7 febbraio 2017

Il dialogo filosofico

Filosofia per la vita - Dialogo filosofico, di Lia Matrone.
Il dialogo, ha specificato il sociologo Zygmut Bauman è "insegnare a imparare".
L’opposto delle conversazioni ordinarie che dividono le persone: quelle nel giusto e quelle nell’errore. Il dialogo non è un caffè istantaneo, non dà effetti immediati, perché è pazienza, perseveranza, profondità.

Nelle pratiche filosofiche il dialogo è il perno centrale, lo strumento principe che permette la costruzione di ponti tra posizioni contrarie, la chiave d’elezione per cogliere la complessità del reale.

Il dialogo filosofico è profondo, si infila cioè sotto lo strato più superficiale del linguaggio comune, ne confuta il riduzionismo semplicistico per dare la parola alle voci più complesse, sottili, e per riconoscere quelle menzognere, meno autentiche. Si smascherano così i discorsi doppi e l’uso capzioso delle parole, ripristina la fiducia nella verità intesa come apertura verso nuovi significati rispetto a ciò già si conosce e quindi come il socratico sapere di non-sapere. Questa disponibilità, che non si limita all’oggetto della conoscenza ma si estende agli altri che insieme a noi conoscono, quindi una disponibilità teoretica ed insieme etica, è una specie di crogiolo di virtù, quali, ad esempio, il rispetto, l’attenzione, la fiducia, l’umiltà, le quali sono tanto tecniche per conoscere quanto valori morali.

Vero esercizio filosofico il dialogo diventa in una comunità di ricerca, una possibilità per i partecipanti a riconciliarsi col proprio pensiero per apprendere a riflettere sul vissuto, partendo dall’esperienza personale.
Quando ci si interroga sul contenuto delle frasi pronunciate, si innesca un processo di presa di coscienza di ciò che si è detto.
Riflettere insieme vuol dire ritrovare le ragioni, l’origine e il senso dell’enunciato, porre l’attenzione sul processo che articola la rappresentazione del reale.

Esercitare il pensiero critico, divergente, ci permette di esplorare il mondo, di non essere il balìa di preconcetti, di allargare orizzonti di senso, di aprire nuove prospettive. Un’attitudine controcorrente, un’attitutine filosofica.

Lia Matrone - Il dialogo filosofico nella filosofia pratica

Lia Matrone
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Post-verità, conoscenza, democrazia e partecipazione: la solitudine del cittadino globale

Filosofia per la vita - Il pensatore.
Partecipo con i Caffè filosofici all’evento: “Res publica e partecipazione democratica” organizzato dal Comune di Cavallino Treporti (Venezia). L'iniziativa vede coinvolti docenti ed esperti, a confronto con giovani studenti e con chiunque lo desideri, sul tema più generale della cittadinanza. Il 19 gennaio Mario Bertolissi, giurista, ha tenuto una conferenza sul tema “Cittadino ed istituti di partecipazione”.

Se anche un professore ordinario di diritto costituzionale presso la Scuola di Giurisprudenza di Padova e noto costituzionalista come Mario Bertolissi afferma che la democrazia è in crisi; che gli Stati non decidono; che le decisioni importanti sono prese altrove, cioè non nei luoghi deputati alle decisioni legislative; che il momento è drammatico e che le leggi non valgono più, c’è di che riflettere. Non solo su quali siano i “luoghi” del potere odierno, ma sulla legittimazione stessa del potere. Bertolissi aggiunge che il modello della razionalità manageriale ha invaso anche la giurisprudenza, e che tecnici e Linee guida valgono più di decreti, giudici e tribunali; afferma inoltre che i valori fondativi della Repubblica: la pace e il contrasto dei nazionalismi, e la sovranità popolare sono annullati oggigiorno quando il cittadino è defraudato del suo ruolo sociale al momento del voto e della partecipazione.“Il cittadino meno rompe meglio è. La politica non vuole la partecipazione”. C’è, inoltre, un problema di linguaggio, ha accennato il giurista: siamo sommersi da una terminologia “innovativa” che ci spinge a credere che il futuro sia un’invenzione linguistica; siamo bombardati da slogan, titoli enfatici, parole urlate e passaparola “virali” aggiungerei. Pensiamo a termini come petaloso, performativo, resiliente, stabilità, governance, googlare, attimino, assolutamente, spending review. Bertolissi lo afferma a chiare lettere: in Italia non sono mai stati usati gli strumenti di partecipazione anche solo per “pesare” la volontà dei cittadini, ricordandoci che questa abitudine è invece prassi consolidata nella “solita” Svizzera. Del resto in Italia il voto alle donne è una conquista del 1946, le Regioni sono entrate in vigore nel 1970 e la legge sulla trasparenza amministrativa è del 1990, per citare alcuni esempi. Di contro la recente proposta referendaria all’Art. 71 proponeva di triplicare la soglia delle firme per la proposta legislativa popolare da 50mila a 150mila (cassata dalla vittoria del no); proposta che peraltro non è vincolante per il Parlamento, come non sono stati vincolanti i risultati referendari del passato.

