MANUALE PER VIP
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
«Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa! Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza"...»
Dal post introduttivo ►
CENETTE FILOSOFICHE PER NON... FILOSOFI
(DI PROFESSIONE)
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Cenette Filosofiche
Nel 2003 alcuni partecipanti abituali alle “Vacanze filosofiche” estive¹, e residenti nella stessa città (Palermo), abbiamo esternato il desiderio di incontrarci anche nel corso dell’anno, tra un’estate e l’altra. Da qui l’idea di una cenetta quindicinale presso lo studio legale di uno di noi, Pietro Spalla, che si sarebbe incaricato di far trovare un po’ di prodotti da forno e qualche bevanda. Appuntamento alle ore 20:00 (in martedì alterni) per accogliersi a vicenda e mangiucchiare ciò che si trova sulla tavola: dalle 20:30 alle 22:00, poi, lo svolgimento dell’incontro.

La metodologia che abbiamo adottato è molto semplice: chiunque del gruppo propone un testo che si presti ad essere letto in chiave di filosofia-in-pratica (dunque non solo un classico del pensiero filosofico, ma anche un romanzo o un trattato di psicologia, un saggio di astrofisica o di botanica) e, se la maggioranza lo accetta, diventa nelle settimane successive il testo-base delle conversazioni. In esse non sono graditi gli approfondimenti eruditi (tipici dei seminari universitari) perché si vorrebbe dare spazio alle riflessioni personali, alle risonanze esistenziali e alle incidenze sociopolitiche, suggerite dal testo adottato. Uniche condizioni per la partecipazione: aver letto le pagine del libro che il gruppo si assegna di volta in volta per la riunione successiva (se non si fosse riusciti a farlo in tempo, si è pregati di assistere in silenzio) e intervenire evitando i toni polemici nei confronti dei presenti che abbiano espresso convinzioni, esperienze, ipotesi interpretative differenti dalle proprie².

La pandemia del Covid-19 ha costretto la piccola comunità di ricerca filosofica a sospendere gli incontri in presenza e a sostituirli con sessione in video-conferenza: certamente una riduzione della qualità delle relazioni fra i partecipanti, ma anche l’apertura di possibilità sino a quel momento inesplorate. Così amiche e amici di varie regioni italiane si sono collegati via internet e questa modalità di interazione ha finito col sostituire del tutto le cenette in presenza. Ci si vede direttamente alle 20:30 collegandosi mediante un link che Pietro Spalla trasmette a chiunque faccia richiesta di essere incluso nell’apposita mailing list (spalla.pietro@gmail.com).

La mailing list è diventata, sempre più, un luogo di scambi tra una cenetta e la successiva: scambi di opinioni, di commenti, di suggerimenti bibliografici, di battute umoristiche, di informazioni su eventi culturali... In questa molteplicità di interventi occasionali, non ne mancano alcuni meno estemporanei, di una certa consistenza e di un certo rilievo, che probabilmente meritano di non essere seppelliti nelle ondate di e-mail che si accavallano di giorno in giorno (talora di ora in ora).

Da qui l’idea di aprire in questo blog – www.filosofiaperlavita.it – un’apposita rubrica – “Cenette filosofiche per non... filosofi (di professione)” – che metta a disposizione, per un lasso di tempo più lungo e soprattutto per un pubblico potenzialmente più ampio, i contributi che i sostenitori finanziari della rubrica riterranno opportuno segnalare³.

Augusto Cavadi


¹ Cfr. https://vacanze.filosofiche.it
² Cfr. “Cenette filosofiche” in A. Cavadi, Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2016, pp. 282-284.
³ Attualmente i rimborsi delle spese di gestione di questa rubrica sono sostenuti da Caccamo A., Cavadi A., Chiesa L., Cillari E., D’Angelo G., D’Asaro M., Di Falco R., Enia A., Federici G., Galanti M., Gulì A., Leone R., Oddo G., Palazzotto A., Paterni M., Randazzo N., Reddet C., Salvo C., Spalla P., Spalla V., Santagati G., Ugdulena G., Vergani B., Vindigni E. Chi desiderasse aggiungersi al numero dei sostenitori può contattarmi alla e-mail a.cavadi@libero.it

30 agosto 2026

Le Vacanze filosofiche nella “gioiosa” Sestola

• Condiviso da Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Maria D'Asaro - Sestola 2026
SESTOLA (Modena) – Che cosa è la gioia? Un’emozione, un sentimento, uno stato d’animo? È qualcosa di effimero o può perdurare nel tempo? In cosa differisce dal piacere e dalla felicità? Si può essere gioiosi anche in momenti di sofferenza e dolore? Si può provare una ‘gioia malvagia’? Come, ad esempio quella dei ‘cecchini del week-end’, cittadini europei, anche italiani, estranei alla guerra allora in corso nell’ex Jugoslavia, che a Sarajevo, tra il 1992 e il 1995, facevano il tiro a bersaglio su uomini, donne e bambini la cui sola ‘colpa’ era uscire fuori di casa e attraversare uno spazio aperto, per procurarsi del pane o prendere un po’ di aria...
C’è una modulazione specifica della gioia nelle diverse culture e nei vari contesti antropologici? Come hanno spiegato e declinato la gioia pensatori del calibro di Spinoza e Nietzsche? Cosa è la gioia, secondo il punto di vista delle neuroscienze, e quali sono i suoi ‘mediatori chimici’? E ancora: come è considerata la gioia dalla mistica cristiana, dal taoismo e dalla filosofia indiana? Infine: è possibile oggi liberarsi da visioni mitiche negative e paralizzanti per ‘aprire qualche varco alla gioia’?

