MANUALE PER VIP
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
«Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa! Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza"...»
Dal post introduttivo ►

23 gennaio 2020

L'invidia tra psicologia ed etica

• Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita - Invidia

Ormai da molti anni, con un gruppetto di amici, ci incontriamo due volte al mese a cena per conversare su un libro che ci siamo assegnati alla fine dell'incontro precedente. In queste settimane è la volta di un libretto a quattro voci, a cura di Giovanni Salonia, intitolato "I come Invidia. Una lettura gestaltica" (Cittadella, Assisi 2015).

Giovanni Salonia - I come Invidia
La discussione ha fatto emergere una difficoltà altre volte esperita: poiché nella storia dell'Occidente ogni parola attraversa trasformazioni semantiche profonde, se non si chiarisce preliminarmente il significato preciso in cui la si assume si rischia l'incomprensione. Nel caso di invidia, il vocabolo è stato adottato in almeno tre accezioni differenti. La prima (ben illustrata dal saggio di Valentina Chinnici, Antropologia di una passione triste. L'invidia nel mondo classico, che costituisce la prima parte di questo testo) potremmo definirla mitico-simbolica: «Per gli antichi l'invidia era molto più di un sentimento negativo o di un semplice vizio. Invidia era in effetti una forza potente e distruttiva, dalla quale bisognava in ogni modo difendersi» (p. 15). Di questa prima valenza semantica è rimasta un'eco nel linguaggio contemporaneo: per esempio quando affermiamo che qualcuno è "rimasto vittima" dell'invidia o vi "ha ceduto" o non vi ha saputo "resistere".
Poiché questo modo di concepire le passioni umane rischia di de-responsabilizzare i soggetti (celebre l'orazione di Gorgia che assolve Elena nell'ipotesi che si sia invaghita di Paride perché vittima incolpevole di Eros), si è gradatamente affermato un secondo significato che potremmo definire filosofico-teologico: l'invidia come "vizio", dunque come un'attitudine costante a moltiplicare progetti distruttivi – più raramente anche atti: l'invidia paralizza, immobilizza – nei confronti di chi possiede (oggettivamente o, per lo meno, ai nostri occhi) più di noi. Con la psicologia e, più specificamente, con la psicoanalisi emerge e s'impone un terzo significato: l'invidia come "sentimento" spontaneo, irriflesso, pre-razionale. Secondo l'icastica definizione di Giovanni Salonia, «l’invidia è il desiderare ciò che l'altro possiede» (p. 37).
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13 gennaio 2020

Nostra Madre Mare: Rosalia Leone sul Mediterraneo di Edgar Morin

Edgar Morin - Pensare il Mediterraneo. Mediterraneizzare il pensiero
In tempi bui e confusi come i nostri, la parola di Edgar Morin si leva chiara e forte con una proposta etico-politica cui fa da sfondo un'analisi storica. Pensare il Mediterraneo. Mediterraneizzare il pensiero (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2019) è la prima edizione italiana di un saggio già pubblicato in Francia nel 1999: un breve testo che, tenendo in debita considerazione l'idea che siamo nell'era planetaria, si chiede con quali attrezzi concettuali affrontarla, cosa si è perso nel corso dei secoli, cosa si è conservato, cosa si è trasformato. La prefazione, le note in calce, una presentazione in appendice del pensiero generale di Morin (tutte a cura di Augusto Cavadi) e una postfazione (di Alberto Cacopardo), inquadrano lo scritto nel presente, ne mostrano alcuni limiti e suggeriscono alcune integrazioni.
Pensare il Mediterraneo vuol dire ricondurre un termine dal significato ridotto di frontiera tra continenti e mare di conflitti a «matrice e veicolo di pienezza civilizzatrice» come fu in epoca romana; mediterraneizzare il pensiero significa pensare come cittadini desiderosi di comunicazione pur coscienti della complessità delle problematiche planetarie. Ma vediamo più da vicino. Quattro, a mio avviso, le idee che sostengono il dipanarsi di questa riflessione e che possono servire da chiave interpretativa della sua talora nodosa articolazione: il riflusso verso il passato e la perdita di futuro; il ruolo dell'Europa e del Mediterraneo nella costruzione di un futuro di pace; lo sviluppo di un pensiero complesso, non lineare, che colga complementarietà e antagonismi; la coltivazione di processi di consapevolezza.
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4 gennaio 2020

Come abbiamo fatto a ridurci così?

