• Augusto Cavadi •

L’anno 2000, come ogni inizio di millennio, è stato fortemente simbolico. Non per caso hanno visto la luce allora dei testi che s’interrogavano su questioni epocali, attraverso e oltre temi particolari di dettaglio. Tra questi libri alcuni, come "Fine della politica?", Il Mulino 2002, di Andrew Gamble, non sembrano aver perduto smalto nonostante il quarto di secolo trascorso. Anzi, ipotizzerei che se i politici italiani dedicassero qualche ora della settimana a riflettere su volumi del genere, il dibattito pubblico si sprovincializzerebbe, acquisterebbe ampiezza d’orizzonti ben al di là dell’asfittico cortile di casa e fornirebbe persino indicazioni pragmatico-operative per evadere da molte impasse.
La tesi centrale è condensata sin dalla Premessa: «Il nostro attuale destino sembrerebbe essere quello di vivere nelle gabbie di ferro create da vaste forze impersonali, derivanti dalla globalizzazione e dalla tecnologia, in una società che è al tempo stesso antipolitica e apolitica, priva di speranza e dei mezzi per immaginare o perseguire un futuro alternativo. È mia intenzione oppormi al fatalismo implicito nella maggior parte di queste posizioni, che ha costantemente accompagnato molti dei principali discorsi sulla modernità, e presentare una difesa della politica e della sfera politica che esponga i motivi per cui non possiamo fare a meno di esse» (p. 7).
«Il quadro ideologico e istituzionale che ha definito l’era moderna sarebbe giunto al tramonto e saremmo ormai entrati in un territorio nuovo e inesplorato». Più precisamente, «la morte della politica si manifesterebbe in diverse forme»: come «fine» (nel senso della fine, non del fine), «rispettivamente, della storia, dello stato-nazione, dell’autorità e della sfera pubblica» (p. 23).
La tesi centrale è condensata sin dalla Premessa: «Il nostro attuale destino sembrerebbe essere quello di vivere nelle gabbie di ferro create da vaste forze impersonali, derivanti dalla globalizzazione e dalla tecnologia, in una società che è al tempo stesso antipolitica e apolitica, priva di speranza e dei mezzi per immaginare o perseguire un futuro alternativo. È mia intenzione oppormi al fatalismo implicito nella maggior parte di queste posizioni, che ha costantemente accompagnato molti dei principali discorsi sulla modernità, e presentare una difesa della politica e della sfera politica che esponga i motivi per cui non possiamo fare a meno di esse» (p. 7).
«Il quadro ideologico e istituzionale che ha definito l’era moderna sarebbe giunto al tramonto e saremmo ormai entrati in un territorio nuovo e inesplorato». Più precisamente, «la morte della politica si manifesterebbe in diverse forme»: come «fine» (nel senso della fine, non del fine), «rispettivamente, della storia, dello stato-nazione, dell’autorità e della sfera pubblica» (p. 23).
La fine della storia
Vi sono varie interpretazioni del sintagma «fine della storia», secondo una delle quali essa convergerebbe con la «fine dell’ideologia». Ma «il socialismo di Stato» sovietico è solo «una specifica forma storica di socialismo» così come il capitalismo basato sul lassez faire» è solo una delle possibili applicazioni economiche del liberalismo: «Socialismo e liberalismo sono tradizioni ideologiche estremamente complesse, capaci di rinnovarsi e di reinventarsi. Non ci sono veri segnali del fatto che questo processo sia già esaurito» (pp. 41-42).
