• Anna Colaiacovo •

La scena politica, oggi, offre un quadro sconfortante. Il dibattito pubblico, così centrale in democrazia, è immiserito e confuso. Non conta tanto il rapporto con la verità dei fatti, ma lo schieramento a cui si appartiene, che va difeso a ogni costo. Anche a costo, non avendo argomenti adeguati, di umiliare l’avversario, attaccandolo sul piano personale. È una tecnica molto diffusa, così come è frequente il ricorso alle cosiddette fallacie ad populum ovvero il sostenere che una tesi è valida solo perché un numero consistente di persone la crede vera. Si fa riferimento in questo caso alla emotività collettiva, ai pregiudizi popolari rispetto alle prove concrete o alla logica.
Un’altra tecnica che viene usata spesso nel dibattito pubblico è la manipolazione dei dati statistici, presentati come oggettivi e indiscutibili. Certamente non lo sono, se si selezionano soltanto i dati che supportano una tesi, ignorando quelli contrari; se si utilizzano scale diverse per enfatizzare o minimizzare i risultati; se si considerano sufficienti dati che sono solo parziali o se si utilizza un campione non rappresentativo.
Questa tecnica manipolatoria viene frequentemente utilizzata per sostenere o confutare politiche di immigrazione, di sanità pubblica, ambientali.
Altre ancora sono le tecniche impiegate nelle discussioni pubbliche: la tendenza a rispondere a un’accusa non attraverso argomenti adeguati, ma con un’altra accusa; la tendenza a generalizzare partendo da un caso particolare; l’attribuzione di una causa specifica a un evento senza alcuna prova; l’utilizzo di parole o frasi con più significati per confondere chi ascolta; la tendenza a rimanere nel vago per evitare di affrontare il problema specifico.
In questo modo si diffondono notizie false o inesatte e diventa poi arduo ristabilire la verità. Occorre tempo, ma nel frattempo si crea una sorta di “zona grigia” che alimenta una sfiducia generalizzata che porta tanti a pensare che sia impossibile distinguere il vero dal falso, il torto dalla ragione. Non è vero che è impossibile, ma è sicuramente difficile dal momento che siamo inondati da un flusso di informazioni così grande che diventa complicato gestirlo. Molti rinunciano a formarsi opinioni, altri si affidano al leader carismatico a cui delegano tutto. La personalizzazione della politica, tipica del nostro tempo, è l’effetto del tramonto delle grandi ideologie (come liberalismo, socialismo, comunismo) che fornivano un quadro di riferimento per comprendere la realtà e orientare le scelte in campo politico. Il loro declino ha prodotto una forte disillusione nei confronti dei partiti e delle istituzioni, una maggiore frammentazione e un diffuso individualismo, terreno fertile per l’emergere di movimenti populisti e leader carismatici che promettono di risolvere facilmente e in poco tempo problemi complessi. Di solito invece aumentano le disuguaglianze e diminuiscono i diritti e ciò genera ulteriore sfiducia. Il risultato è la crescita del disinteresse del cittadino nei confronti dell’azione politica e la scarsa partecipazione al voto. Un fenomeno che riguarda tanti paesi, non solo l’Italia. Ma può esistere ancora una democrazia senza una partecipazione attiva e consapevole dei cittadini alla vita politica?
Un dato preoccupante è emerso dall’ultimo report della fondazione Tui dal titolo Young Europe (maggio 2025) che ha indagato il modo in cui i giovani europei tra i 16 e i 26 anni percepiscono la democrazia. Meno di sei ragazzi su dieci pensano che sia la migliore forma di governo. Uno su cinque ritiene accettabile un governo autoritario. Il 45% del campione dei ragazzi italiani percepisce un crescente atteggiamento antidemocratico nel suo paese. Considerando che stiamo parlando delle nuove generazioni, che evidentemente non trovano nella classe politica risposte adeguate alle loro esigenze, non solo non dobbiamo più dare per scontata la democrazia, ma dobbiamo attivarci in fretta per tutelarla, formando i giovani al pensiero critico e coinvolgendoli nei processi elettorali e nel dibattito pubblico.
Un’altra tecnica che viene usata spesso nel dibattito pubblico è la manipolazione dei dati statistici, presentati come oggettivi e indiscutibili. Certamente non lo sono, se si selezionano soltanto i dati che supportano una tesi, ignorando quelli contrari; se si utilizzano scale diverse per enfatizzare o minimizzare i risultati; se si considerano sufficienti dati che sono solo parziali o se si utilizza un campione non rappresentativo.
Questa tecnica manipolatoria viene frequentemente utilizzata per sostenere o confutare politiche di immigrazione, di sanità pubblica, ambientali.
Altre ancora sono le tecniche impiegate nelle discussioni pubbliche: la tendenza a rispondere a un’accusa non attraverso argomenti adeguati, ma con un’altra accusa; la tendenza a generalizzare partendo da un caso particolare; l’attribuzione di una causa specifica a un evento senza alcuna prova; l’utilizzo di parole o frasi con più significati per confondere chi ascolta; la tendenza a rimanere nel vago per evitare di affrontare il problema specifico.
In questo modo si diffondono notizie false o inesatte e diventa poi arduo ristabilire la verità. Occorre tempo, ma nel frattempo si crea una sorta di “zona grigia” che alimenta una sfiducia generalizzata che porta tanti a pensare che sia impossibile distinguere il vero dal falso, il torto dalla ragione. Non è vero che è impossibile, ma è sicuramente difficile dal momento che siamo inondati da un flusso di informazioni così grande che diventa complicato gestirlo. Molti rinunciano a formarsi opinioni, altri si affidano al leader carismatico a cui delegano tutto. La personalizzazione della politica, tipica del nostro tempo, è l’effetto del tramonto delle grandi ideologie (come liberalismo, socialismo, comunismo) che fornivano un quadro di riferimento per comprendere la realtà e orientare le scelte in campo politico. Il loro declino ha prodotto una forte disillusione nei confronti dei partiti e delle istituzioni, una maggiore frammentazione e un diffuso individualismo, terreno fertile per l’emergere di movimenti populisti e leader carismatici che promettono di risolvere facilmente e in poco tempo problemi complessi. Di solito invece aumentano le disuguaglianze e diminuiscono i diritti e ciò genera ulteriore sfiducia. Il risultato è la crescita del disinteresse del cittadino nei confronti dell’azione politica e la scarsa partecipazione al voto. Un fenomeno che riguarda tanti paesi, non solo l’Italia. Ma può esistere ancora una democrazia senza una partecipazione attiva e consapevole dei cittadini alla vita politica?
Un dato preoccupante è emerso dall’ultimo report della fondazione Tui dal titolo Young Europe (maggio 2025) che ha indagato il modo in cui i giovani europei tra i 16 e i 26 anni percepiscono la democrazia. Meno di sei ragazzi su dieci pensano che sia la migliore forma di governo. Uno su cinque ritiene accettabile un governo autoritario. Il 45% del campione dei ragazzi italiani percepisce un crescente atteggiamento antidemocratico nel suo paese. Considerando che stiamo parlando delle nuove generazioni, che evidentemente non trovano nella classe politica risposte adeguate alle loro esigenze, non solo non dobbiamo più dare per scontata la democrazia, ma dobbiamo attivarci in fretta per tutelarla, formando i giovani al pensiero critico e coinvolgendoli nei processi elettorali e nel dibattito pubblico.
Anna Colaiacovo

