30 ottobre 2016

Il dilemma morale originario

Dilemma

Sei in una una grande sala piena di computer ronzanti. E’ tutto bianco. Davanti a te c’è un omino dalle fattezze anodine, coi baffetti e un atteggiamento vagamente mefistofelico. La sua voce è suadente, lievemente tentatrice. Ti porta davanti a una consolle dove campeggiano, senz’altra apparecchiatura o strumentazione, due grandi pulsanti, uno giallo e uno blu. “Dunque” dice l’omino “se schiacci il pulsante giallo, muori tu. Se schiacci il pulsante blu, muoiono tutti gli altri esseri umani, tranne te. In un caso, se decidi di morire tu, il mondo non cambierà in nulla, tranne che per il fatto che tu non ci sarai più. Se schiacci il pulsante blu, invece, come ti ho detto, moriranno tutti, me compreso, naturalmente e, giusto per non farti vagheggiare comode vie di uscita, verrà distrutto qualsiasi materiale genetico umano immagazzinato ovunque. Insomma non potrai riprodurti o riprodurre esseri umani. Vivrai in completa solitudine e poi alla fine della tua vita, il genere umano sarà per sempre del tutto estinto. Bene… cosa scegli?

Questo post è comparso tempo fa sul mio blog di cui a www.cervari-consulting.com, ma si chiudeva così, in modo un po' criptico. Oggi vorrei invece commentarlo un poco. Devo dire che a me sembra del tutto evidente quanto esprimerò, ma da esperienze fatte mi è parso di capire che non tutti condividono con facilità il mio pensiero. Il punto è questo: se io sono morto... sono morto, e questo non è certo bello; ma se io sono vivo e sono solo, in realtà la mia vita è un inferno; e per di più, nel caso che io scelga la mia vita contro quella di tutto il resto del genere umano, io avrò anche un ulteriore responsabilità: avrò cioè sterminato l'intero genere umano.
Ora io credo che a meditare sulle conseguenze delle due possibilità non si possa che scegliere quella in cui muoio io. Quando ho pensato a fondo per la prima volta a questo dilemma (che, devo dire, credo di avere inventato io stesso) mi sono ritrovato a un certo punto a piangere perché avevo capito in modo profondo e finalmente esperienziale come e perché noi siamo legati gli uni agli altri e non siamo nulla senza gli altri, e come e perché è possibile - e infatti accade - che a volte alcuni si sacrifichino per gli altri, anche a costo della propria vita.
Le neuroscienze oggi ci parlano molto di empatia e pare ci abbiano dimostrato che noi siamo ed esistiamo già originariamente e biologicamente connessi e collegati gli uni agli altri mediante quelli che sono ormai comunemente noti come i "neuroni specchio". Forse questa è la ragione. Ma anche senza questa ragione resta che io sento come intollerabile conservare la vita a costo di quella dell'umanità. Sarei felice di potere morire, in quel caso.
Semmai è stupefacente che vi siano persone che scelgano di restare in vita: io ne ho incontrate nel corso di lavori con gruppi e nelle consulenze con singole persone (a cui a volte propongo il dilemma). E ogni volta ho trovato la posizione scarsamente argomentata se non a partire da una dichiarazione di egoismo che mi sembrava più frutto di insensibilità e scarsa immaginazione che fondata su una vera capacità di predare una specie intera, la propria, per rimandare di qualche anno la propria morte.
Tant'è, non siamo tutti uguali.


Paolo Cervari
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29 ottobre 2016

