14 settembre 2018

"Il Dio dei leghisti": incontro con l'autore Augusto Cavadi su "Radio Oltre"

Filosofia per la vita - Radio Oltre

Da "Radio Oltre", la radio web dell'Istituto Francesco Cavazza di Bologna.

«Il ritorno di R.O.C. (Radio Oltre Cultura) ha visto il gradito ritorno in studio di un nostro amico: il filosofo Augusto Cavadi. Augusto, filosofo di strada, come ama definirsi, è su tutto un uomo coraggioso che con il pensiero affronta questioni delicate. Con lui abbiamo parlato del paradosso etico e teologico di chi è sia elettore della Lega e sia un cattolico, partendo dal suo saggio "Il Dio dei leghisti" edito da San Paolo. Qui il podcast».

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13 settembre 2018

Oggetti soggettivi. Pensare le cose

Filosofia per la vita - Oggetti soggettivi

Vi propongo un'interessante iniziativa: una riflessione sul nostro spazio quotidiano. Insieme ad alcuni amici filosofi, prendendo spunto proprio dalla "Filosofia dello spazio quotidiano" ideata da Stefano Zampieri, abbiamo scelto ciascuno un oggetto del nostro quotidiano e abbiamo provato a rifletterci sopra. Questo per dare valore a tutto quello che ci circonda e che troppo spesso non vediamo nemmeno più, sempre intenti a correre e affannarci tutto il tempo.
Per dare uno spazio e un pensiero ai tanti oggetti che fanno parte della nostra vita e per dimostrare che la filosofia fa parte di noi, tutti i giorni e dovunque noi siamo.
Da questo link è possibile scaricare gratuitamente questo primo LINK Book: "Oggetti soggettivi. Pensare le cose". 9 racconti filosofici a cura del gruppo di Link:

http://www.zonafilosofica.it/edizioni2.xhtml

Buona lettura!!!

Stefania Bernabeo
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10 settembre 2018

Cosa possono dare a noi gli immigrati extra-europei?

Filosofia per la vita - Immigrazione
"An Invitation" (Un Invito), dipinto di Favianna Rodriguez

