29 dicembre 2016

"Domeniche di spiritualità laica": Paolo Cervari a Palermo, Domenica 8 Gennaio 2017


Domenica 8 Gennaio 2017 primo appuntamento dell’anno delle 'Domeniche di spiritualità laica' che si svolgono, con cadenza mensile, presso la "Casa dell'equità e della bellezza" di via Nicolò Garzilli 43/a, Palermo.

La struttura della giornata:

Paolo Cervari
• Arrivo per le ore 11,00 in modo da potere iniziare, dopo i dovuti convenevoli, PUNTUALMENTE alle 11,30 (si prega di EVITARE ASSOLUTAMENTE DI ARRIVARE DOPO LE 11,30 perché sarà staccato il citofono).
• Riflessione comunitaria dalle 11,30 alle 13,15: un ospite di Milano, il filosofo consulente Paolo Cervari, ci intratterà per massimo 60 minuti su una tematica di rilevanza esistenziale a sua scelta. Avremo quindi 30-45 minuti per lo scambio delle riflessioni ed esperienze personali in clima di silenzio e ascolto reciproco.
• Alle 13,15 il pranzo conviviale: tutti siamo invitati a dare il nostro contributo alimentare (anche simbolico).

Nota: La partecipazione è libera e gratuita ma si è vivamente invitati a lasciare un contributo economico volontario nell’apposito contenitore di vetro per sostenere le spese di mantenimento della “Casa”.
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25 dicembre 2016

Buon Natale a tutti

Buon Natale da Filosofia per la vita.

Auguri di cuore
dal team di filosofi consulenti
e dal webmaster di Filosofia per la vita.
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11 dicembre 2016

La consulenza filosofica: intervista a Paolo Cervari

Intervista a Paolo Cervari

Un'intervista di qualche anno fa, ma credo comunque valida e utile per capire cosa penso della consulenza filosofica e soprattutto per capire a cosa serve.

La consulenza filosofica: intervista a Paolo Cervari

Paolo Cervari
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4 dicembre 2016

La felicità? Questione di filosofia

Felicità e Filosofia

Da sempre la filosofia ha legato verità e felicità. O per lo meno molta parte della filosofia. Di certo la filosofia diciamo così “classicheggiante” di cui Alain Badiou – uno dei più grandi filosofi francesi viventi – dichiara di far parte. Nel suo libro Metafisica della felicità reale, Badiou ha il buon gusto di riassumere le sue idee in merito...

E’ l’incipit di un mio articolo su Huffington Post che ha il pregio di riportare un elenco di definizioni e caratteristiche della felicità secondo Badiou. E secondo me la questione riguarda tutti noi, ovunque e comunque.

Paolo Cervari

Il post è apparso per la prima volta nel blog di Paolo Cervari sul sito www.cervari-consulting.com
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30 novembre 2016

"Mini guida alla consulenza filosofica" di Andrea Modesto. Presentazione del libro - Brescia, 12 Novembre 2016

Mini guida alla consulenza filosofica
"Mini guida alla consulenza filosofica" di Andrea Modesto (Il pellicano, 2016, pp. 64, euro 10).

[…] La filosofia che torna a camminare per le nostre strade e a condividere il nostro lavoro, e le nostre relazioni familiari, che si sporca le mani con i nostri dubbi, con l’oscura materia della giustizia e della responsabilità, con la complessità delle nostre scelte, con la varietà dei nostri progetti. È questa la filosofia che sta dietro e dentro quella pratica che con termine non felicissimo è stata nominata, in Italia, Consulenza Filosofica, o Pratica Filosofica. Certo, una filosofia che sta nella vita può assumere tante forme, non può fare a meno di insinuarsi nella varietà delle forme di vita. Ma fra queste ve n’è una molto particolare che è quella del dialogo filosofico individuale o di gruppo, che è la pratica per la quale Andrea Modesto si propone ora dopo un lungo e impegnativo apprendistato.

dalla prefazione di Stefano Zampieri

Presentazione del libro a cura dell'autore
Bookstop - Libri & Coffee - Brescia - 12 Novembre 2016
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17 novembre 2016

Aiòn. Teoria generale del tempo

Aiòn. Teoria generale del tempo
Per scrivere Aiòn. Teoria generale del tempo (Alberto G. Biuso, Villaggio Maori, Valverde - Ct 2016, pp. 130, euro 14.00) ci voleva coraggio. L’esigenza, anche da parte del lettore ‘comune’ (se l’espressione ha ancora senso: oggi un lettore non è, in quanto tale, eccezionale?), di uno sguardo complessivo, interdisciplinare e transdisciplinare, sul “tempo” è diffusa; ma chi ha – appunto – il coraggio di affacciarsi al di fuori della propria stanzetta disciplinare per raccogliere e confrontare le acquisizioni (o almeno le ipotesi) maturate in aree disciplinari limitrofe? Alberto Giovanni Biuso, filosofo, l’ha dimostrato affrontando il “tempo” dal punto di vista teoretico-metafisico, fisico, epistemologico, antropologico ed estetico.

Sin dalle prime righe si coglie la ragione per cui all’autore l’impresa, per quanto ardua, risulta possibile: “il tempo è la realtà stessa che rende l’universo da noi conosciuto un’indissolubile unità dentro la quale tutto è legato a tutto” (p. 30). Heideggerianamente, per Biuso indagare il Sein equivale indagare lo Zeit. Ma procediamo un po’ analiticamente.

Nel primo capitolo (Teoresi) l’autore esplicita il proprio punto di vista privilegiato e lo fa inspirandosi soprattutto alla fenomenologia di Husserl, “lo sforzo più intenso che la filosofia ha compiuto dopo Agostino di comprendere il tempo, la sua struttura, la sua funzione, l’identità e la differenza che lo costituiscono” (p. 28): “la teoresi filosofica non è ricostruzione storico/storiografica del pensato; non è espressione di visioni del mondo, strutture sociologiche, mentalità diffuse; non è neppure una sintesi unificatrice delle scienze della natura e dell’uomo, né allo scopo di porsi al di sopra di esse né per tentare maldestramente e vanamente di imitarle. La filosofia è qualcosa di primo e di ultimo. Primo perché fondata sulla finitudine costitutiva dell’ente che pensa. Ultimo perché è il luogo delle risposte più radicali ed estreme, le ultime che sia possibile tentare” (p. 15).

Nel secondo capitolo (Filosofia), ancora una volta con Husserl quale guida, Biuso prova a superare vari dualismi, tra i quali l’alternativa “realismo” o “idealismo”: “Ogni ente ed evento è impregnato di teoria e le teorie esistono sul fondamento degli enti e degli eventi. La coscienza e l’atto intenzionali non creano nulla che non sia già dato (sintesi passiva) ma costituiscono la condizione affinché un mondo possa darsi alla coscienza (sintesi attiva)” (p. 33).

Il terzo capitolo (Fisica) ha di mira, principalmente, il dogma (perdurante dal meccanicismo galileiano alla teoria della relatività di Einstein) della reversibilità dei fenomeni fisici: il secondo principio della termodinamica, invece, individuando “nell’entropia una delle dinamiche fondamentali delle quali la materia è composta e attraversata” (p. 45), per ciò stesso afferma la irreversibilità di ciò che accade nell’universo. In altre parole, “ciò che è accaduto non può riavvolgersi per tornare all’inizio del proprio accadere, esattamente perché gli stati di disordine sono molto più probabili degli stati originari di ordine” (p. 48).

