MANUALE PER VIP
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
«Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa! Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza"...»
Dal post introduttivo ►
CENETTE FILOSOFICHE PER NON... FILOSOFI
(DI PROFESSIONE)
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Cenette Filosofiche
Nel 2003 alcuni partecipanti abituali alle “Vacanze filosofiche” estive¹, e residenti nella stessa città (Palermo), abbiamo esternato il desiderio di incontrarci anche nel corso dell’anno, tra un’estate e l’altra. Da qui l’idea di una cenetta quindicinale presso lo studio legale di uno di noi, Pietro Spalla, che si sarebbe incaricato di far trovare un po’ di prodotti da forno e qualche bevanda. Appuntamento alle ore 20:00 (in martedì alterni) per accogliersi a vicenda e mangiucchiare ciò che si trova sulla tavola: dalle 20:30 alle 22:00, poi, lo svolgimento dell’incontro.

La metodologia che abbiamo adottato è molto semplice: chiunque del gruppo propone un testo che si presti ad essere letto in chiave di filosofia-in-pratica (dunque non solo un classico del pensiero filosofico, ma anche un romanzo o un trattato di psicologia, un saggio di astrofisica o di botanica) e, se la maggioranza lo accetta, diventa nelle settimane successive il testo-base delle conversazioni. In esse non sono graditi gli approfondimenti eruditi (tipici dei seminari universitari) perché si vorrebbe dare spazio alle riflessioni personali, alle risonanze esistenziali e alle incidenze sociopolitiche, suggerite dal testo adottato. Uniche condizioni per la partecipazione: aver letto le pagine del libro che il gruppo si assegna di volta in volta per la riunione successiva (se non si fosse riusciti a farlo in tempo, si è pregati di assistere in silenzio) e intervenire evitando i toni polemici nei confronti dei presenti che abbiano espresso convinzioni, esperienze, ipotesi interpretative differenti dalle proprie².

La pandemia del Covid-19 ha costretto la piccola comunità di ricerca filosofica a sospendere gli incontri in presenza e a sostituirli con sessione in video-conferenza: certamente una riduzione della qualità delle relazioni fra i partecipanti, ma anche l’apertura di possibilità sino a quel momento inesplorate. Così amiche e amici di varie regioni italiane si sono collegati via internet e questa modalità di interazione ha finito col sostituire del tutto le cenette in presenza. Ci si vede direttamente alle 20:30 collegandosi mediante un link che Pietro Spalla trasmette a chiunque faccia richiesta di essere incluso nell’apposita mailing list (spalla.pietro@gmail.com).

La mailing list è diventata, sempre più, un luogo di scambi tra una cenetta e la successiva: scambi di opinioni, di commenti, di suggerimenti bibliografici, di battute umoristiche, di informazioni su eventi culturali... In questa molteplicità di interventi occasionali, non ne mancano alcuni meno estemporanei, di una certa consistenza e di un certo rilievo, che probabilmente meritano di non essere seppelliti nelle ondate di e-mail che si accavallano di giorno in giorno (talora di ora in ora).

Da qui l’idea di aprire in questo blog – www.filosofiaperlavita.it – un’apposita rubrica – “Cenette filosofiche per non... filosofi (di professione)” – che metta a disposizione, per un lasso di tempo più lungo e soprattutto per un pubblico potenzialmente più ampio, i contributi che i sostenitori finanziari della rubrica riterranno opportuno segnalare³.

Augusto Cavadi


¹ Cfr. https://vacanze.filosofiche.it
² Cfr. “Cenette filosofiche” in A. Cavadi, Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2016, pp. 282-284.
³ Attualmente i rimborsi delle spese di gestione di questa rubrica sono sostenuti da Caccamo A., Cavadi A., Chiesa L., Cillari E., D’Angelo G., D’Asaro M., Di Falco R., Enia A., Federici G., Galanti M., Gulì A., Leone R., Oddo G., Palazzotto A., Paterni M., Randazzo N., Reddet C., Salvo C., Spalla P., Spalla V., Santagati G., Ugdulena G., Vergani B., Vindigni E. Chi desiderasse aggiungersi al numero dei sostenitori può contattarmi alla e-mail a.cavadi@libero.it

20 gennaio 2024

Augusto Cavadi, orientamento alla lettura del volume "Sapiens. Da animali a dèi" di Y. N. Harari