Gli appelli alla scuola per una maggiore sensibilizzazione sulla tematica dell'immigrazione si sono intrecciati, in questi giorni, con nuovi episodi di violenza razzista. E anche in Sicilia: proprio in quell'isola che, da Mazzara del Vallo a Lampedusa, si era caratterizzata in Europa ormai da decenni come modello di accoglienza e di convivenza.
La gravità e la (relativa) novità di questi episodi, lungi dallo scoraggiare gli operatori scolastici (e direi gli educatori in generale), impongono una maggiore concentrazione degli sforzi.
Premessa generale di ogni indicazione più dettagliata è l'avvertenza di non cadere nella trappola dell'emergenzialità. Migrazioni e incontri/scontri di tradizioni culturali non sono fenomeni passeggeri (come miopi politiche poliziesche suppongono), bensì epocali. Dobbiamo attrezzarci per strategie di lungo periodo, senza esaltarci per piccoli progressi né sconfortarci per regressi momentanei. 
In un'ottica lungimirante mi pare che sia fondamentale operare almeno questi due passaggi. Il primo: passare dall'anonimato delle tematiche ai volti concreti. Quando sono invitato in scuole del Settentrione italiano a parlare di mafia e di antimafia, a parte i due o tre colleghi che organizzano la visita, trovo, quasi sempre, un clima di estraneità culturale e di diffidenza emotiva. Quando, però, mi espongo nella mia effettiva umanità, con le cicatrici che la mafia ha provocato nella mia carne di siciliano e anche con la fierezza di conterraneo di tanti eroi civili, di solito il clima cambia: la questione mafiosa perde i contorni astratti e diventa storia vissuta di uno come loro, con gli stessi dubbi e le stesse aspirazioni. Così è stato ogni volta che a scuola abbiamo invitato, con l'aiuto di "Amnesty International", un immigrato a incontrare i ragazzi. La questione si è trasformata in esperienza esistenziale: non date, numeri, normative bensì volti precisi, racconti autobiografici con nomi e cognomi. Allora la conoscenza smantella molti pregiudizi e fa cadere sipari ideologici costruiti su ignoranza atavica.
Ma l'incontro con un immigrato in carne e ossa (o anche con qualche ragazza importata dalle mafie africane per essere venduta sul mercato del sesso e aiutata a uscirne da associazioni come "Il pellegrino della terra" o altri comitati Anti-tratta) è solo un primo passo. Un secondo passo è più radicale: consiste nel capovolgere la prospettiva abituale. Chiedersi non più, o non soltanto, cosa possiamo fare noi europei per i profughi, ma anche cosa possono dare questi immigrati a noi. Apprendiamo dagli addetti ai lavori che i contributi previdenziali di tanti lavoratori stranieri salvano le pensioni di altrettanti lavoratori italiani e persino leghisti incalliti del Nord-Est ricordano a Salvini che gli immigrati sono una risorsa bracciantile per tante industrie in cerca di manodopera. Ma gli immigrati hanno da dare dal punto di vista, oltre che produttivo ed economico, antropologico e culturale. Anche se lo ignoriamo - o lo dimentichiamo facilmente - non pochi di loro hanno diplomi e lauree; conoscono più di una lingua; in ogni caso sono portatori di tradizioni mitiche e simboliche di estremo interesse. Perché non invitarli nelle nostre aule, nei nostri centri sociali, nelle nostre parrocchie a raccontarci le fiabe della loro infanzia, i proverbi dei loro anziani, le ricette della loro cucina, i farmaci naturali in uso nei loro villaggi? Perché non farci insegnare le loro danze e le loro musiche? Perché non farci spiegare come vivono la poligamia, la famiglia patriarcale, la dimensione della fraternità e della sororità estesa a intere tribù? Perché non farci aiutare a vedere l’Occidente con i loro occhi di vinti e colonizzati dagli occidentali? Avvertiamo, comprensibilmente, il desiderio di viaggiare, di andare in Africa equatoriale o in Estremo Oriente: ma perché, intanto, non fruiamo dell'Africa e dell'Asia che sono nelle nostre strade e che bussano alle nostre porte?
Non credo a nessuna ricetta miracolosa. Dunque neppure queste strategie pedagogiche eliminerebbero del tutto razzismo e xenofobia. Ma almeno potrebbero ridurne le manifestazioni e soprattutto modificare la coscienza di chi le mette in atto: ragazzi di Lercara Friddi o famiglie di Partinico alzerebbero i bastoni contro immigrati indifesi non più con senso di superiorità etnica, semmai per complesso di inferiorità intellettuale e morale.


Augusto Cavadi


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8 settembre 2018

Filosofia e spazio per la speranza in un'epoca disperata

Augusto Cavadi
Augusto Cavadi
Quaranta aspiranti filosofi in fila per due col resto di qualcosa. Ognuno dei quaranta partecipanti alla "XXI Settimana filosofica per non... filosofi", svoltasi a Lovere sul lago d'Iseo, ha tratto qualcosa dalle riflessioni sul tema "Lo spazio della speranza nell'epoca della disperazione".
Come sosteneva nel Medioevo San Tommaso d'Aquino, quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur che, grosso modo, corrisponderebbe in italiano a ognuno si porta a casa quanto entra nella sua sporta.
In realtà, come hanno osservato alcuni partecipanti, per la maggior parte  nessuno avverte di essere "disperato". Lo siamo forse "a nostra insaputa"? L'obiezione mi ha dato da pensare.
Forse nel dizionario italiano manca qualcosa che indichi non la perdita della speranza (la di-sperazione), bensì l'assenza radicale della stessa (una sorta di a-sperazione). E questa condizione esistenziale conserva una duplice valenza.
Da una parte, infatti, mi pare che – per riprendere Martin Heidegger – sia sintomo di quella povertà così grande da non consentire di avvertirsi poveri: la generazione immediatamente successiva alla mia non si sente orfana delle grandi narrazioni, dal cristianesimo al marxismo, perché non ha fatto in tempo ad aderirvi, in gioventù, con la passione incondizionata di alcuni di noi. Ma vorrei aggiungere immediatamente dall'altra parte questa assenza radicale di speranza si manifesta o, almeno, si può manifestare, in positivo come presenza al presente, come valorizzazione di ogni giornata, di ogni ora, di ogni momento. E' la grande lezione dei filosofi ellenistici occidentali e dei saggi buddhisti orientali.