Nel quarto capitolo (Antropologia) “il tempo fisico della natura” viene riconosciuto nella sua convergenza con “il tempocorpo delle percezioni e il tempomente dell’esperienza consapevole”: una convergenza che produce in ciascuno di noi “la sensazione di essere dentro il tempo” (p. 73). Tale sensazione non sarebbe possibile senza la facoltà della “memoria” che, insieme a “attenzione, emozione, slancio verso il futuro prossimo e lontano”, costituisce “la vita della mente, la cui dimensione temporale fa sì che il tempo sia una costruzione insieme psichica, biologica e sociale” (pp. 73-74). E’ in questa sezione del saggio che ho trovato gli spunti più originali, per esempio  - ma è solo uno dei tanti possibili -  la sottolineatura del “declino della memoria attraverso gli strumenti che la costituiscono in ogni occasione e circostanza – gli strumenti offerti dalla Rete – ” che “rischia di impoverire l’immaginazione e rendere pallido il futuro” (p. 76).

Un penultimo capitolo è dedicato all’Estetica: vi si ritrovano indicazioni da varie fonti quali la cultura giapponese e la Recerche di Proust, opera che “fa splendere la parola nel tempo e il tempo nella parola” (p. 95).

Il sesto e ultimo capitolo (Metafisica) riprende e suggella molti motivi delle pagine precedenti. Precisato che la metafisica “non è una sovrastruttura ma costituisce l’indagine più radicale e insieme la conformazione più profonda della infrastruttura che chiamiamo mondo” (p. 104), Biuso sostiene: “la metafisica vuol dire  un’indagine sull’essere-tempo. Il tempo è arché proprio perché è causa, principio e limite. E’ ciò da cui gli eventi nascono non nel senso estrinseco di un ‘prima di’ ma nel senso che nel loro esistere e accadere gli eventi sono tempo in atto, nel senso che il tempo è la forma di ogni possibile ente, evento, processo” (p. 103).

Sin qui, ridotto all’osso, il testo di Biuso. Istruttivo e suggestivo certamente; anche convincente? Personalmente risponderei: non al cento per cento. Per formulare, altrettanto e anzi ancor più sinteticamente, le mie perplessità teoretiche mi concentrerei su due punti (per altro cruciali). Il primo: hanno ragione i pensatori come Bergson, Husserl, Heidegger, Vattimo che (con sfumature differenti da un caso all’altro) identificano essere e tempo? O non sarebbe più preciso affermare che il tempo è una dimensione, un aspetto, una valenza dell’essere? Qualcosa esiste perché è temporale o è temporale perché esiste? In più punti Biuso fa valere l’equivalenza di “tempo” e “divenire”. Se l’accettiamo (almeno provvisoriamente, a scopo dialogico) la domanda diventa: hanno ragione i pensatori come Eraclito, Hegel, Marx che (con sfumature differenti da un caso all’altro)  identificano essere e divenire? O non sarebbe più preciso affermare che il divenire è una dimensione, un aspetto, una valenza dell’essere? Qualcosa esiste perché diviene o diviene perché esiste?

Intendiamoci: non si tratta di sfuggire all’impermanenza radicale dell’universo esperibile lasciandosi schiacciare su posizioni parmenidee (o neoparmenidee alla Severino). Il tempo-divenire è indubbiamente un volto costante dell’universo materico: ma il mio volto è la mia essenza, la mia sostanza, il ciò per cui sono e non sarei?

La discussione può sembrare sottile, ma in realtà comporta una posta non proprio secondaria. Se l’essere fosse intrinsecamente temporale sarebbe impensabile la sola ipotesi di una sfera dell’essere a-temporale: il regno dell’immanenza gnoseologica, del fenomenico, del materico sarebbe non solo (come è) l’unico certo, ma anche (come non ritengo si possa affermare) l’unico possibile. Su questo punto Biuso non è disposto a concedere nulla: “la materia è senza un inizio e senza una fine; la materia è l’Intero” (p. 54). Se non li interpreto male, Kant, Bergson (l’ultimo), Wittgenstein (il secondo) sarebbero disposti a darmi qualche ragione: la materia è certamente reale, ma non altrettanto certamente è l’unica valenza della realtà. Senza considerare che, alla luce delle teorie fisiche contemporanee, la nozione stessa di materia esige d’essere rivista: sembrerebbe sempre meno ‘dura’, opaca, passiva e sempre più fluida, energica, zampillante. Dunque sempre più difficilmente distinguibile da ciò che abbiamo imparato a chiamare forma, atto, energia, anima, spirito.

La domanda sul tempo, quindi, ne apre numerose altre: e merito non trascurabile della monografia di Alberto G. Biuso è di non aver temuto di aprirle per gettarvi uno sguardo indagatore.


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14 novembre 2016

"Il tempo che siamo" - Domenica 20 Novembre 2016, Palermo


Domenica 20 novembre 2016 a Palermo, presso la "Casa dell'equità e della bellezza" (via Nicolò Garzilli 43/a , angolo via Parisi), giornata di riflessione sul tema:

IL TEMPO CHE SIAMO

Introduce Alberto G. Biuso (docente di Filosofia teoretica all'Università di Catania) sulla base del suo recente libro Aiòn. Teoria generale del tempo (Villaggio Maori, Valverde - Ct 2016, pp. 130, euro 14.00).

Arrivo alle ore 11,00 in modo da potere iniziare, PUNTUALMENTE, alle 11.30.

Alle 13,15 il pranzo conviviale a cui tutti potremo dare il nostro contributo alimentare.
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8 novembre 2016

Il dialogo filosofico nell’era della comunicazione mediale e della globalizzazione

Comunicazione

All’alba di questo nostro nuovo millennio non possiamo non notare come l’umanità (con in testa il nostro caro Occidente) si stia ponendo di fronte a delle sfide sempre più ardite e pretenziose nella direzione dello sviluppo tecnologico, su cui si investe moltissimo per potenziare quella comunicazione mediale che ha già raggiunto livelli di efficienza e interattività impensabili soltanto qualche decennio fa.

Nello stesso tempo, però, non possiamo non constatare, con altrettanta risolutezza, l’impoverimento globale della comunicazione. Se ci osserviamo attorno, infatti, è estremamente evidente il costante caos a cui siamo quotidianamente esposti. Caos prodotto da un bombardamento di informazioni, messaggi, chiamate, parole, slogan pubblicitari, luoghi comuni, insulti, frasi ad effetto e campagne elettorali che, in realtà, nascondono un grande vuoto di senso che sembra continuare ad ingrandirsi. Siamo sempre più disorientati e naufraghi in un mare di discorsi i quali, ormai, sono dei veri e propri vortici che ci risucchiano in luoghi sempre più inautentici dell’esistenza, trappole che ci attirano e ci strattonano con violenza da una parte o dall’altra, nuvole di fumo che annebbiano la nostra vista e indeboliscono la nostra capacità di comprensione di un mondo sempre più complesso e articolato ma, in effetti, sempre più povero di senso. È incredibile quanto siamo diventati bravi a parlare omettendo costantemente l’essenziale, come se non avessimo più nulla di significativo e autentico da dirci.

In un mondo siffatto, dove ogni cosa tenta di appiccicarsi addosso un senso solo per vendersi meglio, dove tutto pretende un significato che in realtà non possiede, il dialogo filosofico s’impone, allora, come uno strumento fondamentale per fare un po’ di ordine e chiarezza nel tentativo di riappropriarsi del proprio spazio, del proprio tempo e della propria quotidianità, e per trovare quelle coordinate indispensabili al fine di trasformare il naufragio nel quale siamo coinvolti giornalmente nel nostro proprio autentico viaggio.

