MANUALE PER VIP
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
«Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa! Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza"...»
Dal post introduttivo ►

17 dicembre 2022

Un semaforo sui crocevia dell'etica: la temperanza

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Virtù cardinali - Temperanza
Se si vuole misurare per intera la svalutazione – ai limiti della ridicolizzazione – delle “virtù” basilari dell'etica classica occidentale, bisogna concentrarsi sulle disavventure della “temperanza”. Di per sé sarebbe una qualità invidiabile: l'arte di ottemperare con misura ai bisogni e ai desideri psico-fisiologici.
Come abbiamo fatto, in Occidente prima e nel mondo intero dopo, a trasformare questo pregio in una caratteristica triste, piccolo-borghese?
A me pare che si sia operato un duplice riduzionismo.

Prima di tutto, nell'elenco delle pulsioni e delle passioni da soddisfare: cancellando, con tratti di penna successivi, la voglia di giocare o di annusare profumi intensi o di danzare o di attrarre l'ammirazione altrui per la propria eleganza nell'abbigliamento.
Soprattutto, ma non esclusivamente, in epoche cristiane si è diffusa la tesi – moralistica – che tutta una serie di esigenze non andavano 'temperate', bensì eliminate. Soppresse. Represse. Con tutti i disastri segnalati da Freud in poi. (Altri lo avevano anticipato concettualmente, ma esprimendosi in maniera infelice, come Pascal nel XVII secolo con il suo “Chi vuol fare l'angelo finirà col fare la bestia”, ignaro che le “bestie” sono spontaneamente 'temperanti', impossibilitate ad errare per eccesso o per difetto).
Vogliamo una conferma? Basta riferirci alla temperanza nella sfera affettivo-sessuale che, in tale ambito, si chiamerebbe “castità”. Di per sé dovrebbe qualificare ogni soggetto che sperimenti con equilibrio i piaceri venerei, che li viva all'interno di relazioni interpersonali significative e reciprocamente gratificanti; ma, appunto, che li “sperimenti”, li “viva”.
Invece nel vocabolario dominante è diventata sic et simpliciter la castità del monaco e della monaca che hanno scelto di esercitare una forma singolare e anomala di castità: l'astensione totale da ogni pratica affettivo-sessuale.
Non passa neppure dall'anticamera del cervello collettivo che un uomo o una donna possano qualificarsi “casti” perché realizzano con accettabile armonia una comunione integrale dei loro due esseri.

Filosofia per la vita - Augusto Cavadi - Temperanza
Come se non fosse abbastanza disastrosa questa riduzione, noi occidentali abbiamo deformato anche la nozione di 'misura': trasformandola gradualmente nella nozione di 'minimo indispensabile'.
Così temperante è colui che beve meno vino possibile, che veste quanto più poveramente nei limiti della decenza, che fa sesso solo nelle situazioni inevitabili... Ma intemperante, incapace di equilibrio, è solo chi eccede o anche chi difetta? Da prevenire come disordine è solo la bulimia (letterale e metaforica) o anche l'anoressia (letterale e metaforica)? Da compiangere come soggetto irrisolto è solo chi esagera nella ricerca ossessiva di ogni genere di piacere o, almeno allo stesso titolo, chi si astiene in maniera radicale crogiolandosi nella sua insensibilità o addirittura inorgogliendosi per la sua indifferenza nei riguardi di ogni attrattiva sensoriale, 'estetica'?
Il sessuomane viola certamente i canoni condivisi della castità; ma perché non pensiamo e non diciamo altrettanto di chi stabilisce una stabile relazione di coppia e non fa nulla, per quanto nelle sue possibilità, per coltivarne la valenza erotica?
Solo la riscoperta della ‘temperanza’ nella sua originaria bellezza potrebbe orientare verso una vita serena i passi dei singoli cittadini e le decisioni politiche di rilevanza collettiva.
Il proibizionismo – proiezione legislativa dell’intemperanza per difetto – provoca, e non può non provocare, il moltiplicarsi degli abusi nel consumo di tutto ciò che, in misura scientificamente ragionevole, sarebbe invece gradevole compenso alla pesantezza del vivere. O almeno innocuo fattore di conforto, al labile confine fra esperienza diurna e illusione onirica.
Rinverdire oggi la figura, annebbiata, del temperante per scelta esistenziale comporterebbe rifocalizzare il criterio-principe di un’etica fondata sull’evoluzione complessiva del soggetto: il limite alla soddisfazione delle esigenze scaturenti dalla propria corporeità può essere segnato solo dalla volontà di preservare se stessi da ogni forma di autolesionismo e di rispettare l’analogo diritto alle medesime soddisfazioni da parte di ogni altro essere vivente e senziente.
Le persone che tendono a godere di tutto il godibile, tranne che della sofferenza altrui, sono come torce elettriche che aprono il cammino nella notte della storia.

