7 agosto 2017

E se per le vacanze cercassimo un po' di pace?


Aspettiamo le ferie estive con comprensibile impazienza. Non sempre il bilancio consuntivo è adeguato, però, alle attese. Perché le vacanze, tanto agognate, possono deluderci? Forse perché le trascorriamo non come vorremmo veramente, ma come supponiamo che sia preferibile secondo i criteri dominanti nel nostro ambiente sociale. In effetti, per alcuni tipi antropologici, il quadrinomio sole-musica-alcool-risa funziona perfettamente (e su questi temi martellano gli esperti della pubblicità commerciale); ma ciò non significa che vadano bene per tutti né, ancor meno, che siano sufficienti per tutti. Può darsi che per qualcuno il sole sia gradito, ma ancor più gradito il fresco dei boschi; la musica sia apprezzabile, ma alternata a lunghe ore di silenzio; l’alcool non dispiaccia a fine giornata, ma non come strumento di socializzazione dalla mattina alla sera; le risa divertite siano preziose, ma come effetto di battute intelligenti e non come obbligo sociale per apparire in piena forma reprimendo sul nascere ogni sia pur minimo accenno di pensiero umanamente melanconico. Parafrasando un’espressione di Adriana Zarri (formulata in un contesto assai differente) direi che non ho nulla contro il sole, la musica, l’alcool e le risa: è il loro plesso, il loro intreccio, che mi preoccupa.

Potremmo dunque, prima di decidere la méta e lo stile delle nostre vacanze (ammesso che apparteniamo a quella fascia sempre più ristretta di famiglie che possono permettersene una fuori le mura domestiche) dedicare dieci minuti ad ascoltare il nostro animo più autentico per provare a rispondere alla domanda cruciale: che cosa desidero, davvero?

Potremmo scoprire che ciò che davvero vorremmo sarebbe trascorrere alcuni in giorni in pace. In un contesto naturalistico e storico incantevole, come Erice; con persone affabili, ma capaci di rispettare anche i nostri momenti di solitudine; con degli spunti di riflessione sapienziale su un tema eternamente intrigante, come l’amore in tutte le sue molteplici versioni, ma anche con spazi di silenzio meditativo in cui le parole altrui tacciono per fare emergere le nostre idee e mettere un po’ d’ordine fra di esse.
Per chi desiderasse una vacanza del genere un’occasione last minute (dalla sera del 18 agosto al pranzo del 24 agosto 2017) è rintracciabile sul sito vacanze.domandefilosofiche.it. E’ un’esperienza di “filosofia per non... filosofi” (di professione) inaugurata nell’estate del 1983 che, nonostante i decenni trascorsi, non sembra aver perduto il suo fascino: già una trentina di persone, da tutta Italia, hanno aderito alla proposta (ed è significativo che la maggior parte siano persone che ritornano dopo aver realizzato più volte l’esperienza in altre belle località italiane).

Augusto Cavadi


“100Nove” / 3.8.2017 - Settimanale distribuito in tutte le edicole siciliane
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20 luglio 2017

Bruno Vergani recensisce "Il mare, come è profondo il mare..." di Augusto Cavadi

Filosofia per la vita - Cavadi, Com'è profondo il mare
Potrebbe sfuggirci, ma la condotta personale, valorosa o micragnosa che sia, è prodotta da precisi moventi, mezzi e fini, che ci caratterizzato e che perseguiamo, tutti ci comportiamo, dunque, ottemperando etiche. Di valorose e convenienti le possiamo attingere dalla storia dell’umano pensiero, ma i poeti insegnano che anche l’attenta osservazione della natura può suggerircene di non meno proficue e puntuali, a iniziare dal mare. Augusto Cavadi lo fa nel suo ‘libricino’ "Il mare, com’è profondo il mare..." - titolo preso in prestito da Lucio Dalla - (Diogene Multimedia, Bologna 2017).

L’Autore nel suo andare per mare pesca l’etica dell’avventura, quella della precarietà, della finitudine e del rispetto, della gratuità e dell’attesa, della solidarietà, convivialità, affidamento e accompagnamento, l’etica dell’oltranza, dell’approfondimento e del naufragio, per portarle nel vivere quotidiano. Libro da meditazione che alla larga da superflui pedanteggianti sta sul pezzo condensato e fragrante, da ruminare con piacere e profitto a qualsiasi pagina. 

