13 maggio 2017

Nasce con Socrate, sopravvive con Platone. Poi muore, ma...

Dalla rivista on line - scaricabile gratuitamente - della SFI (Società filosofica italiana) "Comunicazione filosofica", maggio 2017, n. 38.

Giorgio Giacometti, Platone 2.0. La rinascita della filosofia come palestra di vita.
Giorgio Giacometti, "Platone 2.0. La rinascita della filosofia come palestra di vita". Mimesis, Milano - Udine 2016, pp. 796, euro 40,00.

Ci sono libri che lanciano sfide intellettuali ardite rispetto alle quali sono possibili due reazioni principali: se c’è fumus di paradossalità gratuita, le si lascia cadere nel silenzio; altrimenti si concede l’onore della dialettica. Che nel suo Platone 2.0 . La rinascita della filosofia come palestra di vita (Mimesis, Milano - Udine 2016, pp. 796, euro 40,00) Giorgio Giacometti lanci una sfida ai limiti della sfrontatezza è un dato; che meriti una considerazione attenta è la mia opinione. Qual è dunque la provocazione? Per parafrasare Nietzsche, che c’è stato un solo filosofo ed è morto nel suo letto (ad Atene, nel quarto secolo). Ma diciamolo meglio: se "la filosofia autentica è quella che ti consente di fare «esperienze di verità» e di vivere di conseguenza", "nulla di tutto quello che è stato prodotto in forma scritta merita il nome di filosofia in senso proprio o pieno". Infatti "la forma scritta, come sappiamo, tradisce l’irrinunciabile forma dialogica del filosofare" (p. 488). Questo sarebbe il nucleo della testimonianza socratica raccolta, e tramandata, da Platone: poiché, però, dopo Platone, la filosofia si è consegnata a un genere letterario della scrittura, quel nucleo è progressivamente sparito dall’orizzonte occidentale (non dai contesti storico-culturali orientali) e solo da pochi decenni, grazie a Gerd Achenbach e alle pratiche filosofiche, sta riemergendo.
E' chiaro che un teorema simile si presta a una raffica di obiezioni: merito non piccolo di Giacometti è di averle previste, formulate e contro-argomentate. In ordine crescente di radicalità: innanzitutto chi ci dice che nelle "pratiche filosofiche" (la consulenza filosofica individuale, di coppia o di gruppo; i dialoghi socratici; i seminari; i laboratori; i caffè filosofici, la philosophy for community...) riluca davvero il filosofico? Abbastanza agevole la risposta: "l’effettiva filosoficità di una pratica, che si denomini o meno 'filosofica' [...], non è qualcosa di immediatamente evidente (primo livello di lettura), ma richiede, per essere riconosciuta, di essere concretamente sperimentata (secondo livello di lettura); in modo da poter vedere l’effetto che fa; certi segni che ci consentano di dire (o meno), a posteriori, di una certa pratica, quale che ne sia la denominazione: 'Fu vera filosofia'" (p. 701).
Ma se la vera filosofia è dialogo orale, come mai sappiamo questo da testi scritti (come i dialoghi platonici)? Il medium grazie al quale ci viene tramandato il segreto della filosofia sarebbe dunque, esso stesso, negazione del filosofare? Giacometti non evita di ammettere che Platone, da molti considerato il filosofo per antonomasia, "testimonia, forse, della paradossalità della stessa filosofia" (p. 54). E ci ammonisce, dunque, a relativizzare ogni scrittura filosofica che è tale in quanto, da una parte, evoca un’esperienza filosofica realizzata e, dall’altra, accompagna verso un’esperienza filosofica da realizzare.
Questa ammonizione platonica Giacometti l’ha trasmessa per molti anni oralmente: ma, avendo deciso adesso di trasmetterla per iscritto, non sta reduplicando - e aggravando - il paradosso platonico dei dialoghi? Egli se ne mostra consapevole e, lungi dal rigettare l’accusa, ne fa quasi una cifra interpretativa della propria opera: "Questo, dunque - lo si è capito - è un libro che si contraddice per il fatto stesso di essere scritto. La scrittura rende impossibile quel dialogo in cui il vero esercizio filosofico dovrebbe consistere" (p. 60). Per ridurne il tasso di paradossalità, l’autore ha strutturato in forma doppiamente (o triplamente) dialogica il testo: che è un (quasi) dialogo reale fra lui e il lettore, formulato come dialogo immaginario fra lui e un interlocutore (un non- filosofo di professione come solitamente è chi chiede una consulenza) nel corso del quale il consulente racconta lo svolgimento essenziale di dialoghi precedenti reali con altrettanti consultanti. Comprensibilmente, inoltre, Giacometti assicura (in ogni sede possibile, fisica o virtuale) che questo scritto sulla priorità  - filosofica - dell’oralità rispetto