MANUALE PER VIP
Rubrica a cura di Augusto Cavadi

Augusto Cavadi, Manuale per Vip
«Eh, no! Mi dispiace. Se vi siete incuriositi a questa nuova rubrica perché immaginate che parli di questo o quel Vip (dall'inglese "very important person"), rimarrete delusi. Niente pettegolezzi, indiscrezioni, dicerie: l'ottanta per cento della carta stampata e delle televisioni ne è già zeppa! Ho voluto scegliere questa sigla, invece, come abbreviazione di "Vivere in pienezza"...»
Dal post introduttivo ►

27 settembre 2018

Mauro e Augusto alla ricerca di Dio

Manuale per Vip, rubrica a cura di Augusto Cavadi.
Caro Augusto,
vorrei passarti alcuni appunti sulla fase attuale della mia ricerca di Dio.
Mi pare che sulla questione si possano dare due – e solo due – ipotesi: dio c'è o dio non c'è.
Esaminiamole distintamente.
Prima ipotesi: dio non c'è. Non esiste nessuna entità trascendente, nessuna persona, nessun regolatore-legislatore. In questa ipotesi io vedo due casi:
• Il cosmo, l'universo, tutto ciò che vediamo e non vediamo, esiste semplicemente e ogni cosa si regola in base all'interazione casuale tra tutti gli esseri e senza un senso preciso e le leggi naturali non sono che nostre interpretazioni nel tentativo di dare un senso a ciò che semplicemente è, esiste.
• Tutto ciò che esiste interagisce seguendo precise regole e leggi universali, in un unico sistema in qualche modo (pre)ordinato.
Ma senz'altro se ne possono dare altri.

Seconda ipotesi: Dio c'é. Anche In questa ipotesi si possono dare diversi casi:
A) Un dio personale, preesistente, che ha creato con atto autonomo e della propria volontà ogni cosa.
• questo Dio può essere distante, padrone indifferente delle sue creature, che lascia a se stesse oppure fa agire come ingranaggi di un meccanismo di cui lui prevede perfettamente il funzionamento e loro possono solo obbedire allo schema secondo il progetto;
• può anche essere motore di una creazione che si evolve sotto la spinta della sua energia creativa in mille direzioni espansive non necessariamente preordinate dall'inizio;
• può persino essere coinvolto e partecipe della sua creazione, che da lui emana, ma dotata di propria vita e di proprio destino e tuttavia in grado di trascendere e trascinare la sorte stessa del proprio creatore anche in direzioni inaspettate;
• altri ancora...
B) Può trattarsi anche di un dio impersonale, che permea tutto il creato e l'universo, un'energia senza nome e senza forma, un respiro, un soffio, un rombo sordo o una melodia che tutto collega in modo globale, donando energia  ad ogni cosa strettamente connessa ed interdipendente al tutto;
altro ancora...

In ogni caso non si può usare Dio per uscire dal non-senso: se diamo per scontato un Ente che è prima di ogni cosa, per giustificare l'esistenza del “creato”, ed anche la nostra, al passo successivo la ragione non può che chiedere prepotentemente: e lui da dove viene?
Per by-passare poi il problema che semplicemente un essere creato non può comprendere né concepire il proprio creatore, come non possiamo aspettarci che un oggetto costruito da noi sappia immaginarsi la persona che l'ha costruita, le religioni hanno spesso usato la “rivelazione”.
Qui si possono fare due obiezioni:
• perché se Dio vuole rivelarsi lo fa solo ad alcune persone speciali, e non può farlo a ciascuno nel suo cuore?
• ma poi, anche superando questo problema, se la rivelazione è fatta a una persona, poi viene descritta, trascritta, tramandata e spiegata da esseri umani ad altri esseri umani con un linguaggio umano, del tutto inadeguato quindi a trasmettere la conoscenza e l'esperienza di Dio.