La consulenza filosofica

Gerd B. Achenbach
Gerd B. Achenbach
Che cos’è la consulenza filosofica? Nata nel 1980 per iniziativa di Gerd Achenbach è un dialogo di chiarificazione, analisi e orientamento che utilizza gli strumenti della ragione e della logica, del pensiero critico e della riflessione sulla propria esperienza per affrontare i problemi della vita. Può essere utile per affrontare un dilemma, per effettuare una scelta, per gestire un disagio esistenziale, per chiarire la propria visione del mondo, per indagare presupposti e conseguenze di azioni che si vogliono compiere. Nel corso del dialogo il filosofo consulente non ha il compito di dare le risposte, ma piuttosto di mettere il consultante in condizione di trovare da sé le soluzioni migliori per lui. Il filosofo consulente, infatti, non ha idee preconcette, è aperto e al servizio del consultante per esplorare insieme a lui le questioni che gli stanno a cuore e dunque sviluppa analisi, formula ipotesi, confronta diverse possibilità, propone sintesi, apre scenari, riduce la complessità. In pratica fa quello che hanno sempre fatto i filosofi, soprattutto nell’antichità: aiuta le persone a trovare la strada per vivere meglio. Infine va detto che la consulenza filosofica si rivolge a chiunque e per usufruire di una consulenza filosofica non è affatto necessario conoscere la filosofia: ogni persona può riflettere su di sé usando gli strumenti del pensiero. Anzi, di solito lo facciamo tutti... solo che un filosofo consulente può aiutare a farlo meglio.


Paolo Cervari
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Bruno Vergani su "Manuale per Vip"

Bruno Vergani su Manuale per Vip
Sono molto contento di ricevere una prima ‘reazione’ all’esordio della nostra rubrica Manuale per Vip. La invia un amico, caro e stimato, che molti di noi conosciamo già per il suo blog www.brunovergani.it: Bruno Vergani (erborista brianzolo trapiantato da decenni a Ostuni). Egli pone a me, ai filosofi consulenti titolari di questo blog e ai lettori tutti tre questioni.

«Constato che più si vuole enunciare, e ancor di più scrivere, un pensiero che risulti vero, razionale e obiettivo, più occorre estesa premeditazione e prolungata costrizione così da dettagliare rigorosamente, convenzionalmente, esaurientemente, ogni particolare dall’inizio. Sarà anche necessario ricominciare ogni tematica ripartendo dall’inizio, fermandosi a lungo in tale cella di rigore per considerare tutte le connessioni e ogni conseguenza prodotte dal personale pensiero, come pure ciascun corollario e di tutto questo riportare meticolosamente gli autori che hanno affrontato o toccato la tematica, nonché attardarsi per anticipare risposte alle innumerevoli potenziali obiezioni degli interlocutori. Ineccepibile, eppure in natura l’andare troppo per le lunghe è condizione ottimale per la produzione di muffe.

Prima domanda: nel pensiero l’eccessiva composizione può produrre decomposizione? Riguardo l’esattezza dei dati Claudio Magris affermava: «Un'onesta e fedele divulgazione è la base di ogni seria cultura, perché nessuno può conoscere di prima mano tutto ciò che sarebbe, anzi è necessario conoscere». Bene la divulgazione e anche l’erudizione, più problematico l’invito di Magris a onorare l’apprendimento, di seconda mano, del “necessario conoscere”: nella Biblioteca del Congresso ci sono 28 milioni di libri - parziale espressione dello scibile umano - quali e perché “è necessario conoscere”? Puntuale l’invito di Magris, eppure, in quel "necessario" permane qualcosa di non risolto, di autoritario, di forzato, di insidioso. La cultura non può essere ridotta a un corredo di cognizioni da apprendere per decreto, a standard di erudizione imposta.

Seconda domanda: quale il rapporto della filosofia - in primis quella “pratica” - con l’erudizione?

Terza domanda: Kant vedeva il soggetto, l’Io, come legislatore dei fenomeni. Tutto il potere al soggetto?»

Mi pare che ci sia abbastanza materiale per riflettere e, dopo, per interloquire con il nostro Bruno.


Augusto Cavadi
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23 ottobre 2016

Ma anche gli atei vivono una spiritualità?