Ecco che, in tutta questa apparente povertà di spirito nella quale ci troviamo immersi, l’attitudine filosofica può davvero permetterci di abitare il mondo senza subirlo passivamente e può aiutarci a condurre la nostra vita da uomini liberi, che smettono di farsi trascinare forzatamente avanti, come prigionieri ribelli i quali, nel tentativo di spezzare le proprie catene e fuggire verso la libertà, ahimè finiscono in celle sempre più anguste, scomode e soffocanti.

Insomma: proprio (e quasi paradossalmente) nell’era della comunicazione mediale e della globalizzazione, dove tutti possono potenzialmente comunicare con tutti in ogni singolo istante, abbattendo al tempo di un solo click le barriere dello spazio, oltre a quelle del tempo, il dialogo filosofico risulta un’esperienza controtendenza, e in tal senso inattuale, ma per lo stesso motivo profondamente urgente e, dunque, appunto per questo, più attuale che mai.


Andrea Modesto
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6 novembre 2016

Mito e sviluppo personale

Mito e sviluppo personale

“Ammiro molto lo psicologo Abraham Maslow; tuttavia, in uno dei suoi libri, ho trovato una specie di scheda di valori per i quali le persone vivono, definiti sulla base di una serie di esperimenti psicologici. Tali valori sono: sopravvivenza, sicurezza, relazioni personali, prestigio, sviluppo personale. Mi sentivo così strano, a leggerla, senza capirne la ragione… finché non ho capito che questi sono esattamente i valori che la Mitologia trascende.
La sopravvivenza, le relazioni personali, il prestigio, lo sviluppo personale, nella mia esperienza, sono esattamente i valori per cui una persona ispirata dal proprio Mito non vive. Essi hanno a che fare con gli aspetti biologici compresi dalla coscienza. La Mitologia inizia là dove parte la follia. Una persona davvero dedicata ad una chiamata, ad una missione, ad un credo, sacrificherà la propria sicurezza, persino la vita, le relazioni personali, il prestigio, non penserà neanche al proprio sviluppo personale; si abbandonerà completamente al proprio Mito. I cinque valori di Maslow sono i valori per cui vive chi non ha nulla per cui vivere.

Sono parole di Joseph Campbell, il celebre autore di “Le Maschere di Dio” (The Masks of God, 1959-1968) di cui consiglio vivamente la lettura a chiunque sia interessato a capire quali sono le cose che noi esseri umani abbiamo tutti in comune (è tradotto in Italia da Mondadori). Di mio solo una piccola aggiunta: Campbell non rileva, per lo meno qui (non riesco a ritrovare la fonte, credo sia L’eroe dai mille volti) che  ciò che limita il pensiero di Maslow è l’approccio individualista. Il mito ci collega a ciò che non siamo (e dunque siamo), a ciò che lui chiama follia e che per me altro non è che la partecipazione che ci lega gli uni agli altri (il che ha in effetti a che fare con la follia: come diceva Mallarmè “Io è un altro”, che sia detto con ironica umiltà, fu il titolo della mia tesi di laurea). Inoltre, a completamento, invito a chiedersi cosa c’entri con tutto questo questa massima di Martin L. King, che riprende a sua volta una lunga tradizione sapienziale, etica, civile, politica e filosofica: “Se un uomo non scopre ciò per cui può morire, non sa vivere”.


Paolo Cervari


Il post è apparso per la prima volta nel blog di Paolo Cervari sul sito www.cervari-consulting.com
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Augusto Cavadi, "Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità"

Augusto Cavadi, Mosaici di saggezze.
E’ possibile vivere una spiritualità slegata da una fede religiosa? Che ruolo ha la filosofia nella ricerca di una tale spiritualità? Quali contributi ci offrono in proposito i filosofi antichi e moderni? In Mosaici di saggezze (Diogene Multimedia, Bologna, 2015, € 25,00) Augusto Cavadi risponde in modo esauriente a tali interrogativi, affermando che la spiritualità non è prerogativa solo delle religioni e che il pensiero filosofico ha le carte in regola per illuminare i percorsi di saggezza dell'umanità. Per quantità e qualità della materia trattata, il lettore ha in mano un libro assai ricco e complesso: se ne suggerisce perciò una lettura lenta e meditata, la più adatta a gustare e ‘digerire’ appieno le molteplici riflessioni che il testo contiene; riflessioni che l’autore intreccia comunque con brillante maestria, consentendo di fruire appieno della robusta poliedricità dell’opera grazie a una esposizione chiara e scorrevole.

Vinto il timore reverenziale verso un testo impegnativo sì, ma sicuramente alla portata di uomini e donne che, alla ricerca di un senso della vita e del mondo, non si sottraggono alla fatica del pensare, Mosaici di saggezze si rivela un libro necessario, addirittura di "servizio", perché, pur senza pretendere la palma dell'originalità, colma una lacuna nel panorama filosofico: recupera infatti alcuni filoni spirituali della filosofia occidentale e traccia le linee essenziali di una possibile - multiforme e intrinsecamente inesauribile - spiritualità filosofica. Operazione possibile perché l'autore - alla maniera socratica "filosofo di strada" senza steccati e senza frontiere - è capace di spaziare laicamente nell’universo delle riflessioni incarnate nel tempo dai singoli pensatori, costruendo ponti e connessioni tra le diverse 'offerte' spirituali. Perché è proprio l’esercizio del pensiero a rendere possibile una spiritualità, anzi un mosaico di saggezze e di spiritualità, a patto che, sottolinea l'autore "ci riconciliamo con la costellazione dei termini imparentati con il vocabolo 'spirito' (...) e restituiamo al termine ... la sua costitutiva polifonicità (...): ciò che noi siamo nel nucleo più intimo e ciò che possiamo diventare al culmine della nostra fioritura". Così intesa, la spiritualità non può che essere di per sé inclusiva; e la filosofia "non può sottrarsi al compito cui sembra chiamarla l'epoca storica che attraversiamo: vigilare criticamente contro ogni travestimento perverso dello spirituale, (...) ma anche contribuire in positivo alla rinascita e diffusione di un’autentica dimensione spirituale dell’esistenza personale e collettiva".

Non è facile condensare in poche righe la straordinaria ricchezza del testo: Mosaici di saggezze fornisce utili riflessioni sul senso della filosofia oggi, "l’amica ritrovata" che serve a non dare nulla per scontato ed è il miglior antidoto ai diversi fanatismi; evidenzia le connessioni inscindibili tra filosofia, etica e politica, ribadendo il legame tra la riflessione filosofica sulla vita individuale e l’azione sociale e politica e indicando nell’ortoprassi il fine ultimo della ricerca filosofica; ci offre poi un'analisi illuminante sulla svolta pratica della filosofia e un'ampia disamina sulla sua valenza intrinsecamente spirituale e terapeutica; ancora, nei capitoli "Costellazioni della modernità" e "Costellazioni della contemporaneità", il libro propone imperdibili approfondimenti sulla spiritualità di pensatori del calibro di Giordano Bruno, Pascal, Montaigne, Feuerbach, per citarne alcuni, e, tra i contemporanei, Ellul, teorico della decrescita, Hans Jonas, Gadamer ed Edgar Morin: proprio Morin ci esorta, tra l'altro, a "implementare ogni politica con generose doti di etica e ogni etica con forti iniezioni di spiritualità".