• Augusto Cavadi •


Dopo alcuni mesi, il 9 gennaio abbiamo concluso il ciclo delle "cenette filosofiche" basato sul volume di Y. N. Harari "Sapiens. Da animali a dèi", Bompiani, Milano 2017. Per chi volesse avere uno sguardo complessivo sul volume, metto volentieri a disposizione una mia (dunque opinabile, arbitraria) breve sintesi schematica.
Yuval Noah Harari - Sapiens. Da animali a dèi - Breve storia dell'umanità
Yuval Noah Harari, "Sapiens. Da animali a dèi - Breve storia dell'umanità" (Nuova Edizione Riveduta Bompiani, trad. Giuseppe Bernardi 2017)



PARTE PRIMA

L'universo che conosciamo attualmente si è formato circa 13 miliardi di anni fa.
Solo 9 miliardi di anni dopo, cioè circa 4 miliardi di anni fa, è nata la vita sulla Terra.
Solo 3 miliardi e 998 milioni di anni dopo, cioè circa 2 milioni di anni fa, compaiono degli esseri umani che si comportavano in maniera simile a "gli scimpanzé, i babbuini e gli elefanti" (p. 12) e producevano i primi utensili (p. 18).
Ma è solo l'altro ieri – o per mantenere le proporzioni – qualche ora fa, cioè 70.000 anni fa, che l'Homo sapiens inizia a dare segni della propria struttura culturale. Dall'inizio della biologia all'inizio della storia bisogna, dunque, attendere circa 3.999.930.000 (3 miliardi 999 milioni 930 mila) anni.
A questa prima "rivoluzione cognitiva" segue 58.000 anni dopo (dunque 12.000 anni fa) la "rivoluzione agricola" cui succede 11.500 anni dopo (dunque 500 anni fa) la "rivoluzione scientifica".
Torniamo al processo di separazione dagli (e soppressione degli) altri umani ad opera dell'Homo sapiens: in un periodo che va all'incirca da 70.000 a 10.000 anni fa egli o si è ibridato pacificamente con i Neanderthal, gli Erectus, i Denisova, i Soloensis, gli Ergaster o ha eliminato e soppiantato bellicosamente tutte le altre specie del genere "Homo". In tutte le ipotesi, si suppone che egli abbia conquistato "il mondo soprattutto grazie al suo linguaggio unico" (p. 30).
Come mai tra i 70.000 e i 30.000 anni fa si realizzò nell'Homo Sapiens – e solo in lui – la "Rivoluzione cognitiva"? L'autore risponde: "Per quanto possiamo dire, si trattò di un puro caso" (p. 33). Comunque, grazie al loro specifico linguaggio, i Sapiens sono diventati "in grado di parlare di intere categorie di cose che non hanno mai visto, toccato o odorato" (p. 36). Quando tali finzioni sono state condivise "collettivamente" – dunque quando sono stati elaborati i "miti" – i Sapiens hanno acquisito la capacità inedita di "cooperare in maniera flessibile" e "con un numero indefinito di estranei" (p. 37).
I "miti" si riferiscono a cose che non esistono "al di fuori delle storie che le persone si inventano e si raccontano vicendevolmente". Infatti "nell'universo non esistono dèi, non esistono nazioni né denaro né diritti umani né leggi"; né esiste "la Peugeot" (p. 41). I miti e i conseguenti "modelli comportamentali" sono "le principali componenti di quelle che chiamiamo 'culture'", con la configurazione delle quali soltanto si può parlare di "storia" (p. 52). Da quell'epoca in poi, "l'interazione fra idee, immagini e fantasie" si rivela più incisiva nello sviluppo dell'essere umano rispetto alle "interazioni tra geni, ormoni e organismi" (p. 53); anche se è sempre "la biologia" a stabilire "i parametri basilari" entro cui si possono sviluppare le potenzialità dell'Homo sapiens (p. 54).