Augusto Cavadi

Se chiediamo in giro cosa s’intenda con la parola spiritualità registriamo, molto probabilmente, una miriade di risposte differenti. Proprio perché ognuno di noi dà allo stesso vocabolo un significato particolare ogni conversazione sul tema resta pregiudicata in partenza: così ci sarà chi parlerà di crisi della spiritualità e chi di rinascita, chi si rattristerà del tramonto della spiritualità nella società contemporanea e chi se ne rallegrerà, chi dirà di sentirsi più leggero da quando ha abbandonato ogni preoccupazione spirituale e chi dirà di essere tornato dopo molti anni alla ricerca della spiritualità... Ora, che ci sia una varietà di opinioni è legittimo; ma questa varietà è arricchente, e non sterile e stancante, solo se è davvero diversità di idee e non, invece, semplice gioco di equivoci dovuto a un uso poco attento dei termini.
Se proviamo a raccogliere le diverse accezioni semantiche del vocabolo spiritualità in alcuni ceppi potremmo individuarne almeno tre.
In un primo senso, molto diffuso in Paesi come l’Italia di antiche tradizioni cattoliche, spiritualità è sinonimo di pratica ecclesiale. Di una persona che va spesso in chiesa, che frequenta i sacramenti, che prega abitualmente…si dice che viva una forte spiritualità. Non mi stupirei che la formula si usasse anche in Europa orientale per i fedeli ortodossi o in Europa continentale per i fedeli protestanti; o anche per musulmani praticanti nei Paesi di tradizione islamica o per gli ebrei nelle varie comunità sparse nel mondo.
Questa equazione (spiritualità = pratica ecclesiale) viene sempre più spesso messa in crisi dalla constatazione che, anche fuori dagli ambienti confessionali, esistono uomini e donne che – pur non aderendo a una comunità religiosa ebraica, cristiana o islamica – dimostrano un forte senso di religiosità naturale. Questa constatazione ci induce a individuare un secondo significato della parola spiritualità intendendolo come sinonimo di religiosità (non necessariamente di pratica ecclesiale). E’ l’atteggiamento interiore, ma anche esteriore, di chi ha un vivo senso della sacralità dei monti e delle acque, delle piante e degli animali, delle persone umane specie quando sono sofferenti, emarginate o sfruttate. Come negare che chiunque percepisca l’universo in cui siamo immersi come una totalità divina, se pur anonima, sia titolare di spiritualità?
Ma il quadro non sarebbe completo se ci fermassimo a queste prime due equazioni (spiritualità = pratica ecclesiale, e spiritualità = religiosità naturale). La storia dell’umanità e l’esperienza planetaria attuale ci mettono al cospetto di un altro genere ancora di persone. Sono uomini e donne che, pur non riconoscendosi in una religione istituzionale e pur non avvertendo neppure un vago senso di religiosità cosmica, hanno una vita interiore (intessuta di silenzio, di riflessione, di attenzione, di contemplazione della bellezza…) che traspare nei loro gesti abituali (garbati, rispettosi, sensibili ai bisogni e ai desideri altrui…) e più ancora nelle opzioni di fondo della loro esistenza (concentrata su grandi obiettivi politici come il pacifismo, la nonviolenza, la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata…). Queste persone sono prive di spiritualità solo perché prive di senso religioso naturale e, più ancora, di fede in senso confessionale e istituzionale? Sarebbe davvero scorretto affermarlo. Ecco perché la realtà effettiva ci impone di individuare un terzo significato almeno di spiritualità come sinonimo di vita piena, di “fioritura” della persona (come ama dire Martha Nussbaum). In questa prospettiva, per così dire ‘laica’, c’è abbastanza spazio per tutti: anche per una spiritualità atea.
Capisco che non è agevole usare ogni volta un sostantivo (nel nostro caso “spiritualità”) a patto di coniugarlo immediatamente, di volta in volta, con un aggettivo (nel nostro caso: o “confessionale” o “religiosa” o “laica”). Per questo ormai da anni, in vari scritti (e soprattutto in Mosaici di saggezze. Filosofia come antica nuovissima spiritualità) , suggerisco – con qualche piccolo risultato, ma ancora davvero piccolo – di adottare, per maggiore chiarezza, tre vocaboli differenti:

a) fede confessionale (per esempio ebraica, cristiana o islamica): Pascal o Manzoni o Bach o Galileo Galilei potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva
b) religiosità naturale (o cosmica): Spinoza o Foscolo o Beethoven o Albert Einstein potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva
c) spiritualità laica (o basica): Feuerbach o Leopardi o Mozart o Margherita Hack potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva (la Hack, in particolare, era tanto schietta e simpatica nelle sue proclamazioni di ateismo che qualcuno ben informato sostiene che, dopo la sua morte, Dio stesso – ammirato – per non darle dispiaceri abbia fatto finta di non esistere).