Bruno Vergani


www.brunovergani.it / 26.6.2017
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13 luglio 2017

"Il mare, com’è profondo il mare...", di Augusto Cavadi: recensione di Antonino Cangemi

Filosofia per la vita - Il mare, com'è profondo il mare - Augusto Cavadi

“Il mare, come è profondo il mare...” di Cavadi tra suggestioni e riflessioni

Quante riflessioni ci suggerisce la contemplazione del mare? Tante, di diversa natura, a volte di segno opposto. Augusto Cavadi, che da qualche anno ha indirizzato la sua prolifica produzione editoriale sul solco della filosofia in pratica, col suo recentissimo “Il mare, come è profondo il  mare...”, edito da Diogene Multimedia, ci aiuta a interrogarci su ciò che il mare rappresenta per ciascuno di noi. Cavadi ci offre il suo supporto per  stimolare le nostre sensazioni e i nostri pensieri mentre ci espone considerazioni di noti e meno noti pensatori, di poeti, psicoterapeuti, consulenti filosofici.

Le tante citazioni contenute nel libro - tutt’altro che sfoggio d’erudizione - invitano i lettori al confronto delle idee, affinché da tale confronto e dal confronto con i punti di vista dell’autore maturi un orientamento personale. In altri termini Cavadi, come si conviene a un consulente filosofico, lungi dal volere affermare in modo impositivo i suoi convincimenti, attraverso articolati ragionamenti esercita sui lettori un’attrazione maieutica. Il mare sollecita le più disparate meditazioni, e Cavadi le fa affiorare con un percorso argomentativo ricco e suggestivo. Sicché, in questo libriccino (133 pagine, euro 9,80) frutto probabilmente di una “vacanza filosofica”, il  mare insegna ad immergersi nella vita, ad affrontarne i pericoli e le  delusioni, a rischiare e a non ripiegarsi nell’inerzia, ma è anche metafora della precarietà dell’esistenza, richiama nello stesso tempo il senso dell’infinito e dei limiti dell’uomo, affascina e sgomenta. Al mare è legata quella che Cavadi definisce “l’etica del rispetto”: la sua immensità, profondità, oscurità induce l’uomo ad avere consapevolezza di non essere onnipotente e la coscienza della propria fragilità reclama il rispetto della sua fauna e della sua flora, ma anche la solidarietà tra gli uomini che sfidano il mare o che sono costretti a confrontarsi con le sue insidie. Tante altre sono le “lezioni” del mare, secondo la prospettiva eticamente orientata di Cavadi.

Il mare è un bene immateriale, nessuno può sostenere di esserne padrone, appartiene a tutti e, in quanto bene comune, esige di essere preservato dalle tante minacce: per esprimere ciò cosa vi è di più efficace degli accorati versi della canzone di Dalla, da cui il libro prende in  prestito il titolo? “Certo/ chi comanda / non è disposto a fare distinzioni poetiche / il pensiero come l’oceano / non lo puoi bloccare / non lo puoi  recintare. / Così stanno uccidendo il mare”. Il mare fa imparare l’arte della pazienza, del sapere aspettare, della fiducia in condizioni prossime migliori. Chi meglio dei pescatori, che tanta familiarità hanno con il mare, sono campioni di pazienza? Il mare fa superare le barriere delle “differenze”, fa incontrare gli uomini, promuove lo scambio e l’integrazione tra universi culturali diversi. Il mare ci fa volgere lo sguardo oltre, ci porta a esplorare oltre i confini delle nostre  conoscenze: si pensi all’esempio dell’Ulisse dantesco. Leggendo il libro di Cavadi, magari sotto un ombrellone in una località balneare, scopriremo queste e molte altre suggestioni del mare: e il bello è che alcune di esse saranno frutto di un nostro autonomo “filosofare”, messo in moto dal metodo socratico cui si affida l’autore.

Antonino Cangemi


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22 giugno 2017

Antropologia filosofica e dintorni


Ricevo da Armando Caccamo, un ex-manager di azienda farmaceutica della mia città, la e-mail che copio e incollo qui di seguito.