E’ una questione di cultura che manca in Italia, cultura della partecipazione - dice il giurista. E cultura è educazione, aggiungerei, infatti: i laureati in Italia sono l’11,6%, solo il 37,4% legge libri, il 21% visita musei o eventi culturali, sono il 26% i giovani considerati Neet, "Not (engaged) in Education, Employment or Training": non lavorano, non studiano, non usufruiscono di percorsi di formazione (Istat 2015). Una gran parte degli italiani sono incapaci di comprendere o persino leggere una frase che non sia un periodo semplice (soggetto, predicato e complemento) e di effettuare un’operazione aritmetica appena più complessa dell’addizione o della sottrazione a due cifre. (“Una percentuale di analfabetismo strutturale intorno al 33% in misura proporzionale per classi di età: dai 16 anni in avanti. Il 5% di essi non riesce a distinguere il valore e il senso di una lettera dall’altra. Il restante 28 ce la fa a leggere, ma con qualche difficoltà, parole semplici e a metterle insieme”. - Alfabeto Tullio De Mauro - Italia, Repubblica popolare fondata sull’asineria di A. Caporale 22.10.2016). Il dossier Ocse 2015 su scuola e università (Education at a Glance) segnala che l’Italia registra uno dei punteggi più bassi in termini di lettura e comprensione (literacy) dei 25-34enni titolari di un diploma universitario, e il dato si riflette sulle competenze logico-linguistiche degli insegnanti, e degli studenti, ostacolando anche il pieno sviluppo dell’educazione alla cittadinanza. Stessa desolazione coglie su un argomento “sensibile” il rapporto uomo - donna: un quarto degli italiani crede che quando i posti di lavoro scarseggiano i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli uomini. “Il 13% della popolazione pensa addirittura che sia innaturale per un uomo avere un capo donna e due persone su dieci pensano che l’uomo dovrebbe prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia”. (Sessismo, nessun sogno è troppo grande per le bambine, di Alice Pilla Drago, Il fatto quotidiano - 2 novembre  2016). Per non parlare dell’esercizio del voto: da un astensionismo del 6,6% degli elettori alle politiche del 1976, in tempi recenti arriviamo alla non partecipazione al voto di circa un elettore su cinque (nel 2008 il dato statistico ha sfiorato il 20%). Oltre il 90% degli italiani guarda la TV. Nel “mio” Veneto: nel 2014 i giovani disoccupati sono il 22,2% % del totale e i ‘Neet’ sono il 16,8%. Rimane ancora bassa la percentuale dei laureati: la percentuale del 23,5% è inferiore alla media italiana di mezzo punto percentuale, e lontana dal target europeo del 40%. Eppure in questi giorni vengono pubblicati appelli contraddittori: da una parte quelli sulla necessità di un investimento urgente sulle capacità linguistiche degli studenti, dall’altra gli appelli (anche di addetti ai lavori) contro i compiti a scuola ed i voti.

In Italia il motto di Einaudi “Conoscere per deliberare” pare locuzione sconosciuta perché il primo termine è “disabitato”. Come possiamo partecipare se non sappiamo più analizzare, discriminare, decidere, informarci, leggere e educare, in altre parole conoscere? Se non sappiamo insomma usare quel pensiero critico che ci aiuta a scegliere? Forse è questo il presente vulnus collettivo italiano: l’indifferenza manifesta e condivisa, quasi esibita con orgoglio, per la conoscenza e viceversa la condiscendenza verso forme semplificate di informazione e distrazione di massa. Il problema di come l’informazione viene trasformata in conoscenza e di come tale conoscenza influenza le decisioni riguarda noi tutti. Insomma la partecipazione è diventata una parola vuota, una pura idealità, un’utopia, un miraggio. Partecipare per noi postmoderni significa mettere “mi piace” su qualche post di Facebook, oppure urlare senza filtri la nostra “verità” sui social, affermare un’identità fittizia ma virtuale, composta di pixel che dopo qualche secondo scivolano in basso nello schermo del nostro personal device.