Se questo dizionarietto fosse condiviso sarebbe più facile confrontarsi nelle discussioni tra due o più interlocutori, evidenziando ciò che davvero ci divide senza lasciarci confondere da inesattezze linguistiche (che spesso tradiscono imprecisioni concettuali). E in una di queste discussioni la mia, personale, prima tesi sarebbe: che nessuna fede confessionale è autentica, attendibile, se non presuppone una religiosità naturale; ma, a sua volta, nessuna religiosità naturale è autentica, attendibile, se non presuppone una spiritualità laica. Il mondo è pieno di fedeli, convinti ed entusiasti aderenti a chiese e movimenti più o meno ufficiali, che non dimostrano nessun senso del sacro: come non considerarli dei poveri bigotti, dannosi a sé e all’umanità? Non mancano, però, neppure soggetti che hanno una viva religiosità cosmica (dimostrandosi attenti a tanti aspetti della natura) ma che, per un verso o per un altro, si rivelano monchi e zoppicanti, a causa di un’insufficiente coltivazione delle loro potenzialità spirituali: non saranno pericolosi come i bigotti, ma la loro incidenza storica è molto minore di quanto potrebbe (e dovrebbe) essere se non si accontentassero di un sentimento spontaneo del sacro e si preoccupassero di diventare in pienezza ciò che sono in abbozzo.

(Dedico queste note al gruppo di ricerca filosofica di Pinerolo, orientato da Luisa Sesino: le ho infatti preparate in vista dell’incontro del 19 ottobre 2016 e poi riviste dopo gli apporti ricevuti).


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21 ottobre 2016

"Spiritualità laica" - Sabato 22 Ottobre 2016, Torino


Presentazione della giornata di spiritualità a cura del Gruppo Spiritualità Amici della F.A.R.O., che si terrà Sabato 22 Ottobre 2016 (ore 13 - 17) presso "Vol.To", Via Giolitti 21, Torino.

SPIRITUALITA' LAICA

Dopo le diverse occasioni in cui ci siamo chiesti cosa significasse spiritualità al cospetto della morte (e della vita) per i nostri ospiti - e noi stessi - credenti nelle diverse religioni (cattolica, islamica, buddhista, …), ci chiediamo ora cosa significhi (o possa significare) spiritualità per tutti coloro che si professano semplicemente “esseri umani”: laici, atei, agnostici, scettici o indifferenti. Così come per tutti gli esploratori di terreni di confine che prendono sul serio le religioni senza aderire a nessuna di esse; per coloro che si confrontano con il dialogo interreligioso; per coloro che si interrogano e basta; per coloro che hanno smesso di farlo; per coloro che provano a evitare una china sincretistica; per coloro che non smettono di cercare non rinunciando alla propria esperienza e dimensione critica, pur immalinconiti dal sentirsi “esodati dal divino”; per coloro che cercano la strada della spiritualità in una vita meditativa, simbolicamente “autentica”.
Nel corso della giornata ci chiederemo cosa significa spiritualità non religiosa (laica), una spiritualità al di fuori dell’adesione a un credo e al di fuori di una comunità di coloro che hanno fatto una professione di fede; ci faremo sollecitare a pensare a un diverso volto della vita dello spirito e dell’anima, provando a dare un nome alle forme e alle manifestazioni che possono assumere le strade di una ricerca spirituale “oltre l’oltre”, al di fuori dei cammini consolidati dalle diverse chiese. E alle conseguenze di queste posizioni nel momento del distacco dalla vita: quali parole veicoliamo a fronte di domande di spiritualità “altra”? Quali le cerimonie, i riti e le ritualità “irrituali”?