La fine dello stato-nazione
«La globalizzazione, minando le fondamenta degli stati-nazione, che finora sono stati i principali attori del sistema internazionale degli stati e dell’economia mondiale, avvicinerebbe il sogno ottocentesco di una società cosmopolita globale, che non avrebbe più bisogno della politica e dei governi per essere coordinata e gestita. […] Lo stato-nazione avrebbe fatto il suo tempo, come rifugio di quelle forze che intendono mantenere vive le divisioni ideologiche e interferire con l’allocazione ottimale dei prodotti e degli investimenti, restando ferme a nozioni superate di sovranità. La politica è vista qui come ostacolo, elemento inerte, privo d’iniziative, reazionario, semplice zavorra per le forze vive, creative e flessibili dell’ordine economico cosmopolita che spontaneamente tenderebbe a costituirsi» (pp. 48-49). Ma davvero la globalizzazione è il superamento degli stati nazionali o non piuttosto l’affermazione imperialistica di uno stato-nazione (o di pochi stati nazionali) sul resto del pianeta? E davvero la globalizzazione è il superamento del conflitto fra ideologie alternative o non piuttosto l’affermazione incontrastata di una ideologia, «il progetto neoliberista» (p. 52), su tutte le altre?
La fine dell’autorità
«Come la fine della storia e la fine dello stato-nazione, un’eventuale fine dell’autorità minerebbe alla radice la possibilità di qualsiasi concezione del politico, di cui è parte integrante una qualche nozione di autorità» (p. 63).
In effetti sono molte «le fonti di autorità» che risultano oggi screditate agli occhi dell’opinione pubblica: «consuetudini», «usanze tramandate», «norme legali», «religione», «scienza», «carisma personale», «dottrine ideologiche»... (p. 64). Nella misura in cui l’indebolimento di queste «forme tradizionali d’autorità» è reale, si riverbera nel sociale: «una popolazione sempre più inquieta, mobile, competitiva e infelice» (p. 76). Questa condizione di incertezza e di insicurezza spiega, «in relazione alla politica», «la crescente importanza assunta dalle personalità: in un mondo in cui le altre fonti di autorità mostrano la corda, ciò che conta sempre più è che le personalità si vendano bene. Si diffonde sempre più il ricorso al carisma, o almeno alla sua moderna versione commerciale, come modo principale per legittimare le politiche degli stati e delle aziende» (ivi).
La fine della sfera pubblica
«La fine della sfera pubblica» «colpisce la politica direttamente al cuore: se cessano di esistere una sfera pubblica, un interesse pubblico, un impegno civile, un’opinione pubblica, un’azione pubblica, viene meno, con loro, una delle principali dimensioni del politico» (p. 81).
Più in dettaglio, la lista è questa.
«Fine del governo» (ivi)? «L’ordinamento del mercato sarebbe ormai in grado di respingere l’indesiderata tutela dello stato. Le funzioni di governo richieste dal mercato saranno fornite dallo stesso mercato» (p. 83). Ma il mercato funziona se c’è un governo (government) nazionale, o una governance sovra-nazionale, che garantiscano alcuni paletti istituzionali.
«Fine dell’impegno civile» (p. 87)? «Il declino della partecipazione agli affari pubblici da parte dei cittadini è una tendenza […] che si ripercuote sule iscrizioni ai partiti, sulle elezioni e sulle manifestazioni pubbliche, ma anche sul più generale fenomeno della partecipazione dei cittadini alle associazioni di volontariato della società civile» (ivi).
Che questa tendenza sia reale non significa che sia irreversibile: «non convince l’idea secondo cui ci troveremmo di fronte ad un’imminente e definitiva scomparsa del politico, dovuta al fatto che i partiti perdono iscritti, l’affluenza degli elettori alle urne è in calo e i leader politici vengono “venduti” nel modo più brillante possibile. […] le società possono avanzare come arretrare. Ma nel valutare le possibilità, dovremmo evitare di credere che quello che si sta verificando oggi sia uno straordinario cataclisma, destinato a segnare uno spartiacque della storia umana» (pp. 91-92).
«Fine dell’interesse pubblico» (p. 92)? È indubbio che si diffondano a macchia d’olio la tesi neo-liberista che «la società esiste per facilitare il perseguimento privato della felicità da parte dei suoi membri», ma questa tesi non elimina «il problema di come tutti i progetti individuali di felicità possano evitare di entrare in conflitto tra loro. A meno di assumere che le necessarie istituzioni e regole sorgano spontaneamente, o che certi individui colgano la necessità di offrire determinati servizi che altri individui acquisteranno, è difficile vedere come possa venir meno la necessità che lo stato o altre istanze pubbliche presidino una visione di lungo termine sugli ordinamenti generali della società» (p. 95).