• Augusto Cavadi •

Fabio Bentivoglio - Giustizia, limite, identità. Per un fondamento filosofico
Come abbiamo fatto a ridurci così, all’inizio del terzo decennio del XXI secolo? Tra gli errori pedagogico-didattici che si perpetrano, in perfetta buonafede, è l’evidenziare quelle idee “classiche” che risuonano familiari alla sensibilità contemporanea. Così, per legittimare lo studio della letteratura greca o della filosofia romana, riprendiamo volentieri i passaggi di un Omero o di un Cicerone che “sembrano scritti oggi”. Qualche volta, però, ci sono studiosi più riflessivi che agiscono esattamente al contrario: cercano, nei testi del passato, quelle tesi che sono tanto più preziose quanto meno condivise dal senso comune dominante. Certo, si possono ripescare teorie obsolete per gusto archeologico: un hobby meno nocivo di tanti altri, tranne per gli alberi quando si decide di pubblicarle senza ricorrere ai formati elettronici. Ma si può ricercarle e rimetterle in circolo per rispondere a domande pressantemente contemporanee, in alternativa a teorie molto più di moda ma non altrettanto illuminanti.
In questa seconda schiera di studiosi – e educatori – si pone consapevolmente Fabio Bentivoglio in un suo recente libro spudoratamente anacronistico: Giustizia, limite, identità. Per un fondamento filosofico (Accademia Vivarium Novum, Montella 2019, pp. 217). Egli, infatti, parte da una questione di estrema attualità e prova a chiedere lumi ad alcuni grandi nomi della filosofia occidentale.
La questione di partenza è tragicamente sintetizzabile in una domanda: come mai noi terrestri ci siamo ridotti così?
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22 novembre 2019

Filosofia: libertà della ragione e della verità

Filosofia per la vita - Ragione e verità

Come è noto, ogni anno il 21 novembre è la "Giornata Mondiale della Filosofia". L'UNESCO ha istituito questo anniversario nel 2002 perché "la filosofia è una disciplina che incoraggia il pensiero critico e indipendente e in grado di favorire una migliore comprensione del mondo, promuovendo la pace e la tolleranza" e ha invitato i governi, le istituzioni che svolgono funzioni educative e le organizzazioni che operano sul territorio a realizzare iniziative che coinvolgano la popolazione in attività di carattere filosofico.
In sintonia con questo invito dell'Unesco la "Casa dell'equità e della bellezza" di Palermo, che dirigo, ha deciso di dedicare un incontro odierno a un tema di particolare attualità, almeno in Italia: il nesso fra filosofia e politica. Ogni filosofia, infatti, ha conseguenze politiche (volute o preterintenzionali): pensiamo, solo per fare un esempio classico, a Platone che immagina la sua Res pubblica (= Stato) in un poderoso "dialogo" e per ben tre volte, a rischio dell'incolumità personale, si reca a Siracusa per tentare di realizzarla, almeno parzialmente.
Non solo ogni filosofia comporta effetti politici, ma ogni politica implica presupposti filosofici (consapevoli o irriflessi): mi sono quasi divertito, nel mio Il Dio dei mafiosi (San Paolo, 2012), a estrarre dai documenti della Lega e da varie dichiarazioni di suoi esponenti la visione-del-mondo (concezione dell'uomo, della società, dello Stato, del divino, della morale, del partito, della famiglia, dell'impegno politico, del lavoro, dello straniero, della donna, degli omosessuali, del popolo, dell'istruzione, della religione...) di questa formazione partitica apparentemente così poco filosoficamente attrezzata.
Se questo nesso fra filosofia e politica è davvero così inscindibile, ogni filosofo che si dichiari "a-politico" o è un ingenuo o è un disonesto.
Tuttavia la filosofia può interagire con la sfera politica in almeno due maniere radicalmente differenti (che, l'opinione comune, tende a identificare).
In un primo senso – il più diffuso – la filosofia è "usata" per dare alla politica una fondazione culturale e per renderla più efficace operativamente. Per intenderci, in questo caso la filosofia si adatta al ruolo di "ideologia", non solo nel senso svalutativo di mascheramento di interessi inconfessabili (in cui Marx bollava come "ideologie" le teorie politiche diverse dalla propria), ma anche nel senso propositivo in cui anche il marxismo ha costituito la base teorica, dottrinaria, del socialismo 'reale' e dei tentativi (sinora abortiti) di comunismo moderno.
Per evitare fraintendimenti, dico subito che la funzione dell'ideologia (in senso positivo, esplicito, costruttivo) non ha nulla di disprezzabile: secondo una formula cara a un mio docente universitario di filosofia, "nelle cose pratiche di somma importanza la cosa più pratica di tutte è una buona teoria". Solo che – dev'essere chiaro – se è ideologia, non è filosofia (in senso proprio).
Invece la filosofia può interagire con la sfera politica anche in una seconda maniera che ne preserva  l'originarietà autentica. E' quando la filosofia rinunzia a voler essere "utile" per concentrarsi esclusivamente sulla ricerca del "vero" (qualsiasi cosa significhi per un filosofo la "verità").
In questa angolazione, la filosofia esercita il ruolo di riserva critica (delle ideologie e dei sistemi politico-sociali ad esse legati) e di produzione utopica (di nuovi, possibili, ipotetici scenari).
Quando si configura così, la filosofia risulta inutile (l'utopia non è realizzabile da nessun partito organizzato, da nessun movimento storico: indica una direzione verso cui procedere), anzi fastidiosa (perché individua e addita le contraddizioni interne e le lacune nei vari sistemi ideologico-politici su cui riflette).
Il filosofo in quanto tale sguscia come un'anguilla dalle mani di chi prova a impossessarsene con la seduzione del potere: per questo non di rado dev'essere soppresso con la violenza. Egli vive ai margini, sulla linea di confine del mondo della polis: abbastanza 'dentro' per osservare, soffrire, partecipare, abbastanza 'fuori' per avere la libertà di contestare l'esistente e di immaginare l'improbabile.
Ma è proprio se è dentro/fuori la polis che egli può servire davvero i concittadini e, come Socrate, riconoscere nella sua attività di indagatore molesto l'apporto più urgentemente politico di cui essi hanno bisogno.
Insomma, la filosofia può porsi a servizio dei cittadini, specie nei tempi oscuri della politica, quando riesce a percorrere lo stretto sentiero fra i due abissi dell'indifferenza rispetto alle cose del mondo, da una parte, e della prostituzione ai progetti di questo o di quell'altro schieramento partitico, dall'altra parte.
Fuor di metafora: quando resta fedele al suo compito costitutivo di andare oltre i "veli" dell'apparenza evitando tanto di mostrarsi sdegnosamente estranea alla storia quanto ideologicamente asservita ai poteri dominanti in un determinato periodo storico.