Infine c’è la parola dell’anno 2016: post-verità (post-truth, an adjective defined as ‘relating to or denoting circumstances in which objective facts are less influential in shaping public opinion than appeals to emotion and personal belief’).

«Il problema della «post-verità» è diverso da quello delle bufale. Se il termine post-truth è stato proclamato «parola dell’anno» da Oxford Dictionaries non è perché nel 2016 si sia mentito più che negli anni precedenti, ma perché è calata l’attenzione a distinguere tra affermazioni vere e affermazioni false: e ce ne siamo accorti perché leader politici come Nigel Farage o Donald Trump ne hanno saputo trarre abilmente profitto. Ora, che i politici dicano bugie non è davvero una novità; la novità sta nel fatto che non si curino più di essere creduti. Il loro fine non è di persuadere chi ascolta della veridicità effettuale di quanto dicono: l’obiettivo dei discorsi è di compiacere inclinazioni precostituite e impermeabili alla verifica. All’inganno dello scaltro demagogo ai danni del popolo ingenuo è subentrata una forma di collusione empatica che scavalca bellamente la dimensione della prova di realtà. Il politico asseconda le false credenze che circolano, dà loro voce, ne escogita artatamente di altre, consone ai propri fini, e sfugge alle richieste di controllo». (M. Barenghi, Post verità, non tradire le emozioni, www.doppiozero.com).

«(...) gli affanni e le pene private non si sommano e non riescono a cementarsi in cause comuni. Date le circostanze, che cosa può unirci? La socialità, per così dire, è incerta, alla vana ricerca di un punto fermo cui appigliarsi, un traguardo visibile a tutti su cui convergere, compagni con cui serrare le file. Ce n'è molta tutto intorno: caotica, confusa, sfocata. Priva di sfoghi regolari, la nostra socialità viene tendenzialmente scaricata in esplosioni sporadiche e spettacolari, dalla vita breve, come tutte le esplosioni. L'occasione per liberare la socialità è fornita talvolta da orge di compassione e carità; talaltra da scoppi di aggressività smisurata contro un nemico pubblico appena scoperto (cioè, contro qualcuno che la maggior parte degli occupanti la sfera pubblica può riconoscere come nemico privato); altre volte ancora da un evento cui moltissime persone reagiscono intensamente nello stesso momento, sincronizzando la propria gioia, come nel caso della vittoria della Nazionale ai mondiali di calcio, o il proprio dolore, come nel caso della tragica morte della principessa Diana. Il guaio di tutte queste occasioni è che si consumano rapidamente: una volta tornati alle nostre faccende quotidiane, tutto riprende a funzionare come prima, come se nulla fosse successo. E quando la fiammata di fratellanza si esaurisce, chi viveva in solitudine si ritrova di nuovo solo, mentre il mondo comune, così sfolgorante solo un momento prima, sembra più buio che mai. E dopo l'esplosione, non resta energia a sufficienza per riaccendere le luci della ribalta». (Zygmunt Bauman. La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli 1999).


Davide Ubizzo
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6 febbraio 2017

"Festival Nazionale della Filosofia d’A-mare" quarta edizione - Castellammare del Golfo (TP), 1-4 Giugno 2017

Filosofia per la vita: Festival Nazionale della Filosofia d’A-mare, quarta edizione, Castellammare del Golfo (TP), 1-4 Giugno 2017

IL GRUPPO EDITORIALE “DI GIROLAMO” DI TRAPANI
LA SCUOLA DI FORMAZIONE ETICO-POLITICA “G. FALCONE” DI PALERMO
LA FATTORIA SOCIALE  “MARTINA E SARA” DI BRUCA (TP)
con il patrocinio del Comune di Castellammare del Golfo (Trapani)

organizzano

la quarta edizione del
FESTIVAL NAZIONALE DELLA FILOSOFIA D’A-MARE
La festa della filosofia di strada per non...filosofi (di professione)
Castellammare del Golfo (Trapani)
Giovedì 1 giugno - Domenica 4 giugno 2017


PROGRAMMA

Giovedì 1 giugno
Ore 14,00 - 18,00: Accoglienza e registrazione dei partecipanti presso l'Hotel Al Madarig.
Ore 18,30 – 19,30: Passeggiata filosofica. Conduce Augusto Cavadi.
Partenza dall’Hotel Al Madarig.

