MANUALE PER VIP
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
«Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa! Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza"...»
Dal post introduttivo ►

26 maggio 2020

"Il pensiero e la vita", nella consulenza filosofica la chiave di Neri Pollastri

• Augusto Cavadi •


Neri Pollastri - Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche
Se qualcuno, incuriosito da pezzi giornalistici o da personaggi letterari (come uno dei protagonisti del romanzo La cura Schopenhauer di Irvin D. Yalom), volesse saperne di più sulla consulenza filosofica, ha la possibilità di informarsi attingendo direttamente a una delle fonti più autorevoli. Infatti, dopo sedici anni dalla prima edizione (con Apogeo), è stato adesso riedito, con alcune significative integrazioni, Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche (Algra, Viagrande 2020, pp.164) di Neri Pollastri: uno dei primissimi volumi organici sull’argomento, a firma del pioniere della "filosofia «in pratica»" in Italia.
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23 aprile 2020

Mario Mulé, gestione (e digestione) della pandemia

• Augusto Cavadi •

Condivido il contributo del mio caro amico Mario Mulé, psichiatra e psicoterapeuta, che con la moglie Giovanna Bongiorno gestisce, con delicata generosità, la "Fattoria sociale" a Bruca, nei pressi del Tempio di Segesta (Trapani).

Filosofia per la vita - Cavadi, Bongiorno, Mulè

Caro Augusto,

ho letto ciò che hai scritto in merito a quanto stiamo vivendo in questi giorni. Mi riferisco al tuo articolo Pandemia e altre calamità: un "peccato" tutto moderno.
Mi piace aggiungere qualche mia riflessione alle tue.
Mi considero autorizzato ad intervenire perché conosco la tua disponibilità all'ascolto di "non filosofi", quale io sono; tante volte l'ho sperimentato negli incontri avuti in questi anni con te, con Orlando Franceschelli, Alberto Biuso e tanti altri eminenti "filosofi di strada".
D'accordo con te sulla improponibilità del peccato originale come giustificazione e spiegazione di questo e di altri eventi catastrofici che hanno colpito l'umanità nel corso dei secoli.
D'accordo anche con l'opportunità di non liquidare superficialmente e sbrigativamente il mito del peccato originale, cercando invece di cogliere il senso cui la metafora allude.
La lettura che io preferisco è quella che ci ha fornito E. Fromm, che ha scritto: "Se una volta l'uomo nel Paradiso ha mangiato dall'albero della conoscenza, non può più fare ritorno all'unità primigenia... essere nel mondo senza fratture, senza il sentimento di estraneità: questa unità non può essere ristabilita... Eppure esiste la possibilità che l'uomo, sviluppando la propria ragione e la propria capacità di amare, riesca a ricostruire una nuova unità con il mondo, seppure diversa".
Il mito, a parere di Fromm, ci parla dell'emergere della coscienza. Un dono immenso, ma non privo di "effetti collaterali", dal momento che ci rende consapevoli di essere mortali, soggetti a malattie e altre sofferenze, a volte impotenti nei confronti del nostro destino.
Ma perché poi la disubbidienza è un peccato così grave e imperdonabile, da scontare "nei secoli dei secoli"?
Forse ci parla di un mondo patriarcale, dove l'ubbidienza era uno dei primi comandamenti: non solo veniva comandato "Onora il padre e la madre", De Andrè aggiunge "anche il loro bastone". C'era anche l'imperativo di una ubbidienza assoluta, senza eccezioni: Abramo doveva ubbidire anche quando gli veniva chiesto da Dio di commettere il crimine più orrendo, di sacrificare il proprio figlio Isacco.
Ma disubbidire, ovvero trasgredire, può assumere oggi tutt'altro significato. Basta inserire un trattino tra trans e gredire; avremo allora l'invito a trans-gredire, ad andare oltre, a cercare, a conoscere.
Ma mettiamo da parte la metafora che, in quanto tale, si presta a molte altre interpretazioni e torniamo a questi nostri giorni.
Sto seduto nella verandina di casa mia, con vista sul giardinetto e guardo le piante di gerani: quanti colori, quante sfumature e combinazioni, un vero piacere per gli occhi. E poi garofani fuxia, gialli, porpora e più in là nel giardino condominiale, grandi alberi che si muovono al vento. Ma anche tanti animali, lucertole, uccelli, insetti... In questo piccolo lembo di città quante forme di vita!
Frutto dell'evoluzione, delle tante mutazioni che hanno inventato innumerevoli forme di vita, alcune delle quali hanno avuto la sorte di incontrare l'ambiente favorevole per espandersi e riprodursi.
Ed io che sto guardando e sto pensando? Sono anch'io il frutto di una evoluzione?