Augusto Cavadi


In apertura: illustrazione di Eiko Ojala
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9 novembre 2019

Brenifier e la filosofia "fuori dai ranghi"

Oscar Brenifier - Filosofare come Socrate
Quando ero ragazzo, la filosofia era una "disciplina" scolastica riservata agli alunni dei licei e – in dosi ridotte – degli istituti magistrali. Anzi, per essere ancora più precisi, la filosofia non era neppure filosofia, ma storia delle filosofie occidentali: raccontata ora in maniera manualistica (imperava il testo appena decente di Eustachio Paolo La Manna) ora con qualche punta di erudizione supplementare, comunque su un registro comunicativo noiosamente soporifero.
Alcuni studenti della mia generazione – e delle generazioni più giovani – si sono chiesti se l'attività che aveva dato senso all'esistenza di Platone e di Epicuro, di Agostino e di Cartesio, di Spinoza e di Kant, di Croce e di Maritain... meritasse la fine ingloriosa di un pacchetto di "tesi" che un docente consegnava agli allievi disposti a diventare, a loro volta, docenti per consegnarlo ad allievi disposti, a loro volta, a diventare docenti. Si sono chiesti, insomma, se non potesse avvenire come con i medici o i geometri o gli idraulici che diventano tali per relazionarsi, soprattutto, con non-medici; con non-geometri; con non-idraulici.
Così, in Germania prima, in molti Paesi dei vari continenti dopo, la filosofia ha deciso di diventare sempre più un'attività a servizio dei non-filosofi (di professione). A tale scopo ha dovuto ristrutturarsi almeno da due angolazioni.
La prima: senza cessare di essere memoria storica delle filosofie precedenti, riscoprire e accentuare il carattere esplorativo, creativo, originale di cui parlava già la VII Lettera attribuita a Platone là dove si sosteneva che filosofare è sfregare due pietre (due interlocutori) sino a quando, ogni tanto, scocchi una scintilla inedita. Dunque: filosofare è essenzialmente dialogo, confronto, dialettica (e solo preliminarmente e strumentalmente bibliofilia, esegesi).
La seconda: senza cessare di essere ricerca rigorosa tra specialisti, ritrovare il coraggio di lasciare le zone protette (aule scolastiche e universitarie) e ritornare nelle piazze e nei mercati come ai tempi di Socrate e di Diogene il Cinico. Non solo per condividere – come  Gramsci e Simone Weil – la vita degli operai nelle fabbriche e dei braccianti agricoli nei campi, pensando per loro, ma anche e soprattutto pensando con loro: con-filosofando con chi ne ha tanto più necessità quanto meno opportunità. Dunque, senza rinunziare alla propria identità professionale, non appiattirsi sul ruolo di maestro che insegna ma imparare a farsi interlocutore paritetico: al di là della stessa figura (letteraria, se non storica) di Socrate - che faceva finta di essere più ignorante di quanto si ritenesse effettivamente per guidare l'altro a "partorire" idee vere – mettersi davvero alla ricerca insieme al non-filosofo (di professione) per capire questa o quella tematica prepotentemente imposta dalle tragedie della vita individuale e collettiva.
Ma dove va, e come si veste, la filosofia quando esce dai ranghi istituzionali-accademici?
Una risposta (articolata, anche se inevitabilmente incompleta: il mondo – non solo occidentale – pullula in questo settore di sperimentazioni anche fantasiose) si trova nel libro di Oscar Brenifier "Filosofare come Socrate. Teoria e forme della pratica filosofica con i bambini e con gli adulti", Ipoc, Milano 2015, pp. 159.
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3 novembre 2019