La fine della politica
L’esame delle crisi sinora abbozzate porta a una domanda finale complessiva: «Davvero la politica è giunta alla fine?». La risposta di Gamble è negativa: «la politica non è mai stata tanto necessaria, poiché i problemi che abbiamo di fronte, la cui soluzione richiede un’azione collettiva, non hanno mai avuto una dimensione spaventosa come oggi. Se non possiamo affrontare tali problemi con la politica, non potremo affrontarli in alcun altro modo» (p. 101).
Anche se Gamble non ricorre neppure una volta a questa etichetta (preferisce la dicitura «sinistra moderata», p. 109) il suo agile ma fitto saggio mi sembra scritto in una prospettiva tendenzialmente social-democratica. Ne vedrei una conferma nelle righe conclusive: «Mentre la politica è tutt’altro che finita, le vere lotte in favore di una democrazia globale che sia realmente aperta e adeguata al mercato globale sono solo agli inizi. L’eguaglianza, lungi dall’essere morta, non è mai stata più rilevante nella valutazione delle politiche. Le scelte politiche stanno diventando sempre più nette: possiamo optare per l’isolazionismo e il fondamentalismo, oppure possiamo continuare a scommettere sulla modernità, riconoscendo l’importanza della democrazia, della scienza e del capitalismo per la creazione del mondo moderno, senza tacerne né i vizi né i benefici, e proseguendo la lenta e faticosa opera di costruzione del tipo di policy transnazionale che può assicurare un futuro a tutti noi. Agire diversamente vorrebbe dire arrendersi a un triste destino» (p. 120). Sappiamo che la prospettiva social-democratica (o, come preferisco, del socialismo liberale) è da sempre esposta al fuoco simmetrico dei liberali (che, con Benedetto Croce, vi vedono un esempio di «cretinismo politico») e dei comunisti (che vi vedono un esempio di tradimento e resa).
In effetti ci sono almeno due modi di interpretare tale prospettiva ideologico-politica. Una sarebbe di stampo riformistico-progressista: alla luce dei princìpi della Rivoluzione francese (libertà e uguaglianza, fragili senza l’esprit della fraternità) impegnarsi in un «movimento» incessante verso l’equità sociale - e scrivo «movimento» per citare una parola-chiave di Eduard Bernstein, fondatore del Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania. Purtroppo anche per questo progetto filosofico-politico è avvenuto ciò che analogamente si registra in altri casi (dal liberalismo al comunismo e alla dottrina sociale cattolica): nella misura in cui si è andato traducendo in successi elettorali si è corrotto. È diventato la giustificazione ideologica – qui l’aggettivo è nell’accezione critica coniata da Marx – dell’assestamento su posizioni di potere istituzionale. Non più un pungiglione per il cambiamento incessante verso una méta da definire man mano che ci si avvicina, ma l’alibi per trasformare ogni tappa provvisoria in un traguardo soddisfacente.
Non ho elementi per stabilire a quali delle due interpretazioni del socialismo liberale (caro ai fratelli Rosselli, Guido Calogero, Aldo Capitini, Norberto Bobbio) sia più vicino Gamble, anche se le sue contestazioni teoriche al neo-liberalismo attraversano tutto il suo libro. Ma in ogni caso la sua rilevazione sociologica della situazione mondiale resta un contributo decisamente apprezzabile, anche perché accessibile non solo agli specialisti della disciplina.
Vi sono varie interpretazioni del sintagma «fine della storia», secondo una delle quali essa convergerebbe con la «fine dell’ideologia». Ma «il socialismo di Stato» sovietico è solo «una specifica forma storica di socialismo» così come il capitalismo basato sul lassez faire» è solo una delle possibili applicazioni economiche del liberalismo: «Socialismo e liberalismo sono tradizioni ideologiche estremamente complesse, capaci di rinnovarsi e di reinventarsi. Non ci sono veri segnali del fatto che questo processo sia già esaurito» (pp. 41-42).