Filosofia per la vita - Lovere

C'è un modo per conciliare l'attenzione al pur sfuggente presente e uno sguardo lungo sul futuro che non degeneri in illusione alienante? Ecco una mia seconda notazione: il pensatore marxista (eretico) Ernest Bloch sostiene di sì.
E' possibile, anzi doveroso, anzi inevitabile, coltivare una "utopia concreta": una progettualità orientata al "non ancora" che, però, si basi sull'analisi critica della situazione esistente, del "già". Egli, nella seconda metà del XX secolo, riteneva che tale "utopia concreta" fosse identificabile nel marxismo, a patto che lo si intendesse come sintesi in divenire della sua "corrente calda" (passione profetica risalente alla tradizione biblica) e della sua "corrente fredda" (teoria scientifica della società e della storia elaborata da Marx e Engels): alcuni di noi che non erano marxisti neppure nel Sessantotto, quando sembrava intellettualmente e eticamente obbligatorio esserlo, continuiamo a pensare che questa identificazione blochiana "Ubi Lenin, ibi Jerusalem" non colga nel segno.
Ma siamo, oggi come allora, convinti con Giorgio La Pira e molti altri, che il marxismo, fallimentare come terapia in quanto basato su un'antropologia errata, sia istruttivo – anzi, irrinunciabile – come diagnosi.
E non è l'ultima delle disgrazie dei nostri giorni che la Destra più potente e più ignorante della storia occidentale, intendo la Destra che governa alcune zone cruciali del pianeta come gli Stati Uniti d'America e che minaccia di installarsi senza contrappesi in Italia – abbia convinto la stragrande maggioranza della popolazione che marxismo sia sinonimo di totalitarismo regressivo.
Il riferimento a Marx mi suggerisce una terza notazione. Nel corso di un laboratorio serale, Andrea (il giovane filosofo che lo conduceva) ha chiesto di scrivere su un foglietto la risposta a due domande: "Cosa ti manca nella vita? Cosa stai facendo per ottenerlo?". Le risposte di cui si è avuta contezza (le leggevano a voce alta solo i partecipanti che lo decidevano) sono state tutte in chiave soggettivo-esistenziale: "mi manca la capacità di relazionarmi con gli altri", "mi manca la coerenza quotidiana con i miei princìpi etici", "mi manca una passione che mi coinvolga fortemente"...
Nessuna risposta ha riguardato l'ambito sociale-politico. Anche questo dato, a mio avviso, si presta a considerazioni di segno opposto. Di segno negativo: le speranze collettive sembrano tramontate per sempre o, per lo meno, essersi eclissate. Anche nei casi in cui assistiamo ancora con sdegno alle tragedie epocali – dai migranti che annegano a pochi chilometri dalle nostre spiagge, festosamente animate, alle bambine vendute e stuprate per pochi dollari in aree vastissime del pianeta – vi assistiamo con sorda rassegnazione: non vediamo organizzazioni partitiche, sindacali, religiose cui affidare la nostra impotenza individuale per trasformarla in energia collettiva.
Per la verità esistono alcune Organizzazioni non governative che lavorano con sufficiente efficacia, ma – a parte il fatto che per mantenere fiducia in esse è consigliabile non avvicinarsi troppo a osservarne le dinamiche interne e le inevitabili disfunzioni – danno l'impressione di agire solo posticipatamente e settorialmente; laddove si è convinti, più o meno lucidamente, che i drammi planetari attuali vadano affrontati preventivamente e, soprattutto, in un'ottica complessiva.
Tuttavia il tenore delle risposte alle domande di Andrea potrebbe conservare anche una valenza positiva: l'intuizione che le speranze al plurale nascono sempre, e si mantengono in vita, dalle speranze al singolare. Un'intuizione molto responsabilizzante che elide in radice ogni logica di delega: per dirla con Gandhi – che certamente non era un individualista apolitico – ognuno di noi deve impegnarsi ad essere per primo, nella propria sfera personale, il cambiamento che spera per il mondo.
La speranza dell'io non esclude la speranza del noi; anzi, se autentica e intensa, non può che contagiare centrifugamente gli altri. La speranza, che per sua essenza è un atteggiamento del soggetto, può però essere condivisa da altri soggetti sino a diventare, a macchia d'olio, la speranza se non di un popolo di una consistente maggioranza di umani.