Caro Augusto,
ho letto l’articolo apparso su “L’Espresso” di domenica 18 giugno 2017 a firma di Andrea Zhok, filosofo ed esperto di antropologia filosofica (che non so di preciso cosa voglia dire), che mi ha fatto riflettere parecchio. L’autore fa un’analisi del pensiero del Novecento e si pone una domanda: nell’epoca della scienza, che ha frammentato i ‘saperi’ (per cui oggi un fisico non conosce neppure l’intera fisica, un biologo neppure l’intera biologia etc... e, comunque, nel migliore dei casi, il fisico conosce solo la fisica e il biologo solo la biologia), quale può essere il ruolo della filosofia?
Nel secolo scorso, afferma l’autore (cito molto liberamente), la filosofia ha paradossalmente accomunato orientamenti filosofici così diversi come la riflessione epistemologica, la storia della filosofia, la critica culturale e l’indagine analitica con l’esito di ottenere una tendenziale rinuncia a “l’orizzonte della sintesi, al tentativo di produrre visioni del mondo, o loro abbozzi”. Da parte sua, il modello su cui è progredita la scienza ha finito per screditare il fulcro del pensiero filosofico e cioè la ricerca di “sintesi razionale di cui si sente acutamente la mancanza”. L’irrazionalismo imperante, tessuto d’informazioni non relate fra di loro, ha fatto proliferare, attraverso i canali d’informazione, personaggi “tuttologi” e “guru autopromossi” che non fanno che confondere ulteriormente le idee a chi, come molti di noi non-filosofi e non-scienziati, già chiare non le ha. In questo contesto, invece, l’indagine filosofica è, o dovrebbe essere, l’unica forma culturale che abbia il dovere, oltre che la possibilità, di  fornire una lettura del presente atta a indicare una visione e un orientamento razionale del mondo. Questo per consentire all’intelligenza di non rassegnarsi al “pluralismo brado” che oggi ci frastorna come mai in passato. 
Tu che ne pensi? Mi piacerebbe un tuo commento.
Nell’attesa, un saluto con affetto e stima.

Armando

* * *

Caro Armando,
ti ringrazio della segnalazione di un articolo che molto probabilmente mi sarebbe sfuggito (non sono da molto tempo un lettore abituale dell’Espresso. Intanto mi tolgo l’incombenza più facile rispondendo alla tua domanda (implicita) su cosa significhi “antropologia filosofica”. L’antropologia è, secondo l’etimo della parola, lo studio dell’uomo e quando s’incontra questo termine ci si riferisce solitamente all’antropologia “culturale” ossia allo studio scientifico delle caratteristiche dell’essere umano in una o in molte o in tutte le società del pianeta e le epoche della storia. Poiché però l’uomo non è solo oggetto delle scienze umane (psicologia, sociologia, etnologia...), ma anche della riflessione filosofica, più raramente si trova la formula “antropologia filosofica”: in termini semplici, lo studio dell’uomo dal punto di vista della filosofia (dunque il tentativo razionale di decifrare il senso dell’esistere dell’uomo nell’universo).
Più impegnativo commentare, come mi chiedi, l’articolo di Andrea Zhok anche perché (mea culpa!) non ho mai letto una riga delle sue opere (di cui, anzi, non ho neppure avuto notizia: ma l’onniscienza non è di noi mortali). Sulla base dei tuoi cenni mi sento di affermare due mie convinzioni, apparentemente contrapposte. Da una parte ritengo che egli abbia ragione nel chiedere a noi filosofi il coraggio di sbilanciarci offrendo delle prospettive complessive sulla realtà (i tedeschi dicono delle visioni-del-mondo): sino alla prima metà del Novecento ancora c’erano pensatori che osavano tanto, ma sempre più è prevalsa la tendenza a occuparsi di micro-problemi filosofici (e, poiché la filosofia non ammette di essere spezzettata dal momento che in ogni frammento ritrova le domande totali, a diventare storia della filosofia, così da potersi dedicare allo studio di un testo della tradizione filosofica o anche solo di una parola particolarmente significativa). Dall’altra parte, però, devo riconoscere che quando la filosofia prova a dare prospettive globali sulla vita e sulla morte, sull’individuo e sulla società, sulla natura e sul divino... rischia di trasformarsi in ideologia: intendo dire in sistema chiuso la cui validità viene cercata sempre meno dal punto di vista della verità e sempre più dal punto di vista dell’efficacia politica. E’ possibile fare filosofia fra il rischio della mera esegesi libresca dei classici e il rischio della costruzione ideologica coerente, compatta, ma protetta dalle obiezioni altrui e disponibile al committente più facoltoso (un imprenditore transnazionale o un partito o un sindacato o una chiesa...)? Non lo so. So però che vale la pena provarci per una ragione radicale: ognuno di noi si costruisce, lo voglia o no, una propria “concezione generale della realtà”. Se non ne prende mai coscienza e non mette la propria “metafisica” (o “teoria complessiva dell’essere”) a confronto critico con le “metafisiche” altrui, rischia di restare prigioniero delle proprie idee; prendendone consapevolezza, con l’aiuto di un filosofo che non abbia il terrore della “metafisica”, potrà accettarle o rifiutarle o correggerle. E vivere con più responsabilità le proprie opzioni di vita quotidiana.
Alla prossima, con altrettanto affetto.