Per i primi 58.000 anni circa della sua storia il Sapiens è stato raccoglitore di prodotti naturali spontanei e cacciatore di altre specie animali viventi allo stato brado. In quel lungo periodo abbiamo acquisito abitudini alimentari tuttora persistenti nei nostri geni: ad esempio, la tendenza a "ingozzarci di cibo ipercalorico" (p. 58) nel timore di non averne a disposizione successivamente. Su molti usi e costumi, comunque, non si ha che una certezza: "non c'è stato per i Sapiens un unico modo di vita naturale. Ci sono state soltanto scelte culturali, emerse da uno sbalorditivo ventaglio di possibilità" (p. 64).
I gruppi si spostavano continuamente "in cerca di cibo", condizionati "dal corso delle stagioni, dalle migrazioni annuali degli animali e dai cicli di crescita delle piante". "I primi insediamenti stabili della storia" furono i villaggi dei "pescatori" (p. 67). Notevole osservazione: "il cacciatore-raccoglitore medio, rispetto alla maggior parte dei suoi discendenti moderni, possedeva conoscenze più ampie, più profonde e più variegate di tutto ciò che gli stava nelle immediate vicinanze" (pp. 68-69). Come singole persone, gli umani di quell'era sono stati "gli individui più intelligenti e abili di tutti i tempi". Solo quando "arrivò il tempo dell'agricoltura e dell'industria", "le dimensioni medie del cervello umano" diminuirono e "si aprirono nuove 'nicchie d'imbecillità'" (p. 69). Non solo "possedevano una destrezza fisica che oggi nessuna persona riuscirebbe a conquistare neppure dopo anni di yoga" (pp. 69-70), ma – più in generale – "pare" che "abbiano potuto trascorrere un'esistenza più confortevole e gratificante di quella vissuta dalla maggior parte dei contadini, pastori, operai e impiegati che sono venuti dopo di loro" (p. 70). Anche dal punto di vista sanitario ebbero i loro vantaggi: non conobbero le malattie infettive (vaiolo, morbillo, tubercolosi) che "si originarono negli animali domestici e si trasferirono agli umani solo dopo la Rivoluzione agricola" dal momento che "avevano addomesticato solo il cane" e che, comunque, "vagavano in piccoli gruppi nei quali non avrebbero potuto svilupparsi epidemie" (p. 72). Anche se le loro società sono state definite come "società opulente primordiali", non va dimenticato che "il loro mondo era comunque duro e spietato" (p. 73). Riguardo alla loro "vita spirituale e mentale", si presume che condividessero "credenze animiste" (p. 75) e che, dunque, non esistesse "alcuna barriera tra gli umani e gli altri esseri" (anche "immateriali") (p. 76). Nel complesso abbiamo pochi elementi per conoscere questi nostri progenitori, ma possiamo asserire che "costituirono la forza più importante e più distruttiva che il regno animale avesse mai prodotto" (p. 85).
L'Homo sapiens, originario dell'Africa, si è gradualmente espanso in Eurasia. Dall'Asia è migrato in due direzioni: verso il Sud, occupando l'Australia (circa 43.000 anni a.C.) e verso Nord, occupando dall'Alaska alla Terra del Fuoco le due Americhe attuali (intorno al 14.000 a.C.). In entrambi i casi, forse qualche volta con il concorso di un cambiamento climatico, la "inondazione" del genere umano comportò l’estinzione di tantissime specie vegetali e animali; altre specie furono eliminate da "una seconda ondata, che accompagnò l'espansione degli agricoltori" (p. 100). Si salvarono le specie marine, la cui sopravvivenza è minacciata ai nostri giorni dalla terza ondata dovuta a "inquinamento industriale" e "sfruttamento eccessivo delle risorse oceaniche" (p. 101).



