• Anna Colaiacovo •

Come nasce Tetsugaku
Noi occidentali abbiamo da almeno 2500 anni, nel nostro vocabolario, la parola ‘filosofia’. Ne conosciamo il significato, sappiamo all’incirca quando è nata e in quale territorio: la Grecia. Lo stesso termine, nella forma ideografica giapponese, è nato, invece, in tempi molto vicini al nostro, nel 1874, con la pubblicazione di un’opera di Nishi Amane, uno dei pionieri degli studi occidentali, piuttosto frequenti in quel periodo storico tra gli intellettuali più aperti del Giappone. Nishi utilizzò per la prima volta, per indicare la filosofia, una parola che continua ancora oggi ad essere utilizzata: tetsugaku. È formata da due ideogrammi: tetsu (vivacità intellettuale) e gaku (insegnamento, studio). Gli studiosi giapponesi, non avendo termini propri per indicare le conoscenze filosofiche occidentali, hanno dovuto formare molti neologismi che, per la diversa struttura delle lingue, spesso non rimandano allo stesso significato nella lingua originale.
Lingue alfabetiche: hanno una struttura logico-sintetica. Si tende alla definizione della cosa nominata; il nome è la cosa stessa.
Lingue che utilizzano ideogrammi: hanno una struttura dialogico-analitica. Tendono a determinare una relazione tra chi parla e la cosa, a indicare ciò che il rapporto con la cosa produce nell’essere umano.
I termini filosofici che vengono utilizzati, oggi, nella filosofia giapponese sono stati in linea generale tradotti dal tedesco e dall’inglese. I neologismi che sono stati creati non risultano dalla creazione di un nuovo ideogramma, ma da un accorpamento di due o più ideogrammi già esistenti, aventi un significato proprio nella lingua giapponese. Ad es. i due ideogrammi che traducono il termine ‘filosofia’, ovvero Tetsu e gaku rinviano a presupposti speculativi tipici del Giappone. Per questo motivo è fondamentale, per comprendere la filosofia giapponese, analizzare la specificità del pensiero giapponese prima dell’incontro con l’Occidente (una storia di almeno dieci secoli), perché è dentro quel pensiero che viene accolto il nuovo, il pensiero occidentale.
Noi occidentali abbiamo da almeno 2500 anni, nel nostro vocabolario, la parola ‘filosofia’. Ne conosciamo il significato, sappiamo all’incirca quando è nata e in quale territorio: la Grecia. Lo stesso termine, nella forma ideografica giapponese, è nato, invece, in tempi molto vicini al nostro, nel 1874, con la pubblicazione di un’opera di Nishi Amane, uno dei pionieri degli studi occidentali, piuttosto frequenti in quel periodo storico tra gli intellettuali più aperti del Giappone. Nishi utilizzò per la prima volta, per indicare la filosofia, una parola che continua ancora oggi ad essere utilizzata: tetsugaku. È formata da due ideogrammi: tetsu (vivacità intellettuale) e gaku (insegnamento, studio). Gli studiosi giapponesi, non avendo termini propri per indicare le conoscenze filosofiche occidentali, hanno dovuto formare molti neologismi che, per la diversa struttura delle lingue, spesso non rimandano allo stesso significato nella lingua originale.
Lingue alfabetiche: hanno una struttura logico-sintetica. Si tende alla definizione della cosa nominata; il nome è la cosa stessa.
Lingue che utilizzano ideogrammi: hanno una struttura dialogico-analitica. Tendono a determinare una relazione tra chi parla e la cosa, a indicare ciò che il rapporto con la cosa produce nell’essere umano.
I termini filosofici che vengono utilizzati, oggi, nella filosofia giapponese sono stati in linea generale tradotti dal tedesco e dall’inglese. I neologismi che sono stati creati non risultano dalla creazione di un nuovo ideogramma, ma da un accorpamento di due o più ideogrammi già esistenti, aventi un significato proprio nella lingua giapponese. Ad es. i due ideogrammi che traducono il termine ‘filosofia’, ovvero Tetsu e gaku rinviano a presupposti speculativi tipici del Giappone. Per questo motivo è fondamentale, per comprendere la filosofia giapponese, analizzare la specificità del pensiero giapponese prima dell’incontro con l’Occidente (una storia di almeno dieci secoli), perché è dentro quel pensiero che viene accolto il nuovo, il pensiero occidentale.
Se pensiamo alle origini della filosofia occidentale, al mondo greco, non possiamo non riflettere sulla domanda intorno all’essere “cos’è questo che è” e sulla corrispondenza tra essere-pensiero-parola (Parmenide); è una modalità di indagine che non troviamo in Oriente. Se prendiamo in esame il pensiero del grande pensatore indiano del II secolo, Nāgārjuna (grazie a cui il buddhismo mahāyāna si è diffuso in estremo Oriente), scopriamo che per lui l’entità di ogni cosa è vuota, non c’è nulla che abbia sostanzialità. Ogni cosa è il risultato della interdipendenza originaria che scorre senza inizio e senza fine e non c’è nessun osservatore e cosa osservata, ma tutto è ‘dentro’. Il buddhismo mahayana proveniente dall’India e il daoismo (taoismo) cinese hanno avuto una grande importanza nella formazione del pensiero giapponese. Sono modalità di pensiero che si occupano del vuoto, che è costitutivo. Niente di più lontano dalla modalità di pensiero occidentale. Eppure – sostiene Carlo Rovelli in Helgoland – forse proprio il pensiero orientale può offrirci uno strumento per cercare di dare un senso ai quanti, perché la risonanza del pensiero di Nāgārjuna con la meccanica quantistica è immediata:
Nāgārjuna ci regala uno strumento concettuale formidabile per pensare la relazionalità dei quanti: si può pensare l’interdipendenza senza essenze autonome che entrino poi in relazione. Anzi, l’interdipendenza richiede di dimenticare essenze autonome. La lunga ricerca della ‘sostanza ultima’ della fisica, passata attraverso materia, molecole, atomi, campi, particelle elementari… è naufragata nella complessità relazionale della teoria quantistica dei campi e della relatività generale.¹
Lingua e tradizione
Il Giappone per la sua stessa posizione geografica e per la presenza di vulcani attivi, terremoti e tifoni è il prototipo dell’instabilità. Ciò spiega il sentimento di transitorietà, impermanenza, inconsistenza dei fenomeni e della stessa condizione umana che fonda l’identità culturale giapponese. La fragilità è esperienza di vita quotidiana.