Augusto Cavadi




In apertura: opere dello scultore Franz Xaver Messerschmidt
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20 giugno 2017

"Com’è profondo il mare", di Augusto Cavadi: da questo mese in omaggio con "Diogene Magazine"

Filosofia per la vita - Cavadi, Com'è profondo il mare
Come molti di voi già sanno, il trimestrale “Diogene magazine” è una rivista di filosofia rivolta a tutti, non solo a professionisti del settore. Propone articoli che intrecciano varie discipline per riflettere su tematiche da sempre care all’uomo, ma anche su problematiche più specificamente contemporanee. Articoli di letteratura, teatro, cinema, arte si alternano a riflessioni etiche, sociali, politiche. D’impronta fortemente giornalistica, sempre ancorato alla realtà, Diogene Magazine prova ad andare al di là dell’autoreferenzialità accademica e del linguaggio settoriale per aprirsi all’esistere concreto dell’uomo e offrire sguardi critici sul mondo che lo circonda. Ampio spazio è dato alle immagini, spesso creazioni inedite che rendono la rivista interessante anche dal punto di vista artistico.

Nota: l’abbonamento annuale (4 numeri a partire dal primo numero che si riceve, indipendentemente dal mese dell’anno solare) costa 30 euro e potrà essere effettuato via internet (www.diogenemagazine.it).
Ogni singolo numero (del costo, in abbonamento, di euro 7,50) sarà corredato di un volume del prezzo di copertina di euro 9,90.
Il numero 42 della rivista – che è il numero attualmente in distribuzione – contiene come libro in omaggio la mia ultima pubblicazione: "Com’è profondo il mare" (Diogene Multimedia, Bologna 2017).

Augusto Cavadi

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13 giugno 2017

Dal blog di Bruno Vergani - Breve invito al protagonismo

Bruno Vergani su Filosofia per la vita
Sul blog di uno dei nostri più affezionati lettori - oltre che prezioso amico personale - ho letto un suo ‘post’ riguardante uno dei momenti più significativi e seguiti della Quarta edizione del Festival della filosofia d’a-Mare (Castellammare del Golfo, 1–4 giugno 2017). Scriveva Bruno Vergani (su www.brunovergani.it):

“L’altro giorno ho partecipato a un incontro pubblico tra un consulente filosofico e uno psicoterapeuta, il dialogo affrontava gli specifici campi d’intervento, le eventuali sinergie come i possibili antagonismi dei rispettivi approcci. Al termine dell’incontro avevo avvertito una certa insoddisfazione per qualcosa d’irrisolto che non riuscivo a focalizzare.

Nel ripensarci individuo - tra le possibili cause, mie incomprensioni incluse - l’intervento del consulente filosofico che puntuale nel definire quello che non fa - terapeutica in primis - ha sì illustrato quello che fa, ma glissando sul perché può farlo e su cosa poggi di preciso nel farlo. Cosa buona e giusta che non esista - che so? - il consulente filosofico nietzschiano che nell’operare con un suo ospite confuso a seguito di ripetute conformazioni passive agli eventi della vita lo rimetta in sesto ripetendogli schemi di pensiero acquisiti, così da latrargli lo schifo che gli fanno quelli come lui, gentaglia che evita di schiacciare sotto la suola per lo schifo che gli procurerebbe la poltiglia prodotta (Zarathustra), nondimeno è cosa buona e giusta che il consulente filosofico spieghi la disciplina e il correlato statuto epistemologico che autorizza e giustifica il suo operare.