Sembra proprio che sia così. Un autorevole studioso (Michael Tomasello) "ha argomentato in maniera assai convincente che un singolo adattamento darwiniano... deve avere aperto la strada che conduce dalla evoluzione biologica alla evoluzione culturale tipica della specie umana, connessa alla capacità (esclusivamente umana) di percepire l'altro come simile a sé nell'intenzionalità" (G. Liotti).
Da questo adattamento darwiniano si è poi sviluppata la coscienza che consente di definire la nostra specie come Homo sapiens sapiens.
Quindi che sa di sapere, ma che ancora non sa quali siano i correlati biologici della coscienza!
Dunque le mutazioni sono continue, numerose, sotto gli occhi di tutti. A volte ci gratificano, come hanno fatto i fiori per me, ma ricordiamoci anche che la natura è "dell'uomo ignara e delle etadi" (Leopardi), che opera al di fuori della moralità e quindi non ha senso attribuirle finalità.
Perché mutano anche i batteri, diventando resistenti agli antibiotici, mutano anche i virus; e qualcuno di essi trova come habitat ideale il corpo umano per riprodursi e moltiplicarsi.
Niente di strano, niente di eccezionale: è la natura, è la vita.
Hanno detto che il virus è "scappato" da un laboratorio cinese. Può essere solo una manovra propagandistica, visto il personaggio che l'ha diffusa, non potremo certo verificarlo. Possiamo però utilizzarla come una metafora, perfetta nel descrivere l'uomo "apprendista stregone", adoratore della tecnica che può rivoltarsi contro di lui.
Comunque ormai il virus è tra di noi. E' il nostro "nemico", cui dobbiamo fare "guerra".
L'uso di questi termini mi preoccupa. Temo che possa essere un linguaggio che esprime un modo di essere e di pensare in cui ci sono "nemici", "noi" contro di "loro". Spero di sbagliarmi ma mi lascia inquieto.
Sento spesso fare la domanda "agli esperti" su cosa ci lascerà questa esperienza: nell'economia, nella vita sociale, nel nostro futuro. Molti pensano che non sarà più come prima.
Ma abbiamo mai avuto la capacità di leggere il futuro? Forse è più saggio cercare di capire cosa ci sta succedendo oggi, di porci qualche domanda, di guardare dentro ed attorno a noi. Una prima domanda (di ispirazione evoluzionista) potrebbe essere la seguente.
Se il Covid-19 viene percepito come pericolo per la nostra stessa vita, come minaccia di morte, è inevitabile che attivi il nostro sistema di allarme, molto attento e potente (ha circa 500 milioni di anni, è nato con i rettili ed è presente nel nostro cervello rettiliano). Con quali conseguenze?
Che emozioni, che pensieri, che comportamenti mette in azione dentro di noi?
Un'altra domanda possibile: le forti limitazioni della vita sociale, così fondamentale nell'esistenza umana dove l'intersoggettività è costitutiva e sta alla base della nostra stessa fondazione umana, che effetto stanno avendo sulla qualità della nostra vita? I rapporti per via telematica possono essere sostitutivi di incontri in carne ed ossa?
Ed ancora: le restrizioni imposte dal virus hanno interrotto bruscamente modalità di funzionamento automatizzate, hanno messo in crisi ruoli predefiniti, ci hanno costretto ad interrompere una vita imperniata sul "fare" più che sull'"essere".
Come stiamo reagendo a tutto questo?
Porci qualche domanda, cercando di essere curiosi e consapevoli, guardando a noi stessi ed agli altri forse potrebbe farci bene.
Vorrei fare ancora qualche riflessione.
Anche in questo evento, come è già successo dopo altri grandi disastri, vediamo fiorire iniziative ispirate ad empatia, altruismo, solidarietà. Molti studiosi stanno lavorando alacremente ed in modo cooperativo per offrire cure efficaci a questa umanità spaventata e smarrita; senza barriere nazionali, senza obiettivi di lucro, quasi a testimoniare che l'affermazione della antropologia evoluzionista che ha definito la specie umana "ipersociale" abbia colto nel segno.
Sono sentimenti e comportamenti che testimoniano di capacità umane fondamentali, forse quelle su cui puntare per scongiurare altre catastrofi, certo più gravi, che possono realizzarsi con la complicità dell'uomo.
Le neuroscienze ci confermano quello che antiche sapienze avevano già capito e cioè che queste qualità possono essere coltivate e sviluppate, che la mente può guidare il cervello, che certi stati (per es. la compassione) se coltivati possono diventare tratti durevoli, aspetti stabili della nostra personalità.
Tutto questo rimanda alla necessità di una profonda riforma dell'educazione, che equilibri le conoscenze tecniche con quelle emotive (provenienti dal "cuore") attraverso programmi ormai disponibili e sperimentati e che hanno confermato di essere efficaci nel favorire la crescita umana.
Capacità e qualità che possono svilupparsi se, ma soltanto se, vengono riconosciute come indispensabili e coltivate con grande impegno e convinzione.