Da alcuni indizi sembra che la società antica giapponese fosse di tipo matriarcale. La massima divinità era femminile: Amaterasu Ōmikami. Nel IV secolo d.C. la spedizione militare di assoggettamento della Corea fu guidata dall’imperatrice Jingū, incinta, e anche dopo di lei fino all’VIII secolo ci furono altre imperatrici. Poi, forse per influsso della cultura cinese, gli uomini hanno preso il sopravvento.
Mentre la lingua parlata ha subito influssi molto diversi, ma non sembra aver avuto rapporti con il cinese, la lingua scritta deriva proprio dal cinese.
L’ideogramma Kami-shin sarà tradotto “Dio” nelle lingue occidentali, ma Kami non corrisponde a Dio, non è lo spirito che inerisce a qualcosa; è la cosa stessa intesa come cosa viva. Non tutto è Kami, ma c’è un numero incommensurabile di kami. Può esserlo un animale, un vegetale, un elemento naturale o artificiale. Qualsiasi cosa dotata di forza propria con cui si entra in relazione e che suscita un timore reverenziale. Questo è un aspetto che caratterizza non solo la sensibilità estetica e religiosa dei giapponesi, ma anche l’organizzazione socio-politica che viene definita sulla base della fedeltà di un gruppo a un medesimo Kami e sulla base della gerarchia fra i kami.
Nella cultura giapponese l’uomo e la natura hanno un rapporto di reciproca appartenenza. Se l’uomo è in sintonia con la natura, è in grado di darle voce attraverso le forme artistiche e intellettuali. C’è continuità ontologica tra mondo divino, naturale e umano che rappresentano l’unico mondo della realtà.
Nella seconda metà del VI secolo, prende avvio in Giappone la grande operazione culturale dell’assunzione del cinese come lingua scritta. Nasce una mescolanza di scrittura ideografica e fonetica unica al mondo. La formazione della lingua ha avuto una lunga durata. I Giapponesi chiamano Kanji “caratteri Kan” (pronuncia giapponese di Han, nome di una dinastia cinese, quindi caratteri cinesi) i segni ideografici che hanno adottato. Se noi li chiamiamo ideogrammi è solo per convenzione, perché la parola indica una “scrittura che rappresenta idee”, ma solo pochi caratteri della scrittura giapponese mantengono un legame diretto con le idee che esprimono. La scrittura conobbe una vera diffusione in Giappone solo con la diffusione del buddhismo, nel VI secolo.
Buddhismo e confucianesimo
I primi testi scritti introdotti in Giappone furono rotoli di sutra (il termine significa letteralmente ‘filo’ e indica una frase breve, un aforisma) buddhisti che provenivano dalla Corea. Buddha, Dharma (l’insegnamento del Buddha) e Sangha (comunità dei credenti) erano presentati come Kami di grande potenza. Nel 604 Shōtoku Taishi, principe reggente, dopo aver dichiarato il buddhismo religione ufficiale, promulga la Costituzione dei 17 articoli, importantissima per la formazione culturale del Giappone. È una traccia etica ed esistenziale cui attenersi per il bene dei singoli e della collettività: fusione di ideale sociale confuciano, pratica buddhista e compenetrazione con le leggi della natura (shinto). È importante l’assunzione del Dharma che include l’idea di una natura originaria umana in sé perfetta che occorre far fiorire. Distingue il buddhismo giapponese da quello presente in altre culture.
Nel VII e VIII secolo si compie il disegno culturale di integrare in modo coerente le idee autoctone con quelle introdotte da fuori, ma rivisitate. Il confucianesimo fu mutuato per motivi politico-sociali, per garantire l’ordine dello Stato che si andava formando. Fu ripresa la gerarchia basata sulle 5 relazioni di coppia che, specchiandosi sulla relazione ‘cielo-terra’ sono a fondamento di ogni rapporto umano e sociale: sovrano/ministro, genitore/figlio, marito/moglie, fratello maggiore/fratello minore, amico/amico. Da una parte, cura e responsabilità; dall’altra, rispetto e ubbidienza. La piramide gerarchico-burocratica che governerà il Giappone per secoli si ispirerà a questa.
I pionieri dello sviluppo filosofico-religioso autonomo del Giappone sono Kūkai (774-835) fondatore del buddhismo Shingon e Saichō (767-822), fondatore del buddhismo Tendai. Il senso del mistero, di ciò che è celato ma è parte integrante della realtà, è espresso in giapponese con la parola ‘Oku’, luogo dove penetra solo lo sciamano e dove si rivela il Kami. Okusan è la moglie, colei che sta dietro, retaggio di una tradizione matriarcale poi soffocata. Sia Kūkai che Saichō collegarono il buddhismo degli insegnamenti esoterici appreso in Cina con i Kami della religione arcaica, per cui le due forme si sostennero reciprocamente. Il buddhismo misterico fornì lo schema categoriale a tutto il pensiero successivo così come avvenne in Occidente con la filosofia di Platone e Aristotele. In particolare, due principi si riveleranno fondamentali:
• il rapporto tra il tutto e la parte. Ogni parte è ciò che è in virtù del tutto che la costituisce: compenetrazione e non separazione tra la parte e il tutto. Se comprendiamo a fondo una singola cosa, comprendiamo la totalità. L’individualismo e il contrattualismo entreranno in Giappone verso la fine del XIX secolo, ma rimarranno estranei alla sensibilità giapponese.
• La realtà si esprime in maniera diretta. L’uomo è espressione di questa realtà, non è un suo interprete. Questo presupposto ha conseguenze sulla comprensione del tempo e della storia e dà forma all’estetica giapponese al cui centro sta la nozione di mono no aware, ossia la natura delle cose venata di tristezza per la sua caducità, che rappresenta la sua bellezza. La bellezza non risiede nella forma perfetta, non riguarda il rispetto di canoni estetici, è invece il volto caduco delle cose che anche l’artista sperimenta come persona.