PARTE SECONDA

La Rivoluzione agricola è iniziata fra la Turchia e l'Iran "in un periodo compreso fra il 9.500 e l'8.500 a. C." (p. 105): secondo gli studiosi più recenti non si è espansa da lì a macchia d'olio, ma è andata affermandosi "in varie zone del pianeta" "in modo del tutto indipendente" (p.106). Se altre regioni (come l'Australia o l'Alaska) non hanno assistito a simili rivoluzioni è dovuto al fatto che "la maggior parte delle specie vegetali e animali" – ad esempio i funghi o i mammut – "non può essere domesticata" (p. 107). Si è trattato di un balzo in avanti? Non risulta che gli esseri umani siano diventati più "intelligenti" dei cacciatori-raccoglitori né che la loro esistenza sia diventata più agiata. "La Rivoluzione agricola fu la più grande impostura della storia" (p. 108). Ci si dovette adattare alle esigenze di alcune specie vegetali (come il frumento) al punto che, paradossalmente, si potrebbe affermare che "non fummo noi a domesticare il frumento. Fu lui che domesticò noi" (p. 110).
"Certamente la vita di villaggio portò ai primi agricoltori alcuni benefici immediati, come una migliore protezione contro gli animali selvaggi, la pioggia e il freddo. Ma per l'individuo medio gli svantaggi probabilmente superavano i vantaggi" (p. 111). La Rivoluzione agricola "consentì a Homo sapiens di moltiplicarsi in maniera esponenziale", in quanto capace di "mantenere in vita più gente", sebbene "in condizioni peggiori" (p. 112): gli insediamenti umani comportarono occasioni di epidemie, la monocultura occasioni di carestie, la stanzialità occasioni di guerre difensive. La "trappola" (p. 117) non fu che un'esemplificazione di "una delle poche ferree leggi della storia": "i lussi tendono a diventare necessità e a produrre nuovi obblighi" (p.118). E cambiamenti immensi come questo non sono progettati da nessun soggetto umano: derivano da "una serie di decisioni banali e contingenti" (p. 119).
Alcune scoperte archeologiche (ad es. Gebekli Tepe in Turchia) inducono a pensare che non sempre i mutamenti epocali avvengono per ragioni economiche con successivi effetti culturali: in qualche caso sembra proprio che "il tempio sia stato costruito prima e che il villaggio" – con la coltivazione di cereali nei pressi – "sia cresciuto intorno ad esso" (p. 122).
"In numerose società dedite all'agricoltura, l'attività degli umani era incentrata nella coltivazione di piante; allevare animali era un'occupazione secondaria. Ma in alcune regioni comparve un nuovo tipo di società, basata principalmente sullo sfruttamento degli animali: furono le tribù dei pastori" (p. 123). Secondo "i criteri della sopravvivenza e della riproduzione", questa novità costituì "una vera manna per i polli, le mucche, i maiali e le pecore", ma un disastro dal punto di vista della "sofferenza" degli individui: "la domesticazione degli animali si fondò su una serie di pratiche brutali che col passare dei secoli non hanno fatto altro che incrudelirsi" (p. 124). Da "tanta crudeltà" sistematica sono rimaste esenti solo alcune specie domesticate: "le pecore allevate per la lana, i cani e i gatti da compagnia, i cavalli da guerra e quelli di razza" (p. 127).
Con la Rivoluzione agricola, i contadini-pastori restrinsero gli spazi del proprio habitat in case e terreni separati dalle case e dai terreni dei vicini, ma "il tempo agricolo si espanse" (p. 133): "le preoccupazioni circa il futuro iniziarono a ricoprire un ruolo di primo piano nel teatro della mente umana" (p. 134). La situazione stressante dei contadini (incerti sulla siccità o sulle inondazioni possibili) fu complicata dal fatto che "si imposero, ovunque, governanti o élite che li privavano del surplus di cibo da loro stessi prodotto, lasciandoli con il minimo indispensabile per sopravvivere. Queste eccedenze di cibo sequestrato alimentarono la politica, la guerra, l'arte e la filosofia. Con esse furono costruiti palazzi, fortezze, monumenti e templi" (p. 135).
Uno degli effetti più clamorosi della Rivoluzione agricola consistette nella nascita di città e, successivamente, imperi, regolati su "norme sociali" basate "su un comune credo in miti condivisi", come nel caso del Codice di Hammurabi babilonese o della Dichiarazione d'indipendenza americana (p. 139). Tali "ordini immaginari costituiti" non possono essere mantenuti in vigore "con la sola violenza" (p. 147): è necessario che ci sia una fede in essi condivisa da "ampi strati della popolazione" (p. 148), anche mediante la loro incorporazione "dentro favole, commedie, quadri, canzoni, regole del galateo, propaganda politica, architettura, ricette, moda" (p. 149). I tre fattori principali che "impediscono alla gente di comprendere che l'ordine cui si informa la loro esistenza esiste solo nella loro immaginazione" sono i seguenti: a) l'ordine immaginario è "incastonato nel mondo materiale" (ivi); "modella i nostri desideri" (p. 151); è "intersoggettivo" (p. 153). Corollario: "Per cambiare un ordine costituito immaginario vigente, prima dobbiamo credere in un ordine immaginario alternativo" (p. 155).