Augusto Cavadi

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14 dicembre 2022

Il coraggio, abile paciere fra viltà e spavalderia

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Fortezza
Tra le qualità-cardine di una vita etica riuscita (almeno nei limiti di noi mortali) la tradizione occidentale elenca la “fortezza”. Anche questo termine risuona obsoleto, se non addirittura equivoco: poiché nel linguaggio contemporaneo designa più una costruzione militare che una dimensione psichica, andrebbe meglio tradotto con ‘forza’, ‘energia’, ‘fermezza di carattere’, ‘coraggio’. Di che si tratta, in buona sostanza?
La saggezza-in-pratica funziona quando ci indica la direzione migliore negli aggrovigliati sentieri della storia, soprattutto nel discernere l’equo dall’iniquo. Ma intravedere un percorso non è ancora percorrerlo: bisogna intraprenderlo effettivamente, nonostante pigrizie e viltà, paure e stanchezze. ‘Forte’, in senso proprio, è la persona che – allenandosi con costanza – acquisisce, e coltiva, la capacità di vincere tali resistenze.
Poiché gli ostacoli non sono solo prodotti dalla fantasia, ma spesso s’impongono con una tenace consistenza oggettiva, il coraggioso autentico ne deve tener conto realisticamente: evitando – per non cedere alla vigliaccheria – di precipitare nella temerarietà.
Nel linguaggio abituale usiamo affermare che qualcuno si è ferito o è morto per “eccesso” di coraggio, ma spesso è un modo inesatto di esprimersi. Il coraggio, come ogni virtù morale, non è mai ‘troppo’: una volta lanciato come un missile dalla rampa di partenza, può elevarsi sino al cielo staccandosi nettamente dai vizi opposti di chi si sottostima e di chi si sopravvaluta.
Si può essere alpinisti più o meno energici, più o meno rapidi, più o meno vicini alla meta, ma se si è nel sentiero che porta in cima si é comunque alpinisti (più o meno valorosi): nulla da spartire con chi resta a valle per astenia né con chi scivola nel precipizio per aver presunto di possedere competenze e attrezzature indispensabili all’impresa.

Filosofia per la vita - Virtù Cardinali - Fortezza
Dovremmo correggere i modi abituali di esprimersi perché finiscono con il corrompere prima le idee e infine le relazioni sociali: imparare a dire che difetta di coraggio chi non affronta prove per le quali sarebbe attrezzato, ma altrettanto chi affronta prove per le quali sa di non essere attrezzato. Che manca di coraggio tanto il disertore della vita quanto il fanfarone che spaccia come prove di forza i fallimenti subiti per spacconaggine.
Un difficile equilibrio, dunque? Senz’altro. Ma non è impossibile avvicinarvisi. Basta osservare ciò che accade dietro le quinte e non solo nei prosceni della cronaca. Infatti nell’immaginario collettivo il coraggio sarebbe la nota distintiva di chi compie imprese straordinarie, al di sopra delle prestazioni medie dell’umanità. Non va negato agli eroi il riconoscimento del coraggio. Ma ad essi non ne va neppure riservato il monopolio esclusivo. C’è un coraggio dell’ordinarietà talora minore, talaltra maggiore, rispetto a chi realizza azioni eccezionali.
Ci vuole più potenza, più energia, più ardimento per gettarsi dentro una casa in fiamme per trarne fuori un disabile grave o piuttosto per vivere al suo fianco, decennio dopo decennio, senza cedere alla tentazione dell’omicidio-suicidio? Domanda vana come tutte le domande alle quali non è possibile rispondere. Serve solo come artificio retorico per decostruire il senso comune che, identificando il coraggio con l’eroismo plateale, finisce con deresponsabilizzarci rispetto alle tante occasioni di praticare il coraggio feriale, quasi sempre celato alle luci delle telecamere, sul quale si regge la storia dell’umanità.
Senza considerare, poi, che difficilmente si diventa protagonisti di gesti clamorosamente coraggiosi se, sino a quel momento, si è vissuti nel grigiore della viltà. Quando ero giovane lessi di un motociclista – rimasto anonimo, almeno per quanto ne abbia mai saputo – che, durante un incendio in una galleria alpina, fece più volte il tragitto avanti e indietro per salvare automobilisti intrappolati. Più volte: sino a quando gli vennero meno le ultime forze e restò egli stesso prigioniero dei fumi e del fuoco. Quando penso a un modello di coraggio, da allora è quel motociclista che mi torna alla mente. E mi viene assai difficile supporre che, sino a quella circostanza imprevista, egli fosse vissuto con un atteggiamento di fondo ego-centrato e cautamente opportunista.

Filosofia per la vita - Bacha Khan - Gandhi
E’ anche per queste ragioni che gli indimenticabili pionieri della nonviolenza, da Gandhi a Bacha Khan (foto sopra), hanno potuto affrontare interi eserciti con la fermezza del diamante solo dopo lunghi anni di preparativi, di esercizi, di fallimenti. Un giorno, nei libri di scuola, icone del coraggio non saranno solo né prevalentemente generali con la spada sguainata (i quali, per altro, molto raramente l’hanno sguainata effettivamente in prima fila, faccia a faccia con le schiere nemiche), ma anche e soprattutto quei leader talmente impregnati di energia da poter avanzare alla testa dei propri seguaci contando soltanto sulla forza inscalfibile della verità.

