica "filosofo di strada" senza steccati e senza frontiere - è capace di spaziare laicamente nell’universo delle riflessioni incarnate nel tempo dai singoli pensatori, costruendo ponti e connessioni tra le diverse 'offerte' spirituali. Perché è proprio l’esercizio del pensiero a rendere possibile una spiritualità, anzi un mosaico di saggezze e di spiritualità, a patto che, sottolinea l'autore "ci riconciliamo con la costellazione dei termini imparentati con il vocabolo 'spirito' (...) e restituiamo al termine ... la sua costitutiva polifonicità (...): ciò che noi siamo nel nucleo più intimo e ciò che possiamo diventare al culmine della nostra fioritura". Così intesa, la spiritualità non può che essere di per sé inclusiva; e la filosofia "non può sottrarsi al compito cui sembra chiamarla l'epoca storica che attraversiamo: vigilare criticamente contro ogni travestimento perverso dello spirituale, (...) ma anche contribuire in positivo alla rinascita e diffusione di un’autentica dimensione spirituale dell’esistenza personale e collettiva".

Non è facile condensare in poche righe la straordinaria ricchezza del testo: Mosaici di saggezze fornisce utili riflessioni sul senso della filosofia oggi, "l’amica ritrovata" che serve a non dare nulla per scontato ed è il miglior antidoto ai diversi fanatismi; evidenzia le connessioni inscindibili tra filosofia, etica e politica, ribadendo il legame tra la riflessione filosofica sulla vita individuale e l’azione sociale e politica e indicando nell’ortoprassi il fine ultimo della ricerca filosofica; ci offre poi un'analisi illuminante sulla svolta pratica della filosofia e un'ampia disamina sulla sua valenza intrinsecamente spirituale e terapeutica; ancora, nei capitoli "Costellazioni della modernità" e "Costellazioni della contemporaneità", il libro propone imperdibili approfondimenti sulla spiritualità di pensatori del calibro di Giordano Bruno, Pascal, Montaigne, Feuerbach, per citarne alcuni, e, tra i contemporanei, Ellul, teorico della decrescita, Hans Jonas, Gadamer ed Edgar Morin: proprio Morin ci esorta, tra l'altro, a "implementare ogni politica con generose doti di etica e ogni etica con forti iniezioni di spiritualità".

Il testo infine, non a caso scritto in prima persona, riesce persino a com-muoverci, perché le sue pagine toccano profondamente la nostra mente e il nostro cuore, attraverso una sorta di costante e feconda risacca filosofico/esistenziale. E allora: la spiritualità filosofica ci salverà? Luc Ferry afferma che compito ultimo della filosofia è comunque il riconoscimento del suo limite: "L’amore della saggezza deve in un certo senso eclissarsi per dare spazio ... alla saggezza stessa. Essere saggio (...) è semplicemente  vivere con saggezza, il più possibile liberi e felici, riuscendo infine a vincere le paure che la finitezza ha suscitato in noi". E Cavadi gli fa eco, suggerendo l’abbraccio felice tra amore e filosofia: "La filosofia può salvare dal non-senso solo se si prende sul serio la sua valenza esistenziale, mistica (...) ma in questo vissuto non può mancare l’esperienza dell’amore. La filo-sofia è completa solo se è anche sofo-filia. (...) Nessun amore della sapienza è veramente tale se non, anche, sapienza dell’amore".


Maria D’Asaro


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1 novembre 2016

Manuale per Vip: tre risposte di Augusto Cavadi

Filosofia per la vita: Augusto Cavadi risponde a Bruno Vergani.
Alle tre domande poste da Bruno Vergani (vedi post precedente in questa stessa rubrica "Manuale per Vip") è seguito sin ora un rapidissimo commento di Paolo Cervari. In attesa che altri vogliano interloquire mi pare cortese proporre qualche altra considerazione.

La prima domanda di Bruno era: «Nel pensiero l’eccessiva composizione può produrre decomposizione?». Forse influenzato dalla fatica di tenere a bada la mia tendenza caratteriale a “comporre” poco i miei pensieri, a procedere più intuitivamente che analiticamente, risponderei: «No di certo!». Quando rileggo i miei scritti molto spesso mi pento di averli poco meditati, poco argomentati, poco documentati. E allora vorrei ritrovarmi nel detto di Heidegger secondo cui ogni grande pensatore in fondo pensa, per tutta la vita, un solo pensiero. Ciò assodato, devo subito aggiungere che conosco molte persone che riflettono tanto su una questione da non arrivare mai a esporre una propria opinione. In questi casi non è in atto un approfondimento fruttuoso quanto uno sterile arrovellamento. Una cosa è la serietà di chi pondera, anche molto a lungo, i pro e i contra di una tesi; tutta un’altra cosa è l’orgoglio smisurato di chi si rode nell’insicurezza per il timore di essere confutato (e dunque finisce nell’evitare di pronunziarsi, sia pur ipoteticamente).

La seconda domanda di Bruno è strettamente legata alla prima: «Quale il rapporto della filosofia - in primis quella ‘pratica’ - con l’erudizione?». E’ una questione alla quale l’associazione “Phronesis” ha provato a rispondere con un intero volume a più mani, curato da Maria Luisa Martini, Filosofie nella consulenza filosofica (Liguori, Napoli 2013). Nel titolo del mio contributo ho sintetizzato ciò che molti di noi riteniamo in proposito: “C’è ma non si vede (specie se è di buona qualità)”. Il soggetto (sottinteso) della frase è l’erudizione o, meglio, la conoscenza dei testi fondamentali della storia della filosofia da Platone ai nostri contemporanei. A mio avviso ogni filosofo, dunque anche i filosofi-in-pratica, devono alimentarsi quotidianamente alla fonte dei grandi maestri: ma di queste conoscenze non devono fare bella mostra, devono tenerle per così dire nel proprio retroterra mentale. Decisiva non è la prontezza nel citare, in greco o in tedesco, la frase letterale, bensì la freschezza delle proprie intuizioni. Su questo aspetto, originariamente platonico, Giorgio Giacometti ha di recente scritto un intero volumone edito da Mimesis: Platone 2.0. La rinascita della filosofia come palestra di vita. Ma mi accorgo che ho già citato due testi in poche righe: troppi! Mi fermo per non cadere anch’io nell’eccesso di erudizione…

Con la terza domanda («Kant vedeva il soggetto, l’Io, come legislatore dei fenomeni. Tutto il potere al soggetto?») Bruno apre una questione talmente radicale da non potersi certo esaurire in poche battute. Suppongo che in questo nostro blog potrà essere ripresa più volte e in maniera più articolata. Dico solo che Kant ci ha ricordato di essere un filtro selettivo di ciò che ci circonda e ci raggiunge: perciò ci ha segnalato, contestualmente e inseparabilmente, il nostro “potere” ma anche il nostro limite. Siamo gli artefici del nostro sapere, ma proprio perché è soltanto il “nostro”: per dirla con Shakespeare, ci sono più cose in cielo e in terra di quanto ne contenga il nostro Io penso.


Augusto Cavadi
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