A Sestola, ridente località emiliana in provincia di Modena, a 1.020 metri di altitudine (secondo Comune per altezza di tutta la regione) il tema ha avuto la capacità di attrarre e far ‘gioiosamente’ convivere – cosa non affatto scontata – una quarantina di partecipanti, provenienti da ogni parte d’Italia: da Varese a Palermo, da Trento a Castellammare del Golfo, da Roma a un piccolo borgo toscano al confine con l’Umbria, da Milano alle Marche...

Sugli interrogativi posti dalla gioia, sui suoi presupposti e le sue declinazioni personali, culturali e antropologiche, si sono cimentati i cinque relatori: il dottore Mario Mulè, i professori Gianfranco Bertagni, Francesco Azzarello, Augusto Cavadi e Salvo Fricano, le cui relazioni sono state caratterizzate da un eccellente spessore culturale, dalla massima chiarezza espositiva e da un tangibile coinvolgimento esistenziale... Ciascuno di loro ha davvero incarnato la sostanza del ‘filosofo di strada’, che si propone di essere capito da tutti e manifesta un atteggiamento di ascolto autentico e dialogante verso gli interlocutori.

Il loro stile espositivo è stato così intrigante e coinvolgente da indurre qualche persona esterna, soggiornante nella stessa struttura alberghiera, a partecipare last minute alle conferenze e a offrire anche il proprio contributo di riflessione. Perché, come è stato sottolineato durante precedenti vacanze filosofiche (ad esempio a Roccaraso, nel 2020, e ad Agnone nel 2025) le due relazioni giornaliere, una mattutina e l’altra nel pomeriggio, sono sempre seguite da interventi dei partecipanti, in un clima di ascolto rispettoso, sereno e ‘plurale’, in cui ciascuno, seppure non specialista e non filosofo, esprime con libertà il proprio punto di vista.

A bilancio della XXIX settimana di Vacanze filosofiche per... non filosofi, ad avviso della scrivente, la ricetta vincente di tale ‘vacanza pensante’ è dovuta principalmente a tre ingredienti: la competenza illuminata dei relatori, priva di posture sterilmente erudite, il buon clima relazionale che si istaura tra i partecipanti, la bellezza suggestiva della località ospitante.

Sestola si è rivelata cittadina ospitale, ricca di suggestive bellezze naturali: tra una sessione e l’altra qualcuno si è avventurato persino nei pressi della cima di monte Cimone, con i suoi 2.165 metri la più alta dell’Appennino settentrionale; altri si sono ‘accontentati’ di arrivare in funivia vicino a monte Cervarola (1.623 metri); altri ancora hanno ammirato le cascate del Doccione, in una frazione del comune di Fanano.


Filosofia per la vita - Maria D'Asaro - Sestola - Lago della Ninfa
Filosofia per la vita - Maria D'Asaro - Castello di Sestola
Quasi d’obbligo per tutti la gita al suggestivo laghetto della Ninfa (sopra), a 1.500 metri, circondato da faggete e boschi di conifere, e la visita del castello di Sestola (a lato), presso le cui sale ha sede il Museo della civiltà montanara e contadina, che raccoglie materiali ed attrezzi riguardanti le tradizioni lavorative e di vita locali, e il Museo degli strumenti musicali meccanici. Quest’ultimo, inaugurato nel 1995, espone esemplari soprattutto dell’Ottocento e contiene circa 120 pezzi della collezione Eduard Thoenes (tra cui organetti, pianole, pianoforti a cilindro, carillon).

Nell’ultima serata comunitaria, il professore Fricano ha proposto, con la magistrale direzione di Herbert von Karajan, l’ascolto del quarto movimento (finale) della sinfonia n.9 di Beethoven, che 20 anni prima della sua composizione, già sordo, aveva pensato al suicidio.
Proposito, per nostra fortuna, accantonato: Beethoven ha continuato a vivere e a comporre e ci ha donato il capolavoro assoluto della Nona Sinfonia con il suo Inno alla gioia, eseguito per la prima volta a Vienna il 7 maggio 1824: prima sinfonia con la presenza della voce umana e del coro, che rappresenta l’intera umanità. Il testo, composto da Friedrich Schiller, esorta “Abbracciatevi, moltitudini”.
Si tramanda che, sebbene completamente sordo, Ludwig van Beethoven fosse presente sul palco; alla fine dell’esecuzione, non sentendo gli applausi, il maestro fu fatto girare dal contralto Caroline Unger perché vedesse il pubblico festante che sventolava i fazzoletti.

Nell’agorà finale, si è sottolineato che avere cura di sé e degli altri sono due modalità complementari che stimolano l’ossitocina, mediatore chimico della gioia sociale... Sono state infine ricordate le parole dello starec Zosima ne I Fratelli Karamazov, personaggio che Dostoevskij considerava portatore della sua visione: “Bisogna amare ogni creatura e tutto l’universo. Ogni granello di sabbia, ogni fogliolina, ogni raggio di sole. Forse amando veramente ogni cosa si può capire il mistero della vita”.

