• Anna Colaiacovo •
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| Michael Young (1915-2002), sociologo, attivista e politico britannico. A destra il suo "L’avvento della meritocrazia", Edizioni di Comunità 2014 (prima ed. 1962) |
A volte si incontrano libri che hanno la capacità di sorprendere e di rimettere in circolo idee già ampiamente discusse e consolidate. La sorpresa è doppia se l’incontro riguarda un saggio distopico-satirico pubblicato in Italia nel 1962 e ripubblicato nel 2014: “L’avvento della meritocrazia”, ed. di Comunità.
Scritto dal sociologo laburista inglese Michael Young, meno noto rispetto ai testi di Orwell e di Huxley, rappresenta un convincente antidoto all’esaltazione acritica della meritocrazia da parte di tanti politici sia di destra che di sinistra dei nostri giorni. In apparenza, il testo esalta la meritocrazia, in realtà la critica aspramente e ne mette in rilievo i tanti aspetti ed effetti negativi. Da notare che la parola “meritocrazia” ha avuto un grande successo proprio grazie al libro di Young.
Ambientato nel 2033, il libro racconta la scalata di una classe dirigente che, liquidati i privilegi aristocratici, instaura, con una serie di provvedimenti e nell’arco di ottanta anni, nel Regno Unito, una società finalmente meritocratica. Su quali basi si stabilisce il merito? La risposta è una formula: Merito = intelligenza + sforzo. La misurazione dell’intelligenza (Q.I.) rilevata in tenera età determina la separazione, nel percorso scolastico, tra “i più dotati” destinati a compiti dirigenziali e “i meno dotati” per i quali sono previsti lavori manuali. L’idea di fondo è questa: se la differenza di opportunità è legata al Q.I. non può essere messa in discussione e non può suscitare risentimento in coloro che non sono dotati perché in effetti non lo sono. La scuola diventa l’elemento centrale, il perno del cambiamento. Una scuola in cui, non a caso, il sapere umanistico viene subordinato a quello tecnico-scientifico, dal momento che l’industrializzazione della ricerca scientifica assume sempre più importanza nella società e l’efficienza rimane un parametro da perseguire a ogni costo per rafforzare la competitività del Regno Unito. Notevoli sono le ripercussioni in campo politico. La Camera dei Lord, riservata a chi possiede un quoziente intellettivo molto alto, si trasforma nella camera dei “competenti” e diventa un centro di potere tecnocratico, mentre la Camera dei Comuni perde progressivamente importanza.
In realtà, anche questo tipo di società che sembra ideale perché fondata sul merito, comincia nel tempo a mostrare crepe. Chi ha posizioni elevate non tollera che il proprio figlio non sia considerato all’altezza del livello più alto di istruzione e chi si trova ai piani più bassi della scala sociale comincia a ribellarsi. A capo delle rivolte troviamo le donne, anche quelle particolarmente intelligenti, che spesso rifiutano posti di potere e arrivano a proporre altri modelli di valutazione. In questo caso la critica del sistema è radicale perché ne mette in discussione i fondamenti in nome di un altro modello di giustizia: «Giacchè se noi valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza e cultura, per la loro occupazione e il loro potere, ma anche per la loro bontà o il loro coraggio, per la loro fantasia e sensibilità, la loro amorevolezza e generosità, le classi non potrebbero più esistere».¹
Una società meritocratica è una società più giusta o è soltanto più efficiente? Ed è più democratica? Partiamo dai criteri utilizzati per stabilire il merito. L’uguaglianza delle opportunità alla nascita è un falso mito perché le condizioni ereditate (l’appartenenza a una determinata classe, il genere, l’etnia) contano e, in ogni caso, non può essere un merito, seppure collegato con lo “sforzo” ciò che è frutto di una “lotteria naturale” (J. Rawls). Il rischio che si corre è quello di attribuire privilegi ulteriori a chi è già stato premiato alla nascita.
È giusto definire l’intelligenza una volta per tutte? Ci sono personalità che maturano più lentamente di altre ed esistono diverse forme di intelligenza che non vengono in alcun modo valorizzate. Compito dello Stato dovrebbe essere quello di dare a tutti la possibilità di esprimere le proprie attitudini, non quello di creare un abisso tra chi ha potere e chi viene sistematicamente umiliato: «Per la prima volta nella storia umana l’uomo inferiore non ha a portata di mano alcun sostegno per il suo amor proprio».²
In conclusione, una società rigidamente meritocratica genera una spietata diseguaglianza sociale e svuota le istituzioni democratiche.
