• Anna Colaiacovo •

Nel secolo scorso, nel periodo che precede la seconda guerra mondiale, tre filosofe, pur molto diverse tra loro, affrontano con lucidità e passione gli stessi anni di violenza e di terrore. Sono Simone Weil, Rachel Bespaloff e Hannah Arendt. Hanno, come destino comune, l’essere ebree, esiliate, non accademiche. Le caratterizza l’autonomia di pensiero, il “pensare da sé” e l’attenzione per la vita concreta che le conduce all’azione.
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| Simone Weil, francese (1909-1943) | Rachel Bespaloff, francese (1895-1949) | Hannah Arendt, tedesca-statunitense (1906-1975). Filosofe |
Negli anni ’30 vivono in esilio a Parigi, ma non si incontrano. Nel periodo 1938-40, Weil¹ e Bespaloff² scrivono un saggio sull’Iliade, senza sapere nulla l’una dell’altra. Leggeranno solo in seguito le rispettive opere. Arendt e Bespaloff si incontrano nel 1942 a New York, dove nel frattempo sono emigrate, e diventano amiche. Alla morte per suicidio di Bespaloff, nel 1949, Arendt riflette sulla disperazione dei rifugiati europei, sulla loro difficoltà di integrazione e sulla sensazione di sradicamento che li distrugge. Un altro suo geniale amico, Walter Benjamin, si era suicidato nel 1940, in fuga dai nazisti.
Negli anni bui delle leggi razziali e della guerra, Weil e Bespaloff leggono l’Iliade. Perché? La ragione è questa: in una fase di caos, le opere classiche portano una luce di verità che permette di comprendere un presente senza luce.
L’Iliade è per Simone Weil il poema della forza, che aleggia ovunque: “Il vero eroe, il vero argomento, il centro dell’Iliade è la forza”. Nella guerra del ‘900, come nella guerra di Troia, per Simone, il vero soggetto della storia è la violenza. E la “forza è ciò che rende chi le sia sottomesso una cosa”. Ma, anche chi utilizza la forza e pensa di esserne padrone ne diventa schiavo a sua volta: è l’illusione del potere. Con la violenza crescono infelicità, falsità e ingiustizia. Per Simone tutto questo è intollerabile. Ha un tale bisogno di verità e di giustizia che, pur essendo nata a Parigi da una famiglia agiata, si schiera sempre dalla parte delle vittime e non solo a parole. Sperimenta sulla propria pelle la fatica del lavoro operaio, nonostante una salute cagionevole; partecipa come volontaria alla guerra civile spagnola; si impone una dieta da fame per solidarietà con i connazionali della Francia occupata e muore a 34 anni. Per tutta la sua breve vita, fa coincidere pensiero ed esperienza con una radicalità forse incomprensibile ai più.
L’Iliade, per l’intellettuale ucraina Rachel Bespaloff, è il poema dell’infelicità. La forza domina, certo, ma tutto questo fa parte della struttura dell’essere. È la visione eraclitea: Polemos è padre e re di tutte le cose, Ares non concede tregua. Da qui deriva il dolore e la scelta di Rachel: la condanna della guerra è inutile; è necessario invece andare alla ricerca delle “tregue sacre” che sono disseminate nell’Iliade.
Sono pause di contemplazione che spezzano l’automatismo della violenza e risvegliano l’umanità. Rachel, musicista e danzatrice prima ancora che filosofa, vede in Ettore il suo eroe, l’uomo che vuole tutelare ciò che di bello e di buono c’è nella vita. Inutilmente. La pausa più dolorosa e potente è l’incontro di Priamo con Achille. Il padre di Ettore entra nella tenda di colui che ha ucciso suo figlio e gli bacia le mani. Mani che portano ancora le tracce del sangue di Ettore. Rachel scrive: “tutte le parole sprofondano, Achille non è più lui, Priamo anche, restano solo gli sguardi che sono una sola cosa con la vita del tutto”. Priamo vede in Achille un uomo infelice, nonostante la vittoria. Achille vede in Priamo suo padre e si commuove:
La poesia di Omero ha la capacità di restituirci l’umano trasportandoci fuori dai campi di battaglia: la Poesia fa ciò che la Storia non è in grado di fare.
L’esigenza di comprendere un presente sempre più violento attraverso la grande letteratura è presente anche in Hannah Arendt. Nel Castello di Kafka, la filosofa trova la descrizione e l’anticipazione di una nuova forma di potere. Un potere burocratico, anonimo e inaccessibile che annulla l’identità dell’individuo. Il protagonista, l’agrimensore K., cerca disperatamente di integrarsi nel villaggio e di ottenere un riconoscimento del proprio ruolo, ma i suoi tentativi vengono sistematicamente frustrati:
Quando l’essere umano è ridotto a “cosa”, secondo Arendt, assistiamo al dominio della forza e alla scomparsa della politica. È quello che accade nei regimi totalitari. E, come per Weil, anche i vincitori, privi di qualsiasi tipo di sensibilità, diventano cose. Nel 1961 Hannah segue il processo ad Adolf Eichmann, il responsabile della macchina delle deportazioni verso Auschwitz, in realtà un ingranaggio di un potere burocratico pervasivo. La filosofa ascolta con grande attenzione il funzionario che si difende dalle accuse sostenendo di non odiare gli ebrei, di non aver mai torturato o ucciso nessuno, di aver solo obbedito agli ordini. E si rende conto che davvero Eichmann non capisce quello che ha fatto, non ne coglie la gravità. Nota in lui una assenza di pensiero, una incapacità di porsi dal punto di vista dell’altro. Non è un mostro, è un uomo “banale”.³ Arendt pagherà la sua indipendenza di pensiero con l’abbandono di molti amici e con l’accusa di arroganza e di tradimento da parte di tanti ebrei.