La sinergia tra gioia personale e gioia sociale è forse il segreto della gioia: nessuno basta a sé stesso, nessuno può gioire davvero da solo...


Maria D'Asaro

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28 agosto 2026

Teoria del Profondo: Moby-DIck

• Condiviso da Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita - The Face of the Deep - by Catherine Keller
Catherine Keller, teologa cristiana contemporanea e professoressa di teologia costruttiva presso la Graduate Division of Religion della Drew University. Accanto, la copertina del suo "Face of the Deep: A Theology of Becoming", 2003

Il libro "Face of the Deep: A Theology of Becoming di Catherine Keller" è una delle opere più importanti delle teologie femminista e del Processo contemporanee. Pubblicato nel 2003, il testo (ri)propone una radicale reinterpretazione della dottrina della creazione, opponendosi alla tradizione classica della creatio ex nihilo (creazione dal nulla) e sviluppando invece l’idea di una creatio ex profundis, cioè una creazione che emerge dalle profondità caotiche del Tehom, l’abisso acquatico primordiale della Genesi.
Keller parte da un dettaglio del testo biblico di Genesi 1:2: “La terra era informe e vuota... e le tenebre ricoprivano l’abisso”. In ebraico, abisso è tehom. Per Keller, la tradizione teologica occidentale ha sistematicamente rimosso questo elemento caotico originario, preferendo l’idea di un Dio onnipotente che crea il mondo dal nulla assoluto. Questa rimozione del Caos originario non è neutrale: secondo l’autrice, ha avuto conseguenze filosofiche, politiche e sociali enormi.
Infatti la dottrina della creazione dal nulla:
• favorisce una concezione autoritaria del potere, rafforzando modelli patriarcali;
• separa Dio dal mondo, giustificando gerarchie rigide;
• reprime il femminile, il corpo, la materia e l’ambiguità.
Keller vuole invece recuperare il profondo (Deep) come simbolo di generatività, relazionalità, apertura alla differenza.

Il riferimento a Moby-Dick
In The Face of the Deep l’autrice usa spesso il romanzo Moby-Dick come riferimento simbolico e filosofico, non come semplice esempio letterario.
In particolare Keller:
• dedica un capitolo a Leviathanic Revelations: Melville’s Hermeneutical Journey, dove legge la balena di Melville come figura del Deep (l’Abisso, il Caos primordiale, il Tehom biblico);
• interpreta il mare e la balena come simboli di qualcosa di originario, fluido e incontrollabile, contro l’idea classica di un ordine creato in modo rigido “dal nulla”;
• usa Ismaele e la navigazione del romanzo come metafora di una ricerca conoscitiva aperta, non dominatrice: il pensiero deve “entrare nell’Abisso” invece di volerlo controllare.
Per Keller, la Balena/Leviatano non è solo un mostro: è l’emblema dell’alterità profonda del reale, del Caos creativo e dell’oceano di possibilità da cui emerge il mondo. Quindi Moby-Dick nel libro funziona sia come commento filosofico-teologico al tema dell’Abisso, sia come contro-mito rispetto all’idea occidentale di ordine assoluto, sia come immagine della relazione tra umani, natura e mistero.
Non è questa la sede per richiamare, sia pure in estrema sintesi, i contenuti principali del celeberrimo romanzo: presupponiamo siano noti al lettore di queste rapide sottolineature.

Cominciamo dallo scenario di sfondo: la profondità intrisa di morte del Tehom non irrompe attraverso la superficie dei fenomeni, il muro di balene della molteplicità. Non è qualcosa che giace sotto la superficie delle apparenze, ma un ‘vuoto’ che si conferma e si frammenta in ogni onda del divenire. Due condizioni ce ne tengono nascosta la natura: la sua infinita complessità, che precede e supera sempre la nostra capacità di conoscerlo; e la nostra radicata paura del ‘vuoto’.
Rispetto a tale Tehom uno dei protagonisti principali, il capitano Achab, assume una postura aggressiva, dominatrice, predatoria: in lui Keller vede la volontà maschile occidentale di imporre un significato assoluto al reale: non sopporta l’opacità del mondo: vuole un ordine puro, senza ambiguità. La balena bianca, simbolo dell’alterità radicale del mondo, va abbattuta, livellata, normalizzata.
Diverso l’atteggiamento di un altro protagonista del romanzo, Ismaele, che, al contrario, non sfonda muri ma “si protende a tentoni”... verso un Altro che inizialmente aveva temuto ma che ora, forse, ammira. “Che cosa fosse la balena bianca per Achab, s’è già accennato; che cosa, a volte, fosse per il sottoscritto resta invece da dire”. Chi (cosa) è Ismaele? Uno (qualcosa) che dalla nave – che, distrutta dal Leviatano, è diventata bara e poi zattera – "è scappato per raccontarvelo": accetta il Caos, non se ne fa un nemico, e il Caos non gli è ostile.
Ismaele è l’opposto di Achab. Ascolta. Osserva. Accumula interpretazioni diverse. Accetta di non raggiungere un significato definitivo. Keller lo vede come esempio di un’ermeneutica dell’Abisso: non tentare di conquistare il profondo, ma attraversarlo restando aperti all’incertezza. La balena è troppo piena di significati per essere ridotta a uno solo: Achab vuole cristallizzarla. Ismaele sopravvive perché lascia aperta l’interpretazione.