Il testo infine, non a caso scritto in prima persona, riesce persino a com-muoverci, perché le sue pagine toccano profondamente la nostra mente e il nostro cuore, attraverso una sorta di costante e feconda risacca filosofico/esistenziale. E allora: la spiritualità filosofica ci salverà? Luc Ferry afferma che compito ultimo della filosofia è comunque il riconoscimento del suo limite: "L’amore della saggezza deve in un certo senso eclissarsi per dare spazio ... alla saggezza stessa. Essere saggio (...) è semplicemente  vivere con saggezza, il più possibile liberi e felici, riuscendo infine a vincere le paure che la finitezza ha suscitato in noi". E Cavadi gli fa eco, suggerendo l’abbraccio felice tra amore e filosofia: "La filosofia può salvare dal non-senso solo se si prende sul serio la sua valenza esistenziale, mistica (...) ma in questo vissuto non può mancare l’esperienza dell’amore. La filo-sofia è completa solo se è anche sofo-filia. (...) Nessun amore della sapienza è veramente tale se non, anche, sapienza dell’amore".


Maria D’Asaro


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1 novembre 2016

Manuale per Vip: tre risposte di Augusto Cavadi

Filosofia per la vita: Augusto Cavadi risponde a Bruno Vergani.
Alle tre domande poste da Bruno Vergani (vedi post precedente in questa stessa rubrica "Manuale per Vip") è seguito sin ora un rapidissimo commento di Paolo Cervari. In attesa che altri vogliano interloquire mi pare cortese proporre qualche altra considerazione.

La prima domanda di Bruno era: «Nel pensiero l’eccessiva composizione può produrre decomposizione?». Forse influenzato dalla fatica di tenere a bada la mia tendenza caratteriale a “comporre” poco i miei pensieri, a procedere più intuitivamente che analiticamente, risponderei: «No di certo!». Quando rileggo i miei scritti molto spesso mi pento di averli poco meditati, poco argomentati, poco documentati. E allora vorrei ritrovarmi nel detto di Heidegger secondo cui ogni grande pensatore in fondo pensa, per tutta la vita, un solo pensiero. Ciò assodato, devo subito aggiungere che conosco molte persone che riflettono tanto su una questione da non arrivare mai a esporre una propria opinione. In questi casi non è in atto un approfondimento fruttuoso quanto uno sterile arrovellamento. Una cosa è la serietà di chi pondera, anche molto a lungo, i pro e i contra di una tesi; tutta un’altra cosa è l’orgoglio smisurato di chi si rode nell’insicurezza per il timore di essere confutato (e dunque finisce nell’evitare di pronunziarsi, sia pur ipoteticamente).

La seconda domanda di Bruno è strettamente legata alla prima: «Quale il rapporto della filosofia - in primis quella ‘pratica’ - con l’erudizione?». E’ una questione alla quale l’associazione “Phronesis” ha provato a rispondere con un intero volume a più mani, curato da Maria Luisa Martini, Filosofie nella consulenza filosofica (Liguori, Napoli 2013). Nel titolo del mio contributo ho sintetizzato ciò che molti di noi riteniamo in proposito: “C’è ma non si vede (specie se è di buona qualità)”. Il soggetto (sottinteso) della frase è l’erudizione o, meglio, la conoscenza dei testi fondamentali della storia della filosofia da Platone ai nostri contemporanei. A mio avviso ogni filosofo, dunque anche i filosofi-in-pratica, devono alimentarsi quotidianamente alla fonte dei grandi maestri: ma di queste conoscenze non devono fare bella mostra, devono tenerle per così dire nel proprio retroterra mentale. Decisiva non è la prontezza nel citare, in greco o in tedesco, la frase letterale, bensì la freschezza delle proprie intuizioni. Su questo aspetto, originariamente platonico, Giorgio Giacometti ha di recente scritto un intero volumone edito da Mimesis: Platone 2.0. La rinascita della filosofia come palestra di vita. Ma mi accorgo che ho già citato due testi in poche righe: troppi! Mi fermo per non cadere anch’io nell’eccesso di erudizione…

Con la terza domanda («Kant vedeva il soggetto, l’Io, come legislatore dei fenomeni. Tutto il potere al soggetto?») Bruno apre una questione talmente radicale da non potersi certo esaurire in poche battute. Suppongo che in questo nostro blog potrà essere ripresa più volte e in maniera più articolata. Dico solo che Kant ci ha ricordato di essere un filtro selettivo di ciò che ci circonda e ci raggiunge: perciò ci ha segnalato, contestualmente e inseparabilmente, il nostro “potere” ma anche il nostro limite. Siamo gli artefici del nostro sapere, ma proprio perché è soltanto il “nostro”: per dirla con Shakespeare, ci sono più cose in cielo e in terra di quanto ne contenga il nostro Io penso.


Augusto Cavadi
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30 ottobre 2016

Il dilemma morale originario

Dilemma

Sei in una una grande sala piena di computer ronzanti. E’ tutto bianco. Davanti a te c’è un omino dalle fattezze anodine, coi baffetti e un atteggiamento vagamente mefistofelico. La sua voce è suadente, lievemente tentatrice. Ti porta davanti a una consolle dove campeggiano, senz’altra apparecchiatura o strumentazione, due grandi pulsanti, uno giallo e uno blu. “Dunque” dice l’omino “se schiacci il pulsante giallo, muori tu. Se schiacci il pulsante blu, muoiono tutti gli altri esseri umani, tranne te. In un caso, se decidi di morire tu, il mondo non cambierà in nulla, tranne che per il fatto che tu non ci sarai più. Se schiacci il pulsante blu, invece, come ti ho detto, moriranno tutti, me compreso, naturalmente e, giusto per non farti vagheggiare comode vie di uscita, verrà distrutto qualsiasi materiale genetico umano immagazzinato ovunque. Insomma non potrai riprodurti o riprodurre esseri umani. Vivrai in completa solitudine e poi alla fine della tua vita, il genere umano sarà per sempre del tutto estinto. Bene… cosa scegli?

Questo post è comparso tempo fa sul mio blog di cui a www.cervari-consulting.com, ma si chiudeva così, in modo un po' criptico. Oggi vorrei invece commentarlo un poco. Devo dire che a me sembra del tutto evidente quanto esprimerò, ma da esperienze fatte mi è parso di capire che non tutti condividono con facilità il mio pensiero. Il punto è questo: se io sono morto... sono morto, e questo non è certo bello; ma se io sono vivo e sono solo, in realtà la mia vita è un inferno; e per di più, nel caso che io scelga la mia vita contro quella di tutto il resto del genere umano, io avrò anche un ulteriore responsabilità: avrò cioè sterminato l'intero genere umano.
Ora io credo che a meditare sulle conseguenze delle due possibilità non si possa che scegliere quella in cui muoio io. Quando ho pensato a fondo per la prima volta a questo dilemma (che, devo dire, credo di avere inventato io stesso) mi sono ritrovato a un certo punto a piangere perché avevo capito in modo profondo e finalmente esperienziale come e perché noi siamo legati gli uni agli altri e non siamo nulla senza gli altri, e come e perché è possibile - e infatti accade - che a volte alcuni si sacrifichino per gli altri, anche a costo della propria vita.
Le neuroscienze oggi ci parlano molto di empatia e pare ci abbiano dimostrato che noi siamo ed esistiamo già originariamente e biologicamente connessi e collegati gli uni agli altri mediante quelli che sono ormai comunemente noti come i "neuroni specchio". Forse questa è la ragione. Ma anche senza questa ragione resta che io sento come intollerabile conservare la vita a costo di quella dell'umanità. Sarei felice di potere morire, in quel caso.
Semmai è stupefacente che vi siano persone che scelgano di restare in vita: io ne ho incontrate nel corso di lavori con gruppi e nelle consulenze con singole persone (a cui a volte propongo il dilemma). E ogni volta ho trovato la posizione scarsamente argomentata se non a partire da una dichiarazione di egoismo che mi sembrava più frutto di insensibilità e scarsa immaginazione che fondata su una vera capacità di predare una specie intera, la propria, per rimandare di qualche anno la propria morte.
Tant'è, non siamo tutti uguali.


