8 novembre 2016

Il dialogo filosofico nell’era della comunicazione mediale e della globalizzazione

Comunicazione

All’alba di questo nostro nuovo millennio non possiamo non notare come l’umanità (con in testa il nostro caro Occidente) si stia ponendo di fronte a delle sfide sempre più ardite e pretenziose nella direzione dello sviluppo tecnologico, su cui si investe moltissimo per potenziare quella comunicazione mediale che ha già raggiunto livelli di efficienza e interattività impensabili soltanto qualche decennio fa.

Nello stesso tempo, però, non possiamo non constatare, con altrettanta risolutezza, l’impoverimento globale della comunicazione. Se ci osserviamo attorno, infatti, è estremamente evidente il costante caos a cui siamo quotidianamente esposti. Caos prodotto da un bombardamento di informazioni, messaggi, chiamate, parole, slogan pubblicitari, luoghi comuni, insulti, frasi ad effetto e campagne elettorali che, in realtà, nascondono un grande vuoto di senso che sembra continuare ad ingrandirsi. Siamo sempre più disorientati e naufraghi in un mare di discorsi i quali, ormai, sono dei veri e propri vortici che ci risucchiano in luoghi sempre più inautentici dell’esistenza, trappole che ci attirano e ci strattonano con violenza da una parte o dall’altra, nuvole di fumo che annebbiano la nostra vista e indeboliscono la nostra capacità di comprensione di un mondo sempre più complesso e articolato ma, in effetti, sempre più povero di senso. È incredibile quanto siamo diventati bravi a parlare omettendo costantemente l’essenziale, come se non avessimo più nulla di significativo e autentico da dirci.

In un mondo siffatto, dove ogni cosa tenta di appiccicarsi addosso un senso solo per vendersi meglio, dove tutto pretende un significato che in realtà non possiede, il dialogo filosofico s’impone, allora, come uno strumento fondamentale per fare un po’ di ordine e chiarezza nel tentativo di riappropriarsi del proprio spazio, del proprio tempo e della propria quotidianità, e per trovare quelle coordinate indispensabili al fine di trasformare il naufragio nel quale siamo coinvolti giornalmente nel nostro proprio autentico viaggio.

Ecco che, in tutta questa apparente povertà di spirito nella quale ci troviamo immersi, l’attitudine filosofica può davvero permetterci di abitare il mondo senza subirlo passivamente e può aiutarci a condurre la nostra vita da uomini liberi, che smettono di farsi trascinare forzatamente avanti, come prigionieri ribelli i quali, nel tentativo di spezzare le proprie catene e fuggire verso la libertà, ahimè finiscono in celle sempre più anguste, scomode e soffocanti.

Insomma: proprio (e quasi paradossalmente) nell’era della comunicazione mediale e della globalizzazione, dove tutti possono potenzialmente comunicare con tutti in ogni singolo istante, abbattendo al tempo di un solo click le barriere dello spazio, oltre a quelle del tempo, il dialogo filosofico risulta un’esperienza controtendenza, e in tal senso inattuale, ma per lo stesso motivo profondamente urgente e, dunque, appunto per questo, più attuale che mai.


Andrea Modesto
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9 commenti:

  1. Ma urgente per chi? Forse per chi non riesce a capire il senso di ciò che non condivide e che con molto paternalismo e tanta presunzione pretende di imporre il *proprio* senso agli altri!
    Oggi il senso è orizzontale e non verticale, è diverso, non "più povero", che è solo un giudizio presuntuoso. Almeno provate a spiegare perché il senso oggi prevalente non vi piace, invece che negarne l'esistenza solo perché non lo capite

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    1. Caro lettore e commentatore anonimo, alla domanda con cui esordisce il tuo commento rispondo: "Urgente per me e per molte persone che conosco, tra cui colleghi insegnanti, colleghi filosofi consulenti e amici più o meno intimi". Stando a quanto scrivi, dunque, siamo persone che non riescono a capire il senso di ciò che non condividiamo e che preferiscono imporre un senso tutto loro. E in parte ti do ragione: io, personalmente, fatico a comprendere il significato profondo della realtà circostante, in parte per mia personale ignoranza, in parte per la dirompente complessità di quello che mi circonda. In seconda battuta, però, ti farei notare che dietro alle tue parole si cela il seguente presupposto: il "senso" è qualcosa che "pre-esiste" rispetto all'uomo, qualcosa che è da qualche parte e che va dunque cercato, trovato e accolto. A mio avviso, invece, il "senso" è qualcosa di più, forse semplicemente qualcosa di diverso rispetto a quello che intendi tu (ti do del "tu" anche se tu mi hai dato del "voi", come se io fossi il portavoce di un intero partito che la pensa esattamente come me). Insomma, per farla breve: per me il "senso" è qualcosa che si crea, non è qualcosa di statico, di fermo, di immutabile e di “già dato”. Detto meglio: il "senso" è un atto di creazione condiviso. E credo che il dialogo filosofico sia proprio questo: un atto di creazione condiviso che "crea senso". Non voglio dire che questo sia l'unico modo attraverso cui l'uomo possa farsi creatore di senso, anche perché, di fatto, ogni gesto umano è intriso di significati. Il vero problema che cercavo di porre in evidenza nel mio post è che sempre più individui tendono a sottrarsi proprio da questa attività di creazione, limitandosi ad essere spettatori passivi di significati sostanzialmente estranei. Stiamo diventando sempre più persone che preferiscono demandare ad altri l'assunzione di responsabilità dell'esercizio del pensiero (l'attività creativa per eccellenza), o tutt'al più preferiamo scimmiottare comportamenti o idee conformi al pensiero dominante, che ci appiccichiamo addosso con una superficialità preoccupante. Sono d'accordo con te, però, (e concludo) quando parli dell'orizzontalità del pensiero, MA è proprio per questo che credo nelle potenzialità del dialogo filosofico (che provo a rilanciare, nel mio piccolo, nelle mie attività di insegnante e di filosofo consulente). Ritengo che il dialogo filosofico, che si può verificare in una consulenza filosofica, sia davvero uno dei pochi spazi di pensiero e di comunicazione oggi disponibili in cui possa realizzarsi un autentico confronto paritetico, dove è concretamente possibile creare LIBERAMENTE un percorso di senso condiviso, nel quale la meta coincide con il viaggio stesso; viaggio che spesso assume le sembianze di un dolce naufragio verso terre ancora vergini e inesplorate, di cui gli interlocutori stessi sono gli autori, gli artefici e i protagonisti. Ma è un’esperienza da vivere, più che da raccontare. Ma è una pratica da condividere, più che da contestare.