Augusto Cavadi


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2 settembre 2018

La filosofia della speranza nell’epoca della disperazione

Augusto Cavadi
Augusto Cavadi
Alla fine del mio ultimo anno di liceo, 1968-69, scelsi la facoltà di filosofia perché pensavo fosse un modo di contribuire a cambiare il mondo. Per fortuna in quegli anni non era impossibile optare per l’insegnamento nei licei: e fu questo un primo ambito di servizio culturale e politico.
Ben presto, però, capii che fuori dalle aule scolastiche c’era molta gente desiderosa di pensare con la propria testa, e di confrontarsi spregiudicatamente con concittadini altrettanto desiderosi di mettersi in gioco: da qui una serie di iniziative che, grossolanamente e un po’ autoironicamente, definisco “filosofia per non... filosofi di professione”.
Mentre batto queste righe al computer sono a Lovere, sulla sponda bergamasca del delizioso lago d’Iseo, dove dal 21 al 27 agosto ho organizzato, col collega e amico di Roma, Elio Rindone, la “XXI Settimana Filosofica per non... filosofi”.

Filosofia per la vita - Lovere
Lovere (BG)

Come ogni anno, anche quest’anno la partecipazione, che cerchiamo di contenere entro quaranta persone, è varia per provenienza geografica, dalla Lombardia alla Sicilia, per età – dai 28 anni ai 96 –, per stato sociale: disoccupati e magistrati, impiegati e insegnanti di varie discipline.
Sin dall’incontro di apertura, in cui ognuno è stato invitato a presentarsi e comunicare brevemente le sue aspettative, si è registrato un diffuso interesse per la tematica prescelta: “lo spazio della speranza nell’epoca della disperazione”.
Per una tragica coincidenza la discussione è partita a pochi giorni dal disastro del ponte di Genova, a poche ore dall’esondazione del fiume nel Pollino e mentre una nave carica di immigrati vagava nel Mediterraneo in attesa che qualche governo si degnasse di accoglierla; più ampiamente in una fase storico-politica italiana e internazionale dove le velleità sovranistiche, un modo eufemistico di ribattezzare i disastrosi nazionalismi del XX secolo, sembrano minacciare quel poco di cooperazione che, faticosamente e non senza contraddizioni, si stava costruendo all’interno dell’Europa e fra Occidente e Oriente.
Ma la speranza, per quanto possa avere echi collettivi, nasce come atteggiamento squisitamente personale: ed è proprio come soggetti individuali che ci troviamo orfani delle “grandi narrazioni” – dalla tradizione ebraica e cristiana al comunismo marxista e alla socialdemocrazia – ed esposti al mistero di un universo sempre più grande di quanto riusciamo a percepirne.
Veramente, per dirla con Malraux, siamo la prima generazione dell’umanità che non sa che cosa ci sta a fare sulla terra. In questo contesto la filosofia non ha né ricette da prescrivere né, tanto meno, consolazioni da distribuire: ciò che può, e vuole, fare è capire la cause di questa situazione spirituale e dunque esaminare criticamente alcune ipotesi per uscirne senza precipitare dalla padella dello smarrimento alla brace dei fondamentalismi dogmatici.
In questa disamina saremo aiutati da tre colleghi che stimiamo molto: Francesco Dipalo, che, attraverso alcuni pensatori occidentali interrogherà il buddhismo, Orlando Franceschelli che, con tutta la vigilanza critica necessaria, darà voce alle ragioni di Nietzsche e Salvatore Fricano che racconterà alcune esistenze filosofiche in cui la speranza è stata incarnata prima che teorizzata.
Insieme alle dichiarazioni di interesse si sono registrate già al primo incontro propedeutico delle riserve di segno contrario: qualcuno ha sinceramente ammesso di essere stato indotto a tornare, più che dal tema specifico, dal desiderio di ritrovare il clima di cordialità amichevole, di autenticità etica e di libertà intellettuale respirato in edizioni precedenti. Qualche altro, Chiara, ha un pò spiazzato l’uditorio confessando di non condividere il titolo della Settimana: perché nell’epoca della disperazione? Se il titolo fosse realistico, lei sarebbe una “disperata a propria insaputa”. Qualche altro ancora ha obiettato che non sarebbe strano: parafrasando Heidegger, si può essere talmente disperati da non sapere neppure di esserlo.
Insomma, come in ogni contesto filosofico non inquinato da diplomazie accademiche, la gamma delle posizioni si è da subito delineata vasta e articolata. Abbiamo visto come si è avviata la riflessione, sapremo in pochi giorni come si concluderà.