Un abbraccio, Mario
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17 aprile 2020

Pandemia e altre calamità: un "peccato" tutto moderno

• Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita - Peccato originale

Dai tempi di Sant'Agostino (IV–V secolo), sino a quando andavo al catechismo per prepararmi alla Prima Comunione, alla domanda sul perché avvenissero cataclismi, terremoti, eruzioni vulcaniche, pestilenze e disastri naturali simili, la Chiesa cattolica rispondeva: "Conseguenze del peccato originale compiuto da Adamo ed Eva". Il padre della Chiesa africano, immigrato a Milano, aveva dato la formula-chiave: "Da quando l'anima si è ribellata a Dio, il corpo si è ribellato all'anima e la natura si è ribellata al corpo". Secondo molti teologi contemporanei questa spiegazione non regge più per almeno due ragioni.
La prima è che, studiando la Bibbia con metodi esegetici rigorosi, si scopre che essa non insegna questa concatenazione di cause ed effetti: trasformare un racconto mitologico (i progenitori nel giardino dell'Eden) in resoconto storico di un evento effettivamente avvenuto (e, per giunta, dalle conseguenze disastrose perenni) è stato un errore madornale.
La seconda ragione è che l'evoluzione delle scienze antropologiche rende incredibile la tesi che una coppia primitiva, appena un po' più evoluta dei primati, abbia potuto rendersi responsabile di scelte catastrofiche per la propria esistenza e per il destino di miliardi di discendenti umani.
La dottrina del peccato "originale", scartata come dispositivo argomentativo per spiegare i fenomeni naturali che provocano enormi danni agli esseri umani (anche se si tratta di fenomeni che hanno una propria logica e svolgono una funzione evolutiva), va dunque gettata nel cestino dei rifiuti? Sinceramente penso di no.
Essa, del tutto inaccettabile se si tratta di spiegare – teologicamente o filosoficamente o scientificamente – i comportamenti della natura, se interpretata metaforicamente, aiuta a capire come mai quei comportamenti fisiologici (in sé innocenti) comportino per noi esseri umani degli effetti tanto dolorosi. La pandemia di questi giorni ne costituisce una chiarissima, anche se amara, conferma.
Infatti che uno dei milioni di virus circolanti sul pianeta – milioni di anni prima della comparsa di noi umani – possa attecchire su organismi animali (dai pipistrelli ai suini, dai felini a noi) è un fenomeno in sé 'normale', come è 'normale' che le piogge provochino l'ingrossamento di fiumi e ruscelli, sino al punto da farli esondare sui terreni adiacenti: questi fenomeni non possono certo essere addebitati a chi sa quali peccati compiuti, milioni di anni fa, da sconosciuti progenitori abitanti in caverne.