In conclusione
Complessivamente, dunque, Catherine Keller legge il romanzo come un viaggio dentro il Deep: l’Abisso materiale, spirituale e interpretativo che la cultura occidentale ha cercato di dominare o cancellare. Per la tradizione teologica dominante, il Caos deve essere sconfitto da Dio per creare ordine. Keller invece ci dice che Melville mostra qualcosa di diverso: che il Caos non è semplicemente un male: il mare profondo, noumenico, è anche creativo, generativo, vitale. E che, soprattutto, la realtà resta irriducibile al controllo umano. Così per Keller il racconto di Melville può servire come metafora per proporre l’idea di creatio ex profundis: non creazione da un nulla vuoto, ma emergenza dal profondo caotico delle relazioni. L’Oceano di Moby-Dick mostra interdipendenza e pluralità, ma anche, inevitabilmente, instabilità e rischio. Il divino non appare come sovrano che elimina il Caos, ma come Presenza che lavora dentro il Profondo.


Massimo Paterni

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15 agosto 2026

Vacanze filosofiche XXIX edizione: Sestola (MO), 18/24 Agosto 2026

• Augusto Cavadi •

Filosofia per la vita: vacanze filosofiche a Sestola (MO) Agosto 2026

Con la desolazione che ci assedia da ogni lato – nel nostro privato e come società – si può ancora provare qualche momento di gioia? E, ammesso che sia possibile, è moralmente lecito o solo gli incoscienti possono permettersi questo lusso?
Su questo proveremo a riflettere, in assetto “orizzontale” e partecipativo, all’Hotel San Marco di Sestola, nell’appennino modenese, dalla sera di Martedì 18 al pranzo di Lunedì 24 Agosto.



Saremo una sessantina di amici di varia estrazione professionale e di vario orientamento culturale-politico, molti dei quali ormai da decenni ci diamo appuntamento, ogni volta in una regione italiana diversa, per la nostra “Vacanza filosofica per non... filosofi” (ovviamente “non... filosofi” di mestiere, non di animo), sulla cui storia si può consultare il sito:


Escludendo la prima sera (di presentazione reciproca) e l’ultima mattina (dedicata a un’assemblea di bilancio esistenziale dell’esperienza), ciascuna delle cinque giornate intermedie prevede due sessioni: una al mattino (9.00 - 10.30) e una alla sera (18.15 - 19.45). In ognuna di esse un relatore propone delle considerazioni e gli altri partecipanti all’incontro, se lo desiderano, espongono il proprio punto di vista.
Tranne modifiche dovute a imprevisti, il calendario prevede che si parta dalle neuroscienze: Mario Mulé (psichiatra e psicoterapeuta) illustrerà alcune teorie contemporanee sulla “gioia”. Gianfranco Bertagni (filosofo) presenterà il punto di vista di alcune sapienze tradizionali (taoismo, filosofia indiana e mistica cristiana). Salvatore Fricano (filosofo) evocherà, sinteticamente, le tesi in proposito di Baruch Spinosa e di Friederich Nietzsche. Francesco Azzarello (scienziato sociale) esemplificherà, dall’ottica dell’antropologia culturale, alcune modalità collettive di espressione della “gioia”. Infine toccherà a me - Augusto Cavadi - fare il punto su alcune indicazioni del pensiero contemporaneo sul nesso fra piacere, gioia e felicità.

L’auspicio è che anche quest’anno, ancora una volta, si vinca insieme la scommessa su un modo di fare filosofia che non si limiti né alla erudizione storiografica né alle dispute polemiche, ma «una specie di magia. Non è una fuga dalle nostre vite, ma piuttosto una nuova finestra – o molte finestre – su di esse. Più che astrazione, è intuizione e visione. I grandi filosofi, dai primissimi Vedanta agli esistenzialisti, hanno offerto abbacinanti e sconcertanti intuizioni e visioni, idee che ci fanno girare la testa e ci fanno perdere per un momento l’orientamento e le preoccupazioni di tutti i giorni. Odio pensare che quel senso di magia e di gioia sia stato perso o abbandonato. I filosofi oggi sono troppo spesso nemici della gioia, troppo pronti a fare obiezioni, troppo ostinati per capire (o anche soltanto ad ascoltare) alternative enunciate imperfettamente, troppo ansiosi di liquidare tanto l’intuizione come l’entusiasmo [...] La filosofia è una lotta ingaggiata con i problemi perenni della vita. Siamo tutti filosofi e dobbiamo democratizzare la filosofia, nonostante le sue lunghe radici elitarie. La filosofia non è una specializzazione, una professione, un club esclusivo con sue regole e parole d’ordine. La filosofia non è altro che pensare a temi quali passione, giustizia, tragedia, morte, identità dell’io e, naturalmente, la filosofia stessa, che non è per nulla il territorio riservato o il privilegio di un piccolo gruppo di professionisti che l’hanno studiata all’università. La filosofia, nel senso più importante e politicamente non corretto del termine, è intrinseca al nostro modo di essere molto umano» (così Robert C. Solomon nel suo La gioia della filosofia. Giocare con le idee, Apogeo, Milano 2008, pp. XIV-XXIII, un libro che non consiglierei ma che possiede passaggi felici come queste righe).


Augusto Cavadi
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14 agosto 2026

Tramonto, o eclissi della politica?

