• Condiviso da Augusto Cavadi •
![]() |
| Catherine Keller, teologa cristiana contemporanea e professoressa di teologia costruttiva presso la Graduate Division of Religion della Drew University. Accanto, la copertina del suo "Face of the Deep: A Theology of Becoming", 2003 |
Il libro "Face of the Deep: A Theology of Becoming di Catherine Keller" è una delle opere più importanti delle teologie femminista e del Processo contemporanee. Pubblicato nel 2003, il testo (ri)propone una radicale reinterpretazione della dottrina della creazione, opponendosi alla tradizione classica della creatio ex nihilo (creazione dal nulla) e sviluppando invece l’idea di una creatio ex profundis, cioè una creazione che emerge dalle profondità caotiche del Tehom, l’abisso acquatico primordiale della Genesi.
Keller parte da un dettaglio del testo biblico di Genesi 1:2: “La terra era informe e vuota... e le tenebre ricoprivano l’abisso”. In ebraico, abisso è tehom. Per Keller, la tradizione teologica occidentale ha sistematicamente rimosso questo elemento caotico originario, preferendo l’idea di un Dio onnipotente che crea il mondo dal nulla assoluto. Questa rimozione del Caos originario non è neutrale: secondo l’autrice, ha avuto conseguenze filosofiche, politiche e sociali enormi.
Infatti la dottrina della creazione dal nulla:
• favorisce una concezione autoritaria del potere, rafforzando modelli patriarcali;
• separa Dio dal mondo, giustificando gerarchie rigide;
• reprime il femminile, il corpo, la materia e l’ambiguità.
Keller vuole invece recuperare il profondo (Deep) come simbolo di generatività, relazionalità, apertura alla differenza.
Il riferimento a Moby-Dick
In The Face of the Deep l’autrice usa spesso il romanzo Moby-Dick come riferimento simbolico e filosofico, non come semplice esempio letterario.
In particolare Keller:
• dedica un capitolo a Leviathanic Revelations: Melville’s Hermeneutical Journey, dove legge la balena di Melville come figura del Deep (l’Abisso, il Caos primordiale, il Tehom biblico);
• interpreta il mare e la balena come simboli di qualcosa di originario, fluido e incontrollabile, contro l’idea classica di un ordine creato in modo rigido “dal nulla”;
• usa Ismaele e la navigazione del romanzo come metafora di una ricerca conoscitiva aperta, non dominatrice: il pensiero deve “entrare nell’Abisso” invece di volerlo controllare.
Per Keller, la Balena/Leviatano non è solo un mostro: è l’emblema dell’alterità profonda del reale, del Caos creativo e dell’oceano di possibilità da cui emerge il mondo. Quindi Moby-Dick nel libro funziona sia come commento filosofico-teologico al tema dell’Abisso, sia come contro-mito rispetto all’idea occidentale di ordine assoluto, sia come immagine della relazione tra umani, natura e mistero.
Non è questa la sede per richiamare, sia pure in estrema sintesi, i contenuti principali del celeberrimo romanzo: presupponiamo siano noti al lettore di queste rapide sottolineature.
Cominciamo dallo scenario di sfondo: la profondità intrisa di morte del Tehom non irrompe attraverso la superficie dei fenomeni, il muro di balene della molteplicità. Non è qualcosa che giace sotto la superficie delle apparenze, ma un ‘vuoto’ che si conferma e si frammenta in ogni onda del divenire. Due condizioni ce ne tengono nascosta la natura: la sua infinita complessità, che precede e supera sempre la nostra capacità di conoscerlo; e la nostra radicata paura del ‘vuoto’.
Rispetto a tale Tehom uno dei protagonisti principali, il capitano Achab, assume una postura aggressiva, dominatrice, predatoria: in lui Keller vede la volontà maschile occidentale di imporre un significato assoluto al reale: non sopporta l’opacità del mondo: vuole un ordine puro, senza ambiguità. La balena bianca, simbolo dell’alterità radicale del mondo, va abbattuta, livellata, normalizzata.
Diverso l’atteggiamento di un altro protagonista del romanzo, Ismaele, che, al contrario, non sfonda muri ma “si protende a tentoni”... verso un Altro che inizialmente aveva temuto ma che ora, forse, ammira. “Che cosa fosse la balena bianca per Achab, s’è già accennato; che cosa, a volte, fosse per il sottoscritto resta invece da dire”. Chi (cosa) è Ismaele? Uno (qualcosa) che dalla nave – che, distrutta dal Leviatano, è diventata bara e poi zattera - "è scappato per raccontarvelo": accetta il Caos, non se ne fa un nemico, e il Caos non gli è ostile.
Ismaele è l’opposto di Achab. Ascolta. Osserva. Accumula interpretazioni diverse. Accetta di non raggiungere un significato definitivo. Keller lo vede come esempio di un’ermeneutica dell’Abisso: non tentare di conquistare il profondo, ma attraversarlo restando aperti all’incertezza. La balena è troppo piena di significati per essere ridotta a uno solo: Achab vuole cristallizzarla. Ismaele sopravvive perché lascia aperta l’interpretazione.
In conclusione
Complessivamente, dunque, Catherine Keller legge il romanzo come un viaggio dentro il Deep: l’Abisso materiale, spirituale e interpretativo che la cultura occidentale ha cercato di dominare o cancellare. Per la tradizione teologica dominante, il Caos deve essere sconfitto da Dio per creare ordine. Keller invece ci dice che Melville mostra qualcosa di diverso: che il Caos non è semplicemente un male: il mare profondo, noumenico, è anche creativo, generativo, vitale. E che, soprattutto, la realtà resta irriducibile al controllo umano. Così per Keller il racconto di Melville può servire come metafora per proporre l’idea di creatio ex profundis: non creazione da un nulla vuoto, ma emergenza dal profondo caotico delle relazioni. L’Oceano di Moby-Dick mostra interdipendenza e pluralità, ma anche, inevitabilmente, instabilità e rischio. Il divino non appare come sovrano che elimina il Caos, ma come Presenza che lavora dentro il Profondo.