Ed eccoci dunque di nuovo piccoli e soli di fronte al mistero della vita, dell'esistenza, della comprensione del cosmo nel suo insieme. Piccoli, soli e smarriti. A fare l'esperienza che dio non solo non basta a risolvere il mistero, ma non è neanche necessario. Vediamo che la vita segue leggi naturali e si è evoluta dalla materia inanimata senza interventi magici o soprannaturali, e se ogni volta che una scoperta apre orizzonti ancora più grandi da studiare, e ci rendiamo conto che non arriveremo mai a comprendere tutto, tuttavia vediamo che non esistono zone tabù che non si possano investigare e studiare.
Quindi non vedo differenza tra credere o non credere, dal punto di vista pratico. L'esperienza quotidiana ci dimostra poi che, anche dal punto di vista etico e da quello della serenità di vita, molti credenti compiono nefandezze oppure sprofondano nella disperazione, mentre molti atei vivono serenamente e compiono azioni solidali e hanno comportamenti eticamente alti. E viceversa, per altro.
Quando ho raggiunto la convinzione che Dio non è necessario (il concetto di Dio intendo), e neppure sufficiente, posso però addentrami nel terreno della libertà: la mia ragione è libera veramente da ogni condizionamento, il mio senso etico può assumere un respiro autonomo, attingendo energia dalla fonte dell'umanità, e il mio spirito, quella parte più profonda di me e a me ancora sconosciuta, può dilatarsi e librarsi, svincolata da ogni preconcetta pastoia, espandendosi nell'intero cosmo al di là del tempo e dello spazio, e riempiendo me dell'esistenza globale che mi circonda.
Quando avrò lasciato cadere ogni idea di Dio, e ogni descrizione, ogni definizione; quando mi sarò privato di ogni bisogno di Dio e di ogni utilità di Dio, potrò addentrarmi nel deserto della nuda condizione umana, senza bussole, senza direzioni predefinite, e lasciarmi andare, superando ogni presunzione che il cosmo sia stato creato al mio servizio, né io al servizio di nessuno. Non sono Dio, ma non sono servo.
Anzi, se mai sono servo inutile. Vivo. Vivo per vivere, inutilmente e ogni attimo. Posso scendere nel NULLA, essere NULLA. Lasciare andare il mio pensiero, ogni pensiero, ogni fibra del mio essere, vivere ogni attimo come fosse nulla e come fosse tutto, uscendo dal concetto di tempo, di spazio, di utilità, di necessità...Vivere di piccole cose, o di grandi cose, nello stesso modo.
Compiere le piccole cose di ogni giorno con un senso mistico di totalità e di appartenenza al Tutto. Compiere opere colossali come fossero polvere, la polvere che prima o poi diverranno, come il nulla.
Non avere più sentimenti (né, ancor meno, ri-sentimenti) di rimbalzo né pensieri di ritorno, ma solo sentimenti e pensieri che sorgono dalle radici, radici che prendono linfa dal profondo della terra, dell'umanità tutta, di ogni vibrazione dell'intero universo che è in me e in cui mi perdo.
Quando sarò stato capace di attraversare questo deserto di vuoto, di nulla, di solitudine, di inutilità e di piccolezza, potrò diventare una persona nuova, una persona passata oltre, al di là, e respirare con il ritmo della terra, della storia, dell'umanità. del cosmo. Lì forse, se c'è, potrò incontrare Dio, più che conoscere, fare esperienza di Dio, e di me stesso e in lui fondermi.