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Fine della politica?
L’anno 2000, come ogni inizio di millennio, è stato fortemente simbolico. Non per caso hanno visto la luce allora dei testi che s’interrogavano su questioni epocali, attraverso e oltre temi particolari di dettaglio. Tra questi libri alcuni, come "Fine della politica?", Il Mulino 2002, di Andrew Gamble, non sembrano aver perduto smalto nonostante il quarto di secolo trascorso. Anzi, ipotizzerei che se i politici italiani dedicassero qualche ora della settimana a riflettere su volumi del genere, il dibattito pubblico si sprovincializzerebbe, acquisterebbe ampiezza d’orizzonti ben al di là dell’asfittico cortile di casa e fornirebbe persino indicazioni pragmatico-operative per evadere da molte impasse.

La tesi centrale è condensata sin dalla Premessa: «Il nostro attuale destino sembrerebbe essere quello di vivere nelle gabbie di ferro create da vaste forze impersonali, derivanti dalla globalizzazione e dalla tecnologia, in una società che è al tempo stesso antipolitica e apolitica, priva di speranza e dei mezzi per immaginare o perseguire un futuro alternativo. È mia intenzione oppormi al fatalismo implicito nella maggior parte di queste posizioni, che ha costantemente accompagnato molti dei principali discorsi sulla modernità, e presentare una difesa della politica e della sfera politica che esponga i motivi per cui non possiamo fare a meno di esse» (p. 7).
«Il quadro ideologico e istituzionale che ha definito l’era moderna sarebbe giunto al tramonto e saremmo ormai entrati in un territorio nuovo e inesplorato». Più precisamente, «la morte della politica si manifesterebbe in diverse forme»: come «fine» (nel senso della fine, non del fine), «rispettivamente, della storia, dello stato-nazione, dell’autorità e della sfera pubblica» (p. 23).

La fine della storia
Vi sono varie interpretazioni del sintagma «fine della storia», secondo una delle quali essa convergerebbe con la «fine dell’ideologia». Ma «il socialismo di Stato» sovietico è solo «una specifica forma storica di socialismo» così come il capitalismo basato sul lassez faire» è solo una delle possibili applicazioni economiche del liberalismo: «Socialismo e liberalismo sono tradizioni ideologiche estremamente complesse, capaci di rinnovarsi e di reinventarsi. Non ci sono veri segnali del fatto che questo processo sia già esaurito» (pp. 41-42).

La fine dello stato-nazione
«La globalizzazione, minando le fondamenta degli stati-nazione, che finora sono stati i principali attori del sistema internazionale degli stati e dell’economia mondiale, avvicinerebbe il sogno ottocentesco di una società cosmopolita globale, che non avrebbe più bisogno della politica e dei governi per essere coordinata e gestita. […] Lo stato-nazione avrebbe fatto il suo tempo, come rifugio di quelle forze che intendono mantenere vive le divisioni ideologiche e interferire con l’allocazione ottimale dei prodotti e degli investimenti, restando ferme a nozioni superate di sovranità. La politica è vista qui come ostacolo, elemento inerte, privo d’iniziative, reazionario, semplice zavorra per le forze vive, creative e flessibili dell’ordine economico cosmopolita che spontaneamente tenderebbe a costituirsi» (pp. 48-49). Ma davvero la globalizzazione è il superamento degli stati nazionali o non piuttosto l’affermazione imperialistica di uno stato-nazione (o di pochi stati nazionali) sul resto del pianeta? E davvero la globalizzazione è il superamento del conflitto fra ideologie alternative o non piuttosto l’affermazione incontrastata di una ideologia, «il progetto neoliberista» (p. 52), su tutte le altre?
Andrew Gamble
Andrew Gamble, studioso di politica britannico

La fine dell’autorità
«Come la fine della storia e la fine dello stato-nazione, un’eventuale fine dell’autorità minerebbe alla radice la possibilità di qualsiasi concezione del politico, di cui è parte integrante una qualche nozione di autorità» (p. 63).
In effetti sono molte «le fonti di autorità» che risultano oggi screditate agli occhi dell’opinione pubblica: «consuetudini», «usanze tramandate», «norme legali», «religione», «scienza», «carisma personale», «dottrine ideologiche»... (p. 64). Nella misura in cui l’indebolimento di queste «forme tradizionali d’autorità» è reale, si riverbera nel sociale: «una popolazione sempre più inquieta, mobile, competitiva e infelice» (p. 76). Questa condizione di incertezza e di insicurezza spiega, «in relazione alla politica», «la crescente importanza assunta dalle personalità: in un mondo in cui le altre fonti di autorità mostrano la corda, ciò che conta sempre più è che le personalità si vendano bene. Si diffonde sempre più il ricorso al carisma, o almeno alla sua moderna versione commerciale, come modo principale per legittimare le politiche degli stati e delle aziende» (ivi).