Che tali contagi avvengano in condizioni artificiali di mercati igienicamente precari (nei quali dei viventi – capaci, come e talora più di noi, di sofferenze – vengono trattati come cose inanimate e insensibili) o che esondazioni distruggano case e stalle, soprattutto vite umane e di altri animali, non ha invece nulla di 'normale': è scandalosamente patologico.
Ma accadrebbe se generazioni di cittadini rispettassero le leggi statuali e se, più radicalmente, le leggi degli Stati rispettassero le leggi della Natura?
Questa duplice insubordinazione possiamo anche chiamarla con termini meno teologicamente caratterizzati del vocabolo "peccato"; possiamo chiamarla arroganza, tracotanza, colpa, illegalità o a-legalità, delirio di onnipotenza, oblio dei propri limiti ontologici, ubriacatura antropocentrica, disprezzo della logica, ignoranza scientifica, sete smisurata di profitti, complicità nella corruzione tra governanti e governati... possiamo chiamarla come vogliamo ma, nella sostanza, è proprio ciò che indica il vecchio semantema "peccato". ll peccato non solo di altri, ma anche nostro: secondo una felice espressione di Sant'Agostino (più bravo come retore che come teologo), "Adamo è mio padre, Adamo sono io, Adamo è mio figlio".
Già all'alba della Modernità il filosofo inglese Francis Bacon avvertiva che la natura la si comanda solo obbedendole. In tantissimi campi (dall'inquinamento atmosferico all'insozzamento degli oceani con rifiuti plastici) istituzioni e privati – quasi re Mida maledetti – stiamo allegramente pervertendo tutto ciò che arriviamo a toccare.
Possiamo continuare a sorridere ironicamente di "virtù" come la sobrietà, la capacità di autocontrollo, la temperanza, il gusto contemplativo, il rispetto delle leggi naturali e positive..., ma non possiamo pure stupirci se ogni tanto paghiamo il conto di tanta irresponsabilità. Non tutti allo stesso livello, ma tutti in qualche misura, siamo gli assassini di delitti vicini o lontani nello spazio e nel tempo. E' comodo versare, a puntate, lacrime di coccodrillo (soprattutto quando la morte si insinua nelle zone del pianeta ad alto tenore di vita economico: alle tragedie di tutte le altre ci si rassegna facilmente...).
Efficace, però, solo la "conversione" – qui e subito – verso stili di vita individuale e di governo pubblico che la saggezza laicamente alimentata dall'informazione scientifica ci impone ancor prima di eventuali consapevolezze religiose.
Perciò non riesco a condividere l'augurio, circolante in queste settimane, che "tutto torni presto come prima". Sarebbe terribile! Come si è augurato il mio amico Fabio Bentivoglio, dobbiamo sperare che nulla torni come prima e che da subito si faccia, in moltissimi campi e a vari livelli di responsabilità, l'esatto contrario di ciò che abbiamo fatto sinora.