Keller parte da un dettaglio del testo biblico di Genesi 1:2: “La terra era informe e vuota... e le tenebre ricoprivano l’abisso”. In ebraico, abisso è tehom. Per Keller, la tradizione teologica occidentale ha sistematicamente rimosso questo elemento caotico originario, preferendo l’idea di un Dio onnipotente che crea il mondo dal nulla assoluto. Questa rimozione del Caos originario non è neutrale: secondo l’autrice, ha avuto conseguenze filosofiche, politiche e sociali enormi.
Infatti la dottrina della creazione dal nulla:
• favorisce una concezione autoritaria del potere, rafforzando modelli patriarcali;
• separa Dio dal mondo, giustificando gerarchie rigide;
• reprime il femminile, il corpo, la materia e l’ambiguità.
Keller vuole invece recuperare il profondo (Deep) come simbolo di generatività, relazionalità, apertura alla differenza.
Il riferimento a Moby-Dick
In The Face of the Deep l’autrice usa spesso il romanzo Moby-Dick come riferimento simbolico e filosofico, non come semplice esempio letterario.
In particolare Keller:
• dedica un capitolo a Leviathanic Revelations: Melville’s Hermeneutical Journey, dove legge la balena di Melville come figura del Deep (l’Abisso, il Caos primordiale, il Tehom biblico);
• interpreta il mare e la balena come simboli di qualcosa di originario, fluido e incontrollabile, contro l’idea classica di un ordine creato in modo rigido “dal nulla”;
• usa Ismaele e la navigazione del romanzo come metafora di una ricerca conoscitiva aperta, non dominatrice: il pensiero deve “entrare nell’Abisso” invece di volerlo controllare.
Per Keller, la Balena/Leviatano non è solo un mostro: è l’emblema dell’alterità profonda del reale, del Caos creativo e dell’oceano di possibilità da cui emerge il mondo. Quindi Moby-Dick nel libro funziona sia come commento filosofico-teologico al tema dell’Abisso, sia come contro-mito rispetto all’idea occidentale di ordine assoluto, sia come immagine della relazione tra umani, natura e mistero.
Non è questa la sede per richiamare, sia pure in estrema sintesi, i contenuti principali del celeberrimo romanzo: presupponiamo siano noti al lettore di queste rapide sottolineature.
Cominciamo dallo scenario di sfondo: la profondità intrisa di morte del Tehom non irrompe attraverso la superficie dei fenomeni, il muro di balene della molteplicità. Non è qualcosa che giace sotto la superficie delle apparenze, ma un ‘vuoto’ che si conferma e si frammenta in ogni onda del divenire. Due condizioni ce ne tengono nascosta la natura: la sua infinita complessità, che precede e supera sempre la nostra capacità di conoscerlo; e la nostra radicata paura del ‘vuoto’.
Rispetto a tale Tehom uno dei protagonisti principali, il capitano Achab, assume una postura aggressiva, dominatrice, predatoria: in lui Keller vede la volontà maschile occidentale di imporre un significato assoluto al reale: non sopporta l’opacità del mondo: vuole un ordine puro, senza ambiguità. La balena bianca, simbolo dell’alterità radicale del mondo, va abbattuta, livellata, normalizzata.
Diverso l’atteggiamento di un altro protagonista del romanzo, Ismaele, che, al contrario, non sfonda muri ma “si protende a tentoni”... verso un Altro che inizialmente aveva temuto ma che ora, forse, ammira. “Che cosa fosse la balena bianca per Achab, s’è già accennato; che cosa, a volte, fosse per il sottoscritto resta invece da dire”. Chi (cosa) è Ismaele? Uno (qualcosa) che dalla nave – che, distrutta dal Leviatano, è diventata bara e poi zattera - "è scappato per raccontarvelo": accetta il Caos, non se ne fa un nemico, e il Caos non gli è ostile.
Ismaele è l’opposto di Achab. Ascolta. Osserva. Accumula interpretazioni diverse. Accetta di non raggiungere un significato definitivo. Keller lo vede come esempio di un’ermeneutica dell’Abisso: non tentare di conquistare il profondo, ma attraversarlo restando aperti all’incertezza. La balena è troppo piena di significati per essere ridotta a uno solo: Achab vuole cristallizzarla. Ismaele sopravvive perché lascia aperta l’interpretazione.
In conclusione
Complessivamente, dunque, Catherine Keller legge il romanzo come un viaggio dentro il Deep: l’Abisso materiale, spirituale e interpretativo che la cultura occidentale ha cercato di dominare o cancellare. Per la tradizione teologica dominante, il Caos deve essere sconfitto da Dio per creare ordine. Keller invece ci dice che Melville mostra qualcosa di diverso: che il Caos non è semplicemente un male: il mare profondo, noumenico, è anche creativo, generativo, vitale. E che, soprattutto, la realtà resta irriducibile al controllo umano. Così per Keller il racconto di Melville può servire come metafora per proporre l’idea di creatio ex profundis: non creazione da un nulla vuoto, ma emergenza dal profondo caotico delle relazioni. L’Oceano di Moby-Dick mostra interdipendenza e pluralità, ma anche, inevitabilmente, instabilità e rischio. Il divino non appare come sovrano che elimina il Caos, ma come Presenza che lavora dentro il Profondo.
Massimo Paterni



Nessun commento:
Posta un commento