Paolo Cervari
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29 ottobre 2016

La consulenza filosofica

Gerd B. Achenbach
Gerd B. Achenbach
Che cos’è la consulenza filosofica? Nata nel 1980 per iniziativa di Gerd Achenbach è un dialogo di chiarificazione, analisi e orientamento che utilizza gli strumenti della ragione e della logica, del pensiero critico e della riflessione sulla propria esperienza per affrontare i problemi della vita. Può essere utile per affrontare un dilemma, per effettuare una scelta, per gestire un disagio esistenziale, per chiarire la propria visione del mondo, per indagare presupposti e conseguenze di azioni che si vogliono compiere. Nel corso del dialogo il filosofo consulente non ha il compito di dare le risposte, ma piuttosto di mettere il consultante in condizione di trovare da sé le soluzioni migliori per lui. Il filosofo consulente, infatti, non ha idee preconcette, è aperto e al servizio del consultante per esplorare insieme a lui le questioni che gli stanno a cuore e dunque sviluppa analisi, formula ipotesi, confronta diverse possibilità, propone sintesi, apre scenari, riduce la complessità. In pratica fa quello che hanno sempre fatto i filosofi, soprattutto nell’antichità: aiuta le persone a trovare la strada per vivere meglio. Infine va detto che la consulenza filosofica si rivolge a chiunque e per usufruire di una consulenza filosofica non è affatto necessario conoscere la filosofia: ogni persona può riflettere su di sé usando gli strumenti del pensiero. Anzi, di solito lo facciamo tutti... solo che un filosofo consulente può aiutare a farlo meglio.


Paolo Cervari
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Bruno Vergani su "Manuale per Vip"

Bruno Vergani su Manuale per Vip
Sono molto contento di ricevere una prima ‘reazione’ all’esordio della nostra rubrica Manuale per Vip. La invia un amico, caro e stimato, che molti di noi conosciamo già per il suo blog www.brunovergani.it: Bruno Vergani (erborista brianzolo trapiantato da decenni a Ostuni). Egli pone a me, ai filosofi consulenti titolari di questo blog e ai lettori tutti tre questioni.

«Constato che più si vuole enunciare, e ancor di più scrivere, un pensiero che risulti vero, razionale e obiettivo, più occorre estesa premeditazione e prolungata costrizione così da dettagliare rigorosamente, convenzionalmente, esaurientemente, ogni particolare dall’inizio. Sarà anche necessario ricominciare ogni tematica ripartendo dall’inizio, fermandosi a lungo in tale cella di rigore per considerare tutte le connessioni e ogni conseguenza prodotte dal personale pensiero, come pure ciascun corollario e di tutto questo riportare meticolosamente gli autori che hanno affrontato o toccato la tematica, nonché attardarsi per anticipare risposte alle innumerevoli potenziali obiezioni degli interlocutori. Ineccepibile, eppure in natura l’andare troppo per le lunghe è condizione ottimale per la produzione di muffe.

Prima domanda: nel pensiero l’eccessiva composizione può produrre decomposizione? Riguardo l’esattezza dei dati Claudio Magris affermava: «Un'onesta e fedele divulgazione è la base di ogni seria cultura, perché nessuno può conoscere di prima mano tutto ciò che sarebbe, anzi è necessario conoscere». Bene la divulgazione e anche l’erudizione, più problematico l’invito di Magris a onorare l’apprendimento, di seconda mano, del “necessario conoscere”: nella Biblioteca del Congresso ci sono 28 milioni di libri - parziale espressione dello scibile umano - quali e perché “è necessario conoscere”? Puntuale l’invito di Magris, eppure, in quel "necessario" permane qualcosa di non risolto, di autoritario, di forzato, di insidioso. La cultura non può essere ridotta a un corredo di cognizioni da apprendere per decreto, a standard di erudizione imposta.

Seconda domanda: quale il rapporto della filosofia - in primis quella “pratica” - con l’erudizione?

Terza domanda: Kant vedeva il soggetto, l’Io, come legislatore dei fenomeni. Tutto il potere al soggetto?»

Mi pare che ci sia abbastanza materiale per riflettere e, dopo, per interloquire con il nostro Bruno.


Augusto Cavadi
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23 ottobre 2016

Ma anche gli atei vivono una spiritualità?

Augusto Cavadi

Se chiediamo in giro cosa s’intenda con la parola spiritualità registriamo, molto probabilmente, una miriade di risposte differenti. Proprio perché ognuno di noi dà allo stesso vocabolo un significato particolare ogni conversazione sul tema resta pregiudicata in partenza: così ci sarà chi parlerà di crisi della spiritualità e chi di rinascita, chi si rattristerà del tramonto della spiritualità nella società contemporanea e chi se ne rallegrerà, chi dirà di sentirsi più leggero da quando ha abbandonato ogni preoccupazione spirituale e chi dirà di essere tornato dopo molti anni alla ricerca della spiritualità... Ora, che ci sia una varietà di opinioni è legittimo; ma questa varietà è arricchente, e non sterile e stancante, solo se è davvero diversità di idee e non, invece, semplice gioco di equivoci dovuto a un uso poco attento dei termini.
Se proviamo a raccogliere le diverse accezioni semantiche del vocabolo spiritualità in alcuni ceppi potremmo individuarne almeno tre.
In un primo senso, molto diffuso in Paesi come l’Italia di antiche tradizioni cattoliche, spiritualità è sinonimo di pratica ecclesiale. Di una persona che va spesso in chiesa, che frequenta i sacramenti, che prega abitualmente…si dice che viva una forte spiritualità. Non mi stupirei che la formula si usasse anche in Europa orientale per i fedeli ortodossi o in Europa continentale per i fedeli protestanti; o anche per musulmani praticanti nei Paesi di tradizione islamica o per gli ebrei nelle varie comunità sparse nel mondo.
Questa equazione (spiritualità = pratica ecclesiale) viene sempre più spesso messa in crisi dalla constatazione che, anche fuori dagli ambienti confessionali, esistono uomini e donne che – pur non aderendo a una comunità religiosa ebraica, cristiana o islamica – dimostrano un forte senso di religiosità naturale. Questa constatazione ci induce a individuare un secondo significato della parola spiritualità intendendolo come sinonimo di religiosità (non necessariamente di pratica ecclesiale). E’ l’atteggiamento interiore, ma anche esteriore, di chi ha un vivo senso della sacralità dei monti e delle acque, delle piante e degli animali, delle persone umane specie quando sono sofferenti, emarginate o sfruttate. Come negare che chiunque percepisca l’universo in cui siamo immersi come una totalità divina, se pur anonima, sia titolare di spiritualità?
Ma il quadro non sarebbe completo se ci fermassimo a queste prime due equazioni (spiritualità = pratica ecclesiale, e spiritualità = religiosità naturale). La storia dell’umanità e l’esperienza planetaria attuale ci mettono al cospetto di un altro genere ancora di persone. Sono uomini e donne che, pur non riconoscendosi in una religione istituzionale e pur non avvertendo neppure un vago senso di religiosità cosmica, hanno una vita interiore (intessuta di silenzio, di riflessione, di attenzione, di contemplazione della bellezza…) che traspare nei loro gesti abituali (garbati, rispettosi, sensibili ai bisogni e ai desideri altrui…) e più ancora nelle opzioni di fondo della loro esistenza (concentrata su grandi obiettivi politici come il pacifismo, la nonviolenza, la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata…). Queste persone sono prive di spiritualità solo perché prive di senso religioso naturale e, più ancora, di fede in senso confessionale e istituzionale? Sarebbe davvero scorretto affermarlo. Ecco perché la realtà effettiva ci impone di individuare un terzo significato almeno di spiritualità come sinonimo di vita piena, di “fioritura” della persona (come ama dire Martha Nussbaum). In questa prospettiva, per così dire ‘laica’, c’è abbastanza spazio per tutti: anche per una spiritualità atea.
Capisco che non è agevole usare ogni volta un sostantivo (nel nostro caso “spiritualità”) a patto di coniugarlo immediatamente, di volta in volta, con un aggettivo (nel nostro caso: o “confessionale” o “religiosa” o “laica”). Per questo ormai da anni, in vari scritti (e soprattutto in Mosaici di saggezze. Filosofia come antica nuovissima spiritualità) , suggerisco – con qualche piccolo risultato, ma ancora davvero piccolo – di adottare, per maggiore chiarezza, tre vocaboli differenti:

a) fede confessionale (per esempio ebraica, cristiana o islamica): Pascal o Manzoni o Bach o Galileo Galilei potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva
b) religiosità naturale (o cosmica): Spinoza o Foscolo o Beethoven o Albert Einstein potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva
c) spiritualità laica (o basica): Feuerbach o Leopardi o Mozart o Margherita Hack potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva (la Hack, in particolare, era tanto schietta e simpatica nelle sue proclamazioni di ateismo che qualcuno ben informato sostiene che, dopo la sua morte, Dio stesso – ammirato – per non darle dispiaceri abbia fatto finta di non esistere).

Se questo dizionarietto fosse condiviso sarebbe più facile confrontarsi nelle discussioni tra due o più interlocutori, evidenziando ciò che davvero ci divide senza lasciarci confondere da inesattezze linguistiche (che spesso tradiscono imprecisioni concettuali). E in una di queste discussioni la mia, personale, prima tesi sarebbe: che nessuna fede confessionale è autentica, attendibile, se non presuppone una religiosità naturale; ma, a sua volta, nessuna religiosità naturale è autentica, attendibile, se non presuppone una spiritualità laica. Il mondo è pieno di fedeli, convinti ed entusiasti aderenti a chiese e movimenti più o meno ufficiali, che non dimostrano nessun senso del sacro: come non considerarli dei poveri bigotti, dannosi a sé e all’umanità? Non mancano, però, neppure soggetti che hanno una viva religiosità cosmica (dimostrandosi attenti a tanti aspetti della natura) ma che, per un verso o per un altro, si rivelano monchi e zoppicanti, a causa di un’insufficiente coltivazione delle loro potenzialità spirituali: non saranno pericolosi come i bigotti, ma la loro incidenza storica è molto minore di quanto potrebbe (e dovrebbe) essere se non si accontentassero di un sentimento spontaneo del sacro e si preoccupassero di diventare in pienezza ciò che sono in abbozzo.

(Dedico queste note al gruppo di ricerca filosofica di Pinerolo, orientato da Luisa Sesino: le ho infatti preparate in vista dell’incontro del 19 ottobre 2016 e poi riviste dopo gli apporti ricevuti).


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21 ottobre 2016

"Spiritualità laica" - Sabato 22 Ottobre 2016, Torino


Presentazione della giornata di spiritualità a cura del Gruppo Spiritualità Amici della F.A.R.O., che si terrà Sabato 22 Ottobre 2016 (ore 13 - 17) presso "Vol.To", Via Giolitti 21, Torino.

SPIRITUALITA' LAICA

Dopo le diverse occasioni in cui ci siamo chiesti cosa significasse spiritualità al cospetto della morte (e della vita) per i nostri ospiti - e noi stessi - credenti nelle diverse religioni (cattolica, islamica, buddhista, …), ci chiediamo ora cosa significhi (o possa significare) spiritualità per tutti coloro che si professano semplicemente “esseri umani”: laici, atei, agnostici, scettici o indifferenti. Così come per tutti gli esploratori di terreni di confine che prendono sul serio le religioni senza aderire a nessuna di esse; per coloro che si confrontano con il dialogo interreligioso; per coloro che si interrogano e basta; per coloro che hanno smesso di farlo; per coloro che provano a evitare una china sincretistica; per coloro che non smettono di cercare non rinunciando alla propria esperienza e dimensione critica, pur immalinconiti dal sentirsi “esodati dal divino”; per coloro che cercano la strada della spiritualità in una vita meditativa, simbolicamente “autentica”.
Nel corso della giornata ci chiederemo cosa significa spiritualità non religiosa (laica), una spiritualità al di fuori dell’adesione a un credo e al di fuori di una comunità di coloro che hanno fatto una professione di fede; ci faremo sollecitare a pensare a un diverso volto della vita dello spirito e dell’anima, provando a dare un nome alle forme e alle manifestazioni che possono assumere le strade di una ricerca spirituale “oltre l’oltre”, al di fuori dei cammini consolidati dalle diverse chiese. E alle conseguenze di queste posizioni nel momento del distacco dalla vita: quali parole veicoliamo a fronte di domande di spiritualità “altra”? Quali le cerimonie, i riti e le ritualità “irrituali”?

La giornata si propone i seguenti obiettivi:
1) far assumere a noi volontari e agli operatori consapevolezza della relatività sociale/culturale delle nostre opzioni religiose o spirituali (riconoscerle, nell’ottiche di tenerle per sé, sapendo fare “epochè” difronte al morente e ai suoi famigliari, qualora diverse dalle proprie) e dell’esistenza di una spiritualità “altra” (ugualmente ricca e importante per la vita delle persone, e per i modi della loro morte), rispetto a quella espressa da chi si professa membro di comunità religiose monoteistiche confessionali e tradizionali;
2) riflettere sulla nostra competenza nell’avvicinarci ai morenti in termini rispettosi delle loro visioni spirituali qualora diverse dalle nostre;
3) arricchire la nostra vita interiore e cercarne le possibili strade, riflettendo sulla necessità umana di coltivare la spiritualità e la “mente-cuore”, anche a prescindere dalle religioni.

Ci aiuteranno a far ciò:
Augusto Cavadi, filosofo-consulente (“Phronesis”) di Palermo, ideatore delle “Vacanze filosofiche per non…filosofi” e delle “Domeniche di chi non ha chiesa”. E’ autore del volume Mosaici di saggezze. La filosofia come nuova antichisisma spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2015.
Daniele Degiorgis e Flaviana Rizzi, rappresentanti della UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti: www.uaar.it).
Luisa Sesino, filosofa-consulente di Pinerolo (Torino). Ha un’esperienza pluridecennale di lavoro con medici, operatori sanitari, psicologi e malati in varie città d’Italia.

Nel corso della giornata il linguaggio poetico ci aiuterà a dire cosa è “spiritualità” attraverso la lettura di alcuni componimenti, in piccoli intermezzi, a cura di Grazia Colombo e Claudia Piccardo.

Programma
Ore 13,00 - 13,45- Accoglienza
- Introduzione alla giornata
a cura del Gruppo Spiritualità Amici della F.A.R.O.
Ore 13,45 - 14,45- Relazione "Prima delle (o senza le) religioni: una spiritualità per i laici?"
a cura di Augusto Cavadi
Ore 14,45 - 15,45Relazione “Spiritualità atea”
a cura di due rappresentanti dell’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti), Daniele Degiorgis e Flaviana Rizzi
Ore 15,45 - 17,00- Suggestioni dalla mattinata e discussione in gruppo: “Storie ed espressioni di spiritualità laica nell’accompagnamento di morenti e familiari laici”
a cura di Luisa Sesino

Chi volesse partecipare a questo momento di riflessione dovrebbe preannunziare la sua presenza con l'invio di una semplice mail a patrizia.rosso@fondazionefaro.it (specificando che si tratta di amica/amico di Augusto Cavadi).
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18 ottobre 2016

Psicoterapie. Un manualetto di orientamento alla scelta

Lia Cucinotta, Psicoterapie. Un manualetto di orientamento alla scelta, Diogene Multimedia, Bologna 2016, pp. 102, euro 5,00.