Il periodo Kamakura (1185-1333)
Verso la fine XII secolo cominciò per il Giappone una nuova era. Il potere passò dalla casta imperiale alla casta militare degli shōgun che comportò il trasferimento da Kyōto a Kamakura nei pressi di Tōkyō. La situazione rimase invariata fino alla metà del XIX secolo. Il nuovo potere diede una più ampia libertà d’azione alle istituzioni religiose. Il rinnovamento religioso, in un’epoca segnata da instabilità politica e calamità naturali, passò attraverso una rilettura dei testi canonici importati dalla Cina, molti dei quali vennero commentati e riscritti in giapponese. Tra i grandi riformatori religiosi del periodo Kamakura troviamo Shinran (1173-1262). Da lui prese spunto il Jōdo Shin shū (Vera scuola della Pura Terra) che è ancora oggi la forma più diffusa di buddhismo in Giappone. Il fondamento teorico di tale scuola è contenuto in alcuni sūtra indiani mahāyāna dove si afferma che un antico Buddha Amida, mosso a compassione per la miserevole condizione umana, formulò 48 voti per creare una terra pura a cui avrebbero avuto accesso tutti gli esseri umani che con animo puro e sincero avessero invocato il nome di Buddha. Il male è nella natura umana. Il voto di Amida indica la porta aperta per una trasformazione radicale che avviene con l’abbandono di ogni forma di egocentrismo e con l’affidarsi completamente alla fede. Tannishō (raccolta in lamento per le divergenze), raccolta di spiegazioni enunciate da Shinran e trascritte da un suo discepolo, è un testo semplice e prezioso, molto famoso in Giappone e molto apprezzato da Nishida Kitarō, il più grande filosofo giapponese del Novecento.
Ultimo riformatore del periodo Kamakura fu Nichiren (1222-1182). Incarna l’aspetto del pensiero giapponese che si può definire ‘esclusivismo’. Riteneva che il buddhismo da lui insegnato (il Sūtra del Loto) fosse l’unica forma autentica di buddhismo, era anche convinto che il Giappone fosse superiore a ogni altro paese e che, per questo, avesse il compito di diffondere l’insegnamento religioso a tutto il mondo. Per raggiungere questo scopo, il buddhismo doveva diventare religione di stato. Nichiren cercò in ogni modo di convincere il potere politico, ma inutilmente. Nell’opera e nella figura di Nichiren prendono corpo in nuce alcuni aspetti originali che tutte le correnti religiose e filosofiche alimenteranno fino ai nostri giorni. A partire dalla mitologia shinto, che contempla la creazione del solo Giappone, proseguendo con la teorizzazione di una discendenza biologica della dinastia giapponese dalla divinità solare originaria e con la convinzione che il Giappone sia una terra inviolabile protetta dal Kami della natura, prende forma un nazionalismo che diventa sensibilità diffusa. Il Giappone come centro del mondo, abitato da un popolo eletto, grazie al quale tutto ciò che è arrivato da fuori (lingua, buddhismo, etica confuciana, armonia daoista) ha trovato la sua giusta sede. Allo stesso modo, l’industrializzazione, la tecnologia, la democrazia, l’informatica e l’economia liberal-capitalistica hanno trovato’ nel paese del sol levante, la loro piena fioritura e perfezionamento. È come se il Giappone fosse visto dai Giapponesi come il non plus ultra perché i Giapponesi riescono a tirar fuori dalle cose ciò che esse sono.
Il periodo Kamakura è un periodo di grande rinnovamento, ma si pongono anche le basi per una chiusura. Si conclude con una figura, Kitabake Chikafusa (1293-1354), poco rilevante sul piano filosofico, ma importante su quello della legittimazione del potere imperiale in lotta con gli shōgun. La legittimità del potere non viene, secondo Chikafusa, dal rapporto con il Cielo, come in Cina, né dal consenso del popolo, ma dal rapporto di discendenza biologica diretta da un Kami personale. Sarà questa la base dottrinaria della religione shinto, su cui si fonderà la struttura dello Stato e l’dea stessa di identità giapponese.
Lo Zen e Dogen
Nel periodo Kamakura giunge in Giappone una scuola buddhista che proviene dalla Cina dove è conosciuta con il nome di Chan, ma in realtà ha origine dall’India e ha un legame diretto con l’origine storica del buddhismo. In Giappone diventa Zen. Non è una filosofia, ma una trama esistenziale con aspetti religiosi, filosofici, esperienziali. In Giappone si formano due scuole ispirate allo Zen: Rinzai e Sōtō. La novità introdotta in Cina dal buddhismo indiano è lo spostamento dell’accento dalla realizzazione dell’uomo come corrispondenza al Dao universale e all’armonia tra Terra e Cielo, alla spiritualità umana come dimensione privilegiata, ovvero al risveglio come apertura degli occhi sulla propria natura che si rivela intrinsecamente vuota e identica alla natura di tutti i fenomeni. Il fulcro è il raggiungimento della buddhità attraverso la pratica corpo-spirituale silente e immota, che non si apprende dall’insegnamento. Porta a vedere le cose come sono attraverso un atteggiamento di fondo che consiste nell’abbandono, nel non attaccamento, nel non pensiero, nel non io. Il valore del ‘non’ non si comprende se non si familiarizza con la nozione di vacuità. La vacuità non è assenza o privazione, ma è la forma attuale della realtà che avviene.
Dōgen è l’iniziatore dello zen giapponese. Chi desidera vedere la natura autentica di Buddha deve togliere di mezzo lo spadroneggiare dell’io. Questo è uno dei temi centrali della riflessione di Dogen ed è uno dei motivi che lo rendono attuale. Mi accorgo di essere perché penso, ma io penso perché sono e sono fatto essere da quella trama di interrelazioni che chiamo la realtà della vita. Dōgen fu il primo a introdurre in Giappone i Kōan, insegnamenti del maestro all’allievo sotto forma di breve storia enigmatica che non può essere risolta con il ragionamento, ma richiede consapevolezza, concentrazione e intuizione.² Il Koan evoca il senso della realtà più che spiegarlo. Zazen è la posizione dell’abbandono, del distacco. Non si tratta di bloccare il flusso dei pensieri, ma non bisogna dare al pensiero il comando delle operazioni. La pratica per Dogen non si limita allo Zazen; riguarda ogni momento della vita. Il pensiero di Dogen ha influenzato e influenza ancora gli sviluppi della filosofia giapponese contemporanea.