Le disavventure delle virtù

Filosofia per la vita - Virtù

Tra le parole più svilite del vocabolario italiano rientrano certamente il termine "virtù" e i suoi derivati. Di "un padre virtuoso" sospettiamo inconfessabili vizi nascosti; "una ragazza virtuosa" è quanto di più scostante, antipatico, si possa immaginare... Una dose moderata di "virtù" l’ammettiamo volentieri, ma se qualcuno ha troppe "virtù" – o ne ha poche, ma in misura esagerata – ci risulta insopportabile.
Per complicare il quadro, come se non fosse abbastanza confuso, nell’uso comune il sostantivo "virtù" è abbinato a due aggettivi di sapore clericale: "teologali" e "cardinali".
Se non si fa piazza pulita di un po’ di "pre-comprensioni" di cui spogliarsi è impossibile affrontare questa tematica con un briciolo di possibilità di chiarezza.
Cominciamo dal "pre-giudizio" più facile da smontare: non è vero che la categoria "virtù" sia originariamente ed essenzialmente religiosa. Vero che per i cristiani – sulla base di un passo dell’epistolario paolino – le tre virtù più elevate siano "teologali", donate da Dio per grazia soprannaturale: la fede, la speranza e soprattutto la carità (o amore agapico). Ma secoli prima del cristianesimo la filosofia greca aveva individuato delle "virtù" fondamentali, basilari, su cui poggiava l’intera vita morale di un soggetto. Tali virtù – sulle quali ruotavano tutte le altre come sui "cardini" di una porta (da cui l’aggettivo assolutamente laico di "cardinali") – erano la prudenza, la giustizia, la forza (o coraggio) e la temperanza.
Un secondo pregiudizio è legato alla mentalità moralistica che, giustamente, contestiamo da quando siamo entrati nell’adolescenza. In quest’ottica, infatti, essere virtuosi significa collezionare medaglie – fisiche o simboliche – obbedendo alle leggi scritte, agli ordini ricevuti, alle norme dettate dalla consuetudine e dalla maggioranza. Dimentichiamo completamente il significato etimologico di virtus come valore, qualità intrinseca, pienezza di vita. Virtuosi si è nella misura in cui si sono attuate le nostre potenzialità:  tanto quanto la nostra soggettività è esplosa, è fiorita.
Un terzo pregiudizio è legato al fraintendimento di una massima – in sé verissima – di Aristotele: "In medio stat virtus" (la virtù sta nel mezzo). L’interpretazione borghese, ormai dominante, traduce: la virtù sta a metà fra il troppo e il troppo poco. La persona generosa, ad esempio, dà ogni tanto qualcosina in elemosina, ma non si priva totalmente dei suoi beni materiali come san Francesco. La persona sincera non dice bugie senza ragione, ma solo quando è opportuno... e così via. Insomma, se la virtù è rappresentabile come un’asticella di un metro, il vero virtuoso si attesta a 50 centimetri: se va oltre, diventa "troppo" generoso o "troppo" sincero o...
Questa concezione non è però né di Aristotele né di san Tommaso d’Aquino né di nessuno dei pensatori moderni e contemporanei che ne hanno condiviso l’insegnamento. Una virtù, una qualità positiva, non è mai "troppo": è potenzialmente sconfinata. Più cresce, più si attesta in medio, a metà: non a metà della sua asticella, ma a metà fra il vizio che si lascia da un lato e il vizio che si lascia da un altro lato. La virtù è un pregio che si sviluppa sul filo fra due errori, un sentiero che si snoda sulla cresta di una montagna fra due vallate: in sé non ha limiti, purché non scivoli né a destra né a sinistra. Il