Augusto Cavadi


In apertura illustrazione di David Otto
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2 aprile 2020

Coronavirus, "Parlane con il filosofo": l'iniziativa di Phronesis

Filosofia per la vita - Iniziativa di Phronesis in occasione dell'emergenza Coronavirus

Iniziativa di solidarietà sociale in occasione dell'emergenza Coronavirus

#IORESTOACASA

20 professionisti dell'Associazione per la consulenza filosofica Phronesis si mettono a disposizione gratuitamente per chiunque, in questo periodo di limitazioni e costrizione domestica, sentisse la necessità di riflettere e chiarire il proprio percorso di vita, il proprio orientamento, il proprio pensiero, le personali difficoltà o dubbi. La crisi è il momento in cui occorre fare ordine nei propri pensieri, riesaminare la propria vita e la propria visione del mondo.

L'offerta è valida fino al 31 maggio 2020.

Prendi appuntamento con un filosofo per un dialogo a distanza tramite: telefono, Skype, WhatsApp. L'elenco dei professionisti disponibili è reperibile sul sito ufficiale, cliccando QUI.


Segnalato da Augusto Cavadi - https://www.augustocavadi.com
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1 aprile 2020

E' tempo di riflettere

• Anna Colaiacovo •

Filosofia per la vita - Riflessione sulla pandemia

Nella società frenetica in cui eravamo immersi prima della pandemia, la lamentela più frequente era la mancanza di tempo. Oggi, per noi, chiusi in casa a tempo indeterminato, il problema più grande sembra essere quello di riempirlo il tempo, in qualche modo. Pulizia della casa, cucina, socializzazione a distanza sono i modi più diffusi di vivere il vuoto che improvvisamente ci si è presentato davanti e che non eravamo pronti ad affrontare. Un vuoto che, da sempre associato alla mancanza nella cultura dell’Occidente, crea in noi disagio e insofferenza. Risultato? "Tutti si preoccupano di suggerirci cose da 'fare'… ", come giustamente afferma Augusto Cavadi. E' un fare che consente di non pensare. Non solo. Si moltiplicano aiuti di tipo psicologico per far sì che l'ansia diffusa sia meglio gestita. Fenomeno comprensibile. Ma, non è forse giunto il momento di prendersi un po' di tempo per riflettere? Riflettere per diventare più consapevoli e per modificare, finita la pandemia (perché prima o poi finirà), i nostri stili di vita? Penso proprio di sì. Accolgo quindi l'invito di Orlando Franceschelli, convinta come sono che, come esseri umani, siamo in larga parte responsabili di quanto sta accadendo.
La situazione ambientale non è mai stata così grave. Abbiamo sconvolto l'equilibrio naturale, saccheggiato le foreste, depredato le risorse, inquinato a man bassa. Le azioni dell'uomo hanno significativamente modificato gli ecosistemi terrestri e marini al punto tale che un milione di specie animali e vegetali sono a rischio estinzione. Nel nostro delirio di onnipotenza abbiamo pensato di poter dominare la natura, di cui siamo parte, mentre in realtà con le nostre azioni rischiamo di provocare la scomparsa dell’umanità. La Natura, senza l'uomo, sopravviverà comunque e ritroverà in un tempo relativamente breve il suo equilibrio. Oggi, nelle aree più inquinate del pianeta, la terra respira di nuovo, mentre gli esseri umani colpiti dal virus hanno difficoltà a respirare e molti muoiono.
Occorre, a mio parere, una riflessione molto seria sul modello socio-economico - il neoliberismo - che ha guidato lo sviluppo degli ultimi tempi. Ha permeato e modellato a tal punto la società e gli individui che non riusciamo più a vedere alternative. Il dominio del 'pensiero unico' è arrivato al punto tale che anche coloro che provano a immaginare un ritorno alla normalità, non mettono in alcun modo in discussione il paradigma culturale preesistente. Eppure ormai dovrebbe essere chiaro che quel modello non solo non è sostenibile, ma genera effetti imprevedibili e drammatici, come lo spostamento di intere popolazioni povere a causa del cambiamento climatico.
Abbiamo messo al centro della nostra vita l'individuo, il presente, le merci. Un individuo autonomo, sicuro di sé, attento ai propri bisogni e incurante delle sofferenze e delle esigenze altrui. Oggi, all'improvviso, scopriamo la nostra fragilità, i nostri limiti, l’importanza degli altri, non solo per le esigenze quotidiane, ma anche per condividere le nostre paure. Avevamo dimenticato che "l'uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna che pensa. Non serve che l'universo intero si armi per schiacciarlo; un vapore, una goccia d'acqua è sufficiente per ucciderlo…" (Pascal, Pensieri). Nel chiuso delle nostre case, ora possiamo e dobbiamo provare a riflettere su quello che è davvero importante per noi e scoprire, seguendo Pascal, che la nostra dignità risiede nel pensiero che non è solo razionalità, ma include il cuore. Occorre quindi pensare bene. Che cosa significa? Sottoporre ad analisi critica le idee che abbiamo nella mente e che guidano i nostri comportamenti; ampliare i nostri orizzonti ascoltando le persone ‘competenti’; cogliere, nel nostro mondo complesso e globalizzato, le connessioni tra i fenomeni e la relazione esistente tra l'io, l'altro e la natura; comprendere che con l'uso indiscriminato delle risorse naturali (acqua, aria, suolo) mettiamo a rischio il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti.