PERCHÉ QUESTA BREVE GUIDA ORIENTATIVA?

Psicoterapie. Un manualetto di orientamento alla scelta
A tutti noi capita, prima o poi, di far ricorso ad uno psicoterapeuta. O per noi stessi o per qualche persona cara. Già anni fa sono stato colpito dai risultati di una mia piccola indagine: la quasi totalità dei conoscenti si era rivolta a un certo psicoterapeuta, anziché a un altro, solo per caso. Ammesso (e non sempre concesso) che l’aspirante paziente fosse in grado di circoscrivere l’ambito professionale degli psicoterapeuti (senza confonderli né con i neurologi né con gli psichiatri né con i counselors psicologici né con altre categorie similari), rivolgersi a un determinato  studio era stato conseguenza non di una vera e propria scelta bensì di fattori del tutto occasionali: uno era andato dal professionista più vicino a casa, un’altra dall’ex compagno di classe, un altro ancora si era fidato di un certo annunzio pubblicitario...
Ovviamente questi criteri (o non-criteri) di opzione sono tra le cause più frequenti di delusione: come lo sarebbero se fossero applicati anche nella scelta di un avvocato, senza stare troppo a sottilizzare se è civilista, penalista o tributarista. Se si sceglie lo psicoterapeuta o l’avvocato più adatto alle nostre esigenze non è detto che si resti necessariamente soddisfatti: ma, almeno, si riducono  i motivi di insoddisfazione.
Come insegnante di filosofia, e come titolare di uno studio di consulenza filosofica, mi capita quasi ogni giorno di ascoltare confidenze e richieste di aiuto. In alcuni casi capisco che si tratta d’interlocutori che cercano qualcuno con cui confrontarsi dialetticamente, in grado non di dare risposte definitive o ricette di vita, bensì di stimolare la capacità di analisi razionale e di chiarificazione esistenziale: e sono i casi in cui ritengo di potermi assumere la responsabilità di una relazione professionale. In qualche altro caso intuisco che la persona che ho davanti vive una propria dimensione religiosa ed ecclesiale; che non vuole mettere in discussione i fondamenti della sua visione del mondo, ma soltanto affrontare dei dilemmi etici o dei dubbi teologici: perciò la indirizzo a qualcuno dei consiglieri spirituali (preti cattolici o pastori protestanti) della cui competenza mi fido.
Tutto mi riesce più difficile quando, in base alla formazione in scienze psicologiche (sono stato anche ordinario di queste discipline nelle scuole secondarie superiori), mi sembra che l’interlocutore abbia l’esigenza non soltanto di una consulenza filosofica o di un’assistenza teologica, bensì anche (o soprattutto o più urgentemente) di un aiuto terapeutico. Dove indirizzarlo?

• In alcuni casi, quando a occhio mi pare che siano prevalenti i fattori fisiologici del malessere, provo con qualche neurologo.
• In altri, quando ho il sospetto che si tratti di alterazioni più gravi dell’organismo – in particolare delle funzioni cerebrali – indirizzo verso psichiatri (o neuro-psichiatri che sapranno, molto meglio di me, diagnosticare le origini e il livello dei disturbi del paziente).
• In molti casi, però, il racconto delle sofferenze mi orienta verso professionisti esperti – più che in approcci farmacologici e strumentali – in psicoterapia. Che cercano di curare le turbe psichiche mediante la comunicazione e la relazione, puntando soprattutto sull’efficacia evocativa, esplorativa e lenitiva, della parola.

Esperti in psicoterapia, va bene: ma su quali presupposti teorici, mediante quali metodologie, con quali esperienze specifiche?  Che siano analisti del profondo (di orientamento freudiano, junghiano o adleriano) o che prediligano l’approccio cognitivista è esattamente equivalente? Che abbiano affinato le competenze lavorando con coppie di adulti in difficoltà sessuale oppure con bambini autistici è indifferente? Certo la psiche non si lascia suddividere in settori e in sottosettori: se un chirurgo ortopedico specialista in ginocchi è capace di operare a una spalla, a maggior ragione uno psicoterapeuta esperto in deliri mistici saprà orientarsi con un paziente affetto da fame compulsiva. Tuttavia... se possibile, ognuno di noi preferirà bussare allo studio di un ortopedico specialista in spalla o di uno psicoterapeuta specialista in fame compulsiva se è in quell’ambito determinato, della corporeità o della psiche, che ha bisogno di cure.
Proprio per offrire un primo, semplice ma affidabile, strumento di orientamento a chi è alla ricerca consapevole di un sostegno terapeutico (per sé o per persone di cui si è in qualche modo responsabili) ho invitato la mia amica Lia Cucinotta, orientatrice e formatrice di Messina, a redigere una mappa, generale e propedeutica, delle diverse scuole di psicoterapia in Italia. Ella ha investito la sua duplice competenza di specialista in Psicologia di comunità (master biennale Aspic di Roma), quanto ai contenuti, e di laureata in Lettere classiche, quanto allo stile comunicativo. A me pare che abbia assolto felicemente il compito, ma l’ultima parola spetterà ai lettori che avranno utilizzato questa guida tanto rara quanto necessaria.


Augusto Cavadi
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4 ottobre 2016

"La filosofia come liberazione" - Martedì 18 ottobre 2016, Pinerolo (Torino)


Martedì 18 ottobre 2016 (ore 21 - 23) a Pinerolo (Torino) si terrà un incontro con Augusto Cavadi su "La filosofia come liberazione", presso il salone del Circolo Sociale (via del Duomo 1) organizzato dalla Comunità di base "Viottoli", dal Circolo dei Lettori e dall'Arci.
Il tema della serata prende lo spunto dal suo recente volumetto Filosofare in carcere. Un'esperienza di filosofia-in-pratica all'Ucciardone di Palermo (Diogene Multimedia, Bologna 2016, pp. 70, euro 5,00), in cui rilancia alcuni interrogativi sul sistema carcerario italiano scaturiti dagli incontri che da due anni intrattiene con detenuti della sua città.
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2 ottobre 2016