generoso, ad esempio, non è avaro, ma neppure prodigo: il prodigo non è "troppo generoso", ma la caricatura viziosa del generoso. C’è un abisso fra san Francesco e un prodigo: il primo è molto generoso, il secondo non lo è. Così il sincero non è bugiardo, ma neppure incapace di trattenere la verità quando nessuno gliela richiede: l’ingenuo che si auto-espone a derisione o il sadico che brandisce una verità per umiliare l’altro non sono "troppo sinceri", sono la negazione per eccesso della sincerità. Un ultimo esempio: la prudenza ossia l’arte di tradurre in azione i propri princìpi etici. Essa è una virtù e in quanto tale non smette mai di perfezionarsi. La tradisce chi non si concede il tempo necessario per riflettere prima di compiere un gesto: se vedo un’ombra al tramonto nel giardino di casa e sparo, pecco certamente di imprudenza e posso scoprire di aver ferito il giardiniere o mio fratello. Ma se io ricevo una proposta di lavoro e ci penso su non uno o due giorni, ma uno o due anni, e alla fine quando decido di accettarla scopro di essere stato scavalcato da un altro candidato, posso dire di essere stato "troppo prudente"? No, sono stato imprudente. La prudenza infatti prescrive di ponderare di volta in volta le decisioni secondo le circostanze: dunque né troppo poco né troppo. Imprudente è tanto il precipitoso quanto l’iper-cauto, l’irresoluto*. Con questi chiarimenti, da oggi, un lettore attento e "spre-giudicato" non dovrebbe più dire che "il troppo storpia", anche quando è eccesso di bene, di valore, di pregio. Ma questa è solo una mia speranza umana, troppo umana, condannata a restare irrealizzata.

Augusto Cavadi


(*) Altra voragine di equivoci, data la denigrazione di questa virtù da parte della società consumistica in (sacrosanta) polemica col moralismo ascetico degli ambienti cattolici e protestanti, a proposito della seconda virtù cardinale: la temperanza. Come per la prudenza, anche per la temperanza si può sbagliare per difetto (e qua siamo tutti linguisticamente d'accordo: "Mio figlio non si è più laureato perché a Bologna è stato poco temperante: studiava poco, non si perdeva un'occasione di svago, trascorreva ore intere nei pub..."), ma anche per eccesso. E qua casca l'asino. Se una persona mangia troppo poco sino a deperire o non sfiora con una carezza una persona che le piace sino a restare senza partner tutta la vita, noi diciamo che è stata "troppo temperante". Ma è falso! La temperanza, come ogni virtù, è equilibrio e "giusto mezzo": sono intemperante non solo quando bevo troppo alcolici, ma anche quando non li bevo per nulla per ragioni puramente etiche, anzi moralistiche; non solo quando non penso che a scopare, ma anche quando mi impongo di escludere per tutta la vita dalla mia mente ogni desiderio di piacere venereo (con l'effetto, diceva Karl Kraus, che a uno gli vengono i brufoli, a un altro i disegni di legge in difesa della morale pubblica...). Insomma: sarebbe bello che imparassimo a dire alla zitella (incolpevole della sua solitudine), o al Tizio ossessionato dal suo fisico al punto da rischiare l'anoressia, NON: «Sei troppo temperante!» MA: «Sei POCO temperante». Forse ci può aiutare la meditazione di una matita: che è mal temperata sia quando non lo è almeno al punto da disegnare sia quando lo è talmente che perde la punta. La matita temperata scrive bene: se scrive male, per difetto o per eccesso, è in-temperata!


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16 settembre 2019

Fabio Bonafé è un mite...

Le pecore impazienti - Fabio Bonafè
Fabio Bonafé è un mite, allegro, professore di lettere in quiescenza. Mi viene difficile evitare di pensarlo come una sorta di micione sornione che abbia assunto, provvisoriamente, sembianze umane. Già i titoli di alcuni dei suoi libri più recenti dicono molto della sua arguzia: Le pecore impazienti: settantacinque storie e una ricetta (2009) e Sul rabbi molesto: il lato antipatico di Gesù (2014). Vive a Bolzano, ma non ha mai tagliato il cordone ombelicale con la sua Emilia d’origine. Questo duplice legame spiega perché quest’anno (dopo alcune esperienze analoghe) egli organizza prima a Loiano, sull’Appennino bolognese, e poi a Bolzano, due seminari residenziali sul tema della tenerezza.
Il primo appuntamento è nel week-end 21-22 settembre 2019 presso la Saletta “Maria Dalle Donne” del Municipio di Loiano (Bologna). Si inizia alle 9,00 con un po’ di yoga (guidato da Elena Querzola dell'Associazione Shanti Om), si prosegue incontrando alcuni operatori di “clown in corsia” (http://clownduepuntozero.it) e, dopo la pausa del pranzo, si conversa con lo psicoterapeuta Giovanni A. Fava sul nesso fra “Benessere psicologico e libertà spirituale”. Il giorno dopo ci si risveglia con alcuni esercizi di Qi (guidati da Marco Fregni) e si ascolta l’esperienza di “Manos sin fronteras” raccontata da Maria Rita Toschi e Gabriel Montaldo. Dopo il pranzo, l’ultimo incontro è con Antonio Graziano su “Pedagogia e Teatro della Tenerezza”.
Il secondo appuntamento, nel week-end successivo (28-29 settembre), è presso la “Biblioteca culture del mondo” (via Macello 50, Bolzano). Si inizia alle ore 15,00 di sabato 28 conversando prima con Pierpaolo Patrizi su “L’esperienza di Iris e altro”, poi con Erika Giovanelli su “La pratica dell’ascolto attivo”. Nella mattinata della domenica, infine, riflessione con Ornella Buson su “La tenerezza del Budda”. Anch’io sono stato coinvolto, cortesemente, da Fabio Bonafé a dare una testimonianza: come filosofo a Loiano (sabato 21 dirò qualcosa su “La gentilezza come tratto distintivo del filosofo di strada”) e come teologo, abbastanza eretico, a Bolzano (domenica 29 riferirò su "La tenerezza incompresa di Gesù secondo Hanna Wolff").
Ma quale il senso complessivo di queste occasioni di riflessione sul tema della “tenerezza”? La risposta migliore è nelle parole con cui il promotore dei due seminari accompagna i rispettivi programmi-inviti: “L’umanità ha sempre vissuto «tempi difficili» e ha anche saputo esprimere in ogni situazione attenzione, rispetto, cura degli altri e tenerezza. Non c’è un momento buono per provare e praticare la tenerezza: ogni momento è buono. Anche la nostra società così fortemente competitiva ed escludente, affannata e spesso sull’orlo della disperazione ha bisogno di una forte dose di tenerezza, per se stessi e per gli altri. Chi esercita la tenerezza crea immediatamente un ambiente migliore e tempi meno difficili. Un seminario sulla tenerezza deve provare ad essere «amichevole» e plurale. Per questa ragione avremo occasione di sentire voci ed esperienze diverse, e avremo anche tempi ragionevoli per poter ascoltare ed esprimerci senza fretta, fuori dal clima sempre più diffuso delle contrapposizioni e delle polemiche. La misura e il rispetto degli altri saranno il primo dono che ogni partecipante dovrà portare. Lo spirito della tenerezza è quello di creare ponti e relazioni positive, con uno slancio di simpatia preventiva, che non nega le differenze, ma sa farne una occasione di conoscenza e di bellezza”.
Dimenticavo: la partecipazione ai due seminari è gratuita e, per ogni ulteriore informazione, si può contattare l’organizzatore tramite cellulare (388 4859765) o tramite e-mail (fabiobonafe@hotmail.com).


Augusto Cavadi
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