La giornata si propone i seguenti obiettivi:
1) far assumere a noi volontari e agli operatori consapevolezza della relatività sociale/culturale delle nostre opzioni religiose o spirituali (riconoscerle, nell’ottiche di tenerle per sé, sapendo fare “epochè” difronte al morente e ai suoi famigliari, qualora diverse dalle proprie) e dell’esistenza di una spiritualità “altra” (ugualmente ricca e importante per la vita delle persone, e per i modi della loro morte), rispetto a quella espressa da chi si professa membro di comunità religiose monoteistiche confessionali e tradizionali;
2) riflettere sulla nostra competenza nell’avvicinarci ai morenti in termini rispettosi delle loro visioni spirituali qualora diverse dalle nostre;
3) arricchire la nostra vita interiore e cercarne le possibili strade, riflettendo sulla necessità umana di coltivare la spiritualità e la “mente-cuore”, anche a prescindere dalle religioni.

Ci aiuteranno a far ciò:
Augusto Cavadi, filosofo-consulente (“Phronesis”) di Palermo, ideatore delle “Vacanze filosofiche per non…filosofi” e delle “Domeniche di chi non ha chiesa”. E’ autore del volume Mosaici di saggezze. La filosofia come nuova antichisisma spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2015.
Daniele Degiorgis e Flaviana Rizzi, rappresentanti della UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti: www.uaar.it).
Luisa Sesino, filosofa-consulente di Pinerolo (Torino). Ha un’esperienza pluridecennale di lavoro con medici, operatori sanitari, psicologi e malati in varie città d’Italia.

Nel corso della giornata il linguaggio poetico ci aiuterà a dire cosa è “spiritualità” attraverso la lettura di alcuni componimenti, in piccoli intermezzi, a cura di Grazia Colombo e Claudia Piccardo.

Programma
Ore 13,00 - 13,45- Accoglienza
- Introduzione alla giornata
a cura del Gruppo Spiritualità Amici della F.A.R.O.
Ore 13,45 - 14,45- Relazione "Prima delle (o senza le) religioni: una spiritualità per i laici?"
a cura di Augusto Cavadi
Ore 14,45 - 15,45Relazione “Spiritualità atea”
a cura di due rappresentanti dell’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti), Daniele Degiorgis e Flaviana Rizzi
Ore 15,45 - 17,00- Suggestioni dalla mattinata e discussione in gruppo: “Storie ed espressioni di spiritualità laica nell’accompagnamento di morenti e familiari laici”
a cura di Luisa Sesino

Chi volesse partecipare a questo momento di riflessione dovrebbe preannunziare la sua presenza con l'invio di una semplice mail a patrizia.rosso@fondazionefaro.it (specificando che si tratta di amica/amico di Augusto Cavadi).
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18 ottobre 2016

Psicoterapie. Un manualetto di orientamento alla scelta

Lia Cucinotta, Psicoterapie. Un manualetto di orientamento alla scelta, Diogene Multimedia, Bologna 2016, pp. 102, euro 5,00.

PERCHÉ QUESTA BREVE GUIDA ORIENTATIVA?