La formazione della cultura nazionale
Dopo l’epoca Kamakura, ci furono in Giappone conflitti anche intestini fino a metà del XVI secolo, con netta preminenza della motivazione politica. Durante il XV e XVI secolo, Il Giappone subì l’influenza del neoconfucianesimo cinese e del cristianesimo (prima attraverso missionari spagnoli e portoghesi, poi olandesi e inglesi). L’idea piramidale del potere, che si stava configurando in Giappone, e la mentalità dei missionari cattolici, portatori di una verità unica e di una solidarietà di tipo comunitario, non erano conciliabili. Infatti, a partire dal 1600, iniziarono persecuzioni e provvedimenti restrittivi che culminarono con l’isolamento del Paese. Ebbe inizio il Sakoku (Sa, catena; Koku, Paese), durato fino al 1859.
In Cina, dal X al XVI secolo, si era diffuso il neoconfucianesimo in reazione alla diffusione del buddhismo. Il pensatore più importante, Zhu Xi, diede valore all’insegnamento di un modello di vita fondato sull’educazione etica dell’individuo che deve coltivare sé stesso per realizzare il disegno celeste. La realtà è la dinamica tra il principio informatore ‘ri’ e l’energia o forza vitale ‘ki’, base costitutiva della realtà stessa. Il neoconfucianesimo della scuola di Zhu Xi rispondeva bene agli obiettivi degli Shōgun Tokugawa che volevano consolidare il proprio potere in Giappone, per cui strinsero rapporti con i neoconfuciani e ridimensionarono molto il buddhismo: ogni rapporto veniva regolato in maniera gerarchica; al vertice lo Shōgun.
Per quanto riguarda la dottrina, i giapponesi orientarono le ricerche più sul ‘ki’ che ben di adattava alla concezione naturalistica giapponese che sul ‘ri’ considerato troppo astratto. Si incrementarono quindi gli studi naturalistici e l’esercizio della medicina tradizionale e delle arti marziali.
Un gruppo di studiosi si propose di studiare l’essenza del confucianesimo delle origini attraverso un’indagine filologica dei canoni confuciani antichi. L’orientamento dato a questa ricerca prese il nome di scuola Kogaku che ebbe una grande influenza sulla riforma del sistema educativo. Fu definito un codice etico ‘Bushido’ (via dei guerrieri), una mentalità guerriera al servizio dello Stato. Un altro gruppo di studiosi che costituì la scuola degli “Studi nazionali”, si occupò dell’analisi delle opere classiche anteriori al contatto con religioni esogene come buddhismo e confucianesimo e idealizzò la vita dei giapponesi delle origini. Decisiva fu l’opera di Motoori Norinaga (1730-1801) che decifrò il sistema di scrittura arcaico, una lingua immediatamente posteriore all’introduzione degli ideogrammi cinesi, caduta in disuso e impenetrabile. In questo modo fece conoscere il testo ‘Kojiki’ dell’VIII secolo che conteneva narrazioni antichissime, letteratura, mitologia, eventi storici dalle origini del mondo alla formazione del Giappone e anche la successione degli imperatori fino al VII secolo. Per Norinaga il testo, a cui lavorò tutta la vita, conteneva la trascrizione della trasmissione orale dai tempi della creazione e il verbo delle divinità creatrici del mondo. Elaborò la teoria del ‘kokoro’ (cuore), sede del pensiero, del sentimento e della sensibilità che troviamo in ogni aspetto della realtà. Con il Kokoro si ha un contatto immediato con il cuore delle cose e della parola. Leggere il Kojiki era un atto sacrale che equivaleva all’atto creativo originario. Lo shinto cioè la via degli antichi raggiunse con Norinaga un sistema dottrinale libero da influenze buddhiste. Se la lingua era la lingua degli dei, matrice di tutte le altre, e quella degli imperatori era emanazione diretta della divinità, il Giappone doveva avere una centralità nella storia. Riemerge ciò che era già emerso alla fine del XIII secolo e si sviluppa un nazionalismo che vede il Giappone guida del mondo.
Alla morte di Norinaga si sviluppò un movimento che portò alla fine dell’era Tokugawa, al ripristino del potere imperiale e allo Shinto di Stato centrato sulla deificazione dell’imperatore e sulla identificazione di Stato e famiglia (Giappone come unica famiglia il cui unico padre è l’imperatore). La nuova ideologia attecchì a causa del totale isolamento in cui visse il Giappone per due secoli, per la pace che veniva garantita e per l’esercizio di un controllo capillare sul popolo. In realtà la chiusura culturale non era totale. Circolavano testi scientifici occidentali finalizzati ad aumentare la produttività: etica orientale, tecnica occidentale! Il sistema scolastico favorì la penetrazione dell’ideologia nazionale. L’identificazione di tre virtù fondamentali – onestà, sobrietà e dedizione – come cardini dell’atteggiamento individuale e delle relazioni, in una realtà in cui il potere economico era ormai nelle mani della classe mercantile, produsse grande coesione sociale, alfabetizzazione e identità culturale.
Fine dell’isolamento e nascita della filosofia giapponese
Nel 1854, con la fine dell’isolamento imposta dagli americani, inizia il Meiji Ishin (Rinnovamento Meiji) dal nome dell’imperatore che, dopo secoli, riprese il ruolo politico e non più solo simbolico e rituale. Dopo un periodo di contrasti, il Giappone cercò di apprendere dall’Occidente tutto ciò che poteva essere utile per rafforzarsi militarmente e politicamente. Gli studenti migliori vennero mandati in Europa e in America soprattutto per apprendere nel campo tecnologico e scientifico, ma non solo. Nishi Amane era uno di questi studenti che rimase tre anni in Europa e riportò in patria testi di Comte, Stuart Mill, Montesquieu, Hegel. A lui si deve gran parte della terminologia filosofica giapponese. Nel 1862, Nishi tenne, in Giappone, un primo ciclo di conferenze sulla filosofia greca ed europea presso il Centro studi dei testi barbarici (occidentali!).