La fine della sfera pubblica
«La fine della sfera pubblica» «colpisce la politica direttamente al cuore: se cessano di esistere una sfera pubblica, un interesse pubblico, un impegno civile, un’opinione pubblica, un’azione pubblica, viene meno, con loro, una delle principali dimensioni del politico» (p. 81).
Più in dettaglio, la lista è questa.
«Fine del governo» (ivi)? «L’ordinamento del mercato sarebbe ormai in grado di respingere l’indesiderata tutela dello stato. Le funzioni di governo richieste dal mercato saranno fornite dallo stesso mercato» (p. 83). Ma il mercato funziona se c’è un governo (government) nazionale, o una governance sovra-nazionale, che garantiscano alcuni paletti istituzionali.
«Fine dell’impegno civile» (p. 87)? «Il declino della partecipazione agli affari pubblici da parte dei cittadini è una tendenza […] che si ripercuote sule iscrizioni ai partiti, sulle elezioni e sulle manifestazioni pubbliche, ma anche sul più generale fenomeno della partecipazione dei cittadini alle associazioni di volontariato della società civile» (ivi).
Che questa tendenza sia reale non significa che sia irreversibile: «non convince l’idea secondo cui ci troveremmo di fronte ad un’imminente e definitiva scomparsa del politico, dovuta al fatto che i partiti perdono iscritti, l’affluenza degli elettori alle urne è in calo e i leader politici vengono “venduti” nel modo più brillante possibile. […] le società possono avanzare come arretrare. Ma nel valutare le possibilità, dovremmo evitare di credere che quello che si sta verificando oggi sia uno straordinario cataclisma, destinato a segnare uno spartiacque della storia umana» (pp. 91-92).
«Fine dell’interesse pubblico» (p. 92)? È indubbio che si diffondano a macchia d’olio la tesi neo-liberista che «la società esiste per facilitare il perseguimento privato della felicità da parte dei suoi membri», ma questa tesi non elimina «il problema di come tutti i progetti individuali di felicità possano evitare di entrare in conflitto tra loro. A meno di assumere che le necessarie istituzioni e regole sorgano spontaneamente, o che certi individui colgano la necessità di offrire determinati servizi che altri individui acquisteranno, è difficile vedere come possa venir meno la necessità che lo stato o altre istanze pubbliche presidino una visione di lungo termine sugli ordinamenti generali della società» (p. 95).

La fine della politica
L’esame delle crisi sinora abbozzate porta a una domanda finale complessiva: «Davvero la politica è giunta alla fine?». La risposta di Gamble è negativa: «la politica non è mai stata tanto necessaria, poiché i problemi che abbiamo di fronte, la cui soluzione richiede un’azione collettiva, non hanno mai avuto una dimensione spaventosa come oggi. Se non possiamo affrontare tali problemi con la politica, non potremo affrontarli in alcun altro modo» (p. 101).
Anche se Gamble non ricorre neppure una volta a questa etichetta (preferisce la dicitura «sinistra moderata», p. 109) il suo agile ma fitto saggio mi sembra scritto in una prospettiva tendenzialmente social-democratica. Ne vedrei una conferma nelle righe conclusive: «Mentre la politica è tutt’altro che finita, le vere lotte in favore di una democrazia globale che sia realmente aperta e adeguata al mercato globale sono solo agli inizi. L’eguaglianza, lungi dall’essere morta, non è mai stata più rilevante nella valutazione delle politiche. Le scelte politiche stanno diventando sempre più nette: possiamo optare per l’isolazionismo e il fondamentalismo, oppure possiamo continuare a scommettere sulla modernità, riconoscendo l’importanza della democrazia, della scienza e del capitalismo per la creazione del mondo moderno, senza tacerne né i vizi né i benefici, e proseguendo la lenta e faticosa opera di costruzione del tipo di policy transnazionale che può assicurare un futuro a tutti noi. Agire diversamente vorrebbe dire arrendersi a un triste destino» (p. 120). Sappiamo che la prospettiva social-democratica (o, come preferisco, del socialismo liberale) è da sempre esposta al fuoco simmetrico dei liberali (che, con Benedetto Croce, vi vedono un esempio di «cretinismo politico») e dei comunisti (che vi vedono un esempio di tradimento e resa).
In effetti ci sono almeno due modi di interpretare tale prospettiva ideologico-politica. Una sarebbe di stampo riformistico-progressista: alla luce dei princìpi della Rivoluzione francese (libertà e uguaglianza, fragili senza l’esprit della fraternità) impegnarsi in un «movimento» incessante verso l’equità sociale - e scrivo «movimento» per citare una parola-chiave di Eduard Bernstein, fondatore del Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania. Purtroppo anche per questo progetto filosofico-politico è avvenuto ciò che analogamente si registra in altri casi (dal liberalismo al comunismo e alla dottrina sociale cattolica): nella misura in cui si è andato traducendo in successi elettorali si è corrotto. È diventato la giustificazione ideologica – qui l’aggettivo è nell’accezione critica coniata da Marx – dell’assestamento su posizioni di potere istituzionale. Non più un pungiglione per il cambiamento incessante verso una méta da definire man mano che ci si avvicina, ma l’alibi per trasformare ogni tappa provvisoria in un traguardo soddisfacente.
Non ho elementi per stabilire a quali delle due interpretazioni del socialismo liberale (caro ai fratelli Rosselli, Guido Calogero, Aldo Capitini, Norberto Bobbio) sia più vicino Gamble, anche se le sue contestazioni teoriche al neo-liberalismo attraversano tutto il suo libro. Ma in ogni caso la sua rilevazione sociologica della situazione mondiale resta un contributo decisamente apprezzabile, anche perché accessibile non solo agli specialisti della disciplina.


Augusto Cavadi
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1 agosto 2026

Una società fondata sulla meritocrazia è una società più giusta?