Augusto Cavadi

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10 dicembre 2022

Alla ricerca della giustizia sperduta

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Giustizia
Alla saggezza-nel-deliberare (come si potrebbe ribattezzare la prudentia della tradizione classica occidentale) spetta distinguere il vero dal falso, l’apparente dal reale, l’opportuno dall’inopportuno. Ma, soprattutto, il giusto dall’ingiusto.
Si tratta di un compito tanto necessario quanto arduo. Sin da Platone – i cui dialoghi ‘socratici’ non per caso sono stati definiti ‘aporetici’ – una questione più è grave, meno è agevole da dirimere. Solo gli animi grezzi avanzano di certezza in certezza, senza esitare. Le menti più fini procedono, con Abelardo, fra un sic e un non o, con un Tommaso d’Aquino, fra un videtur quod e un sed contra.
Alcune delle più clamorose tragedie mondiali degli ultimi anni (delle più clamorose, non necessariamente delle più terribili) hanno provocato la drastica contrapposizione di schieramenti intellettuali sul modo di reagire alla pandemia del Covid-19 o di posizionarsi rispetto al conflitto fra Russia e Ucraina. In alcuni casi il dogmatismo è stato frutto d’ignoranza dei dati o di interessi ideologico-politici inconfessati; ma in altri ha agito, più o meno consapevolmente, l’angoscia davanti all’incertezza oggettiva.
Quando sono in gioco questioni strettamente individuali (ma esistono davvero questioni strettamente individuali?) la precipitazione nell’assumere una determinata prospettiva, senza darsi margini di revisione, è un errore che paga chi lo perpetra. Ma quando sono in gioco questioni sociali – intendo che riguardano due soggetti, o una famiglia, o una città, o una nazione, o l’umanità – si entra nell’ambito della “giustizia”: errori di valutazione ‘prudenziale’ comportano la ferita, o addirittura la distruzione, di inalienabili diritti altrui.

Filosofia per la vita - Virtù Cardinali - Giustizia
Chi non si acceca davanti alla complessità delle problematiche, e ha in misura variabile la responsabilità delle vite altrui oltre che della propria, non può decidere con sicumera, ma neppure può ignorare che in molti bivi della storia il non decidere è una forma di decisione (e raramente la migliore). Perciò deve, da una parte, prospettarsi tutte le ipotesi praticabili – senza escluderne a priori nessuna -, dall’altra adottare la più probabilmente giusta o la meno probabilmente ingiusta. Nei regimi dittatoriali o più o meno autoritari i governanti sono soggetti a minori travagli morali: non devono cercare di individuare, di mettere a fuoco, di scoprire ciò che è giusto perché o – in sistemi teocratici – hanno già dettata dall’Alto la Norma assoluta oppure – in sistemi immanentistici – sono precisamente essi stessi, con le loro decisioni inappellabili, a instaurare la giustizia e a differenziarla dall’ingiustizia.
Neanche in un’ottica di democrazia anarchica c’è spazio per dilemmi morali: si presuppone che ogni individuo decida da sé ciò che è giusto ma, non essendo egoista e anzi essendo convintamente sollecito dell’uguale diritto altrui, la sua decisione non potrà rivelarsi ingiusta da nessun punto di vista.

Filosofia per la vita - Giustizia - Augusto Cavadi
Invece, nei regimi liberal/social/democratici, in cui le decisioni vengono adottate di norma né mediante meccanismi assembleari né all’unanimità, ma attraverso la faticosa mediazione di organi rappresentativi (sia legislativi che amministrativi), la determinazione di ciò che è giusto in sé – o, almeno, di ciò che risulta giusto in relazione alle condizioni date storicamente – si rivela assai più problematica. Occorre infatti arrivare a definire – con il minimo di interferenze utilitaristiche e strumentali – ciò che la maggioranza ritiene giusto; salvaguardare i diritti della minoranza a non adeguarsi alle decisioni della maggioranza; circoscrivere quest’ultimo diritto alla “disobbedienza civile” in maniera che possa fruire del più ampio spazio di agibilità, senza travalicare quei confini il cui oltrepassamento vanificherebbe, di fatto, gli esiti dei meccanismi democratici (instaurando una sorta di dittatura della minoranza). Troppo complicato, no?
E’ per questo che le democrazie liberal/social/democratiche sono fragili, esposte al tiro incrociato di autoritarismi e anarchismi, tanto più insidiosi quanto più animati da sincera volontà di giustizia. La Democrazia é davvero, secondo la nota espressione di Winston Churchill, “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora”.

Augusto Cavadi

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7 dicembre 2022

Follia, o piuttosto genuina prudenza?