Al primo periodo di apertura alla cultura occidentale, seguì un periodo di reazione, ma non di chiusura. Si tentò di utilizzare principi e metodi occidentali per rafforzare la coesione identitaria giapponese. Nel 1910 si giunse a una scolarizzazione quasi integrale. Si diffusero anche correnti di impronta marxista e socialista che furono represse dalla censura e ci furono condanne a morte con l’accusa di cospirazione contro l’imperatore. I primi due decenni del ‘900 videro il diffondersi del nazionalismo e dell’individualismo accanto al pragmatismo. Ebbero ampio spazio l’intuizionismo di Bergson e il neokantismo. Del primo si colse l’affinità con la sensibilità giapponese (slancio vitale ovvero naturalezza). Anche il pensiero di Nietzsche ebbe la sua influenza. Si andava profilando un primato della filosofia tedesca che dura ancora oggi (la fenomenologia di Husserl, Heidegger, la dialettica hegeliana).
Il più importante filosofo giapponese è Nishida Kitarō (1870-1945). Da lui è nata la scuola di Kyōto tuttora attiva.
Il suo pensiero è difficile da comprendere per un occidentale se non ci si riferisce, nell’analisi dei termini che usa, al buddhismo di tradizione zen. D’altra parte, però, è enorme lo sforzo di Nishida di ripensare la tradizione buddhista alla luce di una prospettiva logica occidentale. Il suo pensiero non è una sintesi delle due tradizioni, ma è uno spazio aperto e dialettico in cui interagiscono continuamente offrendo contenuti nuovi alla riflessione.
Nāgārjuna ci regala uno strumento concettuale formidabile per pensare la relazionalità dei quanti: si può pensare l’interdipendenza senza essenze autonome che entrino poi in relazione. Anzi, l’interdipendenza richiede di dimenticare essenze autonome. La lunga ricerca della ‘sostanza ultima’ della fisica, passata attraverso materia, molecole, atomi, campi, particelle elementari… è naufragata nella complessità relazionale della teoria quantistica dei campi e della relatività generale.¹
Lingua e tradizione
Il Giappone per la sua stessa posizione geografica e per la presenza di vulcani attivi, terremoti e tifoni è il prototipo dell’instabilità. Ciò spiega il sentimento di transitorietà, impermanenza, inconsistenza dei fenomeni e della stessa condizione umana che fonda l’identità culturale giapponese. La fragilità è esperienza di vita quotidiana.
Da alcuni indizi sembra che la società antica giapponese fosse di tipo matriarcale. La massima divinità era femminile: Amaterasu Ōmikami. Nel IV secolo d.C. la spedizione militare di assoggettamento della Corea fu guidata dall’imperatrice Jingū, incinta, e anche dopo di lei fino all’VIII secolo ci furono altre imperatrici. Poi, forse per influsso della cultura cinese, gli uomini hanno preso il sopravvento.
Mentre la lingua parlata ha subito influssi molto diversi, ma non sembra aver avuto rapporti con il cinese, la lingua scritta deriva proprio dal cinese.
L’ideogramma Kami-shin sarà tradotto “Dio” nelle lingue occidentali, ma Kami non corrisponde a Dio, non è lo spirito che inerisce a qualcosa; è la cosa stessa intesa come cosa viva. Non tutto è Kami, ma c’è un numero incommensurabile di kami. Può esserlo un animale, un vegetale, un elemento naturale o artificiale. Qualsiasi cosa dotata di forza propria con cui si entra in relazione e che suscita un timore reverenziale. Questo è un aspetto che caratterizza non solo la sensibilità estetica e religiosa dei giapponesi, ma anche l’organizzazione socio-politica che viene definita sulla base della fedeltà di un gruppo a un medesimo Kami e sulla base della gerarchia fra i kami.
Nella cultura giapponese l’uomo e la natura hanno un rapporto di reciproca appartenenza. Se l’uomo è in sintonia con la natura, è in grado di darle voce attraverso le forme artistiche e intellettuali. C’è continuità ontologica tra mondo divino, naturale e umano che rappresentano l’unico mondo della realtà.
Nella seconda metà del VI secolo, prende avvio in Giappone la grande operazione culturale dell’assunzione del cinese come lingua scritta. Nasce una mescolanza di scrittura ideografica e fonetica unica al mondo. La formazione della lingua ha avuto una lunga durata. I Giapponesi chiamano Kanji “caratteri Kan” (pronuncia giapponese di Han, nome di una dinastia cinese, quindi caratteri cinesi) i segni ideografici che hanno adottato. Se noi li chiamiamo ideogrammi è solo per convenzione, perché la parola indica una “scrittura che rappresenta idee”, ma solo pochi caratteri della scrittura giapponese mantengono un legame diretto con le idee che esprimono. La scrittura conobbe una vera diffusione in Giappone solo con la diffusione del buddhismo, nel VI secolo.
Buddhismo e confucianesimo
I primi testi scritti introdotti in Giappone furono rotoli di sutra (il termine significa letteralmente ‘filo’ e indica una frase breve, un aforisma) buddhisti che provenivano dalla Corea. Buddha, Dharma (l’insegnamento del Buddha) e Sangha (comunità dei credenti) erano presentati come Kami di grande potenza. Nel 604 Shōtoku Taishi, principe reggente, dopo aver dichiarato il buddhismo religione ufficiale, promulga la Costituzione dei 17 articoli, importantissima per la formazione culturale del Giappone. È una traccia etica ed esistenziale cui attenersi per il bene dei singoli e della collettività: fusione di ideale sociale confuciano, pratica buddhista e compenetrazione con le leggi della natura (shinto). È importante l’assunzione del Dharma che include l’idea di una natura originaria umana in sé perfetta che occorre far fiorire. Distingue il buddhismo giapponese da quello presente in altre culture.