alla scrittura sia un hapax legomenon, un unicum irripetibile: una sorta di scala di Wittgenstein da abbandonare ogni volta che sia servita a trascendere il piano della comunicazione scritta. Comunque pare verificarsi anche per lui - appassionato e forbito difensore a oltranza dell’oralità del filosofare - la nemesi storica illustrata da Hans Blumenberg: "Tra i libri e la realtà è posta un’antica inimicizia. Lo scritto si è sostituito alla realtà, nella funzione di renderla - in quanto definitivamente inventariata e accertata - superflua. La tradizione scritta, e infine stampata, si è costantemente risolta in un indebolimento dell’autenticità dell’esperienza. […] Così, dall’aria soffocante, dalla penombra, dalla polvere e dalla miopia, dalla sottomissione alla funzione di surrogato sorge il mondo dei libri come antinatura. E ogni volta contro mondi artefatti si rivolgono movimenti giovanili. Finché la natura sta, di nuovo, nei loro libri" (La leggibilità del mondo, Il Mulino, Bologna 1984, p. 11). Come è successo, per esempio, a Montaigne che, dopo aver elogiato Socrate in quanto aveva evitato di scrivere e dopo aver esaltato ciò che si può apprendere direttamente dalla vita e dal mondo, affida tutto ciò a un libro, sia pur "le seul livre au monde de son espece, d’un desseing farouche  et extravagant" (Essais, II, 8).
Naturalmente, dal momento che non è un provocatore gratuito, Giacometti finisce con l’ammettere che la sua tesi complessiva - la filosofia che nasce orale, agonizza e si spegne per millenni a causa della scrittura, "rinasce" con le "pratiche filosofiche" dalla seconda metà del Novecento a oggi -  non esclude considerazioni più ragionevoli: che "il 'dibattito' secolare su questo o quel tema, che si svolge, per iscritto (orrore!), sulle pagine di questo o quel libro, di questa o quella rivista di filosofia (magari on line) ecc. non produca qualche effetto simile a quello prodotto dal dialogo vis à vis" (p. 774). Allora - ammirati dall’acume e dall’ampiezza delle argomentazioni svolte (grazie alle quali nessun angolo delle pratiche filosofiche rimane oscuro agli occhi di chi vuole conoscerle davvero, al di là delle chiacchiere più o meno giornalistiche, sia come aspirante consulente che come potenziale consultante) - si può condividere senza difficoltà la conclusione del saggio introduttivo (Non solo Platone. Pratiche filosofiche d’Oriente e d’Occidente) di Giangiorgio Pasqualotto (che pure rivendica le caratteristiche dell’autentico filosofare, da Giacometti riservate a Platone e al platonismo, anche a "alcune forti espressioni di pensiero prodotte in Oriente", p. 16): "La proposta offerta dal libro di Giacometti appare quindi coraggiosa al limite della temerarietà, ma risponde a una comune speranza di rivitalizzare la presenza e l’importanza della filosofia in un mondo in cui il destino sembra sia quello di una globalizzazione sempre più rapida, intensa ed estesa, la quale annienta ogni premessa e ogni forma di esperienza filosofica, lasciando in vita soltanto le forme più elementari e banali di realismo analitico. Forse, allora, per far fronte a questo imminente futuro di miseria e di degrado esistenziale, culturale e concettuale, sembra più convincente e conveniente affidarsi ai sogni antichi di un Giacometti che alle acrobazie profetiche di uno Sloterdijk" (pp. 45 - 46).
Potrei aggiungere in coda, per gli studiosi di storia del pensiero, che il volume aiuta a comprendere -reduplicato per così dire in diretta - un fenomeno storico che (almeno a me) riusciva prima enigmatico: come è stato possibile che una scuola platonica sia diventata scettica (gli Accademici ellenistici)? L’autore infatti, non mostra alcun pudore nel sostenere che la vera filosofia aspira alla Verità assoluta (cfr. pp. 457 - 459) che coincide con il Bene assoluto (cfr. pp. 478 - 485): ma proprio perché la méta è così elevata, concetti e parole umane restano irrimediabilmente inadeguati, anzi condannati alla intrinseca "contraddizione". E allora non è solo la scrittura filosofica, ma sono anche la lettura dei testi filosofici e lo stesso dialogo orale interpersonale a essere esposti all’equivoco e all’interpretazione soggettiva. Siamo forse dinanzi all’ennesimo paradosso: un’impostazione metafisica molto classica (la filo-sofia come eros per le Idee eterne, da vivere sin dalle viscere e non solo cerebralmente) si rivela apparentemente anacronistica, ma in effetti può convivere senza traumi con gli esponenti  più spregiudicati della contemporanea temperie post-moderna.