Macro organizzazioni sociali hanno bisogno di memorizzare molte informazioni – più di quante un cervello umano ne possa immagazzinare – e ciò ha indotto anonimi sumeri (fra il 3500 e il 3000 a.C.) a inventare la scrittura. All'inizio si trattò di "sistemi scrittori parziali" ("in grado di rappresentare solo particolari tipi di informazioni", quali la contabilità di un'azienda)¸ Poi vennero elaborati sistemi scrittori totali ("in grado di rappresentare più o meno completamente una lingua parlata") (p. 163), quali "la scrittura cuneiforme" dei Sumeri e "la scrittura geroglifica" degli Egizi (p. 166).
L'invenzione della scrittura sarebbe rimasta abbastanza sterile se non fosse stata completata dall'invenzione di "buone tecniche di archiviazione, catalogazione e reperimento dei documenti scritti" (p. 168). Tali tecniche si avvalsero, dal IX secolo a.C. in poi, di un nuovo sistema scrittorio parziale che oggi chiamiamo "matematico" e attribuiamo ai maggiori diffusori, dall'originaria India: gli Arabi (pp. 170-171). Tutti questi sistemi di scrittura, nati come ausiliari della coscienza umana, stanno diventandone i padroni: poiché i computer hanno difficoltà a capire il linguaggio dell'Homo sapiens, l'Homo sapiens sta imparando a parlare come i computer (p. 172).
"Le società umane complesse paiono richiedere gerarchie immaginarie e discriminazioni ingiuste" (p. 176). Ogni società adotta un criterio differente (la razza, la casta, la religione, il denaro...) per stabilire le sue "gerarchie immaginate" (p. 186), ma "c'è una gerarchia di suprema importanza in tutte le società umane conosciute: la gerarchia di genere. Ovunque le genti si sono divise tra uomini e donne. E quasi ovunque gli uomini hanno avuto la meglio, almeno a partire dalla Rivoluzione agricola" (pp. 186-187). Con mossa ideologica, gli uomini hanno tentato di dimostrare che la differenza tra loro e le donne sia "naturale", ma "la maggior parte delle leggi, norme, diritti e obblighi che definiscono la qualità maschile e la qualità femminile riflette non tanto una realtà biologica, quanto l'immaginazione umana" (p. 192). Per capire meglio la questione, bisogna distinguere il sesso (biologico) dal genere (socio-culturale): il primo è caratterizzato da cromosomi, il secondo dai "ruoli", "diritti" e "doveri" che i "miti" di ogni cultura assegnano a maschi e femmine (ivi).
Ma su quali basi è nato e si perpetua il patriarcato, "la più influente e più stabile gerarchia sociale nella storia" (p. 199)? Una teoria ipotizza "la potenza fisica" (p. 197), ma ciò contraddice la constatazione che "c'è spesso un rapporto inverso tra prodezzza fisica e potere sociale" (p. 198). Un'altra teoria "spiega la dominanza maschile come risultato (...) dell'aggressività" (p. 199). Ma anche questa ipotesi ha le sue falle: “per dirigere una guerra c’è sicuramente bisogno di carattere e fibra, non tanto di forza fisica o di aggressività” (p. 201), eppure politici e generali sono stati quasi sempre uomini e non donne. "Un terzo tipo di spiegazione biologica" sostiene che gli uomini abbiano elaborato attraverso milioni di anni strategie di sopravvivenza basate sulla sconfitta di altri uomini e che, dunque, "i geni maschili che riuscivano a passare alla generazione successiva appartenevano agli uomini più ambiziosi, aggressivi e competitivi" (pp. 201-202). Laddove le donne, costrette da nove mesi di gravidanza e anni di allevamento della prole, abbiano accettato la dipendenza dagli uomini. Ma l'etologia ci insegna che, in molte specie animali, le femmine, bisognose di aiuto esterno, apprendono "modi in cui cooperare e accomodare" tra di loro (p. 203). "I Sapiens sono animali relativamente deboli, il cui vantaggio sta nella loro capacità di cooperare in grandi numeri. Se è così, dovremmo prevedere che donne dipendenti da altri, sia pure da uomini, possano usare le loro superiori capacità sociali di cooperazione nel manovrare e manipolare gli uomini aggressivi, isolati e concentrati su di sé" (ivi). Comunque dal XX secolo in poi assistiamo a "un’enorme rivoluzione" nei "ruoli di genere" (ivi).