Nel VII e VIII secolo si compie il disegno culturale di integrare in modo coerente le idee autoctone con quelle introdotte da fuori, ma rivisitate. Il confucianesimo fu mutuato per motivi politico-sociali, per garantire l’ordine dello Stato che si andava formando. Fu ripresa la gerarchia basata sulle 5 relazioni di coppia che, specchiandosi sulla relazione ‘cielo-terra’ sono a fondamento di ogni rapporto umano e sociale: sovrano/ministro, genitore/figlio, marito/moglie, fratello maggiore/fratello minore, amico/amico. Da una parte, cura e responsabilità; dall’altra, rispetto e ubbidienza. La piramide gerarchico-burocratica che governerà il Giappone per secoli si ispirerà a questa.
I pionieri dello sviluppo filosofico-religioso autonomo del Giappone sono Kūkai (774-835) fondatore del buddhismo Shingon e Saichō (767-822), fondatore del buddhismo Tendai. Il senso del mistero, di ciò che è celato ma è parte integrante della realtà, è espresso in giapponese con la parola ‘Oku’, luogo dove penetra solo lo sciamano e dove si rivela il Kami. Okusan è la moglie, colei che sta dietro, retaggio di una tradizione matriarcale poi soffocata. Sia Kūkai che Saichō collegarono il buddhismo degli insegnamenti esoterici appreso in Cina con i Kami della religione arcaica, per cui le due forme si sostennero reciprocamente. Il buddhismo misterico fornì lo schema categoriale a tutto il pensiero successivo così come avvenne in Occidente con la filosofia di Platone e Aristotele. In particolare, due principi si riveleranno fondamentali:
• il rapporto tra il tutto e la parte. Ogni parte è ciò che è in virtù del tutto che la costituisce: compenetrazione e non separazione tra la parte e il tutto. Se comprendiamo a fondo una singola cosa, comprendiamo la totalità. L’individualismo e il contrattualismo entreranno in Giappone verso la fine del XIX secolo, ma rimarranno estranei alla sensibilità giapponese.
• La realtà si esprime in maniera diretta. L’uomo è espressione di questa realtà, non è un suo interprete. Questo presupposto ha conseguenze sulla comprensione del tempo e della storia e dà forma all’estetica giapponese al cui centro sta la nozione di mono no aware, ossia la natura delle cose venata di tristezza per la sua caducità, che rappresenta la sua bellezza. La bellezza non risiede nella forma perfetta, non riguarda il rispetto di canoni estetici, è invece il volto caduco delle cose che anche l’artista sperimenta come persona.
Il periodo Kamakura (1185-1333)
Verso la fine XII secolo cominciò per il Giappone una nuova era. Il potere passò dalla casta imperiale alla casta militare degli shōgun che comportò il trasferimento da Kyōto a Kamakura nei pressi di Tōkyō. La situazione rimase invariata fino alla metà del XIX secolo. Il nuovo potere diede una più ampia libertà d’azione alle istituzioni religiose. Il rinnovamento religioso, in un’epoca segnata da instabilità politica e calamità naturali, passò attraverso una rilettura dei testi canonici importati dalla Cina, molti dei quali vennero commentati e riscritti in giapponese. Tra i grandi riformatori religiosi del periodo Kamakura troviamo Shinran (1173-1262). Da lui prese spunto il Jōdo Shin shū (Vera scuola della Pura Terra) che è ancora oggi la forma più diffusa di buddhismo in Giappone. Il fondamento teorico di tale scuola è contenuto in alcuni sūtra indiani mahāyāna dove si afferma che un antico Buddha Amida, mosso a compassione per la miserevole condizione umana, formulò 48 voti per creare una terra pura a cui avrebbero avuto accesso tutti gli esseri umani che con animo puro e sincero avessero invocato il nome di Buddha. Il male è nella natura umana. Il voto di Amida indica la porta aperta per una trasformazione radicale che avviene con l’abbandono di ogni forma di egocentrismo e con l’affidarsi completamente alla fede. Tannishō (raccolta in lamento per le divergenze), raccolta di spiegazioni enunciate da Shinran e trascritte da un suo discepolo, è un testo semplice e prezioso, molto famoso in Giappone e molto apprezzato da Nishida Kitarō, il più grande filosofo giapponese del Novecento.
Ultimo riformatore del periodo Kamakura fu Nichiren (1222-1182). Incarna l’aspetto del pensiero giapponese che si può definire ‘esclusivismo’. Riteneva che il buddhismo da lui insegnato (il Sūtra del Loto) fosse l’unica forma autentica di buddhismo, era anche convinto che il Giappone fosse superiore a ogni altro paese e che, per questo, avesse il compito di diffondere l’insegnamento religioso a tutto il mondo. Per raggiungere questo scopo, il buddhismo doveva diventare religione di stato. Nichiren cercò in ogni modo di convincere il potere politico, ma inutilmente. Nell’opera e nella figura di Nichiren prendono corpo in nuce alcuni aspetti originali che tutte le correnti religiose e filosofiche alimenteranno fino ai nostri giorni. A partire dalla mitologia shinto, che contempla la creazione del solo Giappone, proseguendo con la teorizzazione di una discendenza biologica della dinastia giapponese dalla divinità solare originaria e con la convinzione che il Giappone sia una terra inviolabile protetta dal Kami della natura, prende forma un nazionalismo che diventa sensibilità diffusa. Il Giappone come centro del mondo, abitato da un popolo eletto, grazie al quale tutto ciò che è arrivato da fuori (lingua, buddhismo, etica confuciana, armonia daoista) ha trovato la sua giusta sede. Allo stesso modo, l’industrializzazione, la tecnologia, la democrazia, l’informatica e l’economia liberal-capitalistica hanno trovato’ nel paese del sol levante, la loro piena fioritura e perfezionamento. È come se il Giappone fosse visto dai Giapponesi come il non plus ultra perché i Giapponesi riescono a tirar fuori dalle cose ciò che esse sono.