Psicoterapie. Un manualetto di orientamento alla scelta
A tutti noi capita, prima o poi, di far ricorso ad uno psicoterapeuta. O per noi stessi o per qualche persona cara. Già anni fa sono stato colpito dai risultati di una mia piccola indagine: la quasi totalità dei conoscenti si era rivolta a un certo psicoterapeuta, anziché a un altro, solo per caso. Ammesso (e non sempre concesso) che l’aspirante paziente fosse in grado di circoscrivere l’ambito professionale degli psicoterapeuti (senza confonderli né con i neurologi né con gli psichiatri né con i counselors psicologici né con altre categorie similari), rivolgersi a un determinato  studio era stato conseguenza non di una vera e propria scelta bensì di fattori del tutto occasionali: uno era andato dal professionista più vicino a casa, un’altra dall’ex compagno di classe, un altro ancora si era fidato di un certo annunzio pubblicitario...
Ovviamente questi criteri (o non-criteri) di opzione sono tra le cause più frequenti di delusione: come lo sarebbero se fossero applicati anche nella scelta di un avvocato, senza stare troppo a sottilizzare se è civilista, penalista o tributarista. Se si sceglie lo psicoterapeuta o l’avvocato più adatto alle nostre esigenze non è detto che si resti necessariamente soddisfatti: ma, almeno, si riducono  i motivi di insoddisfazione.
Come insegnante di filosofia, e come titolare di uno studio di consulenza filosofica, mi capita quasi ogni giorno di ascoltare confidenze e richieste di aiuto. In alcuni casi capisco che si tratta d’interlocutori che cercano qualcuno con cui confrontarsi dialetticamente, in grado non di dare risposte definitive o ricette di vita, bensì di stimolare la capacità di analisi razionale e di chiarificazione esistenziale: e sono i casi in cui ritengo di potermi assumere la responsabilità di una relazione professionale. In qualche altro caso intuisco che la persona che ho davanti vive una propria dimensione religiosa ed ecclesiale; che non vuole mettere in discussione i fondamenti della sua visione del mondo, ma soltanto affrontare dei dilemmi etici o dei dubbi teologici: perciò la indirizzo a qualcuno dei consiglieri spirituali (preti cattolici o pastori protestanti) della cui competenza mi fido.
Tutto mi riesce più difficile quando, in base alla formazione in scienze psicologiche (sono stato anche ordinario di queste discipline nelle scuole secondarie superiori), mi sembra che l’interlocutore abbia l’esigenza non soltanto di una consulenza filosofica o di un’assistenza teologica, bensì anche (o soprattutto o più urgentemente) di un aiuto terapeutico. Dove indirizzarlo?

• In alcuni casi, quando a occhio mi pare che siano prevalenti i fattori fisiologici del malessere, provo con qualche neurologo.
• In altri, quando ho il sospetto che si tratti di alterazioni più gravi dell’organismo – in particolare delle funzioni cerebrali – indirizzo verso psichiatri (o neuro-psichiatri che sapranno, molto meglio di me, diagnosticare le origini e il livello dei disturbi del paziente).
• In molti casi, però, il racconto delle sofferenze mi orienta verso professionisti esperti – più che in approcci farmacologici e strumentali – in psicoterapia. Che cercano di curare le turbe psichiche mediante la comunicazione e la relazione, puntando soprattutto sull’efficacia evocativa, esplorativa e lenitiva, della parola.

Esperti in psicoterapia, va bene: ma su quali presupposti teorici, mediante quali metodologie, con quali esperienze specifiche?  Che siano analisti del profondo (di orientamento freudiano, junghiano o adleriano) o che prediligano l’approccio cognitivista è esattamente equivalente? Che abbiano affinato le competenze lavorando con coppie di adulti in difficoltà sessuale oppure con bambini autistici è indifferente? Certo la psiche non si lascia suddividere in settori e in sottosettori: se un chirurgo ortopedico specialista in ginocchi è capace di operare a una spalla, a maggior ragione uno psicoterapeuta esperto in deliri mistici saprà orientarsi con un paziente affetto da fame compulsiva. Tuttavia... se possibile, ognuno di noi preferirà bussare allo studio di un ortopedico specialista in spalla o di uno psicoterapeuta specialista in fame compulsiva se è in quell’ambito determinato, della corporeità o della psiche, che ha bisogno di cure.
Proprio per offrire un primo, semplice ma affidabile, strumento di orientamento a chi è alla ricerca consapevole di un sostegno terapeutico (per sé o per persone di cui si è in qualche modo responsabili) ho invitato la mia amica Lia Cucinotta, orientatrice e formatrice di Messina, a redigere una mappa, generale e propedeutica, delle diverse scuole di psicoterapia in Italia. Ella ha investito la sua duplice competenza di specialista in Psicologia di comunità (master biennale Aspic di Roma), quanto ai contenuti, e di laureata in Lettere classiche, quanto allo stile comunicativo. A me pare che abbia assolto felicemente il compito, ma l’ultima parola spetterà ai lettori che avranno utilizzato questa guida tanto rara quanto necessaria.