Augusto Cavadi

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9 maggio 2017

Liberi, in carcere

Filosofia per la vita: Liberi, in carcere - Di Anna Colaiacovo.

"Nel 2011 sono stato finalmente arrestato per associazione a delinquere e traffico internazionale di stupefacenti... e condannato, poiché colpevole fino all’osso. Potrà sembrare strano o bizzarro, ma paradossalmente in carcere ho trovato il vero me stesso, ho trovato il tempo di riflettere".
Così si esprime F., un detenuto che ho avuto modo di conoscere durante gli incontri filosofici organizzati nel carcere di Pescara. 'Finalmente' perché da lì è iniziato per lui un percorso che lo ha condotto a riesaminare la propria vita, a rendersi conto fino in fondo di quanto avesse subito l'influenza dell'ambiente malavitoso in cui era cresciuto: "sono stato nutrito e allevato con la logica della sopraffazione e della legge del più forte. Mio padre, i miei fratelli erano tutti malavitosi".
Non è  semplice avere la capacità di pensare autonomamente e in modo diverso rispetto all'ambiente in cui si è immersi fin dalla nascita. Ma F. non cerca attenuanti, riconosce tutto il male che ha fatto e se ne assume l'intera responsabilità. E aggiunge: "ho trovato il senso del giusto e il vero me stesso nel luogo più improponibile: il 'carcere'". In carcere ha trovato il 'tempo' di riflettere.
Dialogando con i detenuti ci si rende conto che per loro il tema 'tempo' è centrale e può diventare ossessivo. Ne hanno tanto di tempo a disposizione e spesso non sanno cosa farne.
S. (un altro detenuto) si esprime così: "il tempo qui dentro non passa mai... tante ore passate sul letto a guardare il soffitto, che senso può  avere la vita così?".
Occorre dare un senso al tempo di vita che si trascorre in carcere, solo così c'è la speranza che la pena tenda alla rieducazione del condannato (art. 27 della Costituzione italiana). Sono certo importanti le opportunità di lavoro (anche per un futuro reinserimento sociale), ma fondamentale, secondo me, è dare la possibilità di riprendere gli studi, dotare il carcere di biblioteche e aiutare i detenuti a riflettere e a allargare i propri orizzonti e a non sottostare a "rapporti di potere che ci sono anche qui dentro e sono anche peggio rispetto a fuori".
F. è diventato in carcere un appassionato lettore, e oggi, pur avendo frequentato soltanto la quinta elementare, dimostra di possedere una cultura e una apertura mentale fuori del comune. Per lui la filosofia è 'imparare a interrogare le domande', definizione che colpisce tutti i presenti agli incontri filosofici. Diamo per scontate le domande e cerchiamo le risposte, mentre è proprio la capacità di interrogare le domande che ha portato F. a mettere in discussione i principi che fino a un certo periodo hanno orientato la sua vita e a non riconoscersi più nell'uomo che era stato.
Inevitabilmente, nei nostri incontri, è stato affrontato tante volte il tema della libertà. E, da A. (un altro  detenuto) è venuta l’osservazione più interessante: si può essere liberi interiormente anche in carcere, mentre la mente chiusa nei suoi pregiudizi è in grado di costruire prigioni da dove risulta impossibile evadere.