Il periodo Kamakura è un periodo di grande rinnovamento, ma si pongono anche le basi per una chiusura. Si conclude con una figura, Kitabake Chikafusa (1293-1354), poco rilevante sul piano filosofico, ma importante su quello della legittimazione del potere imperiale in lotta con gli shōgun. La legittimità del potere non viene, secondo Chikafusa, dal rapporto con il Cielo, come in Cina, né dal consenso del popolo, ma dal rapporto di discendenza biologica diretta da un Kami personale. Sarà questa la base dottrinaria della religione shinto, su cui si fonderà la struttura dello Stato e l’dea stessa di identità giapponese.
Lo Zen e Dogen
Nel periodo Kamakura giunge in Giappone una scuola buddhista che proviene dalla Cina dove è conosciuta con il nome di Chan, ma in realtà ha origine dall’India e ha un legame diretto con l’origine storica del buddhismo. In Giappone diventa Zen. Non è una filosofia, ma una trama esistenziale con aspetti religiosi, filosofici, esperienziali. In Giappone si formano due scuole ispirate allo Zen: Rinzai e Sōtō. La novità introdotta in Cina dal buddhismo indiano è lo spostamento dell’accento dalla realizzazione dell’uomo come corrispondenza al Dao universale e all’armonia tra Terra e Cielo, alla spiritualità umana come dimensione privilegiata, ovvero al risveglio come apertura degli occhi sulla propria natura che si rivela intrinsecamente vuota e identica alla natura di tutti i fenomeni. Il fulcro è il raggiungimento della buddhità attraverso la pratica corpo-spirituale silente e immota, che non si apprende dall’insegnamento. Porta a vedere le cose come sono attraverso un atteggiamento di fondo che consiste nell’abbandono, nel non attaccamento, nel non pensiero, nel non io. Il valore del ‘non’ non si comprende se non si familiarizza con la nozione di vacuità. La vacuità non è assenza o privazione, ma è la forma attuale della realtà che avviene.
Dōgen è l’iniziatore dello zen giapponese. Chi desidera vedere la natura autentica di Buddha deve togliere di mezzo lo spadroneggiare dell’io. Questo è uno dei temi centrali della riflessione di Dogen ed è uno dei motivi che lo rendono attuale. Mi accorgo di essere perché penso, ma io penso perché sono e sono fatto essere da quella trama di interrelazioni che chiamo la realtà della vita. Dōgen fu il primo a introdurre in Giappone i Kōan, insegnamenti del maestro all’allievo sotto forma di breve storia enigmatica che non può essere risolta con il ragionamento, ma richiede consapevolezza, concentrazione e intuizione.² Il Koan evoca il senso della realtà più che spiegarlo. Zazen è la posizione dell’abbandono, del distacco. Non si tratta di bloccare il flusso dei pensieri, ma non bisogna dare al pensiero il comando delle operazioni. La pratica per Dogen non si limita allo Zazen; riguarda ogni momento della vita. Il pensiero di Dogen ha influenzato e influenza ancora gli sviluppi della filosofia giapponese contemporanea.
La formazione della cultura nazionale
Dopo l’epoca Kamakura, ci furono in Giappone conflitti anche intestini fino a metà del XVI secolo, con netta preminenza della motivazione politica. Durante il XV e XVI secolo, Il Giappone subì l’influenza del neoconfucianesimo cinese e del cristianesimo (prima attraverso missionari spagnoli e portoghesi, poi olandesi e inglesi). L’idea piramidale del potere, che si stava configurando in Giappone, e la mentalità dei missionari cattolici, portatori di una verità unica e di una solidarietà di tipo comunitario, non erano conciliabili. Infatti, a partire dal 1600, iniziarono persecuzioni e provvedimenti restrittivi che culminarono con l’isolamento del Paese. Ebbe inizio il Sakoku (Sa, catena; Koku, Paese), durato fino al 1859.
In Cina, dal X al XVI secolo, si era diffuso il neoconfucianesimo in reazione alla diffusione del buddhismo. Il pensatore più importante, Zhu Xi, diede valore all’insegnamento di un modello di vita fondato sull’educazione etica dell’individuo che deve coltivare sé stesso per realizzare il disegno celeste. La realtà è la dinamica tra il principio informatore ‘ri’ e l’energia o forza vitale ‘ki’, base costitutiva della realtà stessa. Il neoconfucianesimo della scuola di Zhu Xi rispondeva bene agli obiettivi degli Shōgun Tokugawa che volevano consolidare il proprio potere in Giappone, per cui strinsero rapporti con i neoconfuciani e ridimensionarono molto il buddhismo: ogni rapporto veniva regolato in maniera gerarchica; al vertice lo Shōgun.
Per quanto riguarda la dottrina, i giapponesi orientarono le ricerche più sul ‘ki’ che ben di adattava alla concezione naturalistica giapponese che sul ‘ri’ considerato troppo astratto. Si incrementarono quindi gli studi naturalistici e l’esercizio della medicina tradizionale e delle arti marziali.
Un gruppo di studiosi si propose di studiare l’essenza del confucianesimo delle origini attraverso un’indagine filologica dei canoni confuciani antichi. L’orientamento dato a questa ricerca prese il nome di scuola Kogaku che ebbe una grande influenza sulla riforma del sistema educativo. Fu definito un codice etico ‘Bushido’ (via dei guerrieri), una mentalità guerriera al servizio dello Stato. Un altro gruppo di studiosi che costituì la scuola degli “Studi nazionali”, si occupò dell’analisi delle opere classiche anteriori al contatto con religioni esogene come buddhismo e confucianesimo e idealizzò la vita dei giapponesi delle origini. Decisiva fu l’opera di Motoori Norinaga (1730-1801) che decifrò il sistema di scrittura arcaico, una lingua immediatamente posteriore all’introduzione degli ideogrammi cinesi, caduta in disuso e impenetrabile. In questo modo fece conoscere il testo ‘Kojiki’ dell’VIII secolo che conteneva narrazioni antichissime, letteratura, mitologia, eventi storici dalle origini del mondo alla formazione del Giappone e anche la successione degli imperatori fino al VII secolo. Per Norinaga il testo, a cui lavorò tutta la vita, conteneva la trascrizione della trasmissione orale dai tempi della creazione e il verbo delle divinità creatrici del mondo. Elaborò la teoria del ‘kokoro’ (cuore), sede del pensiero, del sentimento e della sensibilità che troviamo in ogni aspetto della realtà. Con il Kokoro si ha un contatto immediato con il cuore delle cose e della parola. Leggere il Kojiki era un atto sacrale che equivaleva all’atto creativo originario. Lo shinto cioè la via degli antichi raggiunse con Norinaga un sistema dottrinale libero da influenze buddhiste. Se la lingua era la lingua degli dei, matrice di tutte le altre, e quella degli imperatori era emanazione diretta della divinità, il Giappone doveva avere una centralità nella storia. Riemerge ciò che era già emerso alla fine del XIII secolo e si sviluppa un nazionalismo che vede il Giappone guida del mondo.