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Prudenza
Sulla pallida ambiguità dell’espressione “virtù cardinali” ci siamo brevemente soffermati in un intervento precedente (vedi QUI).
Ma quali sarebbero tali “virtù” ritenute “cardini” di una vita etica? L’elenco tradizionale le dispone in ordine di rilevanza decrescente: innanzitutto la “prudenza”, poi – un gradino appena sotto – la “giustizia”; ancora più sotto la “fortezza” e, infine, la “temperanza”. Questa graduatoria rispecchia la scala delle facoltà umane corrispondenti: la prudenza e la giustizia, infatti, sono qualità della nostra intelligenza, la fortezza della nostra volontà, la temperanza della nostra dimensione pulsionale.

Già da questi cenni si intuisce che la “prudenza” dell’etica classica occidentale ha ben poco a che spartire con la “prudenza” esaltata dal ‘buon senso’ borghese moderno e contemporaneo. Non caratterizza per nulla, infatti, i soggetti che osano, ma non troppo; che si slanciano in avanti, ma con misura; che intraprendono una corsa, ma decisi a non premere sino in fondo l’acceleratore. Essa è piuttosto sinonimo di “saggezza”. E il saggio è uno che procede lentamente se c’è da esser cauti, ma che corre a precipizio se c’è da non perdere un minuto di tempo. E’ un esperto della misura e, proprio per questo, sa che in alcune circostanze l’unica misura è giocarsi senza misura. Sa che, talora, la follia apparente è la scelta sostanzialmente più sensata.
Filosofia per la vita - Le virtù cardinali - Bodei - Giorello - Marzano - Veca
Remo Bodei - Giulio Giorello - Michela Marzano - Salvatore Veca.
Le virtù cardinali. Prudenza, Temperanza, Fortezza, Giustizia. Laterza, Bari-Roma 2017

Ciò va declinato anche al negativo: nel linguaggio ordinario diciamo – opportunamente – che superare i 120 kilometri orari in autostrada è segno di imprudenza, ma dovremmo aggiungere che lo è, nelle medesime situazioni, procedere a meno di 80 chilometri orari. Solo se confondiamo la prudenza “con la cautela o con la moderazione” possiamo fraintenderla come una pseudo-virtù “modesta e quasi senile, carica di paure e di incertezze” (Remo Bodei, Prudenza in R. Bodei - G. Giorello - M. Marzano - S. Veca, Le virtù cardinali. Prudenza, Temperanza, Fortezza, Giustizia. Laterza, Bari-Roma 2017, p. 5).

La prudenza – meglio la saggezza – non è dunque la caratteristica delle “anime morte”, degli ignavi, bensì dei lungimiranti: capaci di non sprecare un euro se non vedono nessuna valida ragione, ma di svuotare il conto in banca se ritengono che, in una determinata contingenza, ne va dei loro principi. Se, all’uscita da un pub, rischio la vita gettandomi dal London Bridge per vincere una scommessa tra amici un po’ brilli non mostro d’esser saggio; ma altrettanto “imprudente” sarei se, sapendo nuotare, non mi tuffassi nel Tamigi per salvare un bimbo in difficoltà. Infatti anche questa astensione sarebbe effetto di una valutazione errata.

Molti magistrati, nella recente storia italiana, sono stati uccisi: per imprudenza? Ed è stata, invece, per alcuni altri magistrati, indice di prudenza, saggezza, lungimiranza evitare certi incarichi, non proseguire certe indagini, seppellire sotto montagne di fascicoli certi documenti? Purtroppo è questo il modo più comune di esprimersi. Ma si deve alla loro memoria rettificare almeno le parole: chi rischia senza validi motivi è stolto, imprudente. Altrettanto, però, chi – pur in presenza di valide ragioni – decide di non rischiare. E prudente – davvero prudente, previdente, provvidente – è chi, evitando i rischi evitabili, affronta lucidamente gli inevitabili. La prudenza – ha sostenuto qualcuno – è la ‘provvidenza’ di cui siamo capaci noi mortali. Con tutte le incertezze del caso: saggezza implica discernimento di ciò che è meglio scegliere in una situazione determinata: solo a posteriori, e a distanza i tempo, si potrà stabilire con ragionevole certezza chi è stato imprudente per eccesso e chi (non meno colpevolmente!) per difetto.

Filosofia per la vita - Prudenza - Augusto Cavadi
In ogni esempio emerso in queste righe la saggezza è stata sempre legata a un’azione: guidare un’automobile, spendere soldi, donare beni materiali, tuffarsi da un ponte, esercitare una professione... Infatti la prudenza/saggezza non è una qualità della mente contemplativa, bensì della ragion pratica: i sapienti cercano di stabilire cosa sia bene e male in astratto, nell’universalità dei casi; ai saggi spetta deliberarlo, per sé, nel qui e ora. E’ difficile essere saggi senz’essere, almeno un po’, sapienti; ma non altrettanto difficile esser sapienti senza mostrare d’esser saggi.