Don Raffaè - Fabrizio De Andrè

Anna Colaiacovo



In apertura: uno dei tre murali realizzati dall'artista Paul Sonsie (sonsiestudios.com) all'interno della prigione "Karreenga Corrections Facility" a Lara, Victoria, Australia, Settembre 2016.
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28 aprile 2017

Ma, scusi, a cosa serve un Consulente filosofico?


«Ma, scusi, a cosa serve un Consulente filosofico?»

Un’hostess a un check-in a Fiumicino
(dopo aver letto la mia professione sulla carta d’identità)

Se leggiamo di una famiglia che, dopo anni di difficoltà, ha raggiunto “un certo benessere”, a quale aspetto della vita ci viene spontaneo riferirci? Quasi immancabilmente, all’aspetto economico. In un secondo momento, poi, è possibile che – approfondendo la questione – arriviamo a considerare anche l’aspetto psicologico: che aria si respira, che sentimenti circolano, che tonalità emotiva di fondo si avverte in quella determinata famiglia.
Soldi e serenità affettiva sono due elementi fondamentali per la vita umana: non è un caso che Aristotele sosteneva che non si può essere felici se si è troppo poveri (ma lui aggiungeva anche: o troppo ricchi) e se non si hanno alcune relazioni di amicizia sincera (con la propria moglie, innanzitutto, ma anche con alcuni dei propri simili). Tuttavia, se volessimo usare con maggiore precisione le parole, dovremmo chiamare la sicurezza finanziaria ben-avere e la serenità psicologica ben-sentire: ben-essere è qualcosa di diverso, forse di più profondo, certamente di più completo. Si riferisce, infatti, all’integralità della nostra persona in tutte le sue dimensioni: fisiche, psichiche, intellettuali e morali.
Per millenni la filosofia ha preteso il monopolio sul benessere dell’uomo e, sulla base di una considerazione a mio avviso fondata (intendo il primato dell’intelligenza e della volontà sulle altre potenzialità del soggetto), è pervenuta a una conclusione a mio avviso errata: che bastasse curare la dimensione spirituale dell’essere umano (la sua capacità di conoscere e di volere) per ottenere, automaticamente, il miglioramento del suo stato fisico e psichico. Per fortuna, con la nascita della medicina moderna, dal XVIII secolo i “fisiatri” si sono appropriati di ciò che li compete ed è caduta in disuso l’abitudine di chiedere a un filosofo la ricetta per attenuare il mal di denti o per contrastare un’epidemia di colera. Altrettanto fortunatamente, con la nascita della psicologia sperimentale prima e della psicanalisi dopo, fra il XIX e il XX secolo gli “psicoterapeuti” si sono appropriati di ciò che li compete in ordine ai sentimenti, alle paure, alle pulsioni, alle emozioni.
I progressi della medicina e della psicoterapia, forieri di vantaggi ormai irrinunciabili non solo per l’Occidente ma per tutto il pianeta, rischiano di essere vanificati da una svista colossale: voler rimpiazzare il monopolio, ormai tramontato, della filosofia con il proprio. Mi riferisco, in altri termini, al pericolo di ritenere che il benessere fisico e il benessere psichico (o, come sarebbe preferibile esprimersi, il benessere psico-fisico) esauriscano la interezza del benessere. Al pericolo di enfatizzare la dimensione terapeutica (soma-terapeutica e psico-terapeutica) sino al punto da trascurare, anzi da espungere del tutto, la dimensione intellettuale e morale.