PARTE TERZA

E' possibile individuare una "freccia" (p.207), una direzione della storia umana? Harari pensa di sì: "la storia si sta muovendo senza posa verso l'unità". Mentre "per la maggior parte della storia la Terra è stata una galassia di mondi umani separati", "oggi siamo abituati a pensare al pianeta nel suo complesso come un'unità singola" (p. 211). Se oggi due Stati si affrontano, tuttavia "parlano entrambi il linguaggio degli Stati nazionali, delle economie capitalistiche, dei diritti internazionali e della fisica nucleare" (pp. 214-215).
Questo processo di mondializzazione è piuttosto recente. Solo negli ultimi tre millenni l'umanità ha concepito "tre potenziali ordini universali": "l'ordine monetario", "l'ordine imperiale" e "l'ordine delle religioni universali come il buddhismo, il cristianesimo e l'islam" (p. 217). Dei tre protagonisti, il "più grande conquistatore della storia" è stato il "denaro": è riconosciuto e ricercato anche da "coloro che non credono nello stesso dio o che non obbediscono allo stesso re" (p. 218).
Per denaro s'intende "qualsiasi cosa le persone siano disposte a utilizzare per rappresentare sistematicamente il valore di altri oggetti, allo scopo di scambiare beni e servizi"; per cui ci sono stati "diversi tipi di denaro" ("conchiglie, capi di bestiame, pelli, sale, grano, collane, tessuti e pagherò"), anche se alla fine hanno prevalso monete di "metallo impresso" e banconote (p. 224) e, ultimamente, "dati elettronici" che passano "da un computer a un altro" (p. 225). Il denaro, che ha il pregio di poter "convertire, immagazzinare e trasportare ricchezza in modo facile ed economico", "non è una realtà mentale: è un costrutto psicologico" che si basa sulla "fiducia" collettiva (p. 227). In particolare, sulla fiducia di un popolo nei suoi governanti, il cui potere – a sua volta – poggia sul denaro (il mezzo con cui si pagano le tasse e si compensano i lavoratori statali) (cfr. pp. 231-232). Il "lato oscuro" (p. 235) del denaro è il rischio che "esso possa corrompere i valori umani e le relazioni intime" (p. 236) abbattendo le barriere elevate per proteggere "la società, la religione e l'ambiente all'asservimento delle forze del mercato" (ivi).
Per capire la storia dell'umanità bisogna "prendere in considerazione il ruolo dell'oro e dell'argento, senza però trascurare il ruolo altrettanto importante dell'acciaio" (ivi): infatti è grazie alle armi che si sono costruiti gli imperi.
Per impero va inteso "un ordine politico che possiede due importanti caratteristiche": "governare un numero significativo di popoli distinti" e possedere dei "confini flessibili" (p. 239).
E' vero che gli imperi, a lungo andare, "non funzionano" e che, comunque contraddicono il "diritto all'autodeterminazione" dei popoli (p. 241)?
Harari risponde negativamente alle due domande. Sia perché "durante questi due millenni e mezzo, la maggior parte dell'umanità ha vissuto entro i confini di un impero" e l'impero si è rivelato "una forma di governo molto stabile" (ivi). Inoltre, "i popoli conquistati non hanno mai mostrato una spiccata tendenza a liberarsi dal giogo imperiale: molti di essi rimasero sottomessi per secoli, lasciandosi lentamente assimilare dall'impero che li aveva conquistati" (p. 242). Infatti "dipingere a tinte fosche tutti gli imperi e disconoscere ogni loro eredità vuol dire rigettare gran parte della cultura umana" (p. 243). "Oggi il mondo pare ancora politicamente frammentato, ma gli Stati stanno perdendo velocemente la loro indipendenza" a favore di un "impero globale" governato non "da un particolare Stato o gruppo etnico", bensì da "un'élite multietnica" cementata "da una cultura e da interessi comuni" (p. 259).
"Le religioni universali e missionarie" comparse solo nel I millennio a.C. hanno rappresentato "una delle più importanti rivoluzioni della storia" e hanno dato "un contributo fondamentale all'unificazione dell'umanità, proprio come la nascita del denaro e degli imperi universali" (p. 263).
L'epoca dei cacciatori-raccoglitori è caratterizzata dall'animismo che, gradualmente, con la Rivoluzione agricola, cede il passo al politeismo: "per gli animisti, gli umani non erano altro che una delle tante creature che abitavano il mondo. I politeisti, invece, interpretarono sempre più marcatamente il mondo come un riflesso dei rapporti esistenti tra gli dèi e gli umani" (p. 266). Nel XIV secolo a.C. con gli Egiziani e, successivamente, con gli Ebrei, si configurò il monoteismo che – con il cristianesimo prima e l'islamismo dopo – da "locale" diventò "universale" (p. 271). Ma esso buttò "fuori dalla porta gli dèi a gran voce, solo per farli entrare, in sordina, dalla finestra", come attestato – ad esempio – dal "pantheon dei santi" nel cattolicesimo (p. 274).
Un forte concorrente del monoteismo è stato il dualismo che, in varie versioni (zoroastrismo, gnosticismo, manicheismo), si è diffuso fra il XV secolo a.C. e il V d.C: "oggi solo una manciata di comunità dualiste sopravvive in India e nel Medio Oriente", ma "innumerevoli cristiani, musulmani ed ebrei credono in una potente forza malefica – come quella che i cristiani chiamano Diavolo o Satana – che può agir indipendentemente, combattere contro il Dio del bene e portare distruzione senza il permesso di Dio" (p. 277). Animismo, politeismo, dualismo, monoteismo sono categorie che, dal punto di vista logico, si escludono a vicenda; ma ciò non toglie che sul pianeta vivano miliardi di persone che le abbraccino contemporaneamente. E' la combinazione sincretistica (p. 278).
Se le religioni sono solitamente caratterizzate dall'adorazione di uno o più dèi, esistono però nel mondo anche sapienze religiose che ipotizzano una qualche forma di Legge naturale a cui le stesse divinità sarebbero subordinate: "come il gianismo e il buddhismo in India, il taoismo e il confucianesimo in Cina, lo stoicismo, il cinismo e l'epicureismo nel bacino del Mediterraneo" (p. 279).