Il punto è che, per quanto ho osservato nell’incontro, tale disciplina e statuto coincidono col soggetto medesimo del consulente filosofico che ti trovi davanti, soggetto formato sicuramente dal pensiero dei filosofi che ha frequentato, ma in ultima analisi tutto poggiato e autorizzato da sé medesimo, sovranità che non contempla radiazioni dall'Albo e non produce eretici e neppure apostati. Non dovrebbe avere timidezze nel proclamarlo in piazza invece di teorizzare una sorta di filosofare corretto perché logico e impersonale - quale logica, quella della filosofia scolastica? Quella della fisica quantistica? - Non rischierebbe nulla nell’ergersi all'altro come protagonista poggiato sul personale pensiero - circolo ermeneutico del relazionarsi tra soggetti attraverso reciproche pre-comprensioni: anche la maieutica opera necessariamente partendo da un punto di vista -, a maggior ragione nel caso di specie visto che governare, educare, curare, sono tre mestieri impossibili (Freud), anche se non di rado gli psicoterapeuti se lo dimenticano più dei filosofi”.

I due protagonisti del confronto, da me introdotto e moderato, erano lo psicoterapeuta siciliano Pippo La Face e la consulente filosofica toscana Marta Mancini. Quest’ultima ha, a sua volta, postato un commento alla nota di Bruno Vergani che vale la pena riprendere:

“E' vero che una delle affermazioni più forti della Consulenza Filosofica sostiene che “la forma concreta della filosofia è il filosofo” ma tale assunto, proprio per la sua lapidarietà, è anche uno dei punti da mettere bene a fuoco per descrivere la disciplina e ciò che si propone di ottenere. E' uno snodo che richiede un capovolgimento di prospettiva, una conversione che - per dirla con Davide Miccione - sciolga l'identità della filosofia nel concreto filosofare, nell'effettivo esercizio che il consulente fa, in presa diretta, con il suo ospite. Nella Consulenza Filosofica la questione non è se vivo ciò che penso, ma se porto il pensiero in ciò che vivo, prendendo coscienza di chi sono e mettendo in discussione la mia vita. Tale presupposto vale anche per il filosofo: egli viene chiamato in causa, al pari del suo ospite, di fronte alla domanda che parte dalla singolarità di un'esperienza concreta per farvi ritorno, ripensando da capo, non avendolo fatto prima o altrove.
Ecco perché il filosofo è funestato dalla domanda del suo interlocutore: non potendo rispondere in modo generalizzato con teorie già pensate e ritenute coerenti, è costretto ad esporsi, a mettersi alla prova rivolgendo anche a se stesso le domande provenienti dalla vita di quel singolo individuo che gli sta di fronte. Certo che anche il filosofo, come il suo ospite, non è una testa vuota ma ciò che per entrambi avviene nella Consulenza Filosofica, in luogo del “relazionarsi tra soggetti attraverso reciproche pre-comprensioni”, è lo sporgere della vita sulla teoria. Anzi delle vite, da co-protagonisti”.

Come si vede, uno scambio di notevole livello: che possa servire anche ad aprire un più ampio dibattito su questo nostro spazio virtuale?


Augusto Cavadi

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6 giugno 2017

Come è andato il Festival a Castellammare del Golfo?

Augusto Cavadi sul Festival Nazionale della Filosofia d’A-mare, quarta edizione, Castellammare del Golfo (TP), 1-4 Giugno 2017

In molti mi chiedete come sia andata la Quarta edizione della Filosofia d’a-Mare a Castellammare del Golfo dal 1 al 4 giugno. Anche se non è facile restituire per iscritto un clima psicologico, direi un’atmosfera spirituale, ci provo lo stesso. Per chi non abbia voglia di andare sino in fondo a questo messaggio mi limito a una frase: “E’ andata bene, anzi benissimo. Addirittura meglio dell’anno scorso e la soddisfazione espressa da tantissimi partecipanti mi ha reso felice”.
Dal punto di vista quantitativo non c’è stato quel balzo in avanti che mi aspettavo: evidentemente la scelta consapevole di non invitare star anche mediaticamente attraenti ha comportato un contenimento del numero dei partecipanti (attestatosi, nel giro dei quattro giorni e includendo qualche evento aperto a un pubblico non-pagante, a poco più di un centinaio).
Ma (forse proprio per l’autoselezione degli iscritti che si sono mossi da Torino, da Bergamo, da Bologna, da varie altre regioni esclusivamente per motivazioni ‘filosofiche’) dal punto di vista qualitativo difficilmente si sarebbe potuto desiderare di più.
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