Alla morte di Norinaga si sviluppò un movimento che portò alla fine dell’era Tokugawa, al ripristino del potere imperiale e allo Shinto di Stato centrato sulla deificazione dell’imperatore e sulla identificazione di Stato e famiglia (Giappone come unica famiglia il cui unico padre è l’imperatore). La nuova ideologia attecchì a causa del totale isolamento in cui visse il Giappone per due secoli, per la pace che veniva garantita e per l’esercizio di un controllo capillare sul popolo. In realtà la chiusura culturale non era totale. Circolavano testi scientifici occidentali finalizzati ad aumentare la produttività: etica orientale, tecnica occidentale! Il sistema scolastico favorì la penetrazione dell’ideologia nazionale. L’identificazione di tre virtù fondamentali – onestà, sobrietà e dedizione – come cardini dell’atteggiamento individuale e delle relazioni, in una realtà in cui il potere economico era ormai nelle mani della classe mercantile, produsse grande coesione sociale, alfabetizzazione e identità culturale.
Fine dell’isolamento e nascita della filosofia giapponese
Nel 1854, con la fine dell’isolamento imposta dagli americani, inizia il Meiji Ishin (Rinnovamento Meiji) dal nome dell’imperatore che, dopo secoli, riprese il ruolo politico e non più solo simbolico e rituale. Dopo un periodo di contrasti, il Giappone cercò di apprendere dall’Occidente tutto ciò che poteva essere utile per rafforzarsi militarmente e politicamente. Gli studenti migliori vennero mandati in Europa e in America soprattutto per apprendere nel campo tecnologico e scientifico, ma non solo. Nishi Amane era uno di questi studenti che rimase tre anni in Europa e riportò in patria testi di Comte, Stuart Mill, Montesquieu, Hegel. A lui si deve gran parte della terminologia filosofica giapponese. Nel 1862, Nishi tenne, in Giappone, un primo ciclo di conferenze sulla filosofia greca ed europea presso il Centro studi dei testi barbarici (occidentali!).
Al primo periodo di apertura alla cultura occidentale, seguì un periodo di reazione, ma non di chiusura. Si tentò di utilizzare principi e metodi occidentali per rafforzare la coesione identitaria giapponese. Nel 1910 si giunse a una scolarizzazione quasi integrale. Si diffusero anche correnti di impronta marxista e socialista che furono represse dalla censura e ci furono condanne a morte con l’accusa di cospirazione contro l’imperatore. I primi due decenni del ‘900 videro il diffondersi del nazionalismo e dell’individualismo accanto al pragmatismo. Ebbero ampio spazio l’intuizionismo di Bergson e il neokantismo. Del primo si colse l’affinità con la sensibilità giapponese (slancio vitale ovvero naturalezza). Anche il pensiero di Nietzsche ebbe la sua influenza. Si andava profilando un primato della filosofia tedesca che dura ancora oggi (la fenomenologia di Husserl, Heidegger, la dialettica hegeliana).
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Nishida Kitarō (Unoke, 1870 – 1945), filosofo giapponese |
Il suo pensiero è difficile da comprendere per un occidentale se non ci si riferisce, nell’analisi dei termini che usa, al buddhismo di tradizione zen. D’altra parte, però, è enorme lo sforzo di Nishida di ripensare la tradizione buddhista alla luce di una prospettiva logica occidentale. Il suo pensiero non è una sintesi delle due tradizioni, ma è uno spazio aperto e dialettico in cui interagiscono continuamente offrendo contenuti nuovi alla riflessione.
Anna Colaiacovo
¹ | C. Rovelli, Helgoland, Adelphi, Milano 2020, p.153. |
² | Esempi di Koan: «Che cos’è lo Zen?» fu chiesto a un maestro. E lui rispose: «Si mangia quando si ha fame, si beve quando si ha sete, ci si copre quando fa freddo e ci si sventola quando fa caldo». Un giovane si presentò davanti al maestro e dichiarò: «Vengo da te perché cerco la liberazione». «Chi ti ha incatenato?», gli domandò il maestro. «Nessuno» rispose il giovane. «Allora sei già libero», sentenziò il maestro. |
Riferimenti bibliografici minimi:
• G.J. Forzani, I fiori del vuoto: introduzione alla filosofia giapponese, Boringhieri, Torino 2006.
• T. Toshiaki, Il Giappone e la sua civiltà. Profilo storico, Clueb, Bologna 1996
• G. Pasqualotto, Il Tao della filosofia. Corrispondenze tra Pensieri d’Oriente e d’Occidente, Pratiche, Parma 1989.
• C. Rovelli, Helgoland, Adelphi, Milano 2020.
• Nishida Kitaro, Problemi fondamentali della filosofia. Conferenze per la società filosofica di Shinano, Marsilio, Venezia 2014.
• G.J. Forzani, I fiori del vuoto: introduzione alla filosofia giapponese, Boringhieri, Torino 2006.
• T. Toshiaki, Il Giappone e la sua civiltà. Profilo storico, Clueb, Bologna 1996
• G. Pasqualotto, Il Tao della filosofia. Corrispondenze tra Pensieri d’Oriente e d’Occidente, Pratiche, Parma 1989.
• C. Rovelli, Helgoland, Adelphi, Milano 2020.
• Nishida Kitaro, Problemi fondamentali della filosofia. Conferenze per la società filosofica di Shinano, Marsilio, Venezia 2014.
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