Mauro Avi
Trento, 21.9.2018

* * *

Mauro caro,
che bella lettera mi hai scritto! Dopo aver premesso che per decenni, sino al pensionamento, la tua attività lavorativa ti ha impegnato la fantasia, il gusto e le mani e non hai potuto dedicarti alla filosofia e alla teologia che nei ritagli di tempo, manderei queste tue pagine a tutti i miei colleghi – filosofi di professione – che negli anni mi hanno detto e ribadito che solo i laureati in filosofia possono filosofare! Qui ho avvertito una passione, un’autenticità e una profondità di pensiero che rarissime volte ho colto in convegni e seminari di "addetti ai lavori"... Viva dunque, ancora una volta, la "filosofia con i non…filosofi (di mestiere)"!
Se dovessi riprendere e commentare punto per punto la tua "trattazione" dovrei scrivere – ammesso che ne fossi capace – un intero libro. Procederò dunque per flash.
a) Comincio dalla questione a mio avviso più agevole da risolvere: la rivelazione divina. A me pare evidente ciò che sostieni: una rivelazione esplicita e formale, da parte di un Dio, non c’è mai stata. D’altronde lo stesso ebraismo non ha mai preso la Bibbia (come invece faranno dopo secoli i cristiani) quale "dettato" verbatim ("parola per parola") da parte di Jahvé. C'è nella tradizione ebraica un rapporto di distanza ironica verso il letteralismo fondamentalista (presente, forse, in qualche corrente minore): "Una parola ha detto Dio, due ne ho udite"... Non mi sentirei di escludere che alcune pagine della Bibbia siano state ispirate da Dio, ma nello stesso senso lato in cui lo sono state pagine di Platone o di Leopardi, musiche di Bach o di Mozart, sculture di Michelangelo o quadri di van Gogh.
b) Ispirata o meno da Dio, cosa ci dice la Bibbia di autorevole – o illuminante – su Dio? Nulla. Nulla più che vaghe intuizioni, metafore claudicanti, immagini suggestive ma anche opinabili. "Infatti la domanda chiave per l’ebraismo non è: 'Chi è Dio?' (se un ebreo chiedesse chi è Dio gli risponderebbero: 'Ma sei matto?'), bensì: 'Che cosa Dio vuole che io faccia per diventare sua immagine e somiglianza?'" (Paolo De Benedetti, Ci basti la voce del silenzio, Cooperativa Achille Grandi, Bergamo 2017, p. 15). Questa certezza epistemologica ci dovrebbe aiutare, una volta per tutte, a distinguere due ambiti che, purtroppo, la tradizione cristiana ha sempre identificato e confuso: la questione teoretica se ci sia Dio e chi – o 'cosa' – sia (questione tipicamente filosofica in cui la Bibbia può solo suggerire delle intuizioni poetiche alla pari di qualsiasi altra fonte poetica) e la questione etica su come comportarci in questa vita (questione anch’essa tipicamente filosofica a cui la Bibbia non ha nulla di straordinario ed eccezionale da apportare sul piano dei contenuti etici, ma alla quale, soprattutto il Secondo Testamento, può apportare un contributo significativo sul piano delle testimonianze esistenziali e dei modelli di riferimento).
c) Veniamo allora alla prima delle due questioni: chi, o che cosa, è Dio? Allo stato attuale della mia riflessione non mi sentirei di escludere nettamente nessuna delle ipotesi da te prospettate. Ho solo una certezza e un  sospetto. La certezza: che dal nulla non viene nulla. In principio deve esserci qualcosa – o qualcuno – che è e non può non essere. Il sospetto: che questo Essere primo e fondamentale non possa essere una massa informe che può diventare tutto ma che, in atto, non è niente. Ho il sospetto che Aristotele avesse ragione quando sosteneva – ed era un fulcro della sua filosofia – che dal meno non può derivare il più. Dal batterio unicellulare a Beethoven c'è un passaggio, un'evoluzione, che esige concettualmente un 'qualcosa' o un 'qualcuno' che sia almeno un Beethoven in atto. Dall'uovo non si passerebbe alla gallina se non ci fosse, in qualche luogo e in qualche modo, una gallina già bella e fatta, compiuta. Che siamo arrivati a dove siamo solo per un gioco di risultati casuali a me pare ancora più inverosimile che ammettere un'intelligenza creatrice. E' quest'ultima immanente ? E' trascendente? E' immanente e trascendente? E' personale? E' anonima? E' trans-personale (H. Küng)? Non so. So che o non lo sapremo mai o ci arriveremo attraverso la riflessione razionale (che, nella mia ottica, comprende la ricerca scientifica ma la supera).
d) Veniamo alla seconda questione: l'etica. Se la consideriamo come etica praticata effettivamente non c'è problema: gli atei possono essere molto più ammirevoli di molti credenti. Qualche problema lo vedrei se la consideriamo come etica giustificata razionalmente: ci sono varie etiche fondate argomentativamente in orizzonti atei (recentemente un mio caro amico ne ha scritto una: Orlando Franceschelli, Nel nome del bene e del male, Donzelli, Roma 2017), ma se ci fosse la certezza di un Assoluto Necessario e Intelligente le nostre etiche potrebbero contare su una fondazione razionale più solida.
e) Dobbiamo allora postulare, ipotizzare, supporre un Dio per rendere più sopportabile la nostra vita terrena? Qui, caro Mauro, il mio consenso con te è totale. Che Dio esista o meno dobbiamo stabilirlo, se ci si riusciamo, "a prescindere" (cfr. Totò de Curtis): non per risolvere i nostri travagli interiori, le nostre angosce. Nell'attesa di rispondere alla Grande Questione (che resta grande: non direi che sia irrilevante sapere se Dio c'è o non c'è, come mi pare di intravedere fra alcune tue righe) l'unico atteggiamento esistenziale è proprio quello che indichi con tanta efficacia: abbandonarsi al mistero della vita e della morte, andare oltre la speranza e la disperazione, senza nulla attendersi e nulla temere. Ma anche senza vergognarsi di ammettere (questo è almeno il mio caso) che, pur disposto ad accettare qualsiasi esito dopo questa vita, se potessi mantenere la memoria della mia storia personale (il mio software) nel "fondermi" col Divino, sarei ancor più felice che se dovessi "confondermi" (o "perdermi") in Lui (Esso).


Augusto Cavadi


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