PARTE QUARTA

Se si estende la categoria 'religione' a ogni "sistema di norme e valori umani che si fonda sulla fede in un ordine oltreumano" (p. 284), possiamo considerare religioni anche certe visioni-del-mondo comunemente denominate 'ideologie' (p. 286):
• Le religioni umaniste come l'umanesimo liberale, l'umanesimo socialista e l'umanesimo evoluzionista ("i cui rappresentanti più famosi sono i nazisti", p. 289)
• Il capitalismo (pp. 379-414), nel cui "credo" "il primo e più sacro comandamento" recita: "I profitti della produzione devono essere reinvestiti per incrementare la produzione" (p. 388). Esso, infatti, è nato come "una pura e semplice dottrina economica" (p. 390) ma è diventato "un'etica: una serie di insegnamenti su come le persone dovrebbero comportarsi, educare i propri figli e persino pensare. Il suo dogma principale è che la crescita economica è il bene supremo, o per lo meno la cosa più vicina al bene supremo, poiché la giustizia, la libertà e la felicità stessa dipendono tutte dalla crescita economica" (pp. 390-391). Nonostante alcuni effetti innegabilmente positivi, ha mietuto milioni di vittime e tutt'oggi "la torta economica" è "distribuita in maniera così difforme che molti contadini africani e operai indonesiani, dopo una giornata di lavoro, tornano a casa con meno cibo dei loro antenati di cinquecento anni fa" (p. 413).
Anche gli altri animali sono stati vittime della Rivoluzione industriale: "di fatto cessarono di essere visti come creature viventi che potevano provare dolore e sofferenza e cominciarono a essere trattati come macchine" (p. 425). "Complessivamente, centinaia di miliardi di animali da cortile vivono oggi come parte di una catena di montaggio meccanizzata, e ogni anno ne vengono macellati circa dieci miliardi" (p. 430). La "medaglia" dell'etica capitalistica ha come risvolto indispensabile l'etica consumistica: "Il comandamento del ricco è: 'Investi!'. Il comandamento supremo di tutti noi: 'Compra!'" (p. 434). "Questa è la prima religione nella storia i cui seguaci fanno effettivamente ciò che viene chiesto loro di fare" (ivi).
Il nazionalismo (pp. 435-465): la nazione esiste "unicamente nella nostra immaginazione", eppure il suo potere è "immenso" (p. 451). Essa tende a spacciarsi come entità naturale ed eterna, ma in effetti la sua importanza storica è dipendente dalla formazione degli Stati moderni (ivi). "Negli ultimi decenni le comunità nazionali sono state progressivamente eclissate da tribù di acquirenti che non si conoscono intimamente, ma che condividono interessi e abitudini al consumo, e quindi si sentono parte di una stessa comunità in cui si identificano" (p. 452).
Il capitalismo non sarebbe nato senza la Rivoluzione scientifica realizzatasi in Europa fra il XVI e il XVII secolo. Essa si basò su tre colonne: "la disponibilità ad ammettere l'ignoranza" (p. 311); "la centralità dell'osservazione e della matematica" (p. 312), "l'acquisizione di nuovi poteri" (ivi). I successi ottenuti indussero l'umanità a elaborare l'idea del progresso indefinito sino all'attuale "Progetto Gilgamesh" (pp. 331-337), come si potrebbe denominare l'attuale ricerca di una "amortalità" biologica. Ma la Rivoluzione scientifica è stata madre e figlia del capitalismo. Infatti essa ha realizzato "meravigliose conquiste in gran parte grazie al fatto che governi, uomini d'affari, fondazioni e donatori privati hanno voluto destinare miliardi di dollari alla ricerca scientifica" (p. 338): fondi che vengono investiti non certo per puro amore della conoscenza, ma in vista di obiettivi politici, economici o religiosi. ("La scienza può spiegare ciò che esiste nel mondo, come funzionano le cose, che cosa può succedere nel futuro. Ma, per definizione, non ha alcuna pretesa di sapere come debba essere il futuro. Solo le religioni e le ideologie cercano risposte a interrogativi di questo tipo", p. 339).
Il capitalismo è legato non solo alla scienza moderna, ma anche – inseparabilmente da essa – con l'imperialismo: "si può sostenere che il circuito di feedback tra scienza, impero e capitale sia stato il principale motore della storia negli ultimi cinque secoli" (p. 341).