Per evitare questo rischio alcuni filosofi (Gerd Achenbach in Germania, Ran Lahav in Israele, Neri Pollastri in Italia...) hanno invitato altri colleghi (ormai, dopo trent’anni, sono coinvolte alcune migliaia di filosofi) ad aprire degli studi di pratica filosofica (in tedesco: Philosophische Praxis) e a mettersi a disposizione di quel pubblico di non-filosofi (di mestiere) che vogliano coltivare la propria saggezza e la propria etica. Queste pratiche filosofiche si svolgono in modalità svariate (colloqui a due o discussioni in piccoli gruppi), in luoghi svariati (salette raccolte o bar aperti), in tempi svariati (da un’ora a un week-end o a un’intera settimana): quando un singolo individuo o un gruppetto omogeneo chiede esplicitamente a un filosofo di riflettere insieme su una tematica precisa (la fedeltà coniugale, la competitività in una squadra...) si parla, nella lingua italiana, di consulenza filosofica.
Due precisazioni essenziali.
La prima: il benessere intellettuale ed etico (si potrebbe anche qualificare, se non si rischiasse l’equivoco con il linguaggio religioso, spirituale) che la filosofia può incentivare non coincide necessariamente con il benessere psico-fisico. O, almeno, non immediatamente. Cercare il senso della vita, interrogarsi su ciò che è giusto e su ciò che non è giusto, possono inquietarci, metterci in crisi: come notava Hegel nell’Ottocento, la filosofia non è consolatrice a ogni costo. La filosofia può spezzare i falsi equilibri senza per ciò stesso fornircene di nuovi : getta, piuttosto, i presupposti perché, infranta la pace illusoria, ci si possa incamminare verso una pace autentica.
La seconda: la saggezza filosofica non si trasmette unilateralmente, esige la reciprocità. Il filosofo consulente non insegna, non consiglia, non risponde ai dubbi, meno ancora cura: è solo un alter ego con cui confrontarsi, con cui pensare insieme. Le pratiche filosofiche in generale, la consulenza filosofica in particolare, sono forme di con-filosofare. Ecco perché vanno nettamente distinte da varie versioni del counseling, anche dal counseling filosofico. Il counselor è un professionista che vuole aiutare un cliente, talora un paziente, utilizzando una disciplina: la pedagogia, la psicologia, la filosofia... Il consulente filosofico è prima di tutto ed essenzialmente un filosofo: egli non utilizza la filosofia in vista di obiettivi ulteriori (per quanto positivi come, ad esempio, il benessere psico-fisico del suo ospite), ma si presta a fare filosofia con lo scopo di fare filosofia. Stop. Che poi, facendo filosofia, l’interlocutore migliori il proprio modo di vedere il mondo e il proprio modo di rapportarsi al mondo, è prevedibile: e che questo miglioramento del modo di pensare e di vivere incrementi il proprio ben-essere sarà altamente probabile. Sarà un effetto collaterale desiderabile, ma un effetto collaterale: non il fine principale, né ancor meno esclusivo, della consulenza filosofica.

Augusto Cavadi

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19 aprile 2017

"XX Settimana Filosofica per... non filosofi" - Erice (Trapani), 18-24 Agosto 2017


Se vuoi partecipare alle vacanze filosofiche per... non filosofi (18-24 agosto 2017) è il momento di programmare le tue ferie, prenotare l'eventuale aereo e bloccare l'albergo a prezzi convenzionati. In più, se prenoti entro il 30 giugno avrai uno sconto sulla quota di iscrizione ai seminari.

• INVITO •

Il gruppo editoriale "Il pozzo di Giacobbe" - "Di Girolamo" di Trapani
e la fattoria sociale "Martina e Sara" di Bruca (Trapani)

organizzano la

XX SETTIMANA FILOSOFICA PER... NON FILOSOFI

Per chi: Destinatari della proposta non sono professionisti della filosofia ma tutti coloro che desiderano coniugare i propri interessi intellettuali con una rilassante permanenza in uno dei luoghi tra i più gradevoli del Bel Paese, cogliendo l'occasione di riflettere criticamente su alcuni temi di grande rilevanza teorica ed esistenziale.