La fine dello stato-nazione
«La globalizzazione, minando le fondamenta degli stati-nazione, che finora sono stati i principali attori del sistema internazionale degli stati e dell’economia mondiale, avvicinerebbe il sogno ottocentesco di una società cosmopolita globale, che non avrebbe più bisogno della politica e dei governi per essere coordinata e gestita. […] Lo stato-nazione avrebbe fatto il suo tempo, come rifugio di quelle forze che intendono mantenere vive le divisioni ideologiche e interferire con l’allocazione ottimale dei prodotti e degli investimenti, restando ferme a nozioni superate di sovranità. La politica è vista qui come ostacolo, elemento inerte, privo d’iniziative, reazionario, semplice zavorra per le forze vive, creative e flessibili dell’ordine economico cosmopolita che spontaneamente tenderebbe a costituirsi» (pp. 48-49). Ma davvero la globalizzazione è il superamento degli stati nazionali o non piuttosto l’affermazione imperialistica di uno stato-nazione (o di pochi stati nazionali) sul resto del pianeta? E davvero la globalizzazione è il superamento del conflitto fra ideologie alternative o non piuttosto l’affermazione incontrastata di una ideologia, «il progetto neoliberista» (p. 52), su tutte le altre?
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| Andrew Gamble, studioso di politica britannico |
La fine dell’autorità
«Come la fine della storia e la fine dello stato-nazione, un’eventuale fine dell’autorità minerebbe alla radice la possibilità di qualsiasi concezione del politico, di cui è parte integrante una qualche nozione di autorità» (p. 63).
In effetti sono molte «le fonti di autorità» che risultano oggi screditate agli occhi dell’opinione pubblica: «consuetudini», «usanze tramandate», «norme legali», «religione», «scienza», «carisma personale», «dottrine ideologiche»... (p. 64). Nella misura in cui l’indebolimento di queste «forme tradizionali d’autorità» è reale, si riverbera nel sociale: «una popolazione sempre più inquieta, mobile, competitiva e infelice» (p. 76). Questa condizione di incertezza e di insicurezza spiega, «in relazione alla politica», «la crescente importanza assunta dalle personalità: in un mondo in cui le altre fonti di autorità mostrano la corda, ciò che conta sempre più è che le personalità si vendano bene. Si diffonde sempre più il ricorso al carisma, o almeno alla sua moderna versione commerciale, come modo principale per legittimare le politiche degli stati e delle aziende» (ivi).
La fine della sfera pubblica
«La fine della sfera pubblica» «colpisce la politica direttamente al cuore: se cessano di esistere una sfera pubblica, un interesse pubblico, un impegno civile, un’opinione pubblica, un’azione pubblica, viene meno, con loro, una delle principali dimensioni del politico» (p. 81).
Più in dettaglio, la lista è questa.
«Fine del governo» (ivi)? «L’ordinamento del mercato sarebbe ormai in grado di respingere l’indesiderata tutela dello stato. Le funzioni di governo richieste dal mercato saranno fornite dallo stesso mercato» (p. 83). Ma il mercato funziona se c’è un governo (government) nazionale, o una governance sovra-nazionale, che garantiscano alcuni paletti istituzionali.
«Fine dell’impegno civile» (p. 87)? «Il declino della partecipazione agli affari pubblici da parte dei cittadini è una tendenza […] che si ripercuote sule iscrizioni ai partiti, sulle elezioni e sulle manifestazioni pubbliche, ma anche sul più generale fenomeno della partecipazione dei cittadini alle associazioni di volontariato della società civile» (ivi).
Che questa tendenza sia reale non significa che sia irreversibile: «non convince l’idea secondo cui ci troveremmo di fronte ad un’imminente e definitiva scomparsa del politico, dovuta al fatto che i partiti perdono iscritti, l’affluenza degli elettori alle urne è in calo e i leader politici vengono “venduti” nel modo più brillante possibile. […] le società possono avanzare come arretrare. Ma nel valutare le possibilità, dovremmo evitare di credere che quello che si sta verificando oggi sia uno straordinario cataclisma, destinato a segnare uno spartiacque della storia umana» (pp. 91-92).