Venerdì 2 giugno
Ore  8,00 –  9,00: Colazione con i filosofi.
Momento informale presso l’Hotel Al Madarig.
Ore  9,30 – 12,00: Laboratori di con-filosofia. Uno a scelta secondo prenotazione, tutti presso l'Hotel Al Madarig:
Input di Luigi Lombardi Vallauri su “Gli animali hanno un’anima?” Conduce e modera Marta Mancini.
Input di Orlando Franceschelli su “Gli atei hanno una spiritualità?” Conduce e modera Chiara Zanella.
Input di  Giorgio Gagliano su “Musica e filosofia in ottica pedagogica”! Conduce e modera Augusto Cavadi.
Ore 18,00 – 20,00: Lectio magistralis. Stefano Ciccone (Coordinatore nazionale di “Maschile plurale”) svolge una conferenza pubblica su “Maschi senza maschilismo? Narrazione di un’esperienza, proposte per il futuro”. Introduce Chiara Zanella, modera Marta Mancini. Presso il Castello Arabo Normanno. 

Sabato 3 giugno
Ore  8,00 –  9,00: Colazione con i filosofi.
Momento informale presso l’Hotel Al Madarig.
Ore  9,30 – 10,30: Meditazione ‘laica’ su “Paesaggio di mare”. A cura di Luigi Lombardi Vallauri. Presso l’Hotel Al Madarig.
Ore 11,00 – 12,30: Leggiamo un libro: “Ascetica da tavolo. Pensare dopo la svolta pratica”. Davide Miccione presenta e discute il suo libro. Introduce e modera Chiara Zanella. Presso l'Hotel Al Madarig.
Ore 18,00 – 20,00: Disputa a due. “Meglio il consulente filosofico o lo psicoterapeuta?” Dibattito pubblico fra Marta Mancini (presidente nazionale “Phronesis”) e Giuseppe La Face (psicologo psicoterapeuta). Presso il Castello Arabo Normanno.
Ore 21,30 – 23,00: Caffè filosofici. Conducono Marta Mancini, Chiara Zanella, Davide Miccione e Giorgio Gagliano.
Presso quattro bar della città di Castellammare che saranno indicati in tempo.

Domenica 4 giugno
Ore  8,00 –  9,00: Colazione con i filosofi.
Momento informale presso l’Hotel Al Madarig.
Ore  9,30 – 17,30: Escursione turistica.
Il pullman parte davanti all’Hotel Al Madarig, passa dalla Riserva dello Zingaro, prosegue per Trapani; alle 14,30 riparte da Trapani e alle 15,30 ripassa dallo Zingaro.
Ore 18,00 – 20,00: Tavola rotonda su “La violenza sulle donne: una sola causa?” presso il Castello Arabo Normanno.
Punto di vista psicologico: Aurora Mineo
Punto di vista pedagogico: Giuseppe Burgio
Punto di vista sociologico: Stefano Ciccone
Punto di vista filosofico: Chiara Zanella
Punto di vista teologico: Augusto Cavadi
Introduce, modera e conclude: Francesco Seminara


NOTIZIE TECNICHE


• La partecipazione a tutti gli eventi è riservata ai possessori di un pass rilasciato dalla segreteria organizzativa del Festival (euro 15,00; per i cittadini residenti ufficialmente a Castellammare del Golfo euro 5,00).
• Eccezionalmente sarà possibile partecipare senza pass, gratuitamente, ai caffè filosofici della sera di sabato 3 giugno.
• La partecipazione alla gita in pullman di domenica 4 giugno sarà riservata a quanti avranno prenotato e versato la quota di iscrizione di euro 20,00 (non più tardi del 20 maggio 2017).
• Tranne dove diversamente indicato, le sessioni di con-filosofia si svolgeranno presso l’Hotel Al-Madarig (con accesso ai possessori di pass).
• Ovviamente si è liberi di pernottare in qualsiasi struttura alberghiera. Convenzioni speciali (sino a esaurimento posti) sono state stipulate con Hotel Al Madarig (Tel. 0924 33533 - Email: info@almadarig.com), Hotel Punta Nord Est (Tel. 0924 30511 - Email: info@puntanordest.com), Hotel La Piazzetta (Tel. 0924 35559 - Email: info@lapiazzettahotel.com). E’ consigliabile verificare se si possono ottenere condizioni ancora più convenienti mediante agenzie online.
• Per i pasti si suggerisce di prenotare sul posto a seconda dei gusti e delle esigenze alimentari. Ristoranti, trattorie, tavole calde e fredde con cibi di strada non mancano certo...