Augusto Cavadi


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30 agosto 2018

Scuola di Consulenza Filosofica Phronesis 2018 - 2020

Filosofia per la vita - Phronesis

Sono ancora aperte le iscrizioni alla Scuola di Consulenza Filosofica Phronesis. Iscriviti entro il 31 Agosto!


Phronesis è un'associazione di Consulenti Filosofici professionisti presenti sul territorio nazionale.


Scrivi a: formazione@phronesis-cf.com

...perché pensare bene aiuta a vivere meglio.



Le iscrizioni si chiuderanno il 31 agosto per i pochi posti ancora disponibili.

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5 agosto 2018

Con Miguel Benasayag "Oltre le passioni tristi"



Con un po' di ritardo (!?) è uscito il numero di aprile 2016 della rivista gratuita online "Phronesis", organo dell'Associazione Nazionale dei Consulenti Filosofici. Contiene anche la mia recensione di un libro di Benasayag, Oltre le passioni tristi, che dedico volentieri alle decine di amiche e di amici che incontrerò tra poche settimane (21 - 27 agosto), per la "Vacanza filosofica per non...filosofi" sul tema "Lo spazio della speranza in un'epoca di disperazione", a Lovere (sul Lago d'Iseo).

Augusto Cavadi



Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa - Miguel Benasayag
La pubblicazione di Sofia e psiche. Consulenza filosofica e psicoterapie a confronto, raccolta di saggi curata da Giorgio Giacometti ed edita nel  2010 da Liguori (Napoli), intese segnare una svolta, almeno in ambito nazionale, nei rapporti fra mondo phi e mondo psi: dalla fase della diffidenza (sostanzialmente reciproca) alla fase della convivenza pacifica (se non addirittura della cooperazione sinergica). Dopo almeno un decennio speso a marcare le differenze epistemologiche fra consulenza filosofica e psicoterapia, sembrò giunto il momento di registrare le affinità e le parziali convergenze operative. Purtroppo la svolta culturale si verificò in una fase sociale economicamente problematica (che perdura sino ai nostri giorni) per cui, da una parte,  la consulenza filosofica come professione ha stentato a decollare e, dall’altra, gli psicoterapeuti (gli psicoanalisti in specie) hanno visto ridursi progressivamente, ma inesorabilmente, la clientela. Insomma la marcia di avvicinamento, avviata nel primo decennio del XXI secolo, non mi pare che abbia fatto grandi passi in avanti: se non altro perché i due fronti o non sono andati avanti o sono addirittura regrediti.
Almeno sul piano epistemologico, se non sul terreno professionale ed operativo, il dialogo però continua e Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa (Feltrinelli, Milano 2016, pp. 155, euro 18,00) di Miguel Benasayag (con la collaborazione di Angélique del Rey) ne costituisce, oggettivamente, una tappa significativa.
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