Dove e quando: Erice (Trapani) a 750 metri, dal 18 al 24 agosto 2017


Su che tema:
"L'amore: risorsa e trappola"



Le "vacanze filosofiche per... non filosofi", avviate sperimentalmente sin dal 1983, si sono svolte regolarmente dal 1998. Per saperne di più si possono leggere: Autori vari, Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni (Di Girolamo, Trapani 2008); oppure: A. Cavadi, Filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche (Di Girolamo, Trapani 2010); oppure: A. Cavadi, Mosaici di saggezze (Diogene Multimedia, Bologna 2015).
È attivo anche il sito http://vacanze.domandefilosofiche.it curato da Salvatore Fricano (Bagheria).



Programma orientativo

Arrivo nel pomeriggio (possibilmente entro le 19) di venerdì 18 agosto e primo incontro alle ore 21. La partecipazione alle riunioni è ovviamente libera, ma le stesse non subiranno spostamenti per far posto a iniziative private.

Sono previsti due seminari giornalieri, dalle 9.00 alle 10.30 e dalle 18.30 alle 20.00, sui seguenti temi:

• Eros, agape, caritas
• A-mor: dalla logica della separazione a una logica integrativa
• Eros, philia e agape: distinguere per unire
• Il tentativo di amare: un’analisi esistenziale
• Sesso solido e liquido amore: spunti di riflessione per misurarsi con la contemporaneità

I seminari saranno introdotti a turno da Augusto Cavadi (Palermo), Francesco Dipalo (Bracciano), Salvatore Fricano (Bagheria), Giorgio Gagliano (Palermo), Elio Rindone (Roma).

È possibile chiedere di anticipare e/o posticipare di qualche giorno il soggiorno in albergo.

Partenza dopo il pranzo di giovedì 24 agosto.


Costo

L'iscrizione al corso (comprensiva dei materiali didattici) è di euro 180 a persona. Chi si iscrive entro il 30 giugno ha diritto a uno sconto di 30 euro. Eccezionalmente si può partecipare a uno dei 12 incontri (euro 15). Ognuno è libero di trovare il genere di sistemazione (albergo, camping o altro) che preferisce. Chi vuole, può usufruire di una speciale convenzione che il comitato organizzatore (che come sempre non può escludere eventuali sorprese positive o negative) ha stipulato con:

Hotel Villa San Giovanni - Viale Nunzio Nasi, 12 - 91016 Erice
Tel. 0923 869171 - Fax 0923 502077 - Email: villas.giovanni@libero.it - (cui ci si può rivolgere per la prenotazione delle camere e il versamento del relativo acconto). Si consiglia di chiedere l’iscrizione per tempo, poiché il numero delle camere è limitato, facendo riferimento alla convenzione particolare col gruppo di filosofia.
La pensione completa, comprensiva di bevande, costa:
• in camera singola (con bagno) € 66 al giorno.
• in camera doppia (con bagno) € 60 al giorno.
• tassa di soggiorno € 1,50 al giorno per ogni ospite.


Avvertenze tecniche

Per l'iscrizione ai seminari, dopo aver risolto la questione logistica, inviare l’acclusa scheda d’iscrizione e la copia (anche mediante scanner) del versamento di € 50,00 a persona, a titolo di anticipo sulla quota complessiva, a: prof. Elio Rindone (Tel. 06 99928326 - Fax 06 23313760 - Email: eliorindone@tiscali.it oppure a.cavadi@libero.it). In caso di mancata partecipazione alla vacanza-studio, detta somma non verrà restituita. La prenotazione al seminario non è valida finché non è stato effettuato il versamento e la data del bonifico fa fede per lo sconto! Il saldo della quota di partecipazione sarà versato all'arrivo in albergo.

