23 ottobre 2016

Ma anche gli atei vivono una spiritualità?

Augusto Cavadi

Se chiediamo in giro cosa s’intenda con la parola spiritualità registriamo, molto probabilmente, una miriade di risposte differenti. Proprio perché ognuno di noi dà allo stesso vocabolo un significato particolare ogni conversazione sul tema resta pregiudicata in partenza: così ci sarà chi parlerà di crisi della spiritualità e chi di rinascita, chi si rattristerà del tramonto della spiritualità nella società contemporanea e chi se ne rallegrerà, chi dirà di sentirsi più leggero da quando ha abbandonato ogni preoccupazione spirituale e chi dirà di essere tornato dopo molti anni alla ricerca della spiritualità... Ora, che ci sia una varietà di opinioni è legittimo; ma questa varietà è arricchente, e non sterile e stancante, solo se è davvero diversità di idee e non, invece, semplice gioco di equivoci dovuto a un uso poco attento dei termini.
Se proviamo a raccogliere le diverse accezioni semantiche del vocabolo spiritualità in alcuni ceppi potremmo individuarne almeno tre.
In un primo senso, molto diffuso in Paesi come l’Italia di antiche tradizioni cattoliche, spiritualità è sinonimo di pratica ecclesiale. Di una persona che va spesso in chiesa, che frequenta i sacramenti, che prega abitualmente…si dice che viva una forte spiritualità. Non mi stupirei che la formula si usasse anche in Europa orientale per i fedeli ortodossi o in Europa continentale per i fedeli protestanti; o anche per musulmani praticanti nei Paesi di tradizione islamica o per gli ebrei nelle varie comunità sparse nel mondo.
Questa equazione (spiritualità = pratica ecclesiale) viene sempre più spesso messa in crisi dalla constatazione che, anche fuori dagli ambienti confessionali, esistono uomini e donne che – pur non aderendo a una comunità religiosa ebraica, cristiana o islamica – dimostrano un forte senso di religiosità naturale. Questa constatazione ci induce a individuare un secondo significato della parola spiritualità intendendolo come sinonimo di religiosità (non necessariamente di pratica ecclesiale). E’ l’atteggiamento interiore, ma anche esteriore, di chi ha un vivo senso della sacralità dei monti e delle acque, delle piante e degli animali, delle persone umane specie quando sono sofferenti, emarginate o sfruttate. Come negare che chiunque percepisca l’universo in cui siamo immersi come una totalità divina, se pur anonima, sia titolare di spiritualità?
Ma il quadro non sarebbe completo se ci fermassimo a queste prime due equazioni (spiritualità = pratica ecclesiale, e spiritualità = religiosità naturale). La storia dell’umanità e l’esperienza planetaria attuale ci mettono al cospetto di un altro genere ancora di persone. Sono uomini e donne che, pur non riconoscendosi in una religione istituzionale e pur non avvertendo neppure un vago senso di religiosità cosmica, hanno una vita interiore (intessuta di silenzio, di riflessione, di attenzione, di contemplazione della bellezza…) che traspare nei loro gesti abituali (garbati, rispettosi, sensibili ai bisogni e ai desideri altrui…) e più ancora nelle opzioni di fondo della loro esistenza (concentrata su grandi obiettivi politici come il pacifismo, la nonviolenza, la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata…). Queste persone sono prive di spiritualità solo perché prive di senso religioso naturale e, più ancora, di fede in senso confessionale e istituzionale? Sarebbe davvero scorretto affermarlo. Ecco perché la realtà effettiva ci impone di individuare un terzo significato almeno di spiritualità come sinonimo di vita piena, di “fioritura” della persona (come ama dire Martha Nussbaum). In questa prospettiva, per così dire ‘laica’, c’è abbastanza spazio per tutti: anche per una spiritualità atea.
Capisco che non è agevole usare ogni volta un sostantivo (nel nostro caso “spiritualità”) a patto di coniugarlo immediatamente, di volta in volta, con un aggettivo (nel nostro caso: o “confessionale” o “religiosa” o “laica”). Per questo ormai da anni, in vari scritti (e soprattutto in Mosaici di saggezze. Filosofia come antica nuovissima spiritualità) , suggerisco – con qualche piccolo risultato, ma ancora davvero piccolo – di adottare, per maggiore chiarezza, tre vocaboli differenti:

a) fede confessionale (per esempio ebraica, cristiana o islamica): Pascal o Manzoni o Bach o Galileo Galilei potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva
b) religiosità naturale (o cosmica): Spinoza o Foscolo o Beethoven o Albert Einstein potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva
c) spiritualità laica (o basica): Feuerbach o Leopardi o Mozart o Margherita Hack potrebbero essere indicati come esponenti di questa prospettiva (la Hack, in particolare, era tanto schietta e simpatica nelle sue proclamazioni di ateismo che qualcuno ben informato sostiene che, dopo la sua morte, Dio stesso – ammirato – per non darle dispiaceri abbia fatto finta di non esistere).

Se questo dizionarietto fosse condiviso sarebbe più facile confrontarsi nelle discussioni tra due o più interlocutori, evidenziando ciò che davvero ci divide senza lasciarci confondere da inesattezze linguistiche (che spesso tradiscono imprecisioni concettuali). E in una di queste discussioni la mia, personale, prima tesi sarebbe: che nessuna fede confessionale è autentica, attendibile, se non presuppone una religiosità naturale; ma, a sua volta, nessuna religiosità naturale è autentica, attendibile, se non presuppone una spiritualità laica. Il mondo è pieno di fedeli, convinti ed entusiasti aderenti a chiese e movimenti più o meno ufficiali, che non dimostrano nessun senso del sacro: come non considerarli dei poveri bigotti, dannosi a sé e all’umanità? Non mancano, però, neppure soggetti che hanno una viva religiosità cosmica (dimostrandosi attenti a tanti aspetti della natura) ma che, per un verso o per un altro, si rivelano monchi e zoppicanti, a causa di un’insufficiente coltivazione delle loro potenzialità spirituali: non saranno pericolosi come i bigotti, ma la loro incidenza storica è molto minore di quanto potrebbe (e dovrebbe) essere se non si accontentassero di un sentimento spontaneo del sacro e si preoccupassero di diventare in pienezza ciò che sono in abbozzo.

(Dedico queste note al gruppo di ricerca filosofica di Pinerolo, orientato da Luisa Sesino: le ho infatti preparate in vista dell’incontro del 19 ottobre 2016 e poi riviste dopo gli apporti ricevuti).


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