«Fine dell’interesse pubblico» (p. 92)? È indubbio che si diffondano a macchia d’olio la tesi neo-liberista che «la società esiste per facilitare il perseguimento privato della felicità da parte dei suoi membri», ma questa tesi non elimina «il problema di come tutti i progetti individuali di felicità possano evitare di entrare in conflitto tra loro. A meno di assumere che le necessarie istituzioni e regole sorgano spontaneamente, o che certi individui colgano la necessità di offrire determinati servizi che altri individui acquisteranno, è difficile vedere come possa venir meno la necessità che lo stato o altre istanze pubbliche presidino una visione di lungo termine sugli ordinamenti generali della società» (p. 95).
La fine della politica
L’esame delle crisi sinora abbozzate porta a una domanda finale complessiva: «Davvero la politica è giunta alla fine?». La risposta di Gamble è negativa: «la politica non è mai stata tanto necessaria, poiché i problemi che abbiamo di fronte, la cui soluzione richiede un’azione collettiva, non hanno mai avuto una dimensione spaventosa come oggi. Se non possiamo affrontare tali problemi con la politica, non potremo affrontarli in alcun altro modo» (p. 101).
Anche se Gamble non ricorre neppure una volta a questa etichetta (preferisce la dicitura «sinistra moderata», p. 109) il suo agile ma fitto saggio mi sembra scritto in una prospettiva tendenzialmente social-democratica. Ne vedrei una conferma nelle righe conclusive: «Mentre la politica è tutt’altro che finita, le vere lotte in favore di una democrazia globale che sia realmente aperta e adeguata al mercato globale sono solo agli inizi. L’eguaglianza, lungi dall’essere morta, non è mai stata più rilevante nella valutazione delle politiche. Le scelte politiche stanno diventando sempre più nette: possiamo optare per l’isolazionismo e il fondamentalismo, oppure possiamo continuare a scommettere sulla modernità, riconoscendo l’importanza della democrazia, della scienza e del capitalismo per la creazione del mondo moderno, senza tacerne né i vizi né i benefici, e proseguendo la lenta e faticosa opera di costruzione del tipo di policy transnazionale che può assicurare un futuro a tutti noi. Agire diversamente vorrebbe dire arrendersi a un triste destino» (p. 120). Sappiamo che la prospettiva social-democratica (o, come preferisco, del socialismo liberale) è da sempre esposta al fuoco simmetrico dei liberali (che, con Benedetto Croce, vi vedono un esempio di «cretinismo politico») e dei comunisti (che vi vedono un esempio di tradimento e resa).
In effetti ci sono almeno due modi di interpretare tale prospettiva ideologico-politica. Una sarebbe di stampo riformistico-progressista: alla luce dei princìpi della Rivoluzione francese (libertà e uguaglianza, fragili senza l’esprit della fraternità) impegnarsi in un «movimento» incessante verso l’equità sociale - e scrivo «movimento» per citare una parola-chiave di Eduard Bernstein, fondatore del Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania. Purtroppo anche per questo progetto filosofico-politico è avvenuto ciò che analogamente si registra in altri casi (dal liberalismo al comunismo e alla dottrina sociale cattolica): nella misura in cui si è andato traducendo in successi elettorali si è corrotto. È diventato la giustificazione ideologica – qui l’aggettivo è nell’accezione critica coniata da Marx – dell’assestamento su posizioni di potere istituzionale. Non più un pungiglione per il cambiamento incessante verso una méta da definire man mano che ci si avvicina, ma l’alibi per trasformare ogni tappa provvisoria in un traguardo soddisfacente.
Non ho elementi per stabilire a quali delle due interpretazioni del socialismo liberale (caro ai fratelli Rosselli, Guido Calogero, Aldo Capitini, Norberto Bobbio) sia più vicino Gamble, anche se le sue contestazioni teoriche al neo-liberalismo attraversano tutto il suo libro. Ma in ogni caso la sua rilevazione sociologica della situazione mondiale resta un contributo decisamente apprezzabile, anche perché accessibile non solo agli specialisti della disciplina.
Augusto Cavadi



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