Scheda di iscrizione (cliccare per ingrandire / scaricare / stampare)
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12 aprile 2017

Antonino Cangemi su "Andarsene" di Augusto Cavadi


Andarsene. Brevi riflessioni sulla morte propria e altrui
Questa volta Cavadi ci parla della morte. Con sereno distacco, lucida intelligenza, spirito divulgativo, sapienza dottrinale mai fine a se stessa. Come si addice a un filosofo, o meglio a un consulente filosofico, qual è Augusto Cavadi.
Il libro a cui ci si riferisce, l’ultimo dell’eclettico pensatore palermitano, è Andarsene, edito da Diogene Multimedia (96 pagine, 5 euro). Significativo il sottotitolo: Brevi riflessioni sulla morte propria e altrui, che svela come l’autore non sale sulla cattedra nel suo dialogo con i lettori, ma li stimola interrogando per primo se stesso.
Tutti dobbiamo confrontarci col tema della morte, e lo facciamo in modo diverso: tentando di esorcizzarlo, sublimarlo, fingendo indifferenza, aggrappandoci alla fede o, frequentemente, al catechismo spicciolo.
Le speculazioni dei filosofi possono esserci d’aiuto per una risposta meno fragile e meno insicura. Per questo Cavadi, nella prima parte del volumetto, illustra le posizioni di vari filosofi e pensatori. A partire da chi elude il tema della morte, come Pascal (“gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per viver felici, di non pensarci”), o Buddha (“come l’aria è necessaria per vivere e perciò stesso ogni Uomo ha accesso all’aria e respira... così, analogamente, se quegli interrogativi fossero tanto vitali... non si potrebbe vivere senza dar loro una risposta”). Per soffermarsi poi su chi nega rilievo alla morte e di essa non ha paura: Epicuro, secondo il quale l’uomo non ha ragione di temere la morte, assente quando lui è presente presente nella sua assenza, e lo stesso Socrate, che dice di non temerla perché “o è come un non essere più nulla... o... una specie di mutamento, di migrazione dell’anima”. Contrapposte le posizioni di chi crede nell’immortalità dell’anima, a cominciare da Platone, o ritiene la morte come un ritorno alla divinità che ci ha originato (Hegel), e di chi, al contrario, la considera, nichilisticamente, come un tornare dal nulla al nulla (“tutti i viventi sono gettati nella vita senza averlo chiesto, sono promessi alla morte senza averlo desiderato. Vivono fra nulla e nulla”, Edgar Morin).
Nella seconda parte di “Andarsene” Cavadi, seguendo il metodo della filosofia in pratica volto a sollecitare interrogativi cui fornire risposte che aiutano ad affrontare meglio la quotidianità della vita, offre delle indicazioni bibliografiche utili per esplorare il tema nelle sue varie angolazioni, convinto che la consapevolezza della propria esistenza non può prescindere dall’accettazione della sua fine. Due sono i libri suggeriti: Che cosa vuol dire morire, curato da Daniela Monti, e Modi di morire di Iona Heart. Nel primo sono intervistati diversi filosofi contemporanei che rispondono al quesito dell’autrice, appunto “che cosa vuol dire morire”, manifestando i loro punti di vista, oscillanti tra scetticismo, spiritualismo, panteismo, nella loro pluralità espressioni di una meditata speculazione. Nel secondo, che prende spunto da esperienze reali, si riflette sui diversi modi di morire per individuare, in conclusione, quelli più confortevoli: il sollievo quando si abbandona il nostro ciclo terreno, secondo l’autrice, è assicurato dalla medicina, assistita però dalla pietas delle humanae litterae, sottolineandosi come la scienza medica trova necessario sostegno e nutrimento nella cultura umanistica.
Andarsene di Augusto Cavadi è un libro che va comprato (il suo costo è irrisorio), letto e meditato: riflettere sulla morte ci aiuta a vivere meglio.