Augusto Cavadi
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4 ottobre 2016

"La filosofia come liberazione" - Martedì 18 ottobre 2016, Pinerolo (Torino)


Martedì 18 ottobre 2016 (ore 21 - 23) a Pinerolo (Torino) si terrà un incontro con Augusto Cavadi su "La filosofia come liberazione", presso il salone del Circolo Sociale (via del Duomo 1) organizzato dalla Comunità di base "Viottoli", dal Circolo dei Lettori e dall'Arci.
Il tema della serata prende lo spunto dal suo recente volumetto Filosofare in carcere. Un'esperienza di filosofia-in-pratica all'Ucciardone di Palermo (Diogene Multimedia, Bologna 2016, pp. 70, euro 5,00), in cui rilancia alcuni interrogativi sul sistema carcerario italiano scaturiti dagli incontri che da due anni intrattiene con detenuti della sua città.
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2 ottobre 2016

Manuale per Vip

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa!
Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza": perché vorrei conversare (specialmente con l'aiuto di chi di voi vorrà scrivermi) su un interrogativo ben più interessante di cosa facciano i personaggi pubblici ritenuti, a torto o a ragione, importanti. Vorrei riflettere insieme su una domanda che riguarda la persona più importante per ciascuno di noi: se stesso. L'unica di cui, alla fin dei conti, abbiamo la responsabilità; l'unica sulla cui sorte possiamo decidere ed incidere.
L'idea mi è venuta leggendo degli articoli recenti in cui grandi economisti e politici si dicevano insoddisfatti dell'abitudine, ormai consolidata, di misurare gli Stati del mondo in base al loro Pil ("Prodotto interno lordo"). Già nel 1968, in un celebre discorso, Robert Kennedy (uno dei fratelli del presidente John Kennedy e come lui assassinato per ragioni politiche) aveva espresso le sue critiche: "Non possiamo misurare i successi del Paese sulla base del Pil, che comprende l'inquinamento dell'aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalla carneficina del fine settimana". Più recentemente è stato il presidente francese Nicolas Sarkozy a incaricare una commissione di illustri economisti di vari Paesi di preparare un nuovo modo di misurare la qualità della vita: tenendo conto non solo il "prodotto interno lordo pro-capite", ma anche altri fattori (la durata media della vita, il livello medio dell'istruzione scolastica, l'uso dei telefoni cellulari, la libertà di stampa, i crimini denunziati alla polizia, l'inquinamento ambientale, le diseguaglianze fra i redditi mensili). La proposta, insomma, è di passare dal Pil al Bil ("Benessere interno lordo").
Probabilmente con gli strumenti della sociologia e della statistica non si può fare di più. Ma in questa rubrica vorremmo provare ad andare oltre i numeri generali. Prima di tutto perché, com’è arcinoto, ingannano: se un direttore dei lavori si reca al ristorante due volte al giorno e il manovale mangia panino e coca-cola, risulta che chi lavora in un cantiere mangia - in media - una volta al giorno al ristorante. Secondariamente perché, al di là delle statistiche anonime, ci interessano i volti e le storie di ciascuno di noi. O, almeno, di chi voglia mettersi in gioco in prima persona: sia regalandosi dieci minuti di silenzio sia, se vuole, regalando a me ed altri lettori qualche frutto della riflessione in quei dieci minuti di silenzio.
Per fa che? Per passare non solo dal Pil al Bil, ma dal Bil al Vip: al "Vivere in pienezza". Troppo frequentemente, infatti, la nostra vita è un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Troppo spesso viviamo 'a mezzo servizio'. Troppo spesso avvertiamo che non solo non abbiamo quello che vorremmo avere, ma soprattutto non siamo quello che vorremmo essere. Ma, se vogliamo, possiamo aiutarci gli uni con gli altri: a riempire il bicchiere mezzo vuoto. A vivere la vita a pieni polmoni, 'a full time'. A incrementare il nostro ben-essere autentico, non quel 'benessere' della pubblicità e di certa propaganda politica che, piuttosto, dovrebbe avere l'onestà di chiamarsi ben-avere.


Augusto Cavadi
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