• Anna Colaiacovo •

Filosofia per la vita - Michael Young - L'avvento della meritocrazia
Michael Young (1915-2002), sociologo, attivista e politico britannico. A destra il suo "L’avvento della meritocrazia", Edizioni di Comunità 2014 (prima ed. 1962)

A volte si incontrano libri che hanno la capacità di sorprendere e di rimettere in circolo idee già ampiamente discusse e consolidate. La sorpresa è doppia se l’incontro riguarda un saggio distopico-satirico pubblicato in Italia nel 1962 e ripubblicato nel 2014: “L’avvento della meritocrazia”, ed. di Comunità.
Scritto dal sociologo laburista inglese Michael Young, meno noto rispetto ai testi di Orwell e di Huxley, rappresenta un convincente antidoto all’esaltazione acritica della meritocrazia da parte di tanti politici sia di destra che di sinistra dei nostri giorni. In apparenza, il testo esalta la meritocrazia, in realtà la critica aspramente e ne mette in rilievo i tanti aspetti ed effetti negativi. Da notare che la parola “meritocrazia” ha avuto un grande successo proprio grazie al libro di Young.

Ambientato nel 2033, il libro racconta la scalata di una classe dirigente che, liquidati i privilegi aristocratici, instaura, con una serie di provvedimenti e nell’arco di ottanta anni, nel Regno Unito, una società finalmente meritocratica. Su quali basi si stabilisce il merito? La risposta è una formula: Merito = intelligenza + sforzo. La misurazione dell’intelligenza (Q.I.) rilevata in tenera età determina la separazione, nel percorso scolastico, tra “i più dotati” destinati a compiti dirigenziali e “i meno dotati” per i quali sono previsti lavori manuali. L’idea di fondo è questa: se la differenza di opportunità è legata al Q.I. non può essere messa in discussione e non può suscitare risentimento in coloro che non sono dotati perché in effetti non lo sono. La scuola diventa l’elemento centrale, il perno del cambiamento. Una scuola in cui, non a caso, il sapere umanistico viene subordinato a quello tecnico-scientifico, dal momento che l’industrializzazione della ricerca scientifica assume sempre più importanza nella società e l’efficienza rimane un parametro da perseguire a ogni costo per rafforzare la competitività del Regno Unito. Notevoli sono le ripercussioni in campo politico. La Camera dei Lord, riservata a chi possiede un quoziente intellettivo molto alto, si trasforma nella camera dei “competenti” e diventa un centro di potere tecnocratico, mentre la Camera dei Comuni perde progressivamente importanza.

In realtà, anche questo tipo di società che sembra ideale perché fondata sul merito, comincia nel tempo a mostrare crepe. Chi ha posizioni elevate non tollera che il proprio figlio non sia considerato all’altezza del livello più alto di istruzione e chi si trova ai piani più bassi della scala sociale comincia a ribellarsi. A capo delle rivolte troviamo le donne, anche quelle particolarmente intelligenti, che spesso rifiutano posti di potere e arrivano a proporre altri modelli di valutazione. In questo caso la critica del sistema è radicale perché ne mette in discussione i fondamenti in nome di un altro modello di giustizia: «Giacchè se noi valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza e cultura, per la loro occupazione e il loro potere, ma anche per la loro bontà o il loro coraggio, per la loro fantasia e sensibilità, la loro amorevolezza e generosità, le classi non potrebbero più esistere».¹

Una società meritocratica è una società più giusta o è soltanto più efficiente? Ed è più democratica? Partiamo dai criteri utilizzati per stabilire il merito. L’uguaglianza delle opportunità alla nascita è un falso mito perché le condizioni ereditate (l’appartenenza a una determinata classe, il genere, l’etnia) contano e, in ogni caso, non può essere un merito, seppure collegato con lo “sforzo” ciò che è frutto di una “lotteria naturale” (J. Rawls). Il rischio che si corre è quello di attribuire privilegi ulteriori a chi è già stato premiato alla nascita.

È giusto definire l’intelligenza una volta per tutte? Ci sono personalità che maturano più lentamente di altre ed esistono diverse forme di intelligenza che non vengono in alcun modo valorizzate. Compito dello Stato dovrebbe essere quello di dare a tutti la possibilità di esprimere le proprie attitudini, non quello di creare un abisso tra chi ha potere e chi viene sistematicamente umiliato: «Per la prima volta nella storia umana l’uomo inferiore non ha a portata di mano alcun sostegno per il suo amor proprio».²

In conclusione, una società rigidamente meritocratica genera una spietata diseguaglianza sociale e svuota le istituzioni democratiche.


Anna Colaiacovo



¹ Michael Young, L’avvento della meritocrazia, ed. di Comunità, 2014 pag. 193
² Op. cit. pag. 124
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15 giugno 2026

Il week-end a Bompietro: filosofia palpabile, tutta da condividere

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Week-end filosofico a Bompietro Giugno 2026
Come avevo anticipato il mese scorso (vedi) si è svolto con gratificazione di tutti/tutte noi partecipanti il week-end di "filosofia-in-pratica" a Bompietro.