Antonino Cangemi


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30 marzo 2017

Alberto Spatola, Augusto Cavadi e l'arte pittorica

Filosofia per la vita: Alberto Spatola e Augusto Cavadi sull'arte pittorica.
Alberto Spatola - Ciao Augusto, sto scoprendo che l'arte pittorica giova alla filosofia della conoscenza, in quanto il verum della percezione artistica è quanto mai vario e soggetto alle condizioni culturali e temporali, per cui finisce che lo stesso verum sia sostituito dal bello, nella ricerca della verità. Non è vero ciò che è vero, ma ciò che piace ed è bello. Ma può essere mai?
Credo che riguardi in primo piano il pensiero di Nietzsche e, ab origine, il pensare dei sofisti. Ciò che conta è la pulchritudo, niente affatto il verum. Anzi, superata ogni speranza che riguardi la aletheia dei Greci, rimane solo la “giovinezza”, non più incontrata ontologicamente ed analogicamente, ma vissuta in fantasia: fascinosa eppure sempre più lontana da ciò che credevamo essere "la realtà".
Come vedi, mi tengo in allenamento, per un "giovanil pensiero", non necessariamente vero... Ciao, spero a presto.

Augusto Cavadi - Caro Alberto, ti ringrazio del quesito, anche se devo confessare che non sono sicuro di aver capito alcuni passaggi (certo, da un non-filosofo di professione come te ci si aspetterebbe un linguaggio un po’ meno tecnico dal punto di vista teoretico…). Mi piacerebbe capire, innanzitutto, se la tua è solo una constatazione di fatto (“Non è vero ciò che è vero, ma ciò che piace ed è bello”) oppure anche una convinzione filosofica cui sei pervenuto per così dire sul piano di principio.
Personalmente sono d’accordo che, sociologicamente, nella nostra epoca (ma forse in tutte le epoche) noi esseri umani tendiamo a ritenere vero ciò che ci seduce piuttosto che a lasciarci sedurre da ciò che riteniamo vero. Ma sono altrettanto convinto che, per così dire sul piano di diritto (gli antichi dicevano de iure), bisognerebbe distinguere il “bello” dal “piacevole”: ciò che è bello è sempre vero, ma non sempre lo è ciò che è piacevole. Talora la verità è sgradevole, amara, indigeribile: tanto che lo stesso Nietzsche ha sostenuto che spesso la vede non chi è più intelligente, ma chi è più coraggioso. Per fare un esempio fra mille possibili: la morte affrontata per difendere i deboli ha una sua bellezza rivelativa di ciò “vale”, che è degno in sé; ma non ha nulla di piacevole né per chi l’affronta né per chi la considera dall’esterno.
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9 marzo 2017

Fede, filosofia, politica: il "cerchio magico" di una spiritualità laica. 12 Marzo 2017, Motta di Livenza (TV)

Filosofia per la vita - Augusto Cavadi.
Augusto Cavadi
Domenica 12 marzo 2017, alle ore 16, a Motta di Livenza (Treviso), presso Onorio Zaratin (Via della Croce, 1) si terrà un incontro con Augusto Cavadi (www.augustocavadi.com) sul tema: “Fede, filosofia, politica: il ‘cerchio magico’ di una spiritualità laica”.

Onorio, promotore dell’incontro, precisa che:
• dalle ore 16,00: accoglienza reciproca
• alle ore 16,30: inizio incontro
• se qualcuno (non tutti) porterà qualche dolcetto, termineremo la serata con un semplice buffet
• è sgradito il ritardo.

Egli propone inoltre, come cifra dell'incontro, un brano di Leonardo Boff: "Le nostre sfide di ordine ecologico, economico, politico, sociale, etico e spirituale sono tra loro connesse. (...) Questa rete di connessioni potrà essere ordita unicamente se cercheremo di attenerci al seguente ordine: se il bene particolare è ordinato al bene comune, se l'economia è sottomessa alla politica, se la politica è retta dall'etica e se l'etica si ispira a una spiritualità, vale a dire a un'ottica nuova riguardo all'universo, al luogo che l'essere umano vi occupa e al mistero dell'esistenza" (cit. in A. Cavadi, Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2015, p. 61).

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