Per ragioni difficili da individuare, almeno integralmente, "il complesso militare-industriale-scientifico" (p. 350) è decollato in Europa solo dal 1750 al 1900 portando "questo insignificante spicchio d'Eurasia a uscire dal proprio angolo remoto del globo e a conquistare il mondo intero" (p. 349). Un elemento è stato certamente l'atteggiamento di curiosità, di apertura al nuovo e al diverso, che ha animato molti europei rispetto a contemporanei di altre civiltà asiatiche (non meno evolute dal punto di vista culturale e militare).
Negli ultimi cento anni "stiamo assistendo alla formazione di un impero globale. Al pari dei precedenti, anche questo impero rafforza la pace all'interno dei suoi confini. E siccome i suoi confini coprono l'intero globo, l'Impero Mondiale rafforza la pace mondiale con efficacia" (p. 464). In questo processo non c'è nulla di predeterminato e terribili salti all'indietro sono sempre possibili: "ci troviamo sulla soglia sia del paradiso che dell'inferno" e "per una serie di coincidenze potremmo essere indotti a rotolare sia in una direzione sia nell’altra" (p. 465).
Se ci interrogassimo sull'andamento della felicità, non sarebbe facile rispondere. Innanzitutto perché ogni progresso collettivo implica un peggioramento oggettivo delle condizioni di vita di alcune minoranze (come "milioni di africani, di nativi americani e di aborigeni australiani", p. 469), per non parlare del "destino di tutti gli altri animali" (p. 471): "la moderna agricoltura industriale può a buon diritto essere considerata il più grande crimine della storia" (pp. 471-472). Inoltre perché "la felicità in realtà non dipende da condizioni oggettive di ricchezza, salute e relazioni sociali", ma "dal rapporto tra le condizioni oggettive e le aspettative soggettive" (p. 475): "se vuoi un carro da buoi e ti procuri un carro da buoi, sei contento. Se vuoi una Ferrari fiammante e riesci a procurarti solo una Fiat di seconda mano, ti senti frustrato” (pp. 475-476). E "se la felicità è determinata dalle aspettative, i due pilastri della nostra società – i mass media e l'industria pubblicitaria – possono involontariamente impoverire le riserve globali della contentezza" (p. 477). Si potrebbe obiettare che la felicità sia "determinata principalmente dalla biochimica", che è vero; ma ciò non esclude il "ruolo giocato dai fattori psicologici e sociologici": "il nostro sistema mentale ha una certa libertà di movimento all'interno di confini predeterminati" (p. 482).
Sino ad oggi l'evoluzione di Sapiens è avvenuta secondo i meccanismi della "selezione naturale" indicati da Darwin), ma da ora in poi potrebbe essere condizionata dall'essere umano stesso mediante la biotecnologia ("un deliberato intervento umano che si svolge a livello biologico [...] con l'obiettivo di modificare la forma, le capacità, i bisogni o i desideri di un organismo, allo scopo di realizzare un'idea culturale preconcetta", p. 496); l'ingegneria biomedica (che produce cyborg, ossia "esseri umani che combinano parti organiche e non organiche, come un umano dotato di mani bioniche", p. 502); l'ingegnerizzazione di esseri completamente non organici (come i "programmi dei computer" e i "virus dei computer che possono subire evoluzioni indipendenti", p. 506). Queste tre modalità rendono possibile l'eventualità che, "a meno che non intervenga qualche catastrofe nucleare o ecologica, lo sviluppo tecnologico condurrà presto alla sostituzione di Homo sapiens da parte di esseri totalmente differenti, in possesso non solo di caratteristiche fisiche diverse ma anche di diversi mondi cognitivi ed emotivi" (p. 511). Si impone dunque una domanda che "ridimensiona i dibattiti che attualmente preoccupano i politici, i filosofi, gli studiosi e la gente normale": "che cosa vogliamo diventare?" (p. 513), o, più radicalmente, "che cosa vogliamo volere?" (p. 514).
In conclusione: in 70.000 anni Homo sapiens è passato dalla condizione di "animale insignificante" al "punto di diventare un dio, pronto ad acquisire non solo l'eterna giovinezza, ma anche le capacità divine di creare e di distruggere" (p. 515). Ma – concentrati come siamo nella ricerca del "nostro benessere" e del "nostro divertimento", rimaniamo perennemente insoddisfatti: e non "può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono” (p. 516).

Augusto Cavadi
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