A. Colaiacovo e L. Collevecchio - Quale futuro?
Da questa difficile esperienza possiamo intanto trarre un primo insegnamento: l’importanza del tema della cura, come centrale e costitutiva dell’esistenza umana. In un testo pubblicato a gennaio di quest’anno (A. Colaiacovo e L. Collevecchio, Quale futuro? Una società con i tempi al femminile, Diogene Multimedia) prima del diffondersi dell’epidemia, io e Luigi Collevecchio ci siamo soffermati molto su questo tema. Di quale cura parliamo? Parliamo di cura dei minori, delle persone fragili, ma anche di tutela dell’ambiente e della biodiversità fino alla cura degli oggetti, del loro riutilizzo o riciclo. Oggi, con il Covid19 il tema della cura è balzato improvvisamente al centro dell'attenzione collettiva. Noi Italiani esaltiamo il lavoro di medici e infermieri che mettono a rischio la propria vita per prendersi cura dei malati di Covid19. Abbiamo, però, accettato in silenzio negli ultimi dieci anni la decurtazione di 37 miliardi alla sanità, che ha riguardato per metà proprio il personale sanitario.
In generale, il tema del prendersi cura dell’altro, da sempre confinato in ambito privato o 'periferico', mal retribuito e socialmente poco valutato, non si è ancora affermato come valore sociale e resta per lo più a carico delle donne, a titolo spesso gratuito. Eppure fornisce un sostegno essenziale alla nostra vita e si occupa degli aspetti di maggiore fragilità dell'esistenza. Per quanto riguarda i bambini, forma il modo in cui apprendono a relazionarsi con il mondo che li circonda. Riteniamo che l'educazione al prendersi cura dell'altro e alla 'condivisione della cura' debba essere posta al centro della discussione pubblica e della formazione dell'individuo. Solo in questo modo potrà produrre cambiamenti nel nostro immaginario e nella mentalità collettiva.


Anna Colaiacovo
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31 marzo 2020

Filoso/fare al tempo della pandemia

• Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita - Pandemia

Da qualche giorno Orlando Franceschelli ha lanciato un appello 'filosofico' suggeritogli dalla pandemia in corso (vedi QUI). Dopo aver stigmatizzato i vari "parassiti della sofferenza" che, anche in questa contingenza, non mancano di affacciarsi sulla scena pubblica per guadagnare notorietà o consensi elettorali, il noto filosofo si chiede e ci chiede: «Se proprio siamo in guerra, contro cosa dobbiamo lottare per vincerla effettivamente? Soltanto contro i virus che sulla faccia della terra ci sono da prima di noi esseri umani? O anche contro le concezioni e i comportamenti di noi 'sapientes' che la terra la stiamo trasformando da ambiente-dimora in ambiente-incubo per un numero sempre crescente di esseri viventi? A cominciare ovviamente dagli esseri umani e dagli animali-non-umani più deboli e più poveri».
Affinché ciò avvenga, la tradizione filosofica occidentale può offrire preziose indicazioni operative. "Da questa pandemia usciremo migliorati se – e solo se – sapremo confrontarci criticamente con la scoperta o ri-scoperta" del "dato di fatto che «possiamo scacciare la natura col forcone, essa tuttavia ritornerà sempre / e furtivamente si insinuerà tra gli ostacoli che le si frappongono» (Orazio, Epistole, I, 10, 24-25)". Infatti, ammoniva all'alba della Modernità europea Baruch Spinoza, della natura noi esseri umani siamo «piccola parte», non "proprietari, dominatori, predatori". Ma – continua Franceschelli – appartiene alla nostra specie anche la possibilità di "migliorare concezioni, comportamenti, tentativi di essere felici, per quanto è possibile, e solidali verso ogni forma di sofferenza".
Questo appello, in quanto 'filosofico', può risuonare strano.
Chi volesse continuare può cliccare QUI.


Augusto Cavadi


In apertura illustrazione di Whooli Chen
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20 marzo 2020

Coronavirus: il flashmob filosofico di Orlando Franceschelli

Filosofia per la vita - Flashmob filosofico sull'epidemia di Coronavirus

Tutti si preoccupano di suggerirci cose da 'fare' in tempi di quarantena. Bene. Ma ci sarebbe anche qualcosa da NON 'fare': da non fuggire il vuoto impostoci, le pause forzate. Ci sarebbe da sopportare, affrontare, coltivare gli spazi di silenzio involontario; approfittarne per rivedere criticamente ciò che siamo stati, che siamo nel presente e che vogliamo essere nell'immediato futuro. Qui di seguito il nostro amico Orlando Franceschelli invita chi ama la filosofia autentica (che abita le aule accademiche e scolastiche, ma non sempre né soltanto) alla riflessione e - se lo si desidera - alla condivisione.

Augusto Cavadi
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