2 febbraio 2017

Fare o agire?

Aristotele
La nostra è una società del fare; darsi da fare è un invito pressante che viene rivolto agli individui perché da quello dipende il successo o l’insuccesso nella vita; ma, come già Aristotele aveva chiarito, fare e agire sono attività profondamente diverse: nel fare si può essere ‘agiti’; l’azione, invece, richiede scelta, cioè consapevolezza del senso e della direzione da dare all’azione stessa. L’azione, inoltre, crea relazione, perché implica un rapporto con altri soggetti, e viene giudicata non in base alla competenza tecnica che si dimostra, ma in termini di valore. Oggi abbiamo mezzi tecnici spaventosi che ci consentono di ‘fare’ al di là del pensabile, ma non sappiamo bene come agire, cioè quale direzione dare al nostro fare: Il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante, esige un’etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo¹. Ma quale etica può scongiurare il rischio di uno sviluppo incontrollato della tecnica? Non l’etica cristiana che guarda essenzialmente alla buona o cattiva  intenzione sottesa all’azione e non tanto ai suoi effetti; ma, nel caso della tecnica, sono proprio gli effetti a essere pericolosi. Non l’etica laica, fondata sulla razionalità, che ha avuto la sua massima espressione in Kant, che non considera il danno che l’uomo può fare alla natura (e in definitiva a se stesso), perché il suo principio ispiratore ‘L’uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo’ riguarda solo i rapporti tra gli uomini e non il rapporto degli uomini con il mondo. Neppure l’etica della responsabilità, teorizzata da Weber e ripresa da Jonas, sembra, però, in grado di dare orientamenti all’azione, perché, per poter essere responsabili, bisogna essere in grado di prevedere le conseguenze delle  azioni, ma lo sviluppo della tecnica apre scenari imprevedibili. In definitiva, al nostro delirio di potenza corrisponde un forte limite conoscitivo rispetto agli effetti possibili del nostro potere.

Esposti come siamo all’imponderabile su vari fronti, e senza orientamenti certi, invece di ripiegare nel passato o adeguarci alle  mode, possiamo, nella consapevolezza che non esiste una meta sicura da raggiungere, vivere la nostra esperienza di vita nel mondo valorizzando il cammino e cercando,  di volta in volta, buone ragioni per agire, mantenendo quella che Franco Volpi chiama ragionevole prudenza di pensiero, quel paradigma di pensiero obliquo e prudente, che ci rende capaci di navigare a vista tra gli scogli del mare della precarietà, nella traversata del divenire, nella transizione da un a cultura all’altra, nella negoziazione tra un gruppo di interessi e un altro². E’ una riformulazione, adeguata al nostro precario presente, di quella capacità che Aristotele chiama ‘phrónesis’, che si può tradurre con ‘saggezza’: un sapere orientato all’azione che presuppone  conoscenza ed esperienza. Conoscenza di sé e conoscenza del mondo, consapevolezza della relazione esistente tra l’io, l’altro e la natura e capacità di valutare le situazioni e i mezzi a disposizione per poter agire nel modo migliore nelle condizioni date.


Anna Colaiacovo



¹ H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 1990, Prefazione, pag. XXVII
² F. Volpi, Il nichilismo, Laterza, Bari, 2004, pag. 178

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