Tra le relazioni di Maurizio Pallante (pioniere italiano della "decrescita felice" che ci ha spiegato perché, da un po' di tempo, preferisce la formula meno scandalosa di "conversione economica dell'ecologia") e di Giorgio Gagliano (che ci ha raccontato l'arte della "fuga", da situazioni opprimenti, proposta dall'antropologo Henry Laborit); tra il momento di "pittura libera" propostoci da Annamaria Pensato e di "scrittura condivisa" propostoci da Giovanna Bongiorno; tra una efficace presentazione del profilo bio-bibliografico di Alex Langer da parte di Maria D'Asaro e una commossa proiezione di fotografie e testi poetici a firma di Lorenzo Raspanti, c'è stato spazio anche per uno splendido concerto di violino dello stesso Giorgio Gagliano e per una "passeggiata filosofica" condotta da me (che, per ragioni logistiche, si è svolta nell'assetto di meditazione circolare).

Per chi c'era (e vuole ricordare) e per chi non c'era (e vuole farsene un'idea sia pur sommaria), ripropongo:
QUI il link al reportage fotografico di Maria D'Asaro (sul suo blog);
QUI il testo-stimolo della mia meditazione circolare (da Zero Zero News).


Augusto Cavadi
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1 giugno 2026

Salutiamo Edgar Morin, pensatore mediterraneo

• Augusto Cavadi •


Filosofia per la vita - Edgar Morin, 1921-2026
Venerdì 29 maggio 2026 ci ha lasciato Edgar Morin, uno degli umani più saggi della nostra epoca. Uso l’aggettivo "saggio" perché è stato un grande scienziato (competente in una miriade di settori del sapere, dalla logica alla biologia, dall’astronomia all’etica e così via), ma anche una mente caratterizzata da due ingredienti costitutivi della saggezza: continua ricerca di una visione globale, panoramica, sintetica e continua attenzione ai risvolti pratici, etici, operativi di tale visione.

Chi non abbia letto nel corso della vita neppure uno dei tanti volumi — grandi e piccoli — firmati da Morin si è privato di un arricchimento prezioso per orientarsi nell’epoca sconcertante che ci è toccato di attraversare. Quale consigliare per rimediare, sia pure in extremis?

L’elenco sarebbe lunghissimo per cui mi limiterei a ricordare uno dei suoi testi di cui ho curato alcuni anni fa la versione italiana: Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero. Da luogo di conflitti a incrocio di sapienze (post-fazione di Alberto Cacopardo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019).

Edgar Morin - Pensare il Mediterraneo. Mediterraneizzare il pensiero
Edgar Morin, Pensare il Medi-terraneo, mediterraneizzare il pensiero. Da luogo di conflitti a incrocio di sapienze (post-fazione di Alberto Cacopardo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019)
In questo volumetto, di poche pagine ma di notevole densità, Morin sottolineava "la necessità di «lavorare a pensare bene», secondo l’espressione di Pascal, cioè di pensare in modo complesso. Abbiamo bisogno di una conoscenza capace di concepire le condizioni dell’azione e l’azione stessa, di contestualizzare prima e durante l’azione. Non c’è niente di meglio della buona volontà. Ma essa non è sufficiente e rischia di ingannarsi, Un pensiero scorretto, un pensiero mutilato, anche con le migliori intenzioni, può condurre a conseguenze disastrose".

La questione del Mediterraneo è una drammatica esemplificazione di questa convinzione. A suo avviso il Mediterraneo era "troppo stretto per separare, troppo largo per confondere". A tutt’oggi, possiamo commentare, la situazione non è migliorata: l’Unione europea sembra delegare agli Stati che si affacciano sul Mediterraneo (Grecia, Italia e Spagna soprattutto) la gestione delle migrazioni massicce dall’Africa e dall’Asia Minore, limitandosi a finanziare la Turchia perché faccia il lavoro sporco di sentinella ai confini. Il fatto che i governi italiani di ogni colore negli ultimi decenni adottino provvedimenti sostanzialmente anti-costituzionali, e più ampiamente anti-umanitari, aggrava l’ignavia dell’Europa continentale. In queste condizioni la sinergia fra Paesi europei e non-europei, accomunati dall’affacciarsi sullo stesso mare, diventa sempre più necessaria e sempre meno probabile.

In questo saggio egli, pur di formazione (non del tutto rinnegata) marxista, rimanda continuamente alle radici intellettuali, simboliche, culturali delle difficoltà a fare del Mediterraneo un modello prototipico e pionieristico di ciò che potrebbe/dovrebbe diventare, socialmente e politicamente, il globo terracqueo. In effetti non ci potrà essere cooperazione fra gli Stati del Mediterraneo tra loro, e fra tutti essi e il mondo euro-americano, se non si abbattono alcuni pregiudizi ideologici inveterati, "che si tratti della riconversione di un certo Occidente alla demonizzazione di un nemico, identificato con il terrorismo e, per trasposizione impropria, con l’Islam tramite islamisti radicali seguaci del terrorismo, o della presentazione della modernità occidentale alla stregua di un satanismo da combattere, quale viene proposta da alcuni religiosi ai propri fedeli. Le derive sempre più frequenti, capaci di sfociare in ideologie più classiche ma non per questo meno deleterie, consistono in un nazionalismo identitario di esclusione e in ciò che sembrerebbe il suo contrario ma ne è così spesso il corollario, il funzionamento apolide delle reti del crimine organizzato. Non si può infine ignorare l’affermarsi di un irenismo di comodo del Nord, insensibile alle sofferenze esterne dalle quali esso peraltro si protegge, e parallelamente di un islamismo di disperazione al Sud, sintomi di malessere più che risposte possibili".


Augusto Cavadi


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