IMPORTANTE: E’ opportuno prenotare la propria iscrizione al Festival.
A tale scopo compilare il modulo predisposto contattando la segreteria di accoglienza: Cell. 328 3369985 - Email: filosofiadamare@virgilio.it
Con questo stesso modulo si può prenotare il servizio transfert dall’aeroporto e per l’aeroporto nonché la gita del 4 giugno.
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2 febbraio 2017

Fare o agire?

Aristotele
La nostra è una società del fare; darsi da fare è un invito pressante che viene rivolto agli individui perché da quello dipende il successo o l’insuccesso nella vita; ma, come già Aristotele aveva chiarito, fare e agire sono attività profondamente diverse: nel fare si può essere ‘agiti’; l’azione, invece, richiede scelta, cioè consapevolezza del senso e della direzione da dare all’azione stessa. L’azione, inoltre, crea relazione, perché implica un rapporto con altri soggetti, e viene giudicata non in base alla competenza tecnica che si dimostra, ma in termini di valore. Oggi abbiamo mezzi tecnici spaventosi che ci consentono di ‘fare’ al di là del pensabile, ma non sappiamo bene come agire, cioè quale direzione dare al nostro fare: Il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante, esige un’etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo¹. Ma quale etica può scongiurare il rischio di uno sviluppo incontrollato della tecnica? Non l’etica cristiana che guarda essenzialmente alla buona o cattiva  intenzione sottesa all’azione e non tanto ai suoi effetti; ma, nel caso della tecnica, sono proprio gli effetti a essere pericolosi. Non l’etica laica, fondata sulla razionalità, che ha avuto la sua massima espressione in Kant, che non considera il danno che l’uomo può fare alla natura (e in definitiva a se stesso), perché il suo principio ispiratore ‘L’uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo’ riguarda solo i rapporti tra gli uomini e non il rapporto degli uomini con il mondo. Neppure l’etica della responsabilità, teorizzata da Weber e ripresa da Jonas, sembra, però, in grado di dare orientamenti all’azione, perché, per poter essere responsabili, bisogna essere in grado di prevedere le conseguenze delle  azioni, ma lo sviluppo della tecnica apre scenari imprevedibili. In definitiva, al nostro delirio di potenza corrisponde un forte limite conoscitivo rispetto agli effetti possibili del nostro potere.

Esposti come siamo all’imponderabile su vari fronti, e senza orientamenti certi, invece di ripiegare nel passato o adeguarci alle  mode, possiamo, nella consapevolezza che non esiste una meta sicura da raggiungere, vivere la nostra esperienza di vita nel mondo valorizzando il cammino e cercando,  di volta in volta, buone ragioni per agire, mantenendo quella che Franco Volpi chiama ragionevole prudenza di pensiero, quel paradigma di pensiero obliquo e prudente, che ci rende capaci di navigare a vista tra gli scogli del mare della precarietà, nella traversata del divenire, nella transizione da un a cultura all’altra, nella negoziazione tra un gruppo di interessi e un altro². E’ una riformulazione, adeguata al nostro precario presente, di quella capacità che Aristotele chiama ‘phrónesis’, che si può tradurre con ‘saggezza’: un sapere orientato all’azione che presuppone  conoscenza ed esperienza. Conoscenza di sé e conoscenza del mondo, consapevolezza della relazione esistente tra l’io, l’altro e la natura e capacità di valutare le situazioni e i mezzi a disposizione per poter agire nel modo migliore nelle condizioni date.


Anna Colaiacovo



¹ H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 1990, Prefazione, pag. XXVII
² F. Volpi, Il nichilismo, Laterza, Bari, 2004, pag. 178

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