Negli anni bui delle leggi razziali e della guerra, Weil e Bespaloff leggono l’Iliade. Perché? La ragione è questa: in una fase di caos, le opere classiche portano una luce di verità che permette di comprendere un presente senza luce.
L’Iliade è per Simone Weil il poema della forza, che aleggia ovunque: “Il vero eroe, il vero argomento, il centro dell’Iliade è la forza”. Nella guerra del ‘900, come nella guerra di Troia, per Simone, il vero soggetto della storia è la violenza. E la “forza è ciò che rende chi le sia sottomesso una cosa”. Ma, anche chi utilizza la forza e pensa di esserne padrone ne diventa schiavo a sua volta: è l’illusione del potere. Con la violenza crescono infelicità, falsità e ingiustizia. Per Simone tutto questo è intollerabile. Ha un tale bisogno di verità e di giustizia che, pur essendo nata a Parigi da una famiglia agiata, si schiera sempre dalla parte delle vittime e non solo a parole. Sperimenta sulla propria pelle la fatica del lavoro operaio, nonostante una salute cagionevole; partecipa come volontaria alla guerra civile spagnola; si impone una dieta da fame per solidarietà con i connazionali della Francia occupata e muore a 34 anni. Per tutta la sua breve vita, fa coincidere pensiero ed esperienza con una radicalità forse incomprensibile ai più.
L’Iliade, per l’intellettuale ucraina Rachel Bespaloff, è il poema dell’infelicità. La forza domina, certo, ma tutto questo fa parte della struttura dell’essere. È la visione eraclitea: Polemos è padre e re di tutte le cose, Ares non concede tregua. Da qui deriva il dolore e la scelta di Rachel: la condanna della guerra è inutile; è necessario invece andare alla ricerca delle “tregue sacre” che sono disseminate nell’Iliade.
Sono pause di contemplazione che spezzano l’automatismo della violenza e risvegliano l’umanità. Rachel, musicista e danzatrice prima ancora che filosofa, vede in Ettore il suo eroe, l’uomo che vuole tutelare ciò che di bello e di buono c’è nella vita. Inutilmente. La pausa più dolorosa e potente è l’incontro di Priamo con Achille. Il padre di Ettore entra nella tenda di colui che ha ucciso suo figlio e gli bacia le mani. Mani che portano ancora le tracce del sangue di Ettore. Rachel scrive: “tutte le parole sprofondano, Achille non è più lui, Priamo anche, restano solo gli sguardi che sono una sola cosa con la vita del tutto”. Priamo vede in Achille un uomo infelice, nonostante la vittoria. Achille vede in Priamo suo padre e si commuove:
«Prese la mano del vecchio
e la scostò dolcemente:
entrambi ricordavano» (Omero)
e la scostò dolcemente:
entrambi ricordavano» (Omero)
La poesia di Omero ha la capacità di restituirci l’umano trasportandoci fuori dai campi di battaglia: la Poesia fa ciò che la Storia non è in grado di fare.
L’esigenza di comprendere un presente sempre più violento attraverso la grande letteratura è presente anche in Hannah Arendt. Nel Castello di Kafka, la filosofa trova la descrizione e l’anticipazione di una nuova forma di potere. Un potere burocratico, anonimo e inaccessibile che annulla l’identità dell’individuo. Il protagonista, l’agrimensore K., cerca disperatamente di integrarsi nel villaggio e di ottenere un riconoscimento del proprio ruolo, ma i suoi tentativi vengono sistematicamente frustrati:
«Lei non è del Castello,
lei non è del paese,
lei non è nulla» (Kafka)
lei non è del paese,
lei non è nulla» (Kafka)
Quando l’essere umano è ridotto a “cosa”, secondo Arendt, assistiamo al dominio della forza e alla scomparsa della politica. È quello che accade nei regimi totalitari. E, come per Weil, anche i vincitori, privi di qualsiasi tipo di sensibilità, diventano cose. Nel 1961 Hannah segue il processo ad Adolf Eichmann, il responsabile della macchina delle deportazioni verso Auschwitz, in realtà un ingranaggio di un potere burocratico pervasivo. La filosofa ascolta con grande attenzione il funzionario che si difende dalle accuse sostenendo di non odiare gli ebrei, di non aver mai torturato o ucciso nessuno, di aver solo obbedito agli ordini. E si rende conto che davvero Eichmann non capisce quello che ha fatto, non ne coglie la gravità. Nota in lui una assenza di pensiero, una incapacità di porsi dal punto di vista dell’altro. Non è un mostro, è un uomo “banale”.³ Arendt pagherà la sua indipendenza di pensiero con l’abbandono di molti amici e con l’accusa di arroganza e di tradimento da parte di tanti ebrei.
Anna Colaiacovo
| ¹ | Simone Weil, L’iliade o il poema della forza, Asterios editore, 2012 |
| ² | Rachel Bespaloff, Sull’Iliade, Adelphi, 2018 |
| ³ | Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 1964 |



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