Manuale per Vip

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa!
Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza": perché vorrei conversare (specialmente con l'aiuto di chi di voi vorrà scrivermi) su un interrogativo ben più interessante di cosa facciano i personaggi pubblici ritenuti, a torto o a ragione, importanti. Vorrei riflettere insieme su una domanda che riguarda la persona più importante per ciascuno di noi: se stesso. L'unica di cui, alla fin dei conti, abbiamo la responsabilità; l'unica sulla cui sorte possiamo decidere ed incidere.
L'idea mi è venuta leggendo degli articoli recenti in cui grandi economisti e politici si dicevano insoddisfatti dell'abitudine, ormai consolidata, di misurare gli Stati del mondo in base al loro Pil ("Prodotto interno lordo"). Già nel 1968, in un celebre discorso, Robert Kennedy (uno dei fratelli del presidente John Kennedy e come lui assassinato per ragioni politiche) aveva espresso le sue critiche: "Non possiamo misurare i successi del Paese sulla base del Pil, che comprende l'inquinamento dell'aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalla carneficina del fine settimana". Più recentemente è stato il presidente francese Nicolas Sarkozy a incaricare una commissione di illustri economisti di vari Paesi di preparare un nuovo modo di misurare la qualità della vita: tenendo conto non solo il "prodotto interno lordo pro-capite", ma anche altri fattori (la durata media della vita, il livello medio dell'istruzione scolastica, l'uso dei telefoni cellulari, la libertà di stampa, i crimini denunziati alla polizia, l'inquinamento ambientale, le diseguaglianze fra i redditi mensili). La proposta, insomma, è di passare dal Pil al Bil ("Benessere interno lordo").
Probabilmente con gli strumenti della sociologia e della statistica non si può fare di più. Ma in questa rubrica vorremmo provare ad andare oltre i numeri generali. Prima di tutto perché, com’è arcinoto, ingannano: se un direttore dei lavori si reca al ristorante due volte al giorno e il manovale mangia panino e coca-cola, risulta che chi lavora in un cantiere mangia - in media - una volta al giorno al ristorante. Secondariamente perché, al di là delle statistiche anonime, ci interessano i volti e le storie di ciascuno di noi. O, almeno, di chi voglia mettersi in gioco in prima persona: sia regalandosi dieci minuti di silenzio sia, se vuole, regalando a me ed altri lettori qualche frutto della riflessione in quei dieci minuti di silenzio.
Per fa che? Per passare non solo dal Pil al Bil, ma dal Bil al Vip: al "Vivere in pienezza". Troppo frequentemente, infatti, la nostra vita è un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Troppo spesso viviamo 'a mezzo servizio'. Troppo spesso avvertiamo che non solo non abbiamo quello che vorremmo avere, ma soprattutto non siamo quello che vorremmo essere. Ma, se vogliamo, possiamo aiutarci gli uni con gli altri: a riempire il bicchiere mezzo vuoto. A vivere la vita a pieni polmoni, 'a full time'. A incrementare il nostro ben-essere autentico, non quel 'benessere' della pubblicità e di certa propaganda politica che, piuttosto, dovrebbe avere l'onestà di chiamarsi ben-avere.


Augusto Cavadi
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17 settembre 2016

Consulenza filosofica o psicoanalisi? Un confronto tra l'essenza delle due pratiche


In un recente intervento Umberto Galimberti – noto filosofo e psicoanalista – ha affermato: “Molta gente si sposta dal mondo psicoanalitico al mondo filosofico. Non dimentichiamo che la filosofia è anche una teoria della vita, è nata soprattutto per questo”. Ma è vero?

Ci sono diverse questioni da considerare. Di certo è vero che la psicoanalisi ha molto meno successo di una volta, ed è vero pure che da qualche tempo, come dice ancora Galimberti “si è diffusa oltre alla psicoanalisi la consulenza filosofica”. Lui parla degli Sati Uniti, ma la cosa è vera anche per l’Europa, specialmente nel Nord della stessa – si sa, noi arriviamo sempre dopo: mi dicono i colleghi olandesi che ad Amsterdam una persona su tre sa di cosa si tratta quando si parla di consulenza filosofica! Ed è vero anche, inoltre, che molte persone che un tempo si rivolgevano alla psicoanalisi oggi si rivolgono alla consulenza filosofica, probabilmente perché, come la psicoanalisi, la consulenza filosofica offre la possibilità di rivedere la propria visione del mondo e di sé stessi e offre così la possibilità di una conoscenza che assume la forma di un viaggio, di una ricerca, di una scoperta continua.

D’altra parte va anche detto che la psicoanalisi e la consulenza filosofica non sono la stessa cosa, e qui si apre il dibattito. Quali sono le differenze? In primo luogo la psicoanalisi è spesso anche una psicoterapia, ma attenzione, non lo è necessariamente e anzi, secondo molti illustri psicoanalisti, tra i quali per esempio Jacques Lacan, non lo è proprio: lo scopo di una psicoanalisi non è “guarire” il paziente, che infatti Lacan chiama “analizzante”, esattamente come per il consulente filosofico il suo interlocutore è un “consultante”.

Ma allora differiscono nel metodo? Questo si, indubbiamente: la consulenza filosofica non va in cerca di qualcosa di originario, di rimosso, di ritrovabile, a meno che tutto questo non abbia a che vedere coi pensieri. Insomma, la consulenza filosofica si occupa delle idee, e se cura qualcosa, cura le idee, che possono essere anch’esse, come afferma sempre Galimberti “ammalate”. Certo, spesso i due campi possono avvicinarsi perché le idee si portano appresso anche le emozioni, gli affetti, i progetti e così via.

Per fare un esempio concreto, una giovane donna in crisi in tutti i settori della vita a un certo punto mi dice che ci sono delle cose che devono essere date per certe, come verità assolute. Non l’ho contraddetta anzi, da bravo consulente filosofico – noi facciamo un po’ come faceva Socrate – le ho chiesto, in pratica, di provare a convincermi di alcune di queste verità. Il risultato potete immaginarlo, e quando la consultante ha affermato, tra il dispiaciuto e l’indispettito, che qualcosa di assolutamente vero doveva pur esserci, io mi sono limitato a chiederle: “E perché mai?”. E di lì abbiamo affrontato quello che era il vero problema: la paura di arrischiarsi ad agire in condizioni di incertezza…

Come si vede il confine tra una consulenza filosofica e una psicoanalisi può essere labile, così come tra la consulenza filosofica e il life coaching – che per me sono più o meno la stessa cosa – anche se resta il fatto che la consulenza filosofica ha un andamento e uno stile “filosofici”, il che tradotto in soldoni significa che va alla ricerca della verità, cioè delle buone regole (o delle buone pratiche) del conoscere, dell’agire e del sentire – le quali tre ultime cose sono, per chi si ricorda qualcosa di filosofia, rispettivamente la teoretica o ragion pura, l’etica o ragion pratica e, infine, il sentire, l’estetica.

Tutto chiaro? Fino a un certo punto. C’è chi non è d’accordo. Per esempio il filosofo Franco Rella, che chiamato in causa sullo stesso argomento su cui è intervenuto Galimberti, in un’intervista ha detto, tra l’altro riferendosi a Sloterdijk, che è uno dei più interessanti filosofi contemporanei tedeschi, che il “counseling filosofico propone una serie di esercizi” che invitano a “cambiare, mutare, rinnovarsi” allo scopo di trovare “la pace e la certezza”, e che in tal modo “tradisce ciò che la filosofia è o dovrebbe essere. Vale a dire, da Platone in poi, una ricerca inesausta del sapere: sapere il mondo, sapere il soggetto, sapere sé e gli altri…” .

Faccio notare che sono d’accordo sul campo di ricerca (l’ho detto poco sopra), ma non vedo perché questa ricerca debba essere “inesausta”, anche perché non è affatto vero che lo sia per tutti i filosofi, e do al riguardo un paio di nomi non da poco: Spinoza e Hegel. Ma a parte questo, trovo fuori bersaglio, e lo troverebbe anche Galimberti, avvicinare la consulenza filosofica all’esclusiva volontà di conseguire “pace e certezza”. Non si tratta certo di prendere un ansiolitico, ma caso mai di avanzare nella ricerca e trovare livelli di comprensione superiori, e ancora superiori, e ancora... Ma a un certo punto bisogna avere la saggezza di dire basta: il che è anche un po’ ammettere che siamo degli esseri limitati, dalle scarse risorse, soggetti al conflitto e alla contraddizione. In una parola molto filosofica: esseri finiti. Alla tua serenità e alla tua saggezza!

L’articolo Consulenza filosofica o psicoanalisi? Un confronto tra l’essenza delle due pratiche é apparso per la prima volta nella mia rubrica sull’Huffington Post.


Paolo Cervari
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