Scritto dal sociologo laburista inglese Michael Young, meno noto rispetto ai testi di Orwell e di Huxley, rappresenta un convincente antidoto all’esaltazione acritica della meritocrazia da parte di tanti politici sia di destra che di sinistra dei nostri giorni. In apparenza, il testo esalta la meritocrazia, in realtà la critica aspramente e ne mette in rilievo i tanti aspetti ed effetti negativi. Da notare che la parola “meritocrazia” ha avuto un grande successo proprio grazie al libro di Young.
Ambientato nel 2033, il libro racconta la scalata di una classe dirigente che, liquidati i privilegi aristocratici, instaura, con una serie di provvedimenti e nell’arco di ottanta anni, nel Regno Unito, una società finalmente meritocratica. Su quali basi si stabilisce il merito? La risposta è una formula: Merito = intelligenza + sforzo. La misurazione dell’intelligenza (Q.I.) rilevata in tenera età determina la separazione, nel percorso scolastico, tra “i più dotati” destinati a compiti dirigenziali e “i meno dotati” per i quali sono previsti lavori manuali. L’idea di fondo è questa: se la differenza di opportunità è legata al Q.I. non può essere messa in discussione e non può suscitare risentimento in coloro che non sono dotati perché in effetti non lo sono. La scuola diventa l’elemento centrale, il perno del cambiamento. Una scuola in cui, non a caso, il sapere umanistico viene subordinato a quello tecnico-scientifico, dal momento che l’industrializzazione della ricerca scientifica assume sempre più importanza nella società e l’efficienza rimane un parametro da perseguire a ogni costo per rafforzare la competitività del Regno Unito. Notevoli sono le ripercussioni in campo politico. La Camera dei Lord, riservata a chi possiede un quoziente intellettivo molto alto, si trasforma nella camera dei “competenti” e diventa un centro di potere tecnocratico, mentre la Camera dei Comuni perde progressivamente importanza.
In realtà, anche questo tipo di società che sembra ideale perché fondata sul merito, comincia nel tempo a mostrare crepe. Chi ha posizioni elevate non tollera che il proprio figlio non sia considerato all’altezza del livello più alto di istruzione e chi si trova ai piani più bassi della scala sociale comincia a ribellarsi. A capo delle rivolte troviamo le donne, anche quelle particolarmente intelligenti, che spesso rifiutano posti di potere e arrivano a proporre altri modelli di valutazione. In questo caso la critica del sistema è radicale perché ne mette in discussione i fondamenti in nome di un altro modello di giustizia: «Giacchè se noi valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza e cultura, per la loro occupazione e il loro potere, ma anche per la loro bontà o il loro coraggio, per la loro fantasia e sensibilità, la loro amorevolezza e generosità, le classi non potrebbero più esistere».¹
Una società meritocratica è una società più giusta o è soltanto più efficiente? Ed è più democratica? Partiamo dai criteri utilizzati per stabilire il merito. L’uguaglianza delle opportunità alla nascita è un falso mito perché le condizioni ereditate (l’appartenenza a una determinata classe, il genere, l’etnia) contano e, in ogni caso, non può essere un merito, seppure collegato con lo “sforzo” ciò che è frutto di una “lotteria naturale” (J. Rawls). Il rischio che si corre è quello di attribuire privilegi ulteriori a chi è già stato premiato alla nascita.
È giusto definire l’intelligenza una volta per tutte? Ci sono personalità che maturano più lentamente di altre ed esistono diverse forme di intelligenza che non vengono in alcun modo valorizzate. Compito dello Stato dovrebbe essere quello di dare a tutti la possibilità di esprimere le proprie attitudini, non quello di creare un abisso tra chi ha potere e chi viene sistematicamente umiliato: «Per la prima volta nella storia umana l’uomo inferiore non ha a portata di mano alcun sostegno per il suo amor proprio».²
In conclusione, una società rigidamente meritocratica genera una spietata diseguaglianza sociale e svuota le istituzioni democratiche.
Anna Colaiacovo
| ¹ | Michael Young, L’avvento della meritocrazia, ed. di Comunità, 2014 pag. 193 |
| ² | Op. cit. pag. 124 |



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