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  2. Mah, in ogni caso ho qualche dubbio: oggi c'è molta comunicazione e ciò porta a una certa confusione. Ma nel 1950 un contadino modenese solo in cellula poteva andare. E li il senso glielo infilavano giù per il gargarozzo. Non credo fosse meglio.

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    1. Paolo, come significa "in cellula" ? E' un modo di dire 'polentone' ? A noi 'terroni' sfugge il significato...

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  3. "Urgente per me e per molte persone che conosco, tra cui colleghi insegnanti, colleghi filosofi consulenti e amici più o meno intimi"
    Appunto, per voi, per quelli colti, non per gli altri, per quelli che il senso lo costruiscono in altro modo, passando le nottate tra bar e discoteche a bere e ballare o tifando per la propria squadra del cuore o affidandosi al capo di turno nella Leopolda di turno. Non è senso, quello? Non è costruito liberamente assieme ad altri che lo condividono? Era senso anche quello delle cellule degli anni 50, scelto liberamente perché invece che nelle cellule potevano andare in chiesa.
    Perchè quella gente dovrebbe scegliere liberamente il dialogo filosofico invece del gruppo ultras, del partito politico, della discoteca? Non lo capisco

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  4. Quantità e qualità viziosamente contrapposte: regola che si riconferma nel progresso delle (tele)comunicazioni. Sono d'accordo con Andrea, un'overdose di dati non fa bene a nessuno. Le discariche a cielo aperto - fisiche e/o virtuali - sono e restano un problema. In nome del progresso abbiamo oltraggiato il pianeta con le nostre amare produzioni; questo mondo non ci basta neanche più: ormai lanciamo navette a schiantarsi su altri pianeti, come biglietto da visita dell'umanità, peraltro mascherate sotto nomi innocenti quali "Rosetta".
    E neanche nel magma virtuale ci smentiamo: è ancora la spazzatura a farla da padrone. Con tanto di risultati (fenomeno USA), più o meno condivisibili.
    Considerare il dialogo filosofico un "fan-club" alla stregua degli "Ultras" o degli "Amici di Maria", significa escludere e/o ignorare il dialogo filosofico che dovrebbe essere alla base di ciascuno di questi gruppi, ovvero confessarne l'imbarazzante assenza.

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  5. Caro Andrea, stralcio: "... Caos prodotto da un bombardamento d’informazioni, messaggi, chiamate, parole, slogan pubblicitari, luoghi comuni, insulti, frasi a effetto e campagne elettorali che, in realtà, nascondono un grande vuoto di senso che sembra continuare a ingrandirsi".
    Sul senso abbiamo discusso per giorni qualche mese fa e non siamo arrivati alla fine neanche lontanamente. Che il Senso sia un'invenzione come già ti dissi, è paradossale e insostenibile. Il Senso è, se c'è, la combinazione estrema di Verità e di Assoluto e perciò si colloca alla fine, non tanto del nostro cammino fisico e contingente, ma addirittura metafisico se non trascendente. Ipotizzare un Senso come avvio o "affiancamento" della vita immanente, che porterebbe addirittura alla fusione di viaggio con meta, come ben sai, non l'ho mai capito e oserei negarlo categoricamente. Se così fosse saremmo costretti all'abbandono della ragione, dell'analisi e della stesa ricerca per quanto lunga e interminabile possa essere. Cioè vivremmo “col” Senso. Il Senso invece, lo continuo a vederlo in fondo, come ultimo ed esaustivo traguardo, che banalizzerà (non tanto nel tempo) ma ontologicamente ogni domanda o ricerca o fede e speranza, che è poi quello che sostiene il mitico San Paolo, quando approfondisce l’essenza del Paradiso.
    Ciao mitico, Guido Martinoli (Vacanze filosofiche Santa Caterina)

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    1. Carissimo Guido,
      come immagini avrei mille spunti da convidere con te per problematizzare e nel contempo approfondire le tue considerazioni e le tue riflessioni (e spero che avremo l'occasione di farlo di persona, come la scorsa volta). Per il momento preferisco risponderti con le parole di Goethe:

      "La più alta vetta raggiungibile all'uomo è la meraviglia; e se il fenomeno lo meraviglia, ne sia pago; non può dargli nulla di più alto e null'altro egli dovrebbe cercare dietro di esso; qui sta il limite"

      Concludo consigliandoti una lettura che contiene le risposte che stai cercardo (o dalle quali forse stai rifuggendo):

      LA SAGGEZZA DEL DUBBIO
      Messaggio per l'età dell'angoscia
      di Alan W. Watts
      Ubaldini Editore - Roma

      A presto (spero!)

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