Senza saggezza non si possono esercitare neppure le altre “virtù” essenziali come la giustizia, la fortezza e la temperanza. La cronaca quotidiana ce lo attesta in maniera tanto eloquente quanto dolorosa. Per questo risulta convincente la convinzione che “la prudenza, specie da parte dei cittadini degli Stati democratici (di quanti cioè hanno la possibilità di esercitarla anche nella sfera pubblica), ridiventa una virtù necessaria, una forma di compensazione per una delle promesse non mantenute della democrazia stessa: l’educazione del cittadino, non passivo o semplicemente indignato, ma capace di prendere decisioni fondate sull’esperienza, criticamente esaminata, e su progetti lungimiranti e argomentati su ciò che è meglio per sé e per gli altri” (ivi, p. 23).

Augusto Cavadi


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23 novembre 2022

Virtù cardinali: ritorno alle origini per rimetterle... in forma

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Virtù cardinali
Il linguaggio del nostro catechismo infantile è davvero obsoleto e anche molti dei contenuti – veicolati con quel linguaggio arcaico – sono francamente inaccettabili. Al punto che Luigi Lombardi Vallauri, noto filosofo del diritto, ha scritto e ribadito in varie occasioni che il catechismo della Chiesa cattolica dovrebbe essere vietato ai minori di 18 anni e riservato agli adulti che, una volta maturi, volessero apprenderlo.
Tutto da buttare, dunque? La maggior parte dei genitori ormai ne è convinta, ma senza riflettere abbastanza, a mio parere, su una verità elementare: non basta decostruire e liberare spazi, bisogna offrire alle nuove generazioni equivalenti funzionali. Altrimenti le si lascia in un vuoto desolato che le scoraggia, le disorienta, non le attrezza per l’impegno attivo a favore del “bene comune”.

Filosofia per la vita - Educazione
Scegliamo un esempio fra molti: chi parla oggi delle quattro “virtù cardinali” della tradizione classica occidentale (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza)?
Già il sostantivo “virtù” evoca alla mente qualcosa di untuoso, inautentico, tendente all’ipocrisia. Quando non designa posture apparenti, per salvaguardare il “buon nome” in società, sembra comunque riferirsi ad atteggiamenti faticosamente conquistati mediante atti di volontà, per domare impulsi istintuali animaleschi. Eppure il termine latino virtus aveva ben altro significato: il valore, la potenza intrinseca, di qualcuno o di qualcosa. Virtuoso era quell’essere che aveva esplicitato, attuato, le sue caratteristiche essenziali: per esempio il condottiero vittorioso o il sonnifero efficace (in quanto dotato di virtus... dormitiva!). Probabilmente ormai nell’uso comune il termine “virtù” è irrimediabilmente compromesso e, anziché tentare di rispolverarlo nella sua freschezza originaria, potrebbe risultare più agevole sostituirlo con parole meno equivoche: qualità etica, fioritura personale, frutto maturo... o non so che altro (i poeti “virtuosi” potrebbero venirci in soccorso). L’essenziale sarebbe arrivare alla consapevolezza diffusa che uomini e donne sono virtuosi/e quando esprimono all’esterno ciò che vivono realmente al proprio interno: una dose accettabile – certo mai perfetta – di equilibrio, saggezza, ricchezza di sentimenti, vitalità progettuale, attitudine relazionale...
Quando sono persone risolte (o, comunque, a una discreta tappa del cammino per diventarlo): che hanno ‘sciolto’ più nodi di quanti gliene restano e – pur senza rimuovere dubbi, domande, problemi – si pongono in maniera affermativa, propositiva, costruttiva.
Se il sostantivo “virtù” è inflazionato e frainteso, ancora di più lo è l’aggettivo cardinali. Più di un interlocutore istruito mi ha dichiarato, senza ombra di ironia, di ritenere che l’aggettivo derivasse dalla supposizione (sin troppo benevola!) che tali virtù caratterizzino i più alti prelati della Chiesa cattolica. Ovviamente non è così.
Prudenza, giustizia, fortezza e temperanza sono state considerate, invece, i “cardini” di una vita moralmente solida. Sono davvero queste quattro qualità etiche i perni sui quali si regge un’esistenza ‘riuscita’? Si tratta di una tesi opinabile. Ma ciò che, innanzitutto, importa è – anche in questo caso – restituire alle parole il significato originario e autentico. Dunque sostituire il termine “cardinale” con qualche equivalente più espressivo quale fondamentale, basilare, essenziale...
Insomma trovare il modo per sgombrare la scena da fantasmi fuorvianti in modo da confrontarsi schiettamente con la tesi (vera o erronea) della tradizione greco-latina: che ci sono atteggiamenti etici (“virtù”) elementari e irrinunciabili (“cardinali”) senza i quali si costruisce la propria esistenza su basi fragili.
Ma questi “atteggiamenti etici” sono innati, ereditati geneticamente? La risposta della saggezza occidentale è che si tratta, essenzialmente, di habitus acquisiti.

Filosofia per la vita - Habitus
"Habitus": ecco un’altra parola-trappola! Si potrebbe translitterare con “abitudine”, ma sarebbe appunto solo una translitterazione, non una traduzione. Perché le “virtù” non sono mai l’esito di comportamenti meccanici, abitudinari, adottati passivamente, bensì “attitudini” (“habitus”) permanenti, costanti, acquisite consapevolmente e liberamente. Come? Mettendo in atto azioni “virtuose”, positive. Aristotele cita un proverbio già noto ai suoi tempi: una rondine non fa primavera. Un gesto di generosità non ci rende generosi; un’azione coraggiosa non ci rende coraggiosi...
Ma gesto dopo gesto, azione dopo azione, la nostra psiche si struttura in una certa maniera per cui la generosità o il coraggio diventano sempre più tipici del nostro modo di essere nel mondo: diventano una “seconda natura” o, forse meglio, plasmano la nostra “natura” secondo un certo modello e con una certa direzione. Al punto che decidere, davanti ai bivi della vita, per gesti generosi o per azioni coraggiose diventa più spontaneo, più agevole, che optare per scelte egoistiche o di viltà.
La persona “virtuosa” lo è tanto più quanto meno si accorge di esserlo o quanto meno le costa esserlo. Compiere atti “viziosi” le riuscirebbe più faticoso, più artificiale, se non quando – replicando giorno dopo giorno atti di egoismo o di vigliaccheria – non acquistasse un altro “habitus” e, dunque, non le diventasse finalmente più facile comportarsi da egoista o da vigliacco. “Virtù” e “vizi” pesano solo sui soggetti mediocri: ai virtuosi e ai viziosi riesce meravigliosamente facile vivere da tali.

Augusto Cavadi


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8 novembre 2022

Pensare diversamente

• Anna Colaiacovo •


Filosofia per la vita - Pensare diversamente

La fase storica che stiamo vivendo è drammatica. Tra pandemia, disastri climatici, guerre, crisi economiche e minaccia nucleare navighiamo a vista in un mare di incertezze. Abbiamo estremo bisogno di sguardi critici sul presente che siano in grado di offrirci chiavi di lettura e indicazioni su come affrontare le sfide del nostro tempo. Per fortuna ci sono libri che rispondono a tale esigenza. Tra questi, ne ho incontrati tre molto diversi tra loro che hanno in comune una riflessione sul pensiero. Un pensiero che è oggi incapace di cogliere ciò che accade nel mondo o perché ancorato a modelli superati o perché modificato dalle nuove tecnologie.
Filosofia per la vita - Svegliamoci! - Edgar Morin
Edgar Morin, Svegliamoci!
Mimesis, Milano–Udine 2022

Il primo testo è l’opuscolo citato da Augusto Cavadi nel suo ultimo post: "Svegliamoci!" (Mimesis, Milano–Udine 2022). Morin è un grande vecchio che non ha mai smesso di indagare il presente con lucidità e passione. Filosofo della complessità, ritiene - come ha messo in rilievo Augusto - che la crisi che stiamo vivendo sia innanzitutto una crisi del pensiero. Un pensiero unilaterale, semplificatorio, incapace di cogliere la complessità della crisi stessa che è ecologica, economica e antropologica. L’essere umano vive di contraddizioni, ma continua a pensare secondo una modalità che esclude le contraddizioni. Da qui la difficoltà a comprendere ciò che caratterizza il nostro tempo: la compresenza di grandi progressi sul piano materiale e di grandi rischi legati a questi stessi progressi. Abbiamo idolatrato lo sviluppo, ma proprio lo sviluppo indiscriminato, orientato al profitto, ha portato alla crisi ecologica planetaria. Oggi ci troviamo di fronte alla necessità di fermare la crescita per poter salvare l’umanità. Occorre una “politica che assicuri la decrescita di tutto ciò che inquina e la crescita di tutto ciò che salvaguarda e rigenera” (p. 46). Una politica che dovrebbe riguardare l’intero globo terrestre, la nostra casa comune. E, invece, assistiamo al proliferare di nazionalismi e di ripiegamenti identitari. Il vero problema, oggi, è dominare il sogno di dominio sull’ambiente e sul diverso da noi, e rafforzare le relazioni umane.
Filosofia per la vita - Metamorfosi - Emanuele Coccia
Emanuele Coccia, Metamorfosi. Siamo un'unica, sola vita.
Einaudi, Torino 2022

Il virus “in una manciata di mesi ha imposto al pianeta un nuovo universalismo di fronte al quale tutte le strutture politiche della modernità appaiono obsolete (…) Anche la nozione di specie andrebbe ripensata e messa da parte. Dopo esserci fatti la guerra per le più piccole differenze, ci troviamo schiacciati dall’evidenza di una comunità di carne senza proprietà e con mille identità simultanee, che vuole solo una cosa: la pace della carne, la pace nella carne. La politica del futuro non può che partire da qui.” Così scrive Emanuele Coccia (in "Metamorfosi - Siamo un'unica, sola vita", Einaudi, Torino 2022 pp. 7-8). Occorre passare da un sapere che classifica e distingue a un sapere che individua nella metamorfosi l’essenza della vita. Qualsiasi forma di vita non è altro che trasformazione continua, in relazione con una molteplicità di altre forme. Fin dalla nascita, portiamo dentro di noi i nostri genitori, i nostri antenati, ma anche pesci, batteri, ossigeno, idrogeno etc. In natura nulla è riconducibile a una identità precisa, il discorso identitario è un inganno. Attraverso l’atto del mangiare travasiamo la vita di altri nella nostra e in questo modo dimostriamo che c’è una sola vita, comune a tutti gli esseri viventi. E la madre di tutti è Gaia, la Terra. Se apriamo gli occhi e la mente sul mondo intorno a noi e su noi stessi non possiamo non ammettere che “la Terra è un immenso bozzolo al cui interno tutte le forme si sono generate” (p. 85).
Filosofia per la vita - Le non cose - Byung-chul Han
Byung-chul Han, Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale. Einaudi, Torino 2022

Il progresso sul piano materiale è strettamente collegato con lo sviluppo tecnologico. L’innovazione tecnologica indubbiamente porta alla soluzione di problemi, ma da essa nascono nuovi problemi sia perché la tecnologia è al servizio di modelli capitalistici finalizzati al profitto, sia perché è usata da utilizzatori spesso privi di consapevolezza. Secondo Byung-chul Han, filosofo di origine coreana molto attento alle problematiche del nostro tempo, la digitalizzazione sta cambiando il nostro modo di vivere il reale. Derealizza il mondo, lo disincarna e lo informatizza. Siamo diventati tutti infomani: “Non sono più gli oggetti, bensì le informazioni a predisporre il mondo in cui viviamo. Non abitiamo più la terra e il cielo, bensì Google Earth e il Cloud.” ("Le non cose - Come abbiamo smesso di vivere il reale", Einaudi, Torino 2022). Inoltre l’eccesso di informazioni annulla la differenza tra vero e falso, sostituisce la verità con l’efficacia e non produce alcun sapere. I media digitali immagazzinano dati che rimangono sempre uguali, mentre la memoria umana, di tipo narrativo, li elabora e li trasforma. L’oggetto devozionale del regime neoliberista è, secondo Byung Chul Han, lo smartphone, un rosario digitale. Facebook e Google sono i nuovi feudatari. Ci fanno sentire liberi, mentre siamo in realtà sorvegliati e sfruttati. Lo smartphone potenzia l’autoreferenzialità, crea il mondo in forma digitale, ci inonda di stimoli, ci permette di comunicare incessantemente con gli altri, ma ci rende sempre più soli. La scomparsa dell’altro è un evento tragico perché, mentre l’intelligenza artificiale è apatica, il pensiero umano è un processo analogico che ha bisogno di eros, dell’aspetto emotivo: “Dell’intelligenza macchinica emerge soprattutto il pericolo che il pensiero umano le si allinei diventando a sua volta macchinico” (p. 56).


Anna Colaiacovo
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3 ottobre 2022

Se a filosofare provassero molti più elettori

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Edgar Morin - Svegliamoci!
La forsennata super-produzione industriale (dettata da interessi privati e/o di Stati nazionali) è alla radice dei conflitti bellici in corso (con relativi rischi di esiti nucleari) e della distruzione irreversibile dell’ambiente.
I politici sono, di norma, un ostacolo anziché un sostegno per la risoluzione di questi drammi epocali nel loro intreccio micidiale. Come confermano le ultime elezioni italiane del 25 settembre 2022, i cittadini o si astengono dal far pesare il loro voto o lo indirizzano preferibilmente su schieramenti sfacciatamente filo-capitalistici che non hanno, neppure solo a livello programmatico, l’intenzione di ridurre sfruttamento delle risorse, situazioni di guerra, disastri ecologici.
Inorridito da questo “sonnambulismo” generalizzato, a 101 suonati, uno dei massimi pensatori viventi – Edgar Morin – ha lanciato il suo grido d’allarme: "Svegliamoci!" (Mimesis, Milano–Udine 2022, pp. 78, euro 10,00).
Svegliamoci da questo sonno dogmatico provocato o dall’illusione che l’umanità non compia l’ultimo miglio verso l’auto-distruzione definitiva o dalla convinzione nichilistica che questo suicidio collettivo non sia il peggiore dei mali dal momento che l’essere, la vita, la gioia, la solidarietà, il piacere sarebbero – tutto sommato – equivalenti al nulla, alla morte, al dolore, all’individualismo, all’insensibilità.

Filosofia per la vita - Augusto Cavadi - Edgar Morin
Cosa significa, in concreto, svegliarsi?
Quasi a mo’ di sintesi dei suoi innumerevoli scritti, Morin lo spiega efficacemente in questo opuscolo. Non tento neppure di riassumere le sue indicazioni articolate, mi limito al passaggio che mi sembra la chiave di lettura decisiva: “Non è solo la crisi dei partiti di sinistra in rovina, né soltanto la crisi della democrazia che imperversa in tutto il mondo, né solo la crisi di uno Stato iperburocratizzato e appesantito dalle lobby, né ancora soltanto la crisi di una società dominata dal potere onnipresente del profitto, né infine solo una crisi della civiltà o dell’umanesimo, si tratta di una crisi più radicale e nascosta: una crisi del pensiero” (p. 31).
Già sarebbe abbastanza grave vivere in contesto politico in cui ministri della Repubblica insegnano ai giovani che “con la cultura non si mangia” (Giulio Tremonti) e in cui quei giovani, che – invece – vorrebbero mangiare grazie al lavoro culturale, sono costretti a emigrare nei cinque continenti; ma c’è di peggio. Artisti e ingegneri, chimici e letterati, economisti e archeologici, fisici e psicologi – anche i più esperti fra queste categorie di intellettuali – si accontentano del loro punto di vista particolare e non aspirano neppure a una prospettiva complessiva: “gli specialisti disdegnano ogni conoscenza globale, che considerano superficiale.[...] L’invisibilità della crisi del pensiero dipende dalla separazione e dalla frammentazione delle conoscenze, la cui riunificazione è considerata impossibile, rendendo quindi unilaterale, incompleta e di parte ogni considerazione relativa alla società, alla storia e alle crisi medesime” (p. 47).

Filosofia per la vita - Augusto Cavadi - Edgar Morin
Chi dovrebbe prestare il servizio della sintesi, della trans-disciplinarietà, dello sguardo unitario, sapienziale, comprensivo?
In Occidente è stata questa la missione dei filosofi. Ma, da almeno un secolo, la filosofia (nelle università e di conseguenza nelle scuole medie) è diventata storia della filosofia. Indubbiamente nessun filosofo saggio comincia a filosofare in prima persona senza studiare attentamente le filosofie precedenti: ma, se ci si limita a questa indagine archeologica del passato, chi oserà proporre un’analisi complessiva del presente e, addirittura, un progetto per il futuro?
Nel Novecento F. Waismann (in Analisi linguistica e filosofia, Astrolabio Ubaldini, Roma 1970, p. 40) ha scritto che la filosofia autentica è “lo sfondamento della morta incrostazione della tradizione e delle convenzioni, la rottura delle catene che ci legano ai preconcetti che abbiamo ereditato dal passato, in modo che si possa ottenere una nuova e più potente visione delle cose”. Senza la filosofia così intesa, chi darà alla classe dirigente di un Paese (classe che include i politici, ma non solo) gli elementi affinché, restando ciascuno e ciascuna nel proprio ambito professionale, si elabori – ‘per’ e soprattutto ‘con’ l’intera popolazione – una saggezza condivisa? Se anche i filosofi si concentrano sul dettaglio del dettaglio (dedicando la vita a leggere e commentare un solo pensatore per quanto illustre, anzi una sola opera di un solo pensatore), perché meravigliarsi di tanta miopia fra eletti ed elettori, governanti e governati? Con felice espressione, Gerd Achenbach ha definito il filosofo “lo specialista del generico”: ma quanto coraggio ci vuole a intraprendere questa strada sapendo che le accademie aprono le porte solo a quanti dimostrano di sapere quasi tutto su un quasi niente? E’ un po’ come quella figura, in via di eclissi, del buon medico di famiglia: di ortopedia o di dermatologia ne sa meno dei colleghi ortopedici o dermatologi, ma – se davvero esperto – sa qualcosa che tutti i suoi colleghi specialisti, sommati insieme, ignorano. Possiede quello sguardo clinico che coglie il paziente nella sua interezza: uno sguardo olistico in grado di afferrare le connessioni fra gli organi dell’unico soggetto (somato-psichico) davvero esistente. Forse è tornato il tempo in cui – come avveniva dal V secolo a. C. al XIX secolo d.C. – il filosofo non era un professore di filosofia, ma uno scienziato o un avvocato, un diplomatico o un pulitore di lenti, un medico o un prete: uno che aveva il suo mestiere per mantenersi, cercava di svolgerlo con il massimo di attenzione e di cura, ma senza spegnere la passione per interpretare la Totalità. Uno fra tanti, uno come tanti, abitato però dal desiderio di vivere “come colui che ha visto molto e non ha dimenticato nulla, e come uno che vede ogni cosa per la prima volta” (J. Wisdom, Paradox and Discovery, Blackwell Publishers, Oxford 1966, pp. 137-138).
Di storici delle filosofie ne abbiamo molti, e tra questi anche di molto bravi nell’esegesi dei testi in ogni lingua antica o moderna. Ma di cercatori di sapienza, che si sforzino – in e oltre la propria attività lavorativa – di pensare con originalità senza asservirsi né alla carriera né alle mode né ai potenti di turno, abbiamo